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	<title>aforismi Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Gómez Dávila contro la democrazia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Feb 2025 10:49:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA['900 in fiamme]]></category>
		<category><![CDATA[Declino dell'Occidente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La vita è una fucina di gerarchie.<br />
La morte sola è democratica.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/gomez-davila-contro-la-democrazia/">Gómez Dávila contro la democrazia</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Cimentarsi nella stesura di una biografia di Ni­colás Gómez Dávila (1913-1994) è gesto inutile. <strong>Lesse, scrisse, morì</strong>. Potremmo riassumere così la sua esistenza terrena, e non faremo al colombiano torto alcuno. Ci sono vite che non si muovono né nello spazio né nel tempo, ma si svolgono verti­calmente, in <em>interiore homine</em>, consegnate a un’al­tra dimensione, impossibile da trascrivere in una pagina Wikipedia.</p>



<p>Lesse, scrisse, morì – come era sua ambizione del resto: «<strong>vivere una vita sempli­ce, silenziosa, discreta, tra libri intelligenti, aman­do poche persone</strong>». All’agiata infanzia bogotana segue la giovinezza parigina. Il soggiorno nella vecchia Europa – «un palazzo dove i domestici ci mostrano le sale vuote in cui vi furono feste me­ravigliose» – ne fa un continentale d’adozione. Il ritorno, da ventitreenne, alla città natia, coincide con la fondazione della propria biblioteca perso­nale – <strong>trentamila volumi</strong> che divengono il cuore pulsante della sua villa in stile Tudor al centro di Bogotà. Da Omero a Goethe, dai presocratici a Heidegger. Grande assente, invece, a riprova dell’insofferenza verso la contemporaneità, l’a­mico Gabriel Garcia Marquez, che pure ammet­teva: «Se non fossi comunista, penserei in tutto e per tutto come lui».</p>



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<p>Di salute cagionevole, riceve un’istruzione casalinga e non frequenta facoltà universitarie: «Quanto maggiore è l’importanza di un’attività intellettuale, tanto più ridicola è la pretesa di certificare la competenza di chi la eser­cita<strong>. Un diploma di dentista è degno di rispetto, uno di filosofo è grottesco</strong>». Rifiuta ogni incarico istituzionale (quello di ambasciatore a Londra, tra gli altri) e rifugge come la peste qualsiasi for­ma di attivismo politico («Essere utile alla società è un’ambizione, o una scusa, da prostituta»).<strong> Al ministero preferisce il monastero</strong> – benedettino, presso il quale apprende le lingue classiche. Di­sinteressato a titoli e ruoli, non promuove mai i suoi scritti, che saranno pubblicati in tiratura li­mitatissima, da regalare agli amici, su insistenza del fratello. <strong>Il matrimonio come unico evento di rilievo della sua vita privata</strong>. Muore, fra le spire di patologie cardiache, a ottantun anni, seppellito per sempre dalle proprie opere.</p>



<p>«Tutto è voluminoso in questo secolo, ma niente è monumentale» ha modo di scrivere Gómez Dáv­ila, e invece monumentale è la sua opera maggio­re<strong>, che abbiamo pubblicato con le nostre edizioni, in due tomi: <em>Escolios a un texto implicito</em></strong>. Oltre diecimila aforismi, glosse, scolii, note a margine di un testo che il lettore dovrà di volta in volta intu­ire. Libro non lineare ma concentrico, spiralifor­me, come un mandala.</p>



<p>Quando abbiamo scoperto Gómez Dávila siamo rimasti abbagliati. Qualcuno lo ha ribattezzato <strong>il Nietzsche delle Ande</strong>.<strong> Per noi era un Cioran battezzato. Ha il gusto della pro­vocazione</strong>, Don Colacho, come si faceva chiamare dagli amici, eppure è un tradizionalista. Conser­vatore di fronte ai progressisti ma reazionario con i conservatori. Aristocratico, perché amante del popolo. Ama la ricchezza ma destesta i ricchi, a loro preferisce i poveri ma disprezza la povertà. Credente, perché braccato dal dubbio. Cattolico eppure critico infervorato della Chiesa postconci­liare.</p>



