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	<title>democrazia Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Gómez Dávila contro la democrazia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Feb 2025 10:49:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA['900 in fiamme]]></category>
		<category><![CDATA[Declino dell'Occidente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La vita è una fucina di gerarchie.<br />
La morte sola è democratica.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Cimentarsi nella stesura di una biografia di Ni­colás Gómez Dávila (1913-1994) è gesto inutile. <strong>Lesse, scrisse, morì</strong>. Potremmo riassumere così la sua esistenza terrena, e non faremo al colombiano torto alcuno. Ci sono vite che non si muovono né nello spazio né nel tempo, ma si svolgono verti­calmente, in <em>interiore homine</em>, consegnate a un’al­tra dimensione, impossibile da trascrivere in una pagina Wikipedia.</p>



<p>Lesse, scrisse, morì – come era sua ambizione del resto: «<strong>vivere una vita sempli­ce, silenziosa, discreta, tra libri intelligenti, aman­do poche persone</strong>». All’agiata infanzia bogotana segue la giovinezza parigina. Il soggiorno nella vecchia Europa – «un palazzo dove i domestici ci mostrano le sale vuote in cui vi furono feste me­ravigliose» – ne fa un continentale d’adozione. Il ritorno, da ventitreenne, alla città natia, coincide con la fondazione della propria biblioteca perso­nale – <strong>trentamila volumi</strong> che divengono il cuore pulsante della sua villa in stile Tudor al centro di Bogotà. Da Omero a Goethe, dai presocratici a Heidegger. Grande assente, invece, a riprova dell’insofferenza verso la contemporaneità, l’a­mico Gabriel Garcia Marquez, che pure ammet­teva: «Se non fossi comunista, penserei in tutto e per tutto come lui».</p>



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<p>Di salute cagionevole, riceve un’istruzione casalinga e non frequenta facoltà universitarie: «Quanto maggiore è l’importanza di un’attività intellettuale, tanto più ridicola è la pretesa di certificare la competenza di chi la eser­cita<strong>. Un diploma di dentista è degno di rispetto, uno di filosofo è grottesco</strong>». Rifiuta ogni incarico istituzionale (quello di ambasciatore a Londra, tra gli altri) e rifugge come la peste qualsiasi for­ma di attivismo politico («Essere utile alla società è un’ambizione, o una scusa, da prostituta»).<strong> Al ministero preferisce il monastero</strong> – benedettino, presso il quale apprende le lingue classiche. Di­sinteressato a titoli e ruoli, non promuove mai i suoi scritti, che saranno pubblicati in tiratura li­mitatissima, da regalare agli amici, su insistenza del fratello. <strong>Il matrimonio come unico evento di rilievo della sua vita privata</strong>. Muore, fra le spire di patologie cardiache, a ottantun anni, seppellito per sempre dalle proprie opere.</p>



<p>«Tutto è voluminoso in questo secolo, ma niente è monumentale» ha modo di scrivere Gómez Dáv­ila, e invece monumentale è la sua opera maggio­re<strong>, che abbiamo pubblicato con le nostre edizioni, in due tomi: <em>Escolios a un texto implicito</em></strong>. Oltre diecimila aforismi, glosse, scolii, note a margine di un testo che il lettore dovrà di volta in volta intu­ire. Libro non lineare ma concentrico, spiralifor­me, come un mandala.</p>



<p>Quando abbiamo scoperto Gómez Dávila siamo rimasti abbagliati. Qualcuno lo ha ribattezzato <strong>il Nietzsche delle Ande</strong>.<strong> Per noi era un Cioran battezzato. Ha il gusto della pro­vocazione</strong>, Don Colacho, come si faceva chiamare dagli amici, eppure è un tradizionalista. Conser­vatore di fronte ai progressisti ma reazionario con i conservatori. Aristocratico, perché amante del popolo. Ama la ricchezza ma destesta i ricchi, a loro preferisce i poveri ma disprezza la povertà. Credente, perché braccato dal dubbio. Cattolico eppure critico infervorato della Chiesa postconci­liare.</p>



