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	<title>Ebrei Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Necrologio dell&#8217;umorismo ebraico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Jun 2025 10:23:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Contraddizioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>E anche Woody tace su Bibi; fra gli ebrei l’inclinazione all’autoironia è un prodotto storico. Una volta venute meno le condizioni che lo hanno generato non ha avuto più motivo di esistere.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/necrologio-dellumorismo-ebraico/">Necrologio dell&#8217;umorismo ebraico</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>“L’umorismo ebraico non esiste. L’epoca delle barzellette ebraiche, cioè della situazione che le ha generate, è da tempo finita. In altre parole: come sono affrontati i conflitti oggi nella comunità ebraica? Con molto meno spirito – ma forse è proprio questa la vera emancipazione”. Così scriveva il drammaturgo e romanziere ebreo-svizzero Charles Lewinsky, in un articolo dal titolo “Un necrologio” uscito nel 2012 su <em>Tachles</em>, settimanale ebraico del suo Paese. Lo scrittore non aveva ragione: aveva doppiamente ragione. <strong>Fra gli ebrei l’inclinazione all’autoironia è un prodotto storico, e come tutti i prodotti della Storia, una volta venute meno le condizioni che lo hanno generato non ha avuto più motivo di esistere</strong>. Ma se la Storia ha un senso e uno soltanto, dovrebbe farsi maestra, a maggior ragione nell’animo di chi custodisce come tappa fondativa la Shoah ma ha oggi sulla coscienza la guerra di sterminio a Gaza. Di chi, dopo il 7 ottobre 2023, si presenta unilateralmente come unica vittima, dopo esserlo stato nei secoli della diaspora. In questo caso, vittima dotata di uno spiccato e tutto particolare <em>sense of humour</em>: nero, caustico, impietoso. Se tanta parte degli israeliani e, con loro, degli ebrei del pianeta (due categorie, ricordiamolo, che di loro andrebbero distinte) non sembrano mostrare più alcuna percepibile attitudine a ridere di sé, significa che la lezione del passato, un passato che pesa e viene fatto pesare di continuo, non è servita a nulla.</p>



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<p>Di fronte al dolore dei palestinesi nel sistematico massacro di Gaza e nei soprusi dei coloni in Cisgiordania, non si ode né si legge una voce, un fiato, una singola uscita da parte di appartenenti allo Stato d’Israele, o delle organizzazioni ebraiche, <strong>che</strong> <strong>prenda sonoramente per il culo non la destra di Bibi Netanyahu (“un criminale e basta”, cit. Franco Cardini, <em>Il Fatto Quotidiano</em> 3 giugno 2025), ma la barbarie dell’apartheid israeliano in sé e per sé</strong>. Certo, da un anno e mezzo a Tel Aviv c’è chi contesta, chi freme d’indignazione e urla in piazza, a partire dai familiari dei superstiti ostaggi di Hamas. Ma un’opposizione degna di questo nome, non c’è. Né interna, né esterna. E anche se, a dispetto del Sessantotto, la risata non ha seppellito mai nessuno, un sussulto di quella corrosiva capacità di prendere le distanze dai propri difetti, errori (e orrori) dovrebbe pur saltar fuori, da chi ne aveva fatto un’arte. Invece, a parte qualcosina, <em>nada, nisba, nix</em>. Il silenzio dei (non) innocenti.</p>



<p>Dice: ma come si fa umanamente a ridere di una tragedia? Domanda malposta da riformulare così: <strong>come si fa a <em>non</em> ridere di una tragedia</strong>, e a non farlo con quel riso così intriso di sofferenza, specie se la tragedia in corso ripropone, in versione certamente differente, le esalazioni del genocidio, fantasma che popola gli incubi degli ebrei di tutto il mondo. Più di vent’anni fa, la psicologa israeliana Chaya Ostrower aprì un coraggioso filone di ricerca indagando il ruolo dell’umorismo come rifugio difensivo degli internati nei campi di concentramento nazisti. Nel suo libro, pubblicato dall’istituto Yad Vashem, viene ricostruito l’ultima apparizione, la più macabra e la più commovente, di quella sensibilità <em>yiddish</em> al motteggio e alla storiella sviluppatasi dal Settecento in poi, e più ancora nell’Ottocento, specialmente fra gli ashkenaziti, gli ebrei dell’Europa centro-orientale, i più religiosi e i più discriminati, sotto l’influenza del <em>chassidismo</em>, variante mistica caratterizzata da una mitezza stemperante che non si fatica a collegare alla successiva tradizione di dissacranti risate analizzate già da Sigmund Freud nel saggio “Il motto di spirito” (1905). La più famosa delle storielle nate dai lager è forse la seguente: “Su una nuvola in cielo ci sono due ex deportati, che si raccontano storie sulla vita nel ghetto e nel campo: ricordano e ridono. Dio li sente e li rimprovera con asprezza: ‘Come osate ridere di certe cose? I due lo zittiscono: ‘Che ne sai tu? Non c’eri!’.&nbsp;</p>



