<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>genocidio Archivi - Il Nemico</title>
	<atom:link href="https://ilnemico.it/tag/genocidio/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://ilnemico.it/tag/genocidio/</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Wed, 14 Jan 2026 11:00:52 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.9.4</generator>
	<item>
		<title>Rappresentare il genocidio: dal socialmediale al cinematografico</title>
		<link>https://ilnemico.it/rappresentare-il-genocidio-dal-socialmediale-al-cinematografico/</link>
					<comments>https://ilnemico.it/rappresentare-il-genocidio-dal-socialmediale-al-cinematografico/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Jan 2026 11:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura Assoluta]]></category>
		<category><![CDATA[Fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Isra-Heil]]></category>
		<category><![CDATA[Nemesi]]></category>
		<category><![CDATA[Olocausto digitale]]></category>
		<category><![CDATA[cinema palestinese]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[genocidio]]></category>
		<category><![CDATA[Genocidio palestinese]]></category>
		<category><![CDATA[iperrappresentazione]]></category>
		<category><![CDATA[Shoah]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://ilnemico.it/?p=2676</guid>

					<description><![CDATA[<p>Tutte le foto e i video che oramai chiunque, anche sotto assedio, può fare e disperdere, tramite i social, in quasi ogni angolo del mondo, rendono ogni atrocità l’immagine di quella atrocità. La rendono perciò immaginabile in quanto (immediatamente) rappresentata. Le guerre, gli stermini, avvengono in diretta. Da un lato queste immagini hanno ancora la forza di scatenare una reazione, non solamente emotiva ma anche di dissenso; dall’altro, la quantità di rappresentazioni e la frequenza con cui le vediamo ci hanno obiettivamente anestetizzato. Molto spesso, cioè, le impressionanti immagini che ci capitano sotto gli occhi non ci colpiscono più perché si collocano dentro una trasparenza assoluta, dove tutto è visibile, immediato e prosciugato di ogni significato contestuale.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/rappresentare-il-genocidio-dal-socialmediale-al-cinematografico/">Rappresentare il genocidio: dal socialmediale al cinematografico</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>In <em>Immagini malgrado tutto</em> (2003),Georges Didi-Huberman scrive: «È la circolare di Rudolf Hòss, il comandante di Auschwitz, in data 2 febbraio 1943: “Segnalo una volta ancora che è vietato scattare foto nei dintorni del campo. Punirò severamente coloro che non rispettano quest’ordine”. Ma vietare significava arrestare un’epidemia di immagini che era già cominciata e non poteva più fermarsi: la sua espansione era sovrana come quella di un desiderio inconscio. Astuzia dell’immagine contro ragione nella storia: ovunque circolavano delle foto – queste <em>immagini malgrado tutto</em> – per le migliori e le peggiori ragioni. A cominciare dalle terribili inquadrature dei massacri commessi dagli <em>Einsatzgruppen</em>, immagini realizzate perlopiù dagli stessi assassini […]. Da un lato, quest’uso della fotografia sconfinava (privatamente) nella pornografia del massacro. Dall’altro, l’amministrazione nazista era talmente ossessionata dall’abitudine di registrare tutto – era un punto d’orgoglio, una specie di narcisismo burocratico – che tendeva a fotografare tutto quanto si faceva nel campo, benché lo sterminio degli ebrei nelle camere a gas restasse un “segreto di stato”».</p>



<div type="nemesi" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>E invece, proprio il più grande segreto del piano nazista, quell’atto &#8211; si sarebbe detto &#8211; “inimmaginabile”, ha avuto una sua rappresentazione per mano degli stessi carnefici. Le famose quattro fotografie scattate da alcuni membri del <em>Sonderkommando</em> nell’agosto del 1944 nel campo di Auschwitz-Birkenau, «guardano all’inimmaginabile […] e lo confutano tragicamente». «L’invisibile si è <em>reso visibile</em> per sempre», ha scritto Maurice Blanchot.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><a class="image-link image2 is-viewable-img" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!FsxQ!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F90462713-765b-4dcc-818d-c629961bf678_379x381.jpeg" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><img decoding="async" src="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!FsxQ!,w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F90462713-765b-4dcc-818d-c629961bf678_379x381.jpeg" alt=""/></a></figure>
</div>

