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	<title>alienazione Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Sulla decadenza del lavoro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Jun 2025 11:30:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA['900 in fiamme]]></category>
		<category><![CDATA[Anni '70]]></category>
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		<category><![CDATA[Trattato del saper vivere ad uso delle giovani generazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il presente è sempre schiacciato sotto il peso dell’oppressione del lavoro. Estratto del libro "La rivoluzione della vita quotidiana" di Raoul Vaneigem (GOG 2024).</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/sulla-decadenza-del-lavoro/">Sulla decadenza del lavoro</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>In una società industriale che confonde lavoro e produttività, <strong>la necessità di produrre è sempre stata antagonista del desiderio di creare</strong>. Quale scintilla umana, ossia quale creatività possibile, può restare in un essere strappato dal sonno ogni mattina alle sei, sbattuto sui treni suburbani, assordato dal fracasso delle macchine, torchiato, spremuto dalle cadenze, dai gesti privati di senso, dal controllo statistico, e rigettato alla fine della giornata nelle sale di stazione, cattedrali di partenza per l’inferno delle settimane e l’infimo paradiso dei weekend, quando la folla si comunica nella fatica e nell’abbrutimento?</p>



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<p><br>Dall’adolescenza all’età della pensione, i cicli di ventiquattrore si susseguono con il loro uniforme macinare del vetro spezzato: <strong>incrinatura del ritmo congelato, incrinatura del tempo-che-è-denaro, incrinatura della sottomissione ai capi, incrinatura della noia, incrinatura della fatica</strong>. Dalla forza viva dilaniata brutalmente alla lacerazione sempre aperta della vecchiaia, la vita barcolla da ogni parte sotto i colpi del lavoro forzato. <strong>Mai una civiltà ha raggiunto un tale disprezzo della vita; allevata nel disgusto, mai una generazione ha provato fino a questo punto il gusto rabbioso di vivere</strong>. Coloro che si assassina lentamente nei macelli meccanizzati del lavoro sono gli stessi che si trova a discutere, cantare, bere, ballare, fare l’amore, tenere la strada, prendere le armi, inventare una poesia nuova. Già si costituisce il fronte contro il lavoro forzato, già i gesti di rifiuto modellano la coscienza futura. Ogni appello alla produttività, nelle condizioni volute dal capitalismo e dall’economia sovietizzata, <strong>è un appello alla schiavitù.</strong></p>



<p><br>La necessità di produrre trova così facilmente delle giustificazioni che quel <em>parvenu</em> di Fourastié ce ne infarcisce dieci libri senza fatica. Disgraziatamente per i neo-pensatori dell’economismo, queste giustificazioni sono quelle del XIX secolo, <strong>di una epoca in cui la miseria delle classi lavoratrici fece del diritto al lavoro il corrispettivo del diritto alla schiavitù, rivendicato all’alba dei tempi dai prigionieri destinati al massacro</strong>. Si trattava prima di tutto di non scomparire fisicamente, di sopravvivere. Gli imperativi di produttività sono degli imperativi di sopravvivenza, <strong>senonché gli individui vogliono ormai vivere, non solo sopravvivere</strong>.</p>



<p><br>Il <em>tripalium</em> è uno strumento di tortura. <em>Labor</em> significa «pena». Vi è qualche leggerezza nel dimenticare l’origine delle parole «travaglio» e «lavoro». I nobili conservavano almeno la memoria tanto della loro dignità quanto dell’indegnità dei loro schiavi. Il disprezzo aristocratico del lavoro rifletteva il disprezzo del signore per le classi dominate; il lavoro era espiazione alla quale le condannava eternamente il decreto divino che, per impenetrabili ragioni, le aveva volute inferiori. Il lavoro si prescriveva, tra le sanzioni della Provvidenza, come la punizione del povero, e poiché su di essa si reggeva anche la salvezza futura, tale punizione poteva assumere i caratteri della gioia. <strong>In fondo, il lavoro importava meno della sottomissione.</strong></p>



