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	<title>cinema palestinese Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Rappresentare il genocidio: dal socialmediale al cinematografico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Jan 2026 11:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura Assoluta]]></category>
		<category><![CDATA[Fotografia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tutte le foto e i video che oramai chiunque, anche sotto assedio, può fare e disperdere, tramite i social, in quasi ogni angolo del mondo, rendono ogni atrocità l’immagine di quella atrocità. La rendono perciò immaginabile in quanto (immediatamente) rappresentata. Le guerre, gli stermini, avvengono in diretta. Da un lato queste immagini hanno ancora la forza di scatenare una reazione, non solamente emotiva ma anche di dissenso; dall’altro, la quantità di rappresentazioni e la frequenza con cui le vediamo ci hanno obiettivamente anestetizzato. Molto spesso, cioè, le impressionanti immagini che ci capitano sotto gli occhi non ci colpiscono più perché si collocano dentro una trasparenza assoluta, dove tutto è visibile, immediato e prosciugato di ogni significato contestuale.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>In <em>Immagini malgrado tutto</em> (2003),Georges Didi-Huberman scrive: «È la circolare di Rudolf Hòss, il comandante di Auschwitz, in data 2 febbraio 1943: “Segnalo una volta ancora che è vietato scattare foto nei dintorni del campo. Punirò severamente coloro che non rispettano quest’ordine”. Ma vietare significava arrestare un’epidemia di immagini che era già cominciata e non poteva più fermarsi: la sua espansione era sovrana come quella di un desiderio inconscio. Astuzia dell’immagine contro ragione nella storia: ovunque circolavano delle foto – queste <em>immagini malgrado tutto</em> – per le migliori e le peggiori ragioni. A cominciare dalle terribili inquadrature dei massacri commessi dagli <em>Einsatzgruppen</em>, immagini realizzate perlopiù dagli stessi assassini […]. Da un lato, quest’uso della fotografia sconfinava (privatamente) nella pornografia del massacro. Dall’altro, l’amministrazione nazista era talmente ossessionata dall’abitudine di registrare tutto – era un punto d’orgoglio, una specie di narcisismo burocratico – che tendeva a fotografare tutto quanto si faceva nel campo, benché lo sterminio degli ebrei nelle camere a gas restasse un “segreto di stato”».</p>



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<p>E invece, proprio il più grande segreto del piano nazista, quell’atto &#8211; si sarebbe detto &#8211; “inimmaginabile”, ha avuto una sua rappresentazione per mano degli stessi carnefici. Le famose quattro fotografie scattate da alcuni membri del <em>Sonderkommando</em> nell’agosto del 1944 nel campo di Auschwitz-Birkenau, «guardano all’inimmaginabile […] e lo confutano tragicamente». «L’invisibile si è <em>reso visibile</em> per sempre», ha scritto Maurice Blanchot.</p>


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</div>


<p><br>Citando Georges Bataille («l’immagine dell’uomo è inseparabile ormai da una camera a gas…»), Didi-Huberman aggiunge che parlare dell’uomo, oggi, significa fare di Auschwitz un «problema fondamentale per l’antropologia», in quanto «Auschwitz è inseparabile da noi». Ciò significa anche che la distanza tra realtà e immaginazione – per quanto concerne il <em>possibile tragico </em>dell’uomo – si assottiglia sempre di più</p>
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