<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><a class="image-link image2 is-viewable-img" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!7Ts0!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F47261a1e-5946-4f2a-9675-ad63ed487eed_388x382.jpeg" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><img decoding="async" src="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!7Ts0!,w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F47261a1e-5946-4f2a-9675-ad63ed487eed_388x382.jpeg" alt=""/></a></figure>
</div>

<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><a class="image-link image2 is-viewable-img" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!YVSU!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F18d896d4-0530-47d8-b5a6-2f5f3c2c6b59_419x550.jpeg" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><img decoding="async" src="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!YVSU!,w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F18d896d4-0530-47d8-b5a6-2f5f3c2c6b59_419x550.jpeg" alt=""/></a></figure>
</div>

<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><a class="image-link image2 is-viewable-img" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!n553!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fe4cf457a-9ca7-46c3-b2fb-73dc937bd46c_415x544.jpeg" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><img decoding="async" src="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!n553!,w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fe4cf457a-9ca7-46c3-b2fb-73dc937bd46c_415x544.jpeg" alt=""/></a><figcaption class="wp-element-caption">Le quattro fotografie scattate dal <em>Sonderkommando</em> (1944)</figcaption></figure>
</div>


<p><br>Citando Georges Bataille («l’immagine dell’uomo è inseparabile ormai da una camera a gas…»), Didi-Huberman aggiunge che parlare dell’uomo, oggi, significa fare di Auschwitz un «problema fondamentale per l’antropologia», in quanto «Auschwitz è inseparabile da noi». Ciò significa anche che la distanza tra realtà e immaginazione – per quanto concerne il <em>possibile tragico </em>dell’uomo – si assottiglia sempre di più</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/rappresentare-il-genocidio-dal-socialmediale-al-cinematografico/">Rappresentare il genocidio: dal socialmediale al cinematografico</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://ilnemico.it/rappresentare-il-genocidio-dal-socialmediale-al-cinematografico/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>8 minuti. La Voce di Hind Rajab</title>
		<link>https://ilnemico.it/8-minuti-la-voce-di-hind-rajab/</link>
					<comments>https://ilnemico.it/8-minuti-la-voce-di-hind-rajab/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Oct 2025 15:50:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Isra-Heil]]></category>
		<category><![CDATA[genocidio]]></category>
		<category><![CDATA[Hind Rajab]]></category>
		<category><![CDATA[IDF]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[La voce di Hind Rajab]]></category>
		<category><![CDATA[Palestina]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://ilnemico.it/?p=2470</guid>

					<description><![CDATA[<p>Resoconto di un'esperienza straziante.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/8-minuti-la-voce-di-hind-rajab/">8 minuti. La Voce di Hind Rajab</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Ieri sera ho visto <em>La Voce di Hind Rajab</em> con un amico.</p>



<p>In auto, durante il tragitto di ritorno, non abbiamo detto nulla: non una parola sul film, non un’opinione sulla regia o sulla sceneggiatura; niente, non avevamo il coraggio di dire niente.</p>



<div type="nemesi" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>La città era ancora accesa nonostante fosse piuttosto tardi; le luci dei semafori &#8211; molto verdi &#8211; sembravano star così da un po’, quasi in attesa che arrivassimo noi, consapevoli dell’imbarazzo che stavamo vivendo chiusi in quella macchina. Per il tragitto avevamo chiesto aiuto al navigatore, proprio come all’andata; solo che noi, <em>giuro</em>, non lo ricordavamo, e anche se lo avessimo ricordato non avremmo potuto fare granché, perché il navigatore è digitale, non conosce <em>La Voce di Hind Rajab</em>, o meglio, non può conoscerla, lui è costretto a ignorarla, ma non è colpa sua. Non si potrebbe mai accusare un navigatore d’ignoranza.</p>



<p>Nostro malgrado distavamo <em>8 minuti</em>: gli stessi 8 minuti che avrebbe dovuto percorrere l’ambulanza nel film. E se avesse dovuto percorrerli nel film, li avrebbe dovuti percorrere anche lì, a Gaza, nella vita reale, il <em>29 gennaio 2024</em>, per salvare Hind Rajab.</p>