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<p><br>La borghesia non domina, sfrutta. Essa sottomette poco, preferisce usare. <strong>Come si è potuto non vedere che il principio del lavoro produttivo si sostituiva semplicemente al principio di autorità feudale?</strong> Perché non si è voluto comprenderlo?</p>



<p><br>È forse perché il lavoro migliora le condizioni degli uomini e salva i poveri, illusoriamente almeno, dalla dannazione eterna? Senza dubbio, ma appare oggi evidente che il ricatto del domani migliore subentra silenziosamente al ricatto della salvezza nell’aldilà. <strong>Nell’uno come nell’altro caso, il presente è sempre schiacciato sotto il peso dell’oppressione.</strong></p>



<p><br>È forse perché esso trasforma la natura? Sì, ma che cosa me ne farei di una natura regolata in termini di profitto, in un ordine di cose in cui<strong> l’inflazione tecnica serve a coprire la deflazione subita dal senso della vita?</strong> Del resto, così come l’atto sessuale non ha per funzione di procreare ma molto accidentalmente genera dei bambini, è per sovrappiù che il lavoro organizzato trasforma la superficie dei continenti, per prolungamento e non per motivazione. <strong>Lavorare per trasformare il mondo? Ma via! </strong>Il mondo si trasforma nel senso in cui esiste un lavoro forzato; ed è per questo che si trasforma così male.</p>



<p><br>Si realizzerebbe forse l’uomo nel suo lavoro forzato? Nel XIX secolo, sussisteva ancora nella concezione del lavoro un’infima traccia di creatività. Zola descrive un concorso di chiodaioli nel quale gli operai rivaleggiano in abilità per perfezionare il loro minuscolo capolavoro. L’amore del mestiere e la ricerca di una creatività per quanto ardua permettevano incontestabilmente di sopportare quelle dieci o quindici ore alle quali nessuno avrebbe potuto resistere se non vi si fosse introdotta qualche forma di piacere. Una concezione ancora artigianale nel suo principio lasciava a ciascuno la cura di assicurarsi un qualche precario comfort nell’inferno della fabbrica. Il taylorismo diede il colpo di grazia a una mentalità gelosamente custodita dal capitalismo arcaico. <strong>Inutile sperare da un lavoro alla catena foss’anche una parvenza caricaturale di creatività</strong>. L’amore del lavoro ben fatto e il gusto della promozione nel lavoro sono oggi il contrassegno indelebile dell’avvilimento e della sottomissione più stupida. Per questo, dovunque si esige la sottomissione, il vecchio peto ideologico prende slancio dall’<em>Arbeit macht frei</em> dei campi di sterminio fino ai discorsi di Henry Ford e di Mao Tse-tung.</p>



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<p><br>Qual è dunque la funzione del lavoro forzato? <strong>Il mito del potere esercitato congiuntamente dal capo e da Dio traeva la sua forza di coercizione dall’unità del sistema feudale.</strong> Infrangendo il mito unitario, il potere parcellare della borghesia inaugura, sotto l’insegna della crisi, il regno delle ideologie, che mai potranno raggiungere, né da sole né insieme, un quarto dell’efficacia del mito. La dittatura del lavoro produttivo giunge opportunamente a prenderne le consegne. <strong>La sua missione è di indebolire biologicamente il più gran numero di uomini, di castrarli collettivamente e di abbrutirli al punto da renderli ricettivi alle ideologie meno pregnanti e meno forti, alle più senili ideologie nella storia della menzogna.</strong></p>