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<p>Freud sbagliava, tuttavia, nell’attribuire una patente letteraria di unicità all’ironia del popolo ebraico (che non è un popolo, semmai una religione; popolo è quello israeliano). Così facendo, infatti, benché lui stesso ebreo di nascita – ma ateo convinto – non faceva altro che rivestire l’ebraismo di uno stereotipo, sia pur in positivo. Vero, l’autodenigrazione era la chiave per capire il modo di ridere agrodolce dei suoi (ex) correligionari, ma <strong>le sue cause vanno fatte discendere dalla ghettizzazione e persecuzione che subivano le numerose comunità nei villaggi orientali dell’Est europeo</strong>, le cui battute e barzellette si diffusero poi, con le migrazioni, soprattutto negli Stati Uniti. E a influire, in una miscela di sacro e profano, fu anche il vento del disincanto razionalista e illuminista, che investì tutto e tutti non esclusi, naturalmente, gli israeliti (tanto è vero che di questo presunto spiritaccio ebraico, nei secoli dell’<em>ancièn régime </em>e durante il Medioevo, non c’è traccia). <strong>Il risultato, in ogni caso, fu che gli ebrei impararono a prendersi in giro, propensione che invece non hanno mai avuto i musulmani</strong> (mentre i cristiani, cattolici e protestanti, l’hanno esercitata nella forma più estrema, sconfinando nella blasfemia e nel ripudio militante della propria identità religiosa).</p>



<p>C’è poi un’altra interpretazione, emersa ad esempio nella Giornata della cultura ebraica del 2012 dedicata all’umorismo tenutasi, come ogni anno, la prima domenica di settembre. E cioè la tesi secondo cui non si tratterebbe di un escamotage psicologico per alleviare con il sorriso un’inferiorità inflitta e subìta, <strong>ma l’interiorizzazione di questa inferiorità, l’assunzione del punto di vista anti-ebraico rivolto contro sé stessi, fino a negarsi in quanto ebrei.</strong> Sarebbe, insomma, un’espressione dell’odio di sé. Per tutta risposta, il rabbino e filosofo francese Marc-Alain Quaknin, docente a Tel Aviv e Nanterre, sostiene nel libro “E Dio rise” che scherzare sui luoghi comuni di cui si è oggetto aiuta alla comprensione non solo di sé, ma più ancora dell’Altro. E giustamente sottolinea come il principale protagonista dell’auto-satira, fra gli ebrei, è Dio<strong>. L’ebreo ride con Dio e contro Dio, ma mai senza Dio</strong>. Anche qualora a firmare la freddura dovesse essere un miscredente come, per dirne uno a caso, Woody Allen. Autore, fra le tante, di questa, un grande classico: “Ho dodici anni. Vado alla sinagoga. Chiedo al rabbino qual è il significato della vita. Lui mi dice qual è il significato della vita, ma me lo dice in ebraico. Io non lo capisco, l’ebraico. Lui chiede seicento dollari per darmi lezioni di ebraico”. Il bersaglio, qui, è l’antico pregiudizio antisemita sull’avidità di denaro che sarebbe tipica degli ebrei. In realtà, a ben guardare, un lazzo contro l’avidità dei religiosi e delle religioni organizzate in generale.</p>