<p>Se il navigatore avesse detto nove, dieci &#8211; qualsiasi numero &#8211; forse ci saremmo comportati diversamente, chissà. Magari avremmo scambiato qualche opinione su quello che avevamo appena guardato &#8211; espandendo i confini della tolleranza, data la delicatezza dell’argomento &#8211; o forse non sarebbe cambiato nulla. Ripensandoci, alla luce di quel profondo dolore che avevamo ascoltato lì dentro, avremmo trovato il coraggio di esprimerlo? Se sì, chi dei due avrebbe parlato per primo? Sono abbastanza sicuro che ce lo saremmo stretti in pancia fino ai crampi piuttosto che sibilare un pensiero.</p>



<p>Tuttavia, le supposizioni rimangono tali, perché proprio mentre ragionavamo se dire qualcosa, cosa dire e come dirlo, la voce automatica ha pronunciato «Avvio itinerario. 8 minuti.» Ci siamo ricordati di quanto non volessimo sentire quel numero; e pur non aprendo bocca sapevamo che avremmo voluto allungare il percorso; pur di scongiurare quel numero avremmo barattato qualsiasi cifra di tempo, anche al costo di perderci. Saremmo finiti in mare se necessario. Noi del nord che del mare sappiamo più o meno nulla.</p>



<div type="newsletter" class="wp-block-banner-post"></div>



<p><em>Il Rumore</em></p>



<p>Il film è iniziato puntualissimo. Noi siamo entrati poco prima; la sala era tutta rossa e i due portelloni di sicurezza che davano sulla strada erano spalancati, il che avrebbe arrecato un leggero fastidio data l’intensità acustica di un cocktail bar e un minimarket con musica indiana dall’altra parte del marciapiede. Emergenza rientrata rapidamente grazie all’impeccabile intervento di un bigliettaio qualsiasi. Ci siamo seduti accanto ad altre persone. Alla nostra destra una coppia di giovani: lei, con una coppola rosacea e delle ciocche bionde che si snodavano intorno alle gote, stringeva con una mano un pacco di fazzoletti causandone il tipico scricchiolio di plastica, e con l’altra ondulava &#8211; utilizzando accuratamente il dorso &#8211; delle dolci carezze sul collo del fidanzato, che ripiegava le labbra in un sorriso compiaciuto, che era più o meno la definizione di tranquillità. La fila dopo era occupata da un gruppetto che tossicchiava per via di una popolarissima influenza stagionale; alcuni di loro testimoniavano d’esserne usciti illesi, ma ne portavano ancora un po’ le scorie. Il telo era insolitamente freddo e nero, personalmente non mi era mai capitato; per la prima volta era muto da qualunque pubblicità. Nessun manifesto locale, nessuna sagra di paese, non un singolo modello di automobile sostenibile con attori hollywoodiani al volante; solo il nostro riflesso: una dozzina di persone racimolate nel cuore della sala a chiacchierare d’insulsaggini nell’attesa che il film iniziasse.</p>



<p>Poi sono arrivate le 21:30.</p>



<p>È davvero faticoso rispondere a ciò che è avvenuto. Ogni ostinata stesura di riscrittura trascina inevitabilmente alla radice del problema. Quindi, nella più tacita e assoluta umiliazione deontologica &#8211; non può essere che così a questo punto -, scriverò cosa è successo mentre il proiettore s’illuminava e le luci si buttavano a terra, senza teatralità, senza manierismi. Io sentivo il silenzio più abissale della mia vita.</p>



<p>Sapevo &#8211; come tutti &#8211; perché mi trovavo lì, che cosa avrei visto, a che cosa avrei assistito; ero in qualche modo preparato. Ma la feroce rapidità con la quale ogni bocca si è serrata &#8211; un lasso di tempo assolutamente infinitesimale &#8211; ha di lunga misura elevato l’esperienza, alzato la posta in gioco. Le mani della ragazza avevano smesso di funzionare, le tossi si erano deglutite d’un tratto. Eravamo tutti completamente scomparsi.<br></p>