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<p>Chi è il Dio di Nicolás Gómez Dávila? Non lo sapremo mai fino in fondo, ma pertiene all’e­sperienza individuale, quando «nel silenzio dei boschi, nel gorgoglio di una fonte, nella eretta so­litudine di un albero, nella forma stravagante di una roccia, l’uomo scopre la presenza di un’inter­rogazione che lo confonde. Dio nasce nel mistero delle cose». Questa «verticale irruzione del divi­no» si manifesta nel momento preciso in cui sen­tiamo che né la bruta naturalità, né la sola ragione soddisfano completamente i nostri bisogni. Gómez Dávila, come un «cacciatore di ombre sacre sulle colline eterne», cerca di moltiplicare l’eventuali­tà di questa irruzione: <strong>ogni sua frase ci mette di fronte alla nostra insoddisfazione cosmica, quindi alla possibilità che un Dio si manifesti. </strong>Passeggia­re nella sintassi gomezdaviliana vuol dire incorre­re a ogni giro di frase in un mistadello, qualcosa che custodisce una sacralità nascosta, mai piena­mente dispiegata e però sempre avvertita.</p>



<p>Il suo pensiero, infatti, che gioca «sulle antinomie della ragione, sullo scandalo dello spirito, sulle rottu­re dell’universo», è in costante movimento, segue geometrie astrali, si sposta non appena tentiamo di afferrarlo («la verità ha mille aspetti, l’errore è uno solo»). <strong>Leggere l’opera di Gómez Dávila vuol dire partecipare a una funzione religiosa</strong>. Ogni aforisma ha la grazia e la gravità di una formu­la dossologica, eppure, allo stesso tempo, ha uno slancio poetico, lo stesso che avrebbe, per osare un paragone lontanissimo, ma forse non così lon­tano, un gol nel calcio. Il gol, che per Pasolini è «sempre un’invenzione, è sempre una sovversione del codice: ogni gol è ineluttabilità, folgorazione, stupore, irreversibilità», il gol dicevamo si ripete sempre diverso nel campo dell’identico. La scrit­tura gomezdaviliana <strong>ha la stessa morfologia del gioco: è una liturgia che stupisce</strong>. Che poi è questa la morfologia di Dio, il modo assurdo in cui egli si rivela a noi o in cui noi lo invochiamo: sono man­tra, nenie, preghiere, rosari, lodi, inni o bestemmie persino. <strong>Ripetizioni intransigenti dell’identico</strong> – <strong>per scovare l’Altro</strong>. E così, pure, è il calcio: regno della regola e del regolamento, che però trova la sua ragion d’essere nell’imprevisto, nell’impreve­dibilità di ogni azione e di ogni conclusione. <strong>Senza la norma non c’è meraviglia</strong>. È questo il mistero di ogni estasi, che sboccia sempre nel perimetro sconvolto da un’infrazione.      <br></p>



<p>Ma che c’entrano Dio e il calcio con Gómez Dávila? Non lo sappiamo, eppure a leggere i suoi aforismi ci sentiamo come in una chiesa o in uno stadio, partecipi di un rituale che ci lascia atto­niti: quello <strong>di una tradizione che perennemente ci spiazza, di un principio che ci pareva supera­to ma che il fraseggio gomezdaviliano trasforma in una rete impossibile</strong>. L’opera di questo filosofo colombiano – impresentabile alla tavola progres­sista, inviso ai contemporanei, perché ci mette di fronte all’impossibilità di farla finita con qualsiasi discorso metafisico – è innanzitutto un luogo, me­glio una patria, di più un posto delle fragole, una festa dell’intelligenza, dove tutto è irrorato di una luce meridiana, e a cui torniamo nei momenti più bui e sconsolati, trascinati dalla risacca delle cose senza tempo.</p>



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<p>In esergo a tutte le nostre edizioni visibili ab­biamo apposto una sua sentenza: «<strong>abitare in ogni idea, per il tempo di un istante</strong>», eletta a bussola del nostro progetto editoriale. Non essere fedeli ad alcuna idea precisa, semmai ad un problema che ci assilla. Le idee vanno invece pedinate, in­seguite nei loro più assurdi risvolti, sempre con la consapevolezza che la vita sconfesserà ogni certezza, che «le idee ci tradiscono se non le tradia­mo noi per primi. Bisogna essere fedeli soltanto alla complessità delle cose».</p>