<p>A proposito: che fine ha fatto, il vecchio Allen Stewart Konigsberg (Woody), nato nel 1935 nel Bronx a New York in una famiglia di immigrati ebrei ortodossi di provenienza austro-russa? Tralasciando qui il giudizio sulle sue ultime opere cinematografiche, l’esponente più famoso della schiera di comici e cineasti americani di origine ebraica (dai fratelli Marx a Mel Brooks, passando per la Goldwin Mayer, fino a Steven Spielberg) sulla questione israelo-palestinese non si fa vivo dall’ormai lontano 2013. Qualcuno dirà che ha avuto altri pensieri, su tutti quello di ribattere alle accuse di pedofilia che ogni tanto riemergono, nonostante non sia mai stata provata. Ma il caso delle molestie scoppiò nel 1992, mentre ancora nel 1997, in uno dei suoi ultimi film di genio, <em>Harry a pezzi</em>, si poteva sentire la zampata del vecchio leone in questo dialogo: “Ti risulta l’Olocausto o credi che non sia mai successo? – Non solo so che ne abbiamo persi sei milioni, ma la cosa tragica è che i record sono fatti per essere battuti”. Non male da uno che, in quella stessa pellicola, si auto-accusava scherzosamente di avere una vita tutta “nichilismo, cinismo, sarcasmo e orgasmo”. <strong>Neanche troppo scherzosamente, se pensiamo a come commentava, in quell’ultima intervista del 2013 in cui ha accennato a questi temi, la faziosa confusione fra odio contro gli ebrei (aberrante) e denuncia di Israele (legittima</strong>): “Molta gente camuffa i suoi sentimenti negativi nei confronti degli ebrei con una critica, critica politica, riguardo Israele – spiegava alla rete tv <em>Canale 2</em> &#8211; In sostanza, ciò che realmente intendono è che non gli piacciono gli ebrei”. <strong>Provaci ancora Woody, la prossima volta la dirai giusta</strong>.</p>



<p>Ma se possibile ancor più deludente fu, sempre in quell’occasione, là dove scivolò nel cerchiobottismo gonfiandosi d’indignazione per il “trattamento che gli israeliani infliggono ai palestinesi in rivolta nell’intifada nei territori occupati in Palestina: ma dico, ragazzi, stiamo scherzando? Soldati che picchiano la popolazione civile per dare un esempio? Che rompono le mani e le braccia di ragazzi e donne per impedir loro di tirare le pietre?”. Chissà cosa pensa oggi dei 50 mila palestinesi trucidati, fra cui 20 mila bambini, o delle centinaia di migliaia di sfollati, e del resto della popolazione della Striscia affamata e presa a fucilate perfino quando si reca a prendere quel po’ di cibo e aiuti inviati sotto l’ipocrita egida Onu. Ci piacerebbe saperlo ma non lo sappiamo, perché Allen tace. Intervistato da Diego Bianchi a <em>Propaganda Live</em> per pura fatalità il 6 ottobre 2023, il giorno prima dell’attacco di Hamas, se ne uscì con questa perla da novello Ponzio Pilato: “<strong>Non credo che tutti i </strong><strong>comici</strong><strong> debbano pontificare o diventare filosofi, a me non interessa il loro pensiero, non ascolto un comico per i suoi punti di vista politici, sociali o personali. Mi interessa solo chi fa ridere e chi no</strong>”. Facesse ridere come un tempo, almeno…</p>



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<p>Un artista ebreo che al contrario zitto non sta è il nostro <strong>Moni Ovadia</strong>, il quale in un aureo libretto intitolato <em>Dio ride. Nish Koshe</em> (sottotitolo che significa: <em>così così</em>) legge attraverso le illuminanti lenti del paradosso la spiritualità ebraica, concludendo che “<strong>l’umorismo è uno strumento poderoso per spiazzare il potere, le regole rigide, l’ossificazione del pensiero</strong>”. Importante, quest’ultimo punto: se con pensiero intendiamo, in senso lato, ciò che si può pensare della deriva terroristica in cui è sprofondato Israele<strong>, è palese quanto la comunità ebraica internazionale, eccettuati i pochi ebrei anti-sionisti, sia congelata in un’approvazione a priori dell’operato israeliano che rappresenta la morte stessa del pensiero</strong>. <strong>Il che getta benzina sul fuoco di chi mischia in un unico calderone governo Netanyahu, cittadini d’Israele e ebrei di ogni tipo e latitudine</strong>. In altre parole, i primi fomentatori dell’antisemitismo sono proprio coloro che additano come antisemita chiunque simpatizzi per la causa palestinese. Devono aver avuto, per citare un personaggio iconico dell’ebraismo quando ancora l’ebraismo sapeva non prendersi sul serio, una <em>yiddish mamele</em>, la “mammina ebraica” che nevrotizza fin da bambino il piccolo ebreo. Per trovare un altro alla Ovadia occorre cercarlo col lanternino, e l’unico che abbiamo trovato è lo statunitense <strong>Gianmarco Soresi</strong>, attore comico che si definisce “culturalmente ebreo, religiosamente ateo” del quale trovate su internet un monologo niente male, riguardo la cattiva coscienza d’Israele.</p>