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<p>Chi è il Dio di Nicolás Gómez Dávila? Non lo sapremo mai fino in fondo, ma pertiene all’e­sperienza individuale, quando «nel silenzio dei boschi, nel gorgoglio di una fonte, nella eretta so­litudine di un albero, nella forma stravagante di una roccia, l’uomo scopre la presenza di un’inter­rogazione che lo confonde. Dio nasce nel mistero delle cose». Questa «verticale irruzione del divi­no» si manifesta nel momento preciso in cui sen­tiamo che né la bruta naturalità, né la sola ragione soddisfano completamente i nostri bisogni. Gómez Dávila, come un «cacciatore di ombre sacre sulle colline eterne», cerca di moltiplicare l’eventuali­tà di questa irruzione: <strong>ogni sua frase ci mette di fronte alla nostra insoddisfazione cosmica, quindi alla possibilità che un Dio si manifesti. </strong>Passeggia­re nella sintassi gomezdaviliana vuol dire incorre­re a ogni giro di frase in un mistadello, qualcosa che custodisce una sacralità nascosta, mai piena­mente dispiegata e però sempre avvertita.</p>



<p>Il suo pensiero, infatti, che gioca «sulle antinomie della ragione, sullo scandalo dello spirito, sulle rottu­re dell’universo», è in costante movimento, segue geometrie astrali, si sposta non appena tentiamo di afferrarlo («la verità ha mille aspetti, l’errore è uno solo»). <strong>Leggere l’opera di Gómez Dávila vuol dire partecipare a una funzione religiosa</strong>. Ogni aforisma ha la grazia e la gravità di una formu­la dossologica, eppure, allo stesso tempo, ha uno slancio poetico, lo stesso che avrebbe, per osare un paragone lontanissimo, ma forse non così lon­tano, un gol nel calcio. Il gol, che per Pasolini è «sempre un’invenzione, è sempre una sovversione del codice: ogni gol è ineluttabilità, folgorazione, stupore, irreversibilità», il gol dicevamo si ripete sempre diverso nel campo dell’identico. La scrit­tura gomezdaviliana <strong>ha la stessa morfologia del gioco: è una liturgia che stupisce</strong>. Che poi è questa la morfologia di Dio, il modo assurdo in cui egli si rivela a noi o in cui noi lo invochiamo: sono man­tra, nenie, preghiere, rosari, lodi, inni o bestemmie persino. <strong>Ripetizioni intransigenti dell’identico</strong> – <strong>per scovare l’Altro</strong>. E così, pure, è il calcio: regno della regola e del regolamento, che però trova la sua ragion d’essere nell’imprevisto, nell’impreve­dibilità di ogni azione e di ogni conclusione. <strong>Senza la norma non c’è meraviglia</strong>. È questo il mistero di ogni estasi, che sboccia sempre nel perimetro sconvolto da un’infrazione.      <br></p>



<p>Ma che c’entrano Dio e il calcio con Gómez Dávila? Non lo sappiamo, eppure a leggere i suoi aforismi ci sentiamo come in una chiesa o in uno stadio, partecipi di un rituale che ci lascia atto­niti: quello <strong>di una tradizione che perennemente ci spiazza, di un principio che ci pareva supera­to ma che il fraseggio gomezdaviliano trasforma in una rete impossibile</strong>. L’opera di questo filosofo colombiano – impresentabile alla tavola progres­sista, inviso ai contemporanei, perché ci mette di fronte all’impossibilità di farla finita con qualsiasi discorso metafisico – è innanzitutto un luogo, me­glio una patria, di più un posto delle fragole, una festa dell’intelligenza, dove tutto è irrorato di una luce meridiana, e a cui torniamo nei momenti più bui e sconsolati, trascinati dalla risacca delle cose senza tempo.</p>



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<p>In esergo a tutte le nostre edizioni visibili ab­biamo apposto una sua sentenza: «<strong>abitare in ogni idea, per il tempo di un istante</strong>», eletta a bussola del nostro progetto editoriale. Non essere fedeli ad alcuna idea precisa, semmai ad un problema che ci assilla. Le idee vanno invece pedinate, in­seguite nei loro più assurdi risvolti, sempre con la consapevolezza che la vita sconfesserà ogni certezza, che «le idee ci tradiscono se non le tradia­mo noi per primi. Bisogna essere fedeli soltanto alla complessità delle cose».</p>



<p>Di seguito alcuni aforismi su un tema ricorrente nella produzione gomezdaviliana: la democrazia. Questo concetto è una delle porte di ingresso principali alla sua opera, che si può leggere come una lunga condanna alla modernità e ai suoi vizi, tra tutti quello di elevare la volontà umana a principio ultimo del reale, quella stessa volontà che crea a tempi alterni sia i parlamenti democratici che i regimi totalitari, entrambi si­stemi che il reazionario autentico vuole fuggire. Non è la negazione di qualsiasi tipo di potere al popolo, né l’imposizione dell’autorità di una sola classe sociale, <strong>ma l’elezione della volontà del­la maggioranza a principio di legittimazione di qualsiasi nefandezza.</strong> Quella di Gómez Dávila è un’aristocrazia dello spirito, laddove la vita stessa è una fucina di gerarchie, mentre «<strong>solo la morte è democratica</strong>».</p>