<p><br>Il proletariato dell’inizio del XIX secolo conta una maggioranza di minorati fisici, di uomini sfibrati dalla tortura sistematica dell’officina. <strong>Le rivolte vengono dai piccoli artigiani, dalle categorie privilegiate o dai disoccupati, non dagli operai massacrati da quindici ore di fatica</strong>. Non è inquietante constatare che l’alleggerimento del numero delle ore lavorative interviene nel momento in cui lo spettacolo di diverse varietà ideologiche messo a punto dalla società di consumo sembra essere tale da rimpiazzare efficacemente i miti feudali abbattuti dalla giovane borghesia? (Della gente ha veramente lavorato per un frigorifero, per un’automobile, per un televisore. Molti continuano a farlo, «invitati» come sono a consumare la passività e il tempo vuoto che la «necessità» di produrre «offre» loro).</p>



<p><br>Statistiche pubblicate nel 1938 indicano che mettendo in opera le tecniche di produzione contemporanee, <strong>la durata delle prestazioni necessarie si sarebbe ridotta a tre ore al giorno</strong>. I conti non tornano non solo rispetto alle nostre sette ore di lavoro, ma anche perché dopo aver logorato intere generazioni di lavoratori promettendogli il benessere che oggi vende loro a credito, <strong>la borghesia (e la sua versione sovietizzata) prosegue la distruzione dell’uomo al di fuori del lavoro</strong>. Domani renderà appetibili le cinque ore richieste di usura quotidiana con un tempo dedicato alla creatività aumentato proporzionalmente dall’impossibilità di creare realmente (la famosa organizzazione degli svaghi).</p>



<p><br>Si è scritto giustamente: «La Cina deve affrontare dei problemi economici giganteschi; la produttività è per essa una questione di vita o di morte». Nessuno si sogna di negarlo. Ciò che mi sembra grave non riguarda gli imperativi economici, ma il modo di assolverli. L’Armata Rossa del 1917 costituiva un tipo nuovo di organizzazione. L’Armata Rossa del 1960 è un esercito come se ne trovano nei paesi capitalisti. Gli avvenimenti hanno provato che la sua efficacia restava molto al di sotto delle possibilità delle milizie rivoluzionarie. Allo stesso modo, l’economia cinese pianificata, rifiutando di accordare a dei gruppi federati l’organizzazione autonoma del loro lavoro, si condanna a raggiungere una forma di capitalismo perfezionato, chiamato socialismo.</p>



<p><br><strong>Ci si è presi la briga di studiare le modalità del lavoro presso i popoli primitivi, l’importanza del gioco e della creatività, l’incredibile rendimento ottenuto con dei metodi che l’apporto delle tecniche moderne renderebbe cento volte più efficaci? Non sembra</strong>. Ogni appello alla produttività viene dall’alto. Senonché solo la creatività è spontaneamente ricca. Non è dalla produttività che bisogna attendersi una vita ricca, non è nella produttività che bisogna riporre la speranza di una risposta collettiva ed entusiasta alla domanda economica. Ma che dire di più quando è noto con quale culto viene onorato il lavoro a Cuba come in Cina, e con quale facilità le pagine virtuose di Guizot potrebbero ormai passare in un discorso del 1° maggio?</p>



<p><br>Via via che l’automazione e la cibernetica lasciano prevedere la sostituzione massiccia dei lavoratori con degli schiavi meccanici, <strong>il lavoro forzato mostra di rientrare semplicemente nei procedimenti barbarici di mantenimento dell’ordine.</strong> <strong>Il potere fabbrica così la dose di fatica necessaria all’assimilazione passiva dei suoi diktat televisivi.</strong> Per quale esca lavorare ancora? L’inganno è evidente; non c’è più niente da perdere, nemmeno un’illusione. L’organizzazione del lavoro e l’organizzazione del tempo libero e degli svaghi: le due lame delle forbici della castrazione, per migliorare la razza dei cani sottomessi. Si potrà un giorno vedere i lavoratori in sciopero, rivendicando l’automazione e la settimana di dieci ore, scegliere, per aprire le ostilità, di far l’amore nelle fabbriche, negli uffici e nelle case della cultura? Non ci sarebbero che i burocrati, i manager, i dirigenti sindacali e i sociologi a stupirsene e a preoccuparsene. A ragione forse. Dopo tutto, ne va della loro pelle.</p>