<p><strong>“Fintanto che il tuo senso dell’umorismo tiene, sei almeno in parte immune dal fanatismo”, ha scritto Amos Oz</strong>. Israeliani ed ebrei che plaudono alla sproporzionata e disumana vendetta in atto sono fanatici che non sanno più cos’è lo spirito. In che modo vivono la propria ebraicità (e, aggiungiamo noi, il rapporto con lo Stato ebraico)?, si chiedeva Lewinsky citato all’inizio. Con molto meno spirito, era la risposta. Appunto. Ma questa non è “emancipazione”. È non saper immedesimarsi nella vittima, che può essere alternativamente ebrea o palestinese. E se si accetta l’idea che la capacità autoironica sia legata allo status di vittima, se ne deve dedurre che a difettarne è il persecutore. Dal canto loro i palestinesi, almeno fino a quando hanno fisicamente potuto ossia fino all’estate 2023, qualche risata con retrogusto amaro hanno saputo strapparsela. Grazie a un gruppo di <em>standup comedians</em> capitanato dall’americano-palestinese Ahmed Zar, dal 2015 in poi hanno messo in piedi il Palestine Comedy Festival, su cui quest’anno è anche uscito un documentario. A un certo punto, si ascolta una frase che riassume tutto quanto, o quasi, abbiamo detto sin qui: “La commedia nasce dalla tragedia. Il dolore e la sofferenza sono esattamente il motivo per cui facciamo questo festival”. Quasi, perché lo <em>humour </em>va oltre il comico. Non è solo critico: è autocritico<strong>. Corrisponde alla più difficile delle conquiste, speculare alla potenza del perdono: essere in grado di scusarsi.</strong><br><br>Un giornalista chiede ad un israeliano, a un americano, a un polacco e a un russo: “Scusate, qual’é la vostra opinione sulla carenza della carne?”. Il polacco risponde: “cos’é la carne?”. Il russo domanda: “cos’é un’opinione?”. L’americano dice: “cos’é la carenza?”. E l’israeliano: “cosa vuol dire ‘scusate’?”.</p>



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		<title>Israele è l&#8217;Apocalisse</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 May 2025 10:20:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Quello che sta perseguendo Netanyahu è un progetto assolutamente coerente con la concezione ebraica di Fine dei Tempi. Non è colonialismo; non è sionismo: è Apocalisse.</p>
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<p>Israele [“Colui che lotta con Dio”] è il nome nuovo che il signore degli ebrei diede a Giacobbe.</p>



<p>Se anche ci fermassimo a questo, saremmo già sommersi da equivoci, contraddizioni e inesattezze.&nbsp; Innanzitutto dovremmo metterci d’accordo su cosa si intenda per “Dio”. Secondo poi dovremmo cercare di stabilire se il soggetto che si presentò con un tetragramma possa essere in senso assoluto qualcosa di lontanamente paragonabile a Dio. Terza cosa, Giacobbe non lottò con Dio, fosse anche inteso come il signore degli ebrei, ma con un angelo (Gen 32;29). Quarto, ci sarebbe da discutere su cosa si intenda con la parola “angelo” (corrispondente greco del termine “malach” dallo stesso significato). L’etimologia ci suggerisce come il termine significhi semplicemente “messaggero”. Probabile quindi che Giacobbe abbia solo fatto una rissa con un postino cananeo.</p>



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<p>Sarebbe stato meglio se Giacobbe, insoddisfatto del proprio nome (“colui che si aggrappa al tallone”; il tallone non è così male: poteva anche andare peggio), avesse cambiato nome in Ubaldo, ovvero “pastore audace”.</p>



<p>Sia come sia, il nome Israele, e quindi Giacobbe, non è stato scelto a caso quando il 14 maggio 1948 ebbe luogo la costituzione di uno stato ebraico.</p>