<p>E sono proprio queste gerarchie a salvare dalle ingiustizie, dal dispotismo delle pas­sioni, da una giurisprudenza che si sostituisce alle consuetudini e all’educazione. Anticamera alla barbarie, la democrazia, che non è malata, come si dice oggi, «ma è essa stessa il male», regna attra­verso astrazioni metafisiche eppure profane, con l’illusione di divinizzare l’uomo, concedendogli una non ben precisata libertà. Errore di valutazio­ne, quello di considerare la libertà un fine, invece che un mezzo, perché «chi la scambia per un fine quando la ottiene non sa che farsene».</p>



<p>Un’opera, quella di Gómez Dávila, in cui si respira finalmen­te un’aria tersa e pura, priva delle intossicazioni, degli automatismi contemporanei, quei tentativi mal dissimulati di <em>understatement </em>filosofici, <strong>per non scontentare nessuna categoria, nessuna mi­noranza, nessuna intelligenza, per essere da tutti immediatamente comprensibili, e da tutti applau­diti, pena la messa al bando dal mercato, giudi­ce ultimo della verità</strong>. Funziona così, oggi: «ogni sentimento nobile deve essere nascosto. Per non dare fastidio al democratico». Ma Gómez Dávila ha vissuto fuori dal mondo, tutto rivolto dentro se stesso, e nell’anima, fortunatamente, non ci sono parlamenti.</p>



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<p class="has-text-align-center">La vita è una fucina di gerarchie.<br>La morte sola è democratica.</p>



<p class="has-text-align-center">Il democratico in cerca di uguaglianza <br>passa la rasiera sull’umanità per ritagliare quello che eccede: la testa. <br>La decapitazione è il rito centrale <br>della liturgia democratica.</p>



<p class="has-text-align-center">Nelle democrazie, dove l’egualitarismo impedisce <br>che l’ammirazione guarisca la ferita <br>che la superiorità altrui incide nelle nostre anime, <br>prolifera l’invidia.</p>



<p class="has-text-align-center">L’invidia è l’ignobile sostituto democratico <br>dell’omaggio.<br><br>In una democrazia ogni verità <br>sembra un paradosso.</p>



<p class="has-text-align-center">Il politico democratico non adotta le idee <br>in cui crede bensì quelle che crede vincano.</p>



<p class="has-text-align-center">La burocrazia è uno di quei mezzi democratici <br>che si trasformano in uno dei suoi fini.</p>



<p class="has-text-align-center">“Anarchia feudale” è il soprannome <br>con cui il terrorismo democratico <br>denigra l’unico periodo di libertà concreta <br>che la storia abbia conosciuto.</p>



<p class="has-text-align-center">Il democratico attribuisce i propri errori alle circostanze. <br>Noi ringraziamo la casualità per i nostri successi.</p>



<p class="has-text-align-center">Al democratico non basta che rispettiamo ciò che egli vuol fare con la propria vita, <br>esige inoltre che si rispetti ciò che egli vuol fare con la nostra.</p>



<p class="has-text-align-center">L’intellettuale democratico può scegliere solo tra essere <br>domestico della borghesia o servo del proletariato.</p>



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		<title>Benvenuti nell&#039;&#8221;Illuminismo Oscuro&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Jan 2025 11:40:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>A dieci anni di distanza dalla pubblicazione suo "Illuminismo Oscuro", i pensieri di Nick Land sembrano ormai usciti allo scoperto, e invece di dirigere in modo solo sotterraneo l'agenda della destra reazionaria americana, sono ormai sempre più sovrapponibili all'attualità.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong><em>Una storia di codici incrociati</em></strong></p>



<p>(Capitolo estratto dal libro di Nick Land, &#8220;Illuminismo oscuro&#8221;, GOG Edizioni, 2019)</p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-f648c47d677af9afd98d1db573a68108"><br>La democrazia è l’opposto della libertà, pressoché innata al processo democratico è la tendenza a una minore libertà invece che a una maggiore, e la democrazia non è qualcosa da aggiustare. La democrazia è intrinsecamente guasta, come il socialismo. L’unico modo di ripararla è romperla. — Frank Karsten</p>



