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	<title>Donne Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Grazie al cielo c&#8217;era Sex and the City</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Sep 2025 09:26:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La serie, rivedendola oggi, è una cartina tornasole anche di come siamo cambiati noi, la percezione dei rapporti col nostro corpo e quelli sessuali/sentimentali.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/grazie-al-cielo-cera-sex-and-the-city/">Grazie al cielo c&#8217;era Sex and the City</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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<p>C’era una volta un mondo pre-social, un decennio ubriaco d’entusiasmo alle soglie del nuovo millennio, con un clima salubre da politicamente scorretto, dove tutti siamo stati felici per un po’… e poi c’eravamo noi, troppo piccoli per essere figli dell’atomica, ma abbastanza grandi per vedere come il millennium bug sarebbe stato il primo fake a incularci.</p>



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<p>Ogni favola inizia con ‘C’era una volta’, <strong>esattamente come quella di <em>Sex and the City</em> che iniziava con un articolo di Carrie Bradshaw (Sarah Jessica Parker) di fronte all’indimenticabile finestra in una fittizia quanto famosa 245 E 73rd Street </strong>(in realtà 64 Perry Street).</p>



<p>Era il 6 giugno del 1998 e la serialità televisiva stava per essere sconvolta da quello che, inizialmente, sembrava di più uno studio socio-antropologico sessuale che un semplice telefilm. Solo <em>Dream On</em>, nel 1990 (dagli stessi creatori di <em>Friends</em>), aveva parlato, o provato a parlare di sesso in maniera diversa, ma il protagonista era, ahinoi, sempre un uomo.</p>



<p>In <em>Sex and the City</em>, ben prima e in modo realmente progressista per buona pace delle <em>Girls</em> di Lena Dunham, era una donna over 30 e le sue tre amiche, tutte e quattro donne benestanti e in carriera, che parlavano di sesso a un pubblico inizialmente perplesso ed ignaro di cosa pensassero le donne sul sesso e le relazioni alla fine del secolo.</p>



<p>Ispirato inizialmente dalla rubrica di Candace Bushnell, <em>Sex and the City</em> ha preso vita propria, basandosi anche sulle esperienze degli sceneggiatori, parlando direttamente al pubblico (almeno durante la prima stagione), rompendo la quarta parete, e <strong>portando donne e uomini a riflettere sulle rispettive similitudini e differenze. </strong>Se le donne possono fare sesso “come gli uomini” ossia senza sentimenti (vedi Samantha Jones, interpretata da Kim Catrall), gli uomini sono capaci d’innamorarsi e alcune donne no, come confessa nel primo episodio Mr. Big (Chris Noth, depennato subito dal reboot per accuse di molestie) a una ancora acerba Carrie che non si era mai innamorata. <strong>Per la prima volta erano i corpi degli uomini ad essere reificati, denudati, soppesati, giudicati, derisi anche, ma non le donne</strong>, infatti SJP non ha mai voluto fare una scena di nudo che fosse parziale o integrale.</p>



<p>Al suo meglio, <em>Sex and the City</em> ha rappresentato un ponte comunicativo tra uomini e donne, una simpatica e preziosa auto-analisi su come le donne possono e vogliono vivere la sessualità, come i sentimenti, e il tutto tramite quattro modelli di donne che, inizialmente, non apparivano mai stereotipate, e non dico che questo bastasse a tutte noi per identificarci in una solo di loro o tutte, ma erano comunque una traccia, un insieme di coordinate per muoversi in uno territorio ancora sconosciuto, soprattutto quando cresci in provincia e non puoi parlare di pompini perché, in automatico, diventi la zoccola del paesello.</p>



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<p>La serie ha rappresentato davvero qualcosa. Ha aiutato la gentrificazione del West Village? Sì. Ha portato una marea di povere mentecatte ingenue a NY per cercare l’amore? Certo, ma <em>SATC</em> come ogni prodotto di successo ha sempre la sua fan base ipertossica.</p>



<p>È stata la serie che non aveva bisogno di un revival/sequel inclusivo, perché mia cara gen Z, ebbene sì, <em>Sex and the City </em><strong>era già inclusivo prima che i rompicoglioni woke o pseudo tali nascessero, o decidessero di monetizzare col politicamente corretto</strong>.</p>