<p>La scelta di chiamarlo come il patriarca al quale sono state fatte delle promesse profetiche, religiose, di discendenza e soprattutto territoriali, è programmatica e di per sé esclude tutte le occasionali derive laiche di sorta che questa nazione ha avuto negli ultimi ottant’anni circa.</p>



<p>Finché non si comprende che, quanto sta accadendo a Gaza e in Cisgiordania, non ha niente a che vedere con i poli opposti del sionismo, nato come movimento laico, e dell&#8217;antisemitismo, ma con promesse, profezie e sanguinarie faide condominiali, il problema non potrà mai essere risolto.</p>



<p>C&#8217;è un livello di approssimazione &#8211; qualcuno diceva che le parole sono importanti &#8211; spaventoso.</p>



<p>Tanto per fare un esempio, anche i gazawi o i cisgiordani sono popoli semiti (e diversi: filistei-palestinesi i primi e nabatei i secondi). Questo perché tradizione vuole che Jafet abbia dato origine ai popoli europei, Sem a quelli asiatici e del Medio Oriente e Cam a quelli africani.</p>



<p><strong>Non si può capire fino in fondo l’operazione di pulizia etnica che sta avvenendo a Gaza, se non si conosce la parola Amalek</strong> e quindi non si conoscono gli amaleciti e il significato simbolico che hanno per il popolo d&#8217;Israele, così come lo hanno le infinite guerre tra israeliti e filistei.</p>



<p>I moderni palestinesi, gli antichi filistei, sarebbero nello specifico solo i gazawi; corrispondono ad Amalek e <strong>gli amaleciti per gli ebrei andavano e vanno sterminati,</strong> allora come alla Fine dei Tempi.</p>



<p>E, va detto, la cosa è stata sempre reciproca, anche se la maggior parte dei palestinesi attuali non sembra ricordarlo; ma Hamas, che è a sua volta un movimento apocalittico vocato allo sterminio, sì.</p>



<p>Per avere conferma di questi punti nodali necessari ad analizzare l’attualità, basterebbe ascoltare uno qualsiasi dei rabbini più importanti in giro per il mondo e il tipo di lezioni che sta tenendo su questi temi negli ultimi anni. Il più moderato sembra Abatantuono nelle vesti del Ras della Fossa.</p>



<p><strong>Quello che sta perseguendo Netanyahu, pertanto, è un progetto assolutamente coerente con la concezione ebraica di Fine dei Tempi. Non è colonialismo; non è sionismo: è Apocalisse</strong>.</p>



<p>Se non si conosce il rapporto tra Netanyahu, Trump e Menachem Schneerson, il Lubavitscher Rebbe, è difficile comprendere l’accelerazione degli eventi negli ultimi mesi.</p>



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<p>Se non si è a conoscenza del fatto che per l’ebraismo siamo nell’anno 5785 e che il mondo finisce nell’anno 6000, o meglio gli eventi hanno termine nell’anno 6000, dopodiché ci sarebbero solo mille anni sabbatici, si rischia di non comprendere le recenti evoluzioni.</p>



<p><strong>Entro 215 anni, infatti, Israele DEVE avere un certo territorio (vedi Numeri 34; 1-12), il Terzo Tempio e un Messia</strong>. Cose che devono manifestarsi ragionevolmente prima della Fine, poiché deve in seguito esserci anche un periodo piuttosto lungo, i rabbini dicono almeno duecento anni, di pace e benessere mondiali.</p>



<p>Le operazioni militari che Netanyahu sta portando avanti, non sono coerenti con alcuna lotta al terrorismo o liberazione degli ostaggi, né con interessi meramente economici, ma seguono le direttive bibliche circa il disegnare un preciso territorio e renderlo disponibile per il ritorno da tutto il mondo degli ebrei in Israele.</p>



<p>Nel portare a compimento questo sedicente piano profetico, <strong>Netanyahu sta paradossalmente anche presentando la sua candidatura a Messia che il popolo ebraico attende da secoli</strong>. Il concetto di Messia (Mashiach), infatti, è quanto di più distante si intenda comunemente con questo termine: una figura spirituale che porta pace, giustizia, amore, reggae e cannabis gratuita. Ricordiamo quindi quelle che la principale autorità ebraica di sempre, Mosè Maimonide, ritiene le caratteristiche peculiari del Messia (ribadendo che non credere all’avvento del Messia significa di fatto non essere ebrei):</p>