<p class="has-vivid-purple-color has-luminous-vivid-amber-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-f14fa872d436bca736b0c6dc0fe0ae06"><br>Lo storico della scienza Doug Fosnow ha invocato una secessione delle contee rosse degli USA da quelle blu, a formare una nuova federazione. La platea ha accolto l’idea con molto scetticismo, notando come la federazione rossa praticamente non avrebbe avuto sbocco sul mare. Doug pensava davvero che una simile secessione fosse possibile? No, ha ammesso allegramente, ma qualsiasi cosa sarebbe meglio di una guerra razziale che lui ritiene probabile, ed è dovere degli intellettuali inventarsi una qualche possibilità meno orribile. — John Derbyshire</p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-87ddc9dbc39c9fe386c89943be5601c7"><br>Quindi piuttosto che di una riforma dall’alto verso il basso, alle attuali condizioni la strategia deve essere quella di una rivoluzione dal basso verso l’alto. In prima istanza, la realizzazione di questa intuizione sembrerebbe rendere impossibile il compito di una rivoluzione sociale liberal-libertaria: non è forse implicito che bisogna persuadere la maggioranza del pubblico a votare per l’abolizione della democrazia e porre fine a tassazioni e legislazioni? E non è questa una pura fantasia, dato che le masse sono sempre ottuse e indolenti, e dato che la democrazia, come appena detto, promuove la degenerazione morale e intellettuale? Come si può pretendere che la maggioranza di un popolo sempre più degenerato e abituato al diritto di voto rinunci volontariamente all’opportunità di saccheggiare la proprietà altrui? Messa così, si deve ammettere che la prospettiva di una rivoluzione sociale deve essere considerata praticamente nulla. Piuttosto, è solo in seconda istanza, considerando la secessione come parte integrante di qualsiasi strategia dal basso verso l’alto, che il compito di una rivoluzione liberal-libertaria appare meno che impossibile, anche se rimane scoraggiante. — Hans-Hermann Hoppe</p>



<p><br>Concepita in via generale, la modernità è una condizione sociale definita da una tendenza di base, che possiamo riassumere nei tassi di crescita economica sostenuti che eccedono gli incrementi della popolazione, e segnano così una fuga dalla storia normale, ingabbiata nella trappola malthusiana. </p>



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<p>Quando, nell’interesse di una valutazione spassionata, l’analisi è limitata nei termini di questo modello quantitativo essenziale, essa sostiene la sottodivisione nelle componenti di crescita positive e negative della tendenza: <strong>da un lato, i contributi tecnico-industriali (scientifici e commerciali) all’accelerazione dello sviluppo, e, dall’altro, le contro-tendenze sociopolitiche verso l’acquisizione del prodotto economico per via di interessi speciali di rendita potenziati in via democratica (demosclerosi).</strong> Quel che il liberalismo classico dà (rivoluzione industriale), il liberalismo maturo lo toglie (per via del parassitario assistenzialismo di Stato). In termini di geometria astratta, descrive una curva a S autolimitante fuori controllo.</p>



<p><br>Concepita in via particolare, come singolarità, o cosa reale, la modernità ha delle <strong>caratteristiche etno-geografiche</strong> che complicano e qualificano la sua purezza matematica. Veniva da qualche altra parte, si è imposta con maggiore ampiezza e ha condotto i vari popoli del mondo entro una <strong>varietà straordinaria di nuove relazioni</strong>. Queste relazioni erano tipicamente moderne se comportavano uno straripamento dei precedenti limiti malthusiani, consentendo l’accumulazione di capitale e avviando nuove tendenze demografiche, ma mettevano insieme gruppi concreti piuttosto che funzioni economiche astratte. </p>



<p>Quantomeno in apparenza, quindi, la modernità era qualcosa <strong>fatta da gente di un certo tipo con (e non di rado a – o anche contro) altre persone, visibilmente diverse da loro</strong>. Nel momento in cui vacillava sul declivio della curva a S, a inizio Novecento, <strong>la resistenza ai suoi tratti generici (alienazione capitalistica) era diventata quasi del tutto indistinguibile dall’opposizione alla sua particolarità (imperialismo europeo e supremazia bianca)</strong>. Come conseguenza inevitabile, l’autoconsapevolezza modernista del nucleo etno-geografico del sistema è scivolata verso il panico razziale, in un processo che è stato arrestato solo dall’ascesa e dall’immolazione del Terzo Reich.</p>