<p>Generi non binari, coppie interraziali, trans, matrimoni gay, adozioni gay, il reddito di singletudine, il sesso anale, il sesso promiscuo, la paura dell’AIDS, i pompini, il rimming, le orge, i tradimenti, la crisi del maschio contemporaneo, il razzismo, gli europei visti come eurotrash o snob intellettuali, la bellezza come arma per progredire nella vita, il femminismo di terza generazione, i feticisti, le persone emotivamente non disponibili, drag queen, drag king, escort, tumori o malesseri che dir si voglia, casi umani, narcisisti manipolatori, milf, gilf, cougar, toy boy, esibizionisti, eiaculatori precoci, madri castranti, figure paterne mancanti, love bombing, gaslighting, rapporti tossici, uso di droghe, aborti… Carrie, Miranda (Cynthia Nixon), Samantha e Charlotte (Kristin Davis) si muovevano già a cavallo tra gli anni novanta e gli anni zero nel campo minato delle relazioni umane, in un luogo come Manhattan dove il futuro, o quel presente che stiamo conoscendo noi adesso, era già concreto, palpabile e vivibile. In Italia, dove la serie è arrivata solo nel 2000, mentre Carrie s’innamorava di Mr. Big e correva per la città sulle sue Manolo Blahnik, noi ragazzine (forse Xennials forse Millennials a seconda della sbornia del sociologo di turno) nei bagni delle medie parlavamo dei jeans come scudi antistupro, e solo da una manciata di anni, nel ’96, lo stupro era diventato un reato vero e proprio.</p>



<p>In un’epoca, questa, dove la gente per eccitarsi guarda video di prolassi anali e dove già prima del primo appuntamento ti chiedono se la prossima volta potrebbe andarti bene una cosa a 3/4/5/6 e, perché no, forse simulare uno stupro di gruppo, per la gen Z e l’attuale gen Alpha parlare di sesso anale o averne paura, come Charlotte nell’episodio quattro della prima stagione, può risultare ingenuo, infantile, quasi surreale. Eppure, al contempo, queste generazioni credono che avere un cazzo di 17/18 cm rappresenti un problema (poveri <em>minus habentes</em>), completamente traviate da una pornografia d’accatto, inconsapevoli di cosa fosse l’erotismo, la filmografia di Salieri o la saga di Concetta Licata.</p>



<p><strong>La serie, rivedendola oggi, è una cartina tornasole anche di come siamo cambiati noi, la percezione dei rapporti col nostro corpo e quelli sessuali/sentimentali</strong>; a ripensare a un personaggio come Barkley, quello che nella prima stagione si scopava solo le modelle e le filmava senza consenso, la cosa potrebbe sapere di probabile materiale da revenge porn quanto di anti-body inclusivity. Io sono nata nel 1986, perciò ho seguito <em>SATC</em> dai miei 14 ai 18 anni. Rivedendo le repliche negli anni successivi, la mia amata Carrie Bradshaw era sempre meno perfetta, più complessa, a tratti detestabile, così come le altre, e a mano a mano che accumulavo esperienze sessuali, sentimentali, di convivenza, mesi o anni da single, di incontri <em>de visu</em> o tramite app di dating, mi rendevo conto di quanto avesse ragione Mr. Big e di quanto fossero dannosi e ambigui personaggi come Aidan (John Corbett) o le stesse protagoniste, ma il bello di <em>SATC</em> sta proprio nei personaggi detestabili perché umani.</p>



<p>Negli Stati Uniti hanno creato un sito contro Carrie Bradshaw, ma senza andare troppo lontano basta aprire una qualsiasi discussione sulla pagina Reddit della serie per capire, a farsi alterne, quanto siano odiate queste quattro amiche e ben prima del reboot indegno iniziato da tre anni e che si concluderà, finalmente, il 15 agosto.</p>



<p>Michael Patrick King scrivendo le ultime due puntate, ha capito che era il momento di chiudere, definitivamente si spera, l’arco narrativo di Carrie, Miranda e Charlotte (la compiantissima Samantha apparsa solo in un cameo nella prima stagione di <em>And Just Like That</em>).</p>