<div type="post" ids="2263" class="wp-block-banner-post"></div>



<p><em>Assurdo</em></p>



<p>Alcuni termini sono diventati inutilizzabili, svuotati della loro semantica a causa del massiccio e pedestre utilizzo dei social network. Alcune specifiche parole &#8211; da sempre considerate ragionevolmente quotidiane &#8211; hanno rinunciato al loro fascino e ne è stata abiurata la serietà. Un po’ come quella storia che a furia di ripetere meccanicamente qualcosa, essa diventa piatta. Ecco; in questi anni è toccato ad <em>assurdo</em>. Alla ricezione di un reel su Instagram, si risponde: <em>assurdo, </em>qualsiasi esso sia. È valido per qualsiasi contenuto. Reazione e stupore per un gatto minuscolo? C’è sdegno perché il mondo impazzisce? Una festa è degenerata in una guerriglia urbana? <em>Assurdo</em>. Pronunciarla attivamente ha ormai deflazionato l’affascinante rischio che si portava appresso; ora a dirla è di passaggio, incentiva una risata, attiva il cerchio del criceto.</p>



<p>Ed ecco che il cattivo presagio si rendeva manifesto vocale quando l’usciere, mentre apriva delicatamente i portelloni d’emergenza &#8211; con una manovra di polso fantastica e naturale &#8211; era riuscito a dire solamente «<em>Assurdo, </em>vero?<em>»</em></p>



<p>Prima nota<em>: </em>Quel <em>vero</em> superfluo. Sempre nutrito la verace convinzione &#8211; vittima dell’idealismo che persevera in me &#8211; che le parole sono come proiettili; occorre assumersene la responsabilità. Non si accosta un’allusione così perentoria per poi richiedere una vergognosa conferma, non si spara per poi domandare timorosamente “Ho fatto bene a sparare?”</p>



<p>Comunque abbiamo sorriso sommariamente, quasi tutti nello stesso momento; anche chi aveva pianto si è concesso una pausa. Non ci rimaneva null’altro da fare; quanto avevamo visto era <em>assurdo</em>, l’usciere aveva ragione. Solo è stato un peccato non poterne accusarne il peso della parola in purezza, come anni fa.<br></p>



<div type="post" ids="1250" class="wp-block-banner-post"></div>



<p><em>La stessa Barca</em></p>



<p>Verso metà film ho intravisto qualcuno piangere, forse era la ragazza con la coppola rosa, non saprei. O forse sarà il caso di levare le maschere una volta per tutte: era sicuramente la ragazza con la coppola rosa. Lo scrivo perché non l’ho intravista, l’ho <em>guardata</em>. Ho da sempre questa pessima abitudine &#8211; vezzo dei bugiardi &#8211; di fingere l’allungamento del collo verso destra e sinistra per poter curiosare l’ambiente circostante sperando di non dar troppo nell’occhio, così l’ho fatto, e l’ho vista piangere. Era un pianto sobrio, scivolava &#8211; una sorta di sincerità fluida -; le sue gambe tremavano leggermente. Ho immaginato di accarezzarla, di tranquillizzarla dicendole che era solo un film, che gli sceneggiatori avevano fatto un buon lavoro, ma là dentro tutti sapevamo la verità.</p>



<p>L’ho lasciata nella sua sofferenza, che era un po’ anche la mia. Non mi sono più girato verso di lei.</p>



<div type="geminga" class="wp-block-banner-post"></div>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/8-minuti-la-voce-di-hind-rajab/">8 minuti. La Voce di Hind Rajab</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://ilnemico.it/8-minuti-la-voce-di-hind-rajab/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Necrologio dell&#8217;umorismo ebraico</title>
		<link>https://ilnemico.it/necrologio-dellumorismo-ebraico/</link>
					<comments>https://ilnemico.it/necrologio-dellumorismo-ebraico/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Jun 2025 10:23:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Contraddizioni]]></category>
		<category><![CDATA[Geopolitik]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Incomunicabilità]]></category>
		<category><![CDATA[Isra-Heil]]></category>
		<category><![CDATA[auto-ironia]]></category>
		<category><![CDATA[Ebrei]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[genocidio]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Palestina]]></category>
		<category><![CDATA[umorismo]]></category>
		<category><![CDATA[Woody Allen]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://ilnemico.it/?p=2282</guid>