<p><br>Data la<strong> tendenza intrinseca della modernità a degenerare o auto-cancellarsi</strong>, si aprono<strong> tre ampie prospettive.</strong> Che non sono strettamente esclusive, e quindi non si tratta di vere alternative, ma a scopi schematici è utile presentarle come tali.</p>



<p><br><strong>(1) Modernità 2.0.</strong> La modernizzazione globale è rinvigorita da un<strong> nuovo nucleo etno-geografico</strong>, liberato dalle strutture degenerate del suo predecessore eurocentrico, ma senza dubbio costretto a confrontarsi con tendenze di lunga durata di carattere altrettanto mortuario. Questo è di gran lunga lo scenario più incoraggiante e plausibile (da una prospettiva filomodernista) e se <strong>la Cina </strong>rimane anche solo approssimativamente sul suo sentiero attuale esso sarà di sicuro realizzato. (L’India, purtroppo, sembra essere andata troppo oltre nella sua versione autoctona della demosclerosi per poter competere sul serio).</p>



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<p><br><strong>(2) Postmodernità</strong>. Considerando essenzialmente una <strong>nuova era oscura</strong>, in cui i limiti malthusiani si impongono di nuovo e in maniera brutale, questo scenario presume che la Modernità 1.0 abbia globalizzato radicalmente la proprio morbilità e che<strong> l’intero futuro del mondo collasserà</strong> su questo punto. È quel che succederà<strong> nel caso vinca la Cattedrale</strong><sup data-fn="1901a3ff-3020-4d99-ae9f-498f0332904a" class="fn"><a id="1901a3ff-3020-4d99-ae9f-498f0332904a-link" href="#1901a3ff-3020-4d99-ae9f-498f0332904a">1</a></sup>.</p>



<p><br><strong>(3) Rinascimento dell’Occidente</strong>. Per rinascere è prima necessario morire, quindi più duro sarà il riavvio forzato e meglio sarà. Crisi e disintegrazione globali offrono le migliori probabilità (più realisticamente come sotto-tema all’opzione n. 1).</p>



<p><br>Siccome la concorrenza fa bene, <strong>un pizzico di Rinascimento dell’Occidente renderebbe il tutto più vivace</strong>, anche se – come è più probabile –<strong> l’autostrada principale per il futuro sarà la Modernità 2.0.</strong> Questo dipende dall’eventualità che l’Occidente riesca a fermare e rovesciare quasi tutto quel che è stato fatto nell’ultimo secolo, a parte le innovazioni scientifiche, tecnologiche e d’impresa. È consigliabile mantenere la disciplina retorica entro modalità strettamente ipotetiche, perché la possibilità di ognuna di queste cose è a tinte vivacemente incredibili:</p>



<p><br>(1) Sostituzione della democrazia rappresentativa con il <strong>repubblicanesimo costituzionale</strong> (o meccanismi governativi anti-politici ancora più estremi).</p>



<p><br>(2) <strong>Massiccio ridimensionamento del governo</strong> e suo rigoroso confinamento alle funzioni principali (al massimo).</p>



<p><br>(3) <strong>Ripristino della moneta forte</strong> (in metallo prezioso e certificati aurei) e <strong>abolizione delle banche centrali.</strong></p>



<p><br>(4) <strong>Smantellamento della discrezionalità monetaria e fiscale statale</strong>, quindi abolizione di fatto della macroeconomia e liberazione dell’economia autonoma (o catallattica) (questo punto è ridondante giacché segue rigorosamente dal 2 e dal 3, ma è il vero obiettivo quindi vale la pena sottolinearlo).<br>C’è di più – o meglio, c’è <strong>meno politica</strong> – ma è già assolutamente chiaro che nulla di tutto ciò si verificherà a meno di <strong>un esistenziale cataclisma di civiltà</strong>. Chiedere ai politici di limitare i propri poteri è inutile, ma non c’è niente che sta andando anche solo remotamente nella giusta direzione. Questo, comunque, non è nemmeno il più ampio o il più profondo dei problemi.</p>