<p>La bellezza di <em>SATC</em> è che in poco meno di mezz’ora ti lasciava una qualche forma di riflessione tra le risate e l’eccitazione, <em>AJLT,</em> nel suo essere dramedy da 40 minuti e passa (dove l’accento sta sul drama, scritto all’americana), sembra copiare in forma esasperatamente woke <em>Girls</em> che, a sua volta, non sarebbe mai nato senza <em>SATC</em>. Un po’ come quando <em>I Simpson</em> si sono ridotti a copiare <em>Family Guy</em> (<em>I Griffin</em>) diventando una parodia di se stessi. Il risultato di queste tre stagioni è stato così imbarazzante da portare King a fare dell’autoironia; nell’episodio dove Miranda si rivela fan di un programma trash simile a <em>Love Island</em> (da noi è durata solo una stagione) perché adora fare dell’<em>hate-watching</em>. Ok, autoironia per i bassi ascolti e le continue critiche, ma anche una frecciata verso i detrattori di questa serie.</p>



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<p>C’è chi scrivendo di <em>SATC</em> ha parlato di Carrie come la prima antieroina delle serie TV, e in un certo senso chi ha odiato <em>AJLT</em> ha continuato a seguirlo proprio per l’<em>hate-watching</em> che non è di per sé una cosa del tutto negativa: intanto molti fan non volevano la conclusione della serie, ma chiedevano semplicemente una scrittura migliore, che fosse all’altezza della sorella maggiore <em>SATC</em>, altri, invece, ne volevano ancora, un po’ come nei primi anni zero si bazzicavano siti come Rotten per schifarsi e continuare a bearsi di quello schifo.</p>



<p><strong>I livelli di cringe di questo sequel/reboot o come volete chiamarlo, sono tanti, forse troppi</strong>: da Mr. Big che nel primo episodio viene forzato a toccarsi guardando Carrie, la relazione di Miranda con Che Diaz (Sara Ramirez) dove Miranda sembra una morta di fica, o rimanendo in tema masturbazione maschile, quando Aiden nascondendosi nel furgoncino si lecca il palmo della mano per avere meno frizione col cazzo.</p>



<p>Forse solo la stagione cinque di <em>SATC</em> ha quasi raggiunto quei livelli o quando Carrie stalkera Mr. Big in chiesa con sua madre.</p>



<p>Se Carrie provvedeva ben poco ad alimentare il Sex nel titolo della serie<strong>, ci ha sempre mostrato, però, l’altro grande e silenzioso protagonista, trattato con lo stesso amore che le ha sempre riservato Woody Allen: New York</strong>. Questa (non) città, questa Babele insofferente ai provinciali che tutti accoglie e che ha accolto, in <em>AJLT</em> non è quasi pervenuta: non ci sono più le passeggiate di Carrie, i locali assurdi che ‘hanno la vita di un moscerino’, ma solo party di ultra lusso, un perenne MET Gala per qualsiasi scoreggia o rutto emesso dalle tre anti-eroine, più le loro nuove amiche come Seema (Sarita Choudhury, che dovrebbe sostituire Samantha) e Lisa (Nicole Ari Parker) una documentarista che non ha alcun senso, funzione o caratterizzazione psicologica abbastanza sfaccettata da renderla interessante. Lisa gira con queste collane statement, da donna di successo, facendoci notare l’ennesimo elefante nella stanza: la moda.</p>



<p>La moda in <em>SATC</em> (se escludiamo l’ultimo episodio della sesta stagione) aveva fatto scuola, mischiando alta moda, vintage, abbigliamento accessibile (sempre meno andando avanti) e citazionismo, e che vi piaccia o meno Carrie era davvero una icona da seguire. In <em>AJLT </em>ritorniamo al discorso parodia, quasi che Carrie e le altre avessero la santa intenzione di apparire sulla pagina di Instagram ‘Humans of New York’, esagerando letteralmente, rischiando il ricovero coatto <em>à la</em> Frances Farmer. Quanto ci sarebbe da dire contro questa nuova serie, partendo dalle figlie di Charlotte o Brady (Niall Cunningham), il figlio di Miranda e Steve, che avrebbero dovuto portare noi vecchi fan come i nuovi, verso la sessualità vista dalla gen Alpha come della ormai superata gen Z. Forse le nuove generazioni non scopano? Visto che dopo il primo quarto di secolo ci siamo liberati dell’emozioni e dei sentimenti, i vostri figli non sanno gestire un ‘no’, figurarsi una relazione con tutto quello che comporta in termini umani ed emotivi; sarebbe stato, a ogni modo, interessante vedere questi ragazzi tra i 14 e i 20 anni, questi giovani contrari alle pastoie del genere, ma al contempo così pieni di etichette e definizioni da essersi incastrati tra migliaia di paletti linguistici, come si relazionano al sesso o a quegli scarabocchi confusi che chiamano relazioni sentimentali.</p>