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		<title>Il gioco è la rivoluzione della vita quotidiana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Apr 2025 10:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il gioco assume oggi il volto dell’insurrezione. Il gioco totale e la rivoluzione della vita quotidiana ormai si confondono. Estratti da "La rivoluzione della vita quotidiana" (GOG).</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Le necessità dell’economia si conciliano male con il gioco<strong>. Nelle transazioni finanziarie, tutto è serietà</strong>: non si scherza con il denaro. La parte di gioco ancora inclusa nell’economia feudale è stata a poco a poco espulsa dalla razionalità degli scambi monetari. Il gioco negli scambi permetteva in effetti di barattare dei prodotti, se non del tutto privi di una misura comune, almeno non rigorosa­mente tarati. <strong>Ma nessuna fantasia sarà più tollerata dal momento in cui il capitalismo impone i suoi rapporti mer­cantili, e l’attuale dittatura del consumabile prova a suf­ficienza che esso ha giurato di imporli dappertutto, a tutti i livelli della vita</strong>.</p>



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<p>Nell’alto Medioevo, i rapporti bucolici inclinavano verso una certa libertà gli imperativi puramente economici della organizzazione feudale delle campagne; spesso era il gioco a presiedere alle <em>corvées</em>, ai giudizi, ai regolamenti dei con­ti. <strong>Precipitando la quasi totalità della vita quotidiana nella battaglia della produzione e del consumo, il capitalismo re­prime la propensione al gioco, mentre si sforza nello stesso tempo di recuperarla nella sfera del rendimento</strong>. Così, in qualche decina d’anni si sono viste le gioie dell’evasione tra­sformarsi in turismo di massa, l’avventura diventare mis­sione scientifica, il grande gioco della guerra trasformarsi in strategia operativa. Il gusto del cambiamento è ormai pago e soddisfatto grazie a un cambiamento di gusto&#8230;</p>



<p>In generale. L’organizzazione sociale attuale preclude il gioco autentico. <strong>Ne riserva l’uso all’infanzia</strong>, alla quale, sia detto per inciso, essa propone con insistenza crescente delle specie di giocattoli gadget, veri premi alla passività<strong>. Quanto all’adulto, egli non ha diritto che a delle forme falsificate e recuperate: competizioni, giochi televisivi, ele­zioni, casinò</strong>&#8230; Va da sé che la povertà di questi espedienti non soffoca veramente la ricchezza spontanea della pas­sione del gioco, soprattutto in un’epoca in cui la sfera lu­dica ha tutte le opportunità di trovare storicamente riunite le condizioni più favorevoli di espansione.</p>



<p>Il sacro scende a patti con il gioco profano e dissacran­te: testimoni i capitelli irriverenti, le sculture oscene delle cattedrali. La Chiesa assorbe senza nasconderli la risata cinica, la fantasia caustica, la critica nichilista. Protetto sotto il suo mantello, il gioco demoniaco è al sicuro. In­vece<strong>, il potere borghese mette il gioco in quarantena, lo isola in un settore particolare come se volesse preserva­re da esso le altre attività umane.</strong> L’arte costituisce ap­punto questo dominio privilegiato, e un po’ disprezzato, del non-redditizio. Lo resterà fino a quando l’imperiali­smo economico non lo convertirà a sua volta in fabbrica di consumo. Ormai braccata da ogni parte, la passione del gioco risorge dappertutto.</p>