<p><br>La democrazia potrebbe anche cominciare come meccanismo procedurale, difendibile per limitare il potere governativo, <strong>ma si sviluppa velocemente e inesorabilmente in qualcosa di abbastanza diverso: una cultura del furto sistematico</strong>. Non appena i politici hanno imparato a comprare il sostegno politico con i fondi pubblici e hanno spinto gli elettori ad abbracciare saccheggi e corruzione, il processo democratico si riduce alla formazione di quelle che Mancur Olson chiama coalizioni distributive – maggioranze elettorali <strong>messe assieme dal comune interesse per un modello di furto collettivamente vantaggioso</strong>. Ancor peggio, giacché la gente è in media poco brillante, la scala di predazione disponibile all’establishment politico eccede di gran lunga il folle saccheggio che si spalanca al controllo pubblico. Saccheggiare il futuro, attraverso l’indebolimento della valuta, l’accumulazione del debito, la distruzione della crescita e il ritardo tecnico-industriale è assai facile da occultare, e quindi <strong>affidabilmente popolare</strong>. La democrazia è essenzialmente tragica perché fornisce al popolino un’arma con cui distruggersi, un’arma che è sempre maneggiata e adoperata volentieri. Nessuno dice mai di no quando la roba è gratis. E quasi nessuno vede che non esiste roba gratis. La totale rovina culturale ne è la conclusione necessaria.</p>



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<p><br>Nella fase finale della Modernità 1.0, <strong>la storia americana diventa la narrazione maestra per il mondo</strong>. È lì che il grande vettore culturale abramitico culmina nel <strong>neo-puritanesimo secolarizzato della Cattedrale</strong>, in quanto fonda la Nuova Gerusalemme a Washington DC. L’apparato degli intenti messianico-rivoluzionari si consolida nello Stato evangelico, il quale è autorizzato con ogni mezzo necessario a instaurare un nuovo ordine mondiale di fraternità universale nel nome dell’eguaglianza, dei diritti umani, della giustizia sociale e – soprattutto – della democrazia. <strong>L’assoluta fiducia morale della Cattedrale</strong> <strong>sottoscrive la ricerca entusiasta di uno smodato potere centralizzato</strong>, ottimamente illimitato nella sua intensa penetrazione e nella sua vasta portata.</p>



<p><br>Con un’ironia ignota alla stessa progenie dei cacciatori di streghe, <strong>l’ascesa a vette precedentemente mai raggiunte di potere politico di questa coorte strabica di tetri fanatici moralisti coincide con la discesa della democrazia di massa a profondità di avida corruzione mai immaginate prima</strong>. Ogni cinque anni l’America ruba se stessa da se stessa, e si rinchiude da sola in cambio di sostegno politico. Questa cosa della democrazia è facile – voti soltanto il tipo che ti promette più cose. Qualsiasi idiota potrebbe riuscirsi. <strong>Gli idioti le piacciono veramente</strong>, li tratta con apparente gentilezza e fa di tutto per sfornarne di più.</p>



<p><br>L’inarrestabile tendenza della democrazia alla degenerazione presenta un motivo implicito di reazione. Dal momento che ogni soglia importante del progresso socio-politico ha condotto la civiltà occidentale verso la totale rovina, ricostruirne i passi suggerisce di <strong>tornare indietro da una società del saccheggio a un ordine più antico di fiducia in se stessi, industria e scambio onesti, apprendimento pre-propagandistico e auto-organizzazione civica</strong>. Le attrattive di questa visione reazionaria sono evidenziate dalla popolarità della moda, dei simboli e dei documenti costituzionali del Settecento tra la sostanziale minoranza (Tea Party) che vede chiaramente il corso disastroso della storia politica americana.</p>



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<ol class="wp-block-footnotes"><li id="1901a3ff-3020-4d99-ae9f-498f0332904a">La Cattedrale è un’espressione ricorrente nel lessico dei neoreazionari. Per loro è la sede del vero potere politico degli Stati Uniti, è una meta-istituzione, un complesso mediatico-accademico-giornalistico composto da Università come Harvard, alte scuole della Ivy League, stampa e media mainstream e occupato, secondo Moldbug, da una classe sociale di “bramini del politicamente corretto”, di cui il termine Cattedrale è quasi un sinonimo, che vive e lavora per predicare i valori democratici, universalisti e progressisti alle masse, per imporre le idee accettabili e detenere il monopolio della verità storica. Yarvin adotta il termine Cattedrale perché a suo dire il progressismo è una sorta di religione, gestita da un’élite culturale di sinistra, ma in parte anche repubblicana, che non consentirebbe ai neoreazionari di esprimere le loro opinioni e perciò di “uscire” dalla democrazia. <a href="#1901a3ff-3020-4d99-ae9f-498f0332904a-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 1">↩︎</a></li></ol><p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/benvenuti-nellilluminismo-oscuro/">Benvenuti nell&#039;&#8221;Illuminismo Oscuro&#8221;</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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