<p>Niente, neanche questo. Solo una Charlotte che pare totalmente lobotomizzata con problemi da prima mondo e Carrie, e qui forse l’unica cosa interessante, alle prese col suo grande vero amore, l’approdo emotivo che ci è sempre stato per lei dopo mille delusioni amorose: il piccolo appartamento? No. Le scarpe? No. New York? No.</p>



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<p>La scrittura.</p>



<p>Carrie in questa stagione si scopre scrittrice e per la prima volta si cimenta nella fiction (ovviamente con rimandi a se stessa), e non nel racconto delle sue avventure sessuali o sentimentali. Il suo nuovo vicino di casa e possibile amante, lo scrittore scorbutico Duncan (Jonathan Cake) vede Carrie per quello che è, fondamentalmente (no, non una stronza egoriferita), una scrittrice.</p>



<p>Paul Auster scriveva ‘alcune storie capitano solo a chi sa raccontarle’.</p>



<p>Bene, seppure Carrie e socie abbiano creato negli anni una probabile fanbase di carampane annoiate, che hanno speso i pochi soldi che avevano per un tour di <em>SATC</em>, che identificano i tumori della loro vita coi fidanzati di Carrie, che vantano di avere avuto anche loro un Mr. Big e di averlo domato… al contempo Sex and the City ha raccontato, con tutti i difetti di scrittura o di formato del caso, cosa significasse essere una donna alla fine del millennio: ci ha rassicurato che se ci piace far pompini non siamo troie, che se un uomo non ti vuole può non volerti dopo averci scopato la prima sera come alla decima, che i single sono davvero discriminati dalle coppie, che stare in una relazione non significa sconvolgersi ma raggiungere dei compromessi, che non siamo meno donne se decidiamo di non avere figli, che tutti ci giudichiamo a vicenda e che forse non è sempre un male il giudizio, che mangiare da sole in un locale non è un reato, che non si è mai troppo vecchi per cambiare vita, che possiamo amare dei personaggi pur con migliaia di difetti come già facciamo con le persone della nostra vita, che anche le donne possono essere tossiche quanto gli uomini, e che seppur viviamo ‘nell’epoca dell’anti-innocenza’ esiste e resiste ancora qualche relitto del Novecento che crede nell’amore, e se quell’amore l’ha perso, crede ancora nel potere salvifico dell’arte.</p>



<p>E che Mr. Big ha sempre avuto ragione.</p>



<p>P.S.: Anthony (Mario Cantone) dovendo sostituire Stanford (Willie Garson, scomparso nel 2021), ha regalato a noi fan le poche scene comiche di AJLT, soprattutto quando il giovane fidanzato Giuseppe (Stefano Pigazzi) vede il suo coinquilino farsi una sega su un burattino che ha il suo stesso viso.</p>



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		<title>Make Incel and Transfeminism punk again</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Jul 2025 11:08:22 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Surrealismo Capitalista]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In un 2025 liscio, ottimizzato, dove anche il dissenso è un prodotto da playlist, il caos implosivo o iper-attivo di questi movimenti è l’unico graffio rimasto sulla superficie di cristallo di un presente sempre più finto. Incel e Transfemministe radicali sono i punk di fine mondo, che ballano non sulle macerie, ma sul sesso dell’uomo e della donna»</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Tra i primi punk vi era una frangia nichilista che non faceva un cazzo, non beveva, non si drogava, era talmente antisistema da rifiutare una contaminazione con i paradisi artificiali. <strong>Il vero punk è grazia, purezza, rozzezza sdrucita</strong>, di vestiti non esageratamente punk, quella è Vivienne Westwood, quello è come vi è stato venduto il punk.</p>