<p>Nello strato di interdizioni che ricopre l’attività ludi­ca, si apre una falla nel punto meno resistente, nella zona in cui il gioco si è mantenuto più a lungo, nel settore ar­tistico<strong>. L’eruzione si chiama Dada</strong>. «Le rappresentazioni dadaiste fecero risuonare negli ascoltatori l’istinto primi­tivo-irrazionale del gioco, che era stato sommerso», dice Hugo Ball. Sulla china fatale dello scherzo e della burla, l’arte doveva trascinare nella sua caduta l’edificio che lo spirito di serietà aveva eretto a gloria della borghesia. <strong>Di modo che il gioco assume oggi il volto dell’insurrezione. Il gioco totale e la rivoluzione della vita quotidiana ormai si confondono.</strong></p>



<p>Cacciata dall’organizzazione sociale gerarchizzata, la passione del gioco, abbattendola, fonda una società di tipo nuovo, una società della partecipazione reale. Senza pre­sumere di ipotecare ciò che sarà un’organizzazione di rap­porti umani aperta senza riserve alla passione del gioco, ci si può aspettare che presenti le caratteristiche seguenti:</p>



<p><strong>&#8211; rifiuto del capo e di ogni gerarchia;</strong></p>



<p><strong>&#8211; rifiuto del sacrificio;</strong></p>



<p><strong>&#8211; rifiuto del ruolo;</strong></p>



<p><strong>&#8211; libertà di realizzazione autentica;</strong></p>



<p><strong>&#8211; trasparenza dei rapporti sociali.</strong></p>



<p>Il gioco non può essere concepito né senza regole né senza che si giochi con le regole<strong>. Guardate i bambini</strong>. Essi conoscono le regole del gioco, se le ricordano benis­simo, ma barano continuamente, inventano o immagi­nano degli imbrogli. Tuttavia, per loro, barare non ha il senso che gli attribuiscono gli adulti. <strong>L’imbroglio fa par­te del loro gioco</strong>, essi giocano a barare, complici anche nelle loro dispute. Così essi ricercano un gioco nuovo. E talvolta questo riesce: si crea e si sviluppa un nuovo gio­co. Senza interromperne il flusso, essi ravvivano la loro coscienza ludica.</p>



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<p><strong>Non appena un’autorità si fissa rigidamente, diviene irrevocabile, si fregia di un’aura magica, il gioco finisce</strong>. Peraltro, la leggerezza ludica non va mai separata da uno spirito di organizzazione, con ciò che questo implica per disciplina. Ma anche se occorre un direttore dei giochi, in­vestito di un potere di decisione, questo potere non è mai dissociato dai poteri di cui ogni individuo dispone in modo autonomo, è anzi il punto di concentrazione di tutte le volontà individuali, il duplicato collettivo di ogni esigen­za particolare.</p>



<p>Il progetto di partecipazione implica dun­que una coerenza tale che le decisioni di ciascuno siano le decisioni di tutti. Sono evidentemente i gruppi numerica­mente deboli, le microsocietà, quelli che offrono migliori garanzie di sperimentazione. <strong>In essi, il gioco regolerà in modo sovrano i meccanismi di vita in comune, l’armo­nizzazione dei capricci, dei desideri, delle passioni</strong>. Tanto più che questo gioco corrisponderà al gioco insurrezionale condotto dal gruppo e reso necessario dalla volontà di vi­vere fuori dalle norme ufficiali.</p>



<p>La passione del gioco esclude il ricorso al sacrificio. Si può perdere, pagare, subire la lesse, passare un brutto quarto d’ora; è la logica del gioco, non la logica di una Causa, non la logica del sacrificio. Quando appare la no­zione di sacrificio, il gioco si sacralizza, le sue regole di­ventano dei riti<strong>. Nel gioco, le regole sono date insieme al modo di cambiarle e di giocare con esse.</strong></p>



<p><strong>Nel sacro, al contrario, il rituale non si lascia giocare, bisogna spezzarlo, trasgredire la proibizione</strong> (ma profa­nare un’ostia è ancora un modo di rendere omaggio alla Chiesa). <strong>Solo il gioco desacralizza, solo esso si apre a una libertà senza limiti. Esso è il principio del rovesciamento (<em>détournement</em>), la libertà di cambiare il senso di tutto ciò che serve il potere</strong>; la libertà, per esempio, di trasformare la cattedrale di Chartres in lunapark, in labirinto, in poli­gono di tiro, in paesaggio onirico&#8230;</p>