					<description><![CDATA[<p>E anche Woody tace su Bibi; fra gli ebrei l’inclinazione all’autoironia è un prodotto storico. Una volta venute meno le condizioni che lo hanno generato non ha avuto più motivo di esistere.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/necrologio-dellumorismo-ebraico/">Necrologio dell&#8217;umorismo ebraico</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>“L’umorismo ebraico non esiste. L’epoca delle barzellette ebraiche, cioè della situazione che le ha generate, è da tempo finita. In altre parole: come sono affrontati i conflitti oggi nella comunità ebraica? Con molto meno spirito – ma forse è proprio questa la vera emancipazione”. Così scriveva il drammaturgo e romanziere ebreo-svizzero Charles Lewinsky, in un articolo dal titolo “Un necrologio” uscito nel 2012 su <em>Tachles</em>, settimanale ebraico del suo Paese. Lo scrittore non aveva ragione: aveva doppiamente ragione. <strong>Fra gli ebrei l’inclinazione all’autoironia è un prodotto storico, e come tutti i prodotti della Storia, una volta venute meno le condizioni che lo hanno generato non ha avuto più motivo di esistere</strong>. Ma se la Storia ha un senso e uno soltanto, dovrebbe farsi maestra, a maggior ragione nell’animo di chi custodisce come tappa fondativa la Shoah ma ha oggi sulla coscienza la guerra di sterminio a Gaza. Di chi, dopo il 7 ottobre 2023, si presenta unilateralmente come unica vittima, dopo esserlo stato nei secoli della diaspora. In questo caso, vittima dotata di uno spiccato e tutto particolare <em>sense of humour</em>: nero, caustico, impietoso. Se tanta parte degli israeliani e, con loro, degli ebrei del pianeta (due categorie, ricordiamolo, che di loro andrebbero distinte) non sembrano mostrare più alcuna percepibile attitudine a ridere di sé, significa che la lezione del passato, un passato che pesa e viene fatto pesare di continuo, non è servita a nulla.</p>



<div type="newsletter" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Di fronte al dolore dei palestinesi nel sistematico massacro di Gaza e nei soprusi dei coloni in Cisgiordania, non si ode né si legge una voce, un fiato, una singola uscita da parte di appartenenti allo Stato d’Israele, o delle organizzazioni ebraiche, <strong>che</strong> <strong>prenda sonoramente per il culo non la destra di Bibi Netanyahu (“un criminale e basta”, cit. Franco Cardini, <em>Il Fatto Quotidiano</em> 3 giugno 2025), ma la barbarie dell’apartheid israeliano in sé e per sé</strong>. Certo, da un anno e mezzo a Tel Aviv c’è chi contesta, chi freme d’indignazione e urla in piazza, a partire dai familiari dei superstiti ostaggi di Hamas. Ma un’opposizione degna di questo nome, non c’è. Né interna, né esterna. E anche se, a dispetto del Sessantotto, la risata non ha seppellito mai nessuno, un sussulto di quella corrosiva capacità di prendere le distanze dai propri difetti, errori (e orrori) dovrebbe pur saltar fuori, da chi ne aveva fatto un’arte. Invece, a parte qualcosina, <em>nada, nisba, nix</em>. Il silenzio dei (non) innocenti.</p>



<p>Dice: ma come si fa umanamente a ridere di una tragedia? Domanda malposta da riformulare così: <strong>come si fa a <em>non</em> ridere di una tragedia</strong>, e a non farlo con quel riso così intriso di sofferenza, specie se la tragedia in corso ripropone, in versione certamente differente, le esalazioni del genocidio, fantasma che popola gli incubi degli ebrei di tutto il mondo. Più di vent’anni fa, la psicologa israeliana Chaya Ostrower aprì un coraggioso filone di ricerca indagando il ruolo dell’umorismo come rifugio difensivo degli internati nei campi di concentramento nazisti. Nel suo libro, pubblicato dall’istituto Yad Vashem, viene ricostruito l’ultima apparizione, la più macabra e la più commovente, di quella sensibilità <em>yiddish</em> al motteggio e alla storiella sviluppatasi dal Settecento in poi, e più ancora nell’Ottocento, specialmente fra gli ashkenaziti, gli ebrei dell’Europa centro-orientale, i più religiosi e i più discriminati, sotto l’influenza del <em>chassidismo</em>, variante mistica caratterizzata da una mitezza stemperante che non si fatica a collegare alla successiva tradizione di dissacranti risate analizzate già da Sigmund Freud nel saggio “Il motto di spirito” (1905). La più famosa delle storielle nate dai lager è forse la seguente: “Su una nuvola in cielo ci sono due ex deportati, che si raccontano storie sulla vita nel ghetto e nel campo: ricordano e ridono. Dio li sente e li rimprovera con asprezza: ‘Come osate ridere di certe cose? I due lo zittiscono: ‘Che ne sai tu? Non c’eri!’.&nbsp;</p>