<p>Di seguito alcuni aforismi su un tema ricorrente nella produzione gomezdaviliana: la democrazia. Questo concetto è una delle porte di ingresso principali alla sua opera, che si può leggere come una lunga condanna alla modernità e ai suoi vizi, tra tutti quello di elevare la volontà umana a principio ultimo del reale, quella stessa volontà che crea a tempi alterni sia i parlamenti democratici che i regimi totalitari, entrambi si­stemi che il reazionario autentico vuole fuggire. Non è la negazione di qualsiasi tipo di potere al popolo, né l’imposizione dell’autorità di una sola classe sociale, <strong>ma l’elezione della volontà del­la maggioranza a principio di legittimazione di qualsiasi nefandezza.</strong> Quella di Gómez Dávila è un’aristocrazia dello spirito, laddove la vita stessa è una fucina di gerarchie, mentre «<strong>solo la morte è democratica</strong>».</p>



<p>E sono proprio queste gerarchie a salvare dalle ingiustizie, dal dispotismo delle pas­sioni, da una giurisprudenza che si sostituisce alle consuetudini e all’educazione. Anticamera alla barbarie, la democrazia, che non è malata, come si dice oggi, «ma è essa stessa il male», regna attra­verso astrazioni metafisiche eppure profane, con l’illusione di divinizzare l’uomo, concedendogli una non ben precisata libertà. Errore di valutazio­ne, quello di considerare la libertà un fine, invece che un mezzo, perché «chi la scambia per un fine quando la ottiene non sa che farsene».</p>



<p>Un’opera, quella di Gómez Dávila, in cui si respira finalmen­te un’aria tersa e pura, priva delle intossicazioni, degli automatismi contemporanei, quei tentativi mal dissimulati di <em>understatement </em>filosofici, <strong>per non scontentare nessuna categoria, nessuna mi­noranza, nessuna intelligenza, per essere da tutti immediatamente comprensibili, e da tutti applau­diti, pena la messa al bando dal mercato, giudi­ce ultimo della verità</strong>. Funziona così, oggi: «ogni sentimento nobile deve essere nascosto. Per non dare fastidio al democratico». Ma Gómez Dávila ha vissuto fuori dal mondo, tutto rivolto dentro se stesso, e nell’anima, fortunatamente, non ci sono parlamenti.</p>



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<p class="has-text-align-center">La vita è una fucina di gerarchie.<br>La morte sola è democratica.</p>



<p class="has-text-align-center">Il democratico in cerca di uguaglianza <br>passa la rasiera sull’umanità per ritagliare quello che eccede: la testa. <br>La decapitazione è il rito centrale <br>della liturgia democratica.</p>



<p class="has-text-align-center">Nelle democrazie, dove l’egualitarismo impedisce <br>che l’ammirazione guarisca la ferita <br>che la superiorità altrui incide nelle nostre anime, <br>prolifera l’invidia.</p>



<p class="has-text-align-center">L’invidia è l’ignobile sostituto democratico <br>dell’omaggio.<br><br>In una democrazia ogni verità <br>sembra un paradosso.</p>



<p class="has-text-align-center">Il politico democratico non adotta le idee <br>in cui crede bensì quelle che crede vincano.</p>



<p class="has-text-align-center">La burocrazia è uno di quei mezzi democratici <br>che si trasformano in uno dei suoi fini.</p>



<p class="has-text-align-center">“Anarchia feudale” è il soprannome <br>con cui il terrorismo democratico <br>denigra l’unico periodo di libertà concreta <br>che la storia abbia conosciuto.</p>



<p class="has-text-align-center">Il democratico attribuisce i propri errori alle circostanze. <br>Noi ringraziamo la casualità per i nostri successi.</p>



<p class="has-text-align-center">Al democratico non basta che rispettiamo ciò che egli vuol fare con la propria vita, <br>esige inoltre che si rispetti ciò che egli vuol fare con la nostra.</p>



<p class="has-text-align-center">L’intellettuale democratico può scegliere solo tra essere <br>domestico della borghesia o servo del proletariato.</p>



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