<p>1) Costruire o completare il Terzo Tempio a Gerusalemme nella sua sede originaria.</p>



<p>2) Combattere e vincere la guerra di Gog e Magog. Essere quindi un condottiero e un guerriero.</p>



<p>3) Creare le condizioni per far ritornare in Israele tutti gli ebrei sparsi per il mondo.</p>



<p>4) Conoscere nel dettaglio la Torah e tutte le scritture sacre.</p>



<p>5) Discendenza dal Re Davide, del quale deve incarnare le caratteristiche: re o in generale capo politico, guerriero e finanche musicista.</p>



<p>Quindi, dopo aver combattuto (e vinto) tutte le battaglie finali, instaurare un regno mondiale di pace, benessere e giustizia.</p>



<p>Netanyahu ha di fatto preso il controllo del Monte del Tempio, aprendo la strada alla sua futura ricostruzione; sta combattendo, o si prepara a farlo, contro alcune delle nazioni di Gog e Magog, Iran in testa; sta disegnando con le sue operazioni militari il territorio previsto in Numeri 34;1-12, creando così anche le condizioni abitative per gli ebrei che dovessero fare ritorno dalle nazioni; conosce le scritture e potrebbe facilmente dimostrare di essere della discendenza davidica.</p>



<p>Curiosità: <strong>Netanyahu si è anche esibito come cantante, anche se non accompagnandosi alla cetra come faceva il re Davide</strong>, ma solo un paio di volte al karaoke. Il giorno in cui sarà in grado di fare pure gli assoli di chitarra elettrica ci sarà da preoccuparsi ancor più seriamente.</p>



<p>Basta tutto questo a far convergere i rabbini più autorevoli nel decretare che Netanyahu sia il Messia? Improbabile. Anche se è opinione di molti che saranno i summenzionati fatti, di per sé, a determinare l’identità del Messia e non un pur autorevole sinedrio.</p>



<p>Vale la pena comunque ricordare come il rabbino più importante degli ultimi secoli, il Lubavitscher Rebbe Menachem Schneerson, abbia a più riprese predetto a Netanyahu che il suo ruolo sarebbe stato quello di preparare la strada all’avvento del Messia.</p>



<p><strong>Non servirebbe la ragione della geopolitica a fermare qualcuno che sente di perseguire un piano divino, né le risoluzioni dell’ONU, così come le delibere di una Corte Penale Internazionale.</strong></p>



<p>Dire a Netanyahu, a Israele e agli ebrei osservanti, che quello che fanno è sbagliato, è doppiamente inutile<strong> perché le loro scritture prevedono che nei Tempi della Fine avrebbero avuto tutti contro</strong>.</p>



<p>Ogni accusa di trovarsi in errore non è altro che una conferma di essere nel giusto. Proprio come vi accade di sperimentare con vostra suocera.</p>



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<p>Lo stesso dicasi per qualsiasi tipo di minaccia che venga da Iran, Turchia e Russia: tutto il mondo ebraico più autorevole, sia rabbinico che cabalistico, non fa che parlare della guerra di Gog e Magog (Ezechiele 38-39) in cui Israele è insidiato dal settentrione, grossomodo presso le Alture del Golan, proprio dalla Persia (Iran), da Togarma (Turchia) e da Magog/Ros (Russia).</p>



<p>Né potrebbe fungere da deterrente che queste tre potenze dichiarino guerra e magari riescano in una prima fase a radere al suolo gran parte di Israele, perché anche ciò è dettagliatamente profetizzato negli stessi passi.</p>



<p><strong>Accuse di essere in errore, minacce, dichiarazioni di guerra e anche distruzione quasi totale, per Israele e per tutti gli ebrei che conoscono e osservano le scritture, non rappresentano altro che l’ulteriore tassello del pieno compimento delle profezie stesse e la conferma che il tempo della redenzione e dell’avvento del Messia è vicino</strong>.</p>



<p>A questo punto, tuttavia, ci sarebbe da capire con esattezza di quale “messia” si tratti. Perché, proprio all’esistenza dello stato d’Israele, è legata una delle profezie più importanti del cristianesimo, anche se nessuno sembra saperlo, men che meno Leoni primi, secondi, tredicesimi o quattordicesimi.</p>