<p>In un gruppo imperniato sulla passione del gioco, gli impegni e i lavori noiosi potranno per esempio essere <strong>ri­partiti come penalità, in conseguenza di un errore o di una sconfitta.</strong> O, più semplicemente, riempiranno i tempi morti, una sorta di riposo attivo; il che, per contrasto, ren­derebbe la ripresa del gioco più eccitante. La costruzione di situazioni dovrà necessariamente fondarsi sulla dialet­tica della presenza e dell’assenza, della ricchezza e della povertà del piacere e del dispiacere, dove l’intensità di un tono stimola l’intensità dell’altro.</p>



<p>D’altra parte, le tecniche usate nel contesto del sacri­ficio e della costrizione perdono molta della loro efficacia. Il loro valore strumentale è infatti annullato dalla loro funzione repressiva; e la creatività oppressa diminuisce il rendimento delle macchine oppressive.<strong> Solo l’attrazio­ne ludica garantisce un lavoro non alienante, un lavoro produttivo.</strong></p>



<p>Il ruolo nel gioco non può concepirsi senza un gioco sul ruolo. Il ruolo spettacolare esige un’adesione; <strong>il ruolo ludico, al contrario, postula una distanza, una prospet­tiva dalla quale ci si scopre liberi e in gioco, alla manie­ra degli attori navigati che, nell’intermezzo fra due scene drammatiche, si scambiano delle battute scherzose.</strong> L’or­ganizzazione spettacolare non resiste a questo tipo di com­portamento. I <em>Fratelli Marx </em>hanno mostrato che cosa può diventare un ruolo quando il gioco prende il sopravvento. Purtroppo il loro è ancora un esempio recuperato, in que­sto caso dal cinema. Che cosa ne sarebbe di un gioco sui ruoli che avesse il proprio epicentro nella vita reale?</p>



<p>Se c’è chi entra nel gioco con un ruolo fisso, un ruolo serio, o costui è perduto, o corrompe il gioco. È il caso del provocatore. Il provocatore è uno specialista del gio­co collettivo. Ne possiede la tecnica ma non la dialettica.</p>



<p>Forse potrebbe anche essere in grado di tradurre le aspi­razioni del gruppo in maniera offensiva – il provocatore spinge sempre all’attacco – se non fosse per il fatto che, non essendo altro il suo tormento che quello di difendere il proprio ruolo, la propria missione, egli è per ciò stesso incapace di difendere l’interesse del gruppo. <strong>Questa incoe­renza fra l’offensivo e il difensivo prima o poi smaschera il provocatore, è causa della sua triste fine.</strong> Qual è il miglior provocatore? Il direttore di gioco che è diventato un capo.</p>



<p>Solo la passione del gioco è tale da poter fondare una comunità i cui interessi sono identici a quelli dell’indivi­duo. A differenza del provocatore, il traditore sorge spon­taneamente in un gruppo rivoluzionario<strong>.</strong> Egli appare ogni volta che la passione del gioco è scomparsa e che, al tempo stesso, il progetto di partecipazione è stato falsificato. <strong>Il traditore è un uomo che, non riuscendo a realizzarsi autenticamente nella forma di partecipazione che gli viene proposta, decide di «giocare» contro una tale partecipa­zione, non per correggerla, ma per distruggerla</strong>. Il tradi­tore è la malattia senile dei gruppi rivoluzionari. Tradire il gioco è il primo tradimento, quello che pone le basi per tutti gli altri.</p>



<p>Infine, generando la coscienza della soggettività radi­cale, il progetto di partecipazione accresce la trasparenza dei rapporti umani. Il gioco insurrezionale è inseparabile dalla comunicazione.</p>



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<p><br><br></p>
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