<div type="post" ids="2263" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Freud sbagliava, tuttavia, nell’attribuire una patente letteraria di unicità all’ironia del popolo ebraico (che non è un popolo, semmai una religione; popolo è quello israeliano). Così facendo, infatti, benché lui stesso ebreo di nascita – ma ateo convinto – non faceva altro che rivestire l’ebraismo di uno stereotipo, sia pur in positivo. Vero, l’autodenigrazione era la chiave per capire il modo di ridere agrodolce dei suoi (ex) correligionari, ma <strong>le sue cause vanno fatte discendere dalla ghettizzazione e persecuzione che subivano le numerose comunità nei villaggi orientali dell’Est europeo</strong>, le cui battute e barzellette si diffusero poi, con le migrazioni, soprattutto negli Stati Uniti. E a influire, in una miscela di sacro e profano, fu anche il vento del disincanto razionalista e illuminista, che investì tutto e tutti non esclusi, naturalmente, gli israeliti (tanto è vero che di questo presunto spiritaccio ebraico, nei secoli dell’<em>ancièn régime </em>e durante il Medioevo, non c’è traccia). <strong>Il risultato, in ogni caso, fu che gli ebrei impararono a prendersi in giro, propensione che invece non hanno mai avuto i musulmani</strong> (mentre i cristiani, cattolici e protestanti, l’hanno esercitata nella forma più estrema, sconfinando nella blasfemia e nel ripudio militante della propria identità religiosa).</p>



<p>C’è poi un’altra interpretazione, emersa ad esempio nella Giornata della cultura ebraica del 2012 dedicata all’umorismo tenutasi, come ogni anno, la prima domenica di settembre. E cioè la tesi secondo cui non si tratterebbe di un escamotage psicologico per alleviare con il sorriso un’inferiorità inflitta e subìta, <strong>ma l’interiorizzazione di questa inferiorità, l’assunzione del punto di vista anti-ebraico rivolto contro sé stessi, fino a negarsi in quanto ebrei.</strong> Sarebbe, insomma, un’espressione dell’odio di sé. Per tutta risposta, il rabbino e filosofo francese Marc-Alain Quaknin, docente a Tel Aviv e Nanterre, sostiene nel libro “E Dio rise” che scherzare sui luoghi comuni di cui si è oggetto aiuta alla comprensione non solo di sé, ma più ancora dell’Altro. E giustamente sottolinea come il principale protagonista dell’auto-satira, fra gli ebrei, è Dio<strong>. L’ebreo ride con Dio e contro Dio, ma mai senza Dio</strong>. Anche qualora a firmare la freddura dovesse essere un miscredente come, per dirne uno a caso, Woody Allen. Autore, fra le tante, di questa, un grande classico: “Ho dodici anni. Vado alla sinagoga. Chiedo al rabbino qual è il significato della vita. Lui mi dice qual è il significato della vita, ma me lo dice in ebraico. Io non lo capisco, l’ebraico. Lui chiede seicento dollari per darmi lezioni di ebraico”. Il bersaglio, qui, è l’antico pregiudizio antisemita sull’avidità di denaro che sarebbe tipica degli ebrei. In realtà, a ben guardare, un lazzo contro l’avidità dei religiosi e delle religioni organizzate in generale.</p>