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<p><br>Il &#8220;non fare un cazzo&#8221; non è apatia, ma rifiuto attivo e provocatorio di partecipare agli aspetti più ovvi e consumistici della ribellione giovanile contemporanea (anni &#8217;70). Mentre altre controculture (hippie, psichedelia) cercavano paradisi artificiali attraverso droghe, alcol o misticismo per evadere o contestare il sistema, <strong>i primi punk rifiutavano persino queste forme di evasione e alterazione.</strong></p>



<p><br>La loro ribellione stava proprio nella negazione assoluta: <strong>i punk non offrivano un&#8217;alternativa costruita (come le comuni hippie), ma si ponevano come vuoto, assenza, rifiuto puro (&#8220;grazia, purezza&#8221;).</strong> Il loro essere antisistema era così integrale e spinto all&#8217;estremo che respingeva qualsiasi strumento utilizzato non ritualmente, ma solo come divertimento (come l&#8217;ubriacarsi o il drogarsi) e che potesse essere visto come una forma di dipendenza, di evasione illusoria o, peggio, di commodity assimilabile dal mercato o dal &#8220;sistema&#8221; stesso.</p>



<p><br>Il loro &#8220;non fare&#8221; era quindi un atto di purezza nichilista: la contestazione più radicale possibile, che consisteva nel non partecipare nemmeno alle forme tradizionali (o commercializzate) di dissenso, rimanendo nella loro &#8220;rozzezza sdrucita&#8221; autentica e non spettacolarizzata. Era un rifiuto di essere cooptati.</p>



<p>Ora, benvenuti nel punk del 2025, amici miei. Non cercate creste iodate o giubbotti borchiati. <strong>Cercate occhiaie digitali e sguardi iperfocalizzati su schermi che riflettono un vuoto cosmico</strong>. Cercate tute arcobaleno olografiche e droni da sorveglianza patriarcale in miniatura.</p>



<p><br>Sì, perché l’ultimo grido della ribellione in questo pantano post-tutto ha due facce della stessa medaglia: gli Incel e le Femministe di Quinta Ondata, sono il vero punk oggi.</p>



<p>Gli Incel veri Punk del fallimento totale. Immaginate Johnny Rotten, ma senza energia, senza sesso, senza speranza. Solo un ronzio costante di risentimento e un’ossessione per metriche corporee decodificate da forum oscuri, esoterici, quasi stregoneschi. Sono i nuovi reietti, gli scarti della macchina dell’iper-connessione. È la loro ribellione. Un’implosione monumentale.</p>



<p><br>Non sputano in faccia al sistema, ci annegano dentro, perché il vero punk è uno spleen rabbioso e depresso.</p>



<p><br>Li trovi non più in bar maleodoranti, lì ora ci stanno i fighetti che fanno i punk perfettamente inseriti dal sistema, il loro attimo di ribellione dura il tempo dei vari step: matrimonio fallimentare, aziendetta di famiglia che sfonda il muro del suono dei debiti, start-up creativa, ritiro nella tenuta di famiglia a fare l’olio.</p>



<p><br>Il vero cyber punk sta nei &#8220;covi&#8221; digitali: <strong>Discord, Telegram, quelle cloache dove l’aria è catrame</strong>.</p>



<p><br>Ascoltano hyperpop distorto con bassi che simulano battiti con testi indie cinici. La loro estetica è un &#8220;normcore disfunzionale&#8221;: felpe grigie da 20 euro, occhi vitrei fissi su streamer che urlano teorie sul &#8220;mercato sessuale&#8221; come fossero analisi di borsa.</p>



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<p><br>Il loro &#8220;fuck you&#8221; alla società è un gigantesco &#8220;fuck me&#8221; esistenziale. Sono punk perché hanno fatto del fallimento personale una trincea, una bandiera strappata.</p>



<p><br>Non vogliono cambiare il mondo, vogliono che il mondo riconosca la loro sofferenza come l’unica verità sacra. E in questo nichilismo digitale, questo rifiuto di qualsiasi logica di &#8220;riscatto&#8221; o &#8220;positività tossica&#8221;, c’è un’amara, sgradevole purezza.</p>



<p><br>Sono la distorsione finale del sogno capitalista dell’individuo: atomi isolati che implodono in silenzio, che illuminano un’esistenza disperata, nel buio romantico della loro stanzetta.</p>