<p>&#8220;Dal fico poi imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l&#8217;estate è vicina. Così anche voi, quando vedrete tutte queste cose, sappiate che Egli è proprio alle porte. In verità vi dico: <strong>non passerà questa generazione</strong> prima che tutto questo accada&#8221;.</p>



<p>[Matteo 24; 32-34]</p>



<p>Non fate come quegli esegeti distratti che prendono la singola frase &#8220;non passerà questa generazione&#8221; per dire che G.C. non sapeva manco lui quando sarebbero arrivati i Tempi della Fine e il Secondo Avvento, perché li riferiva alla sua generazione.</p>



<p><strong>La generazione è quella dell&#8217;albero del fico.</strong> Per questo è chiamata Parabola del Fico. &#8220;Cosa rappresenta l&#8217;albero del fico, Maestro?&#8221; gli chiedevano a più riprese discepoli e apostoli, tra cui pure Pietro, che era duro di comprendonio come la pietra. <strong>L&#8217;albero del fico rappresenta la nazione d&#8217;Israele, rispondeva Colui</strong>. Un albero che però deve avere un ramo tenero e veder spuntare le foglie.</p>



<p>Non si tratta quindi di Israele a lui contemporanea, che stava per essere distrutta insieme al Tempio, evento del quale si parla sempre in apertura di Matteo 24 per chiarire il concetto. La generazione che non deve passare, tra i 70 e gli 80 anni (Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti, recita Salmi 90;10), <strong>è quella in cui lo Stato di Israele, l&#8217;albero del fico, torna a mettere le foglie e ha i rami teneri, quindi nasce di nuovo</strong>. 14 maggio 1948 + 70-80 anni= 14 maggio 2018-14 maggio 2028.</p>



<p>Israele e Tempi della Fine, Israele e Apocalisse; ma qui si tratta di scritture che gli ebrei non riconoscono e anzi ripudiano nel modo più assoluto.</p>



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<p>Forse, l’unico modo per fermare Israele, sarebbe quello di ipotizzare che il copione che loro stanno seguendo non sia il solo e che ce ne sia un altro molto dettagliato dove le cose vanno a finire malissimo.</p>



<p>Ovviamente parlarne in Israele, o più in generale agli ebrei, illustrare nei dettagli lo svolgersi degli eventi apocalittici con riferimenti precisi alle Scritture della cristianità, sarebbe inutile; spiegarlo agli americani, invece, che nelle profezie del Nuovo Testamento dovrebbero crederci, potrebbe cambiare l’intero panorama geo-profetico.</p>



<p>Altrimenti di pace si parla e pace si avrà: una “pace disarmata e disarmante” (cit.); ma si tratterà di quella dell’Anticristo, appoggiata dal Falso Profeta, qualcuno che finge di parlare in nome di Cristo, e che lo farà in maniera più disarmante che disarmata.</p>



<p>Quando diranno «Pace e sicurezza», allora una rovina improvvisa verrà loro addosso.</p>



<p>[1Tessalonicesi 5;3]</p>



<p>“Egli (Anticristo ndr) stringerà una forte alleanza con molti per una settimana e, nello spazio di metà settimana, farà cessare il sacrificio e l&#8217;offerta; sull&#8217;ala del tempio porrà l&#8217;Abominio della Desolazione”.</p>



<p>[Daniele 9; 27]</p>



<p><strong>E, a quel punto, le scene che stiamo vedendo a Gaza finiranno per coinvolgere anche Israele</strong>.</p>



<p>“Quando dunque vedrete l&#8217;Abominio della Desolazione, di cui parlò il profeta Daniele, stare nel luogo santo &#8211; chi legge comprenda -, allora quelli che sono in Giudea fuggano ai monti, chi si trova sulla terrazza non scenda a prendere la roba di casa, e chi si trova nel campo non torni indietro a prendersi il mantello. Guai alle donne incinte e a quelle che allatteranno in quei giorni. <strong>Pregate perché la vostra fuga non accada d&#8217;inverno o di sabato. Poiché vi sarà allora una tribolazione grande, quale mai avvenne dall&#8217;inizio del mondo fino a ora, né mai più ci sarà</strong>”.</p>



<p>[Matteo 24; 15-21]</p>



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