<p>Le Femministe di Quinta Ondata: sono invece cyberpunk con il vibro controllo remoto. Esplodono dall’altro lato dello specchio. Se gli Incel sono implosione, queste <strong>sono iper-esplosione pura</strong>; i loro ideali non trovano spazio nel variegato carro dei gay-pride, sono pirateria pura.</p>



<p><br>Hanno lasciato alle spalle le battaglie per il voto, per l’aborto, per il lavoro, per i diritti. La Quinta Onda naviga nel post-umano, nel digitale, nel micro-aggressivo dell’infinitamente piccolo.</p>



<p><br>La loro ribellione è un tribunale costante di codice e bio-hacking, ed hateraggio a chi le contraddice su Instagram. Vestono tute adattive ed aderenti, hanno capelli che cambiano colore in base al livello di &#8220;male gaze&#8221; percepito nell’ambiente. I loro meeting non sono in centri sociali, i gay-pride, ma in metaversi criptati, i loro sogni sono droni-sentinella che proiettano ologrammi di vulve giganti a scansione laser che rilevano &#8220;energia maschile cis non-consensuale&#8221;.</p>



<p><br>La loro musica è generata da IA addestrate su testi di Audre Lorde e Donatella Rettore con mix di rap maschilita e manuali di ingegneria genetica. <strong>Il loro &#8220;fuck you&#8221; è un algoritmo: identificano, classificano, cancellano brani e film maschilisti, li reinterpretano</strong>. Con la stessa ferocia sarcastica con cui i punk sputavano, loro de-platformano, sono psicotiche, utopicamente incantevoli, ma brutte e pelosette.</p>



<p><br>È una guerriglia del significato, combattuta con hashtag esplosivi e meme che sono granate semantiche di nulla puro. Due tribù, apparentemente nemiche ma in realtà complementari. Hanno l’ossessione per la purezza, qualcosa che li scorpora dal dato reale, dalla genetica, dalla cultura, da tutto. <strong>Gli Incel venerano la purezza del loro fallimento, intoccabile, incomprensibile ai &#8220;chad&#8221; e ai &#8220;normie&#8221;</strong>. Sono l’ignoto, il fallimento è un caos cosmico, un Infinite Jest, reiterato dal loro nume tutelare Michel Houellebecq.<br><br>Le Femministe di Quinta Ondata lottano per la purezza degli spazi (fisici e digitali), liberi da qualsiasi contaminazione tossica e di genere, liberi dalla matrice maschilista e patriarcale, anelano la macchina asessuata e pura.</p>



<p>Entrambi rifiutano la narrazione del &#8220;progresso&#8221; lineare. Gli Incel lo vedono come una barzelletta crudele, le Quinte Onde come una trappola patriarcale da smantellare pezzo per pezzo.</p>



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<p><br><br>Entrambi sono profondamente, disperatamente tecnologici. Gli Incel vivono nella prigione digitale del loro risentimento; le Quinte Onde usano il digitale come arma e scudo per costruire utopie iper-controllate, <strong>nella loro eterna ossessione di osservare tutto, offendersi per tutto.</strong></p>



<p>Immaginateli per un attimo insieme. Gli Incel in un angolo, a mormorare statistiche sulla lunghezza delle mascelle. Le Femministe di Quinta Ondata nell’altro, a calibrare droni per rilevare micro-aggressioni nel tono di voce. Non si parlerebbero mai. Si cancellerebbero a vicenda all’istante.</p>



<p><br>Eppure, in quel silenzio carico di odio, risuona la loro purezza, la loro grazia rozza, il loro punk maschilisto-femministoide, il loro limonare con la fine.</p>



<p><strong>La loro ribellione è sterile, per forza di cose. E&#8217; forse assurda, forse pericolosa. Sicuramente lo è la loro deriva.</strong></p>



<p>Ma in un 2025 liscio, ottimizzato, dove anche il dissenso è un prodotto da playlist, il caos implosivo o iper-attivo di questi movimenti è l’unico graffio rimasto sulla superficie di cristallo di un presente sempre più finto, dove l’irrazionale, l’irregolare è una sindrome psicotica autodefinita ed autoimposta.<br>Sono i punk di fine mondo, <strong>che ballano non sulle macerie, ma sul sesso dell’uomo e della donna</strong>.</p>



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