<p>A proposito: che fine ha fatto, il vecchio Allen Stewart Konigsberg (Woody), nato nel 1935 nel Bronx a New York in una famiglia di immigrati ebrei ortodossi di provenienza austro-russa? Tralasciando qui il giudizio sulle sue ultime opere cinematografiche, l’esponente più famoso della schiera di comici e cineasti americani di origine ebraica (dai fratelli Marx a Mel Brooks, passando per la Goldwin Mayer, fino a Steven Spielberg) sulla questione israelo-palestinese non si fa vivo dall’ormai lontano 2013. Qualcuno dirà che ha avuto altri pensieri, su tutti quello di ribattere alle accuse di pedofilia che ogni tanto riemergono, nonostante non sia mai stata provata. Ma il caso delle molestie scoppiò nel 1992, mentre ancora nel 1997, in uno dei suoi ultimi film di genio, <em>Harry a pezzi</em>, si poteva sentire la zampata del vecchio leone in questo dialogo: “Ti risulta l’Olocausto o credi che non sia mai successo? – Non solo so che ne abbiamo persi sei milioni, ma la cosa tragica è che i record sono fatti per essere battuti”. Non male da uno che, in quella stessa pellicola, si auto-accusava scherzosamente di avere una vita tutta “nichilismo, cinismo, sarcasmo e orgasmo”. <strong>Neanche troppo scherzosamente, se pensiamo a come commentava, in quell’ultima intervista del 2013 in cui ha accennato a questi temi, la faziosa confusione fra odio contro gli ebrei (aberrante) e denuncia di Israele (legittima</strong>): “Molta gente camuffa i suoi sentimenti negativi nei confronti degli ebrei con una critica, critica politica, riguardo Israele – spiegava alla rete tv <em>Canale 2</em> &#8211; In sostanza, ciò che realmente intendono è che non gli piacciono gli ebrei”. <strong>Provaci ancora Woody, la prossima volta la dirai giusta</strong>.</p>



<p>Ma se possibile ancor più deludente fu, sempre in quell’occasione, là dove scivolò nel cerchiobottismo gonfiandosi d’indignazione per il “trattamento che gli israeliani infliggono ai palestinesi in rivolta nell’intifada nei territori occupati in Palestina: ma dico, ragazzi, stiamo scherzando? Soldati che picchiano la popolazione civile per dare un esempio? Che rompono le mani e le braccia di ragazzi e donne per impedir loro di tirare le pietre?”. Chissà cosa pensa oggi dei 50 mila palestinesi trucidati, fra cui 20 mila bambini, o delle centinaia di migliaia di sfollati, e del resto della popolazione della Striscia affamata e presa a fucilate perfino quando si reca a prendere quel po’ di cibo e aiuti inviati sotto l’ipocrita egida Onu. Ci piacerebbe saperlo ma non lo sappiamo, perché Allen tace. Intervistato da Diego Bianchi a <em>Propaganda Live</em> per pura fatalità il 6 ottobre 2023, il giorno prima dell’attacco di Hamas, se ne uscì con questa perla da novello Ponzio Pilato: “<strong>Non credo che tutti i </strong><strong>comici</strong><strong> debbano pontificare o diventare filosofi, a me non interessa il loro pensiero, non ascolto un comico per i suoi punti di vista politici, sociali o personali. Mi interessa solo chi fa ridere e chi no</strong>”. Facesse ridere come un tempo, almeno…</p>



<div type="product" ids="303" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Un artista ebreo che al contrario zitto non sta è il nostro <strong>Moni Ovadia</strong>, il quale in un aureo libretto intitolato <em>Dio ride. Nish Koshe</em> (sottotitolo che significa: <em>così così</em>) legge attraverso le illuminanti lenti del paradosso la spiritualità ebraica, concludendo che “<strong>l’umorismo è uno strumento poderoso per spiazzare il potere, le regole rigide, l’ossificazione del pensiero</strong>”. Importante, quest’ultimo punto: se con pensiero intendiamo, in senso lato, ciò che si può pensare della deriva terroristica in cui è sprofondato Israele<strong>, è palese quanto la comunità ebraica internazionale, eccettuati i pochi ebrei anti-sionisti, sia congelata in un’approvazione a priori dell’operato israeliano che rappresenta la morte stessa del pensiero</strong>. <strong>Il che getta benzina sul fuoco di chi mischia in un unico calderone governo Netanyahu, cittadini d’Israele e ebrei di ogni tipo e latitudine</strong>. In altre parole, i primi fomentatori dell’antisemitismo sono proprio coloro che additano come antisemita chiunque simpatizzi per la causa palestinese. Devono aver avuto, per citare un personaggio iconico dell’ebraismo quando ancora l’ebraismo sapeva non prendersi sul serio, una <em>yiddish mamele</em>, la “mammina ebraica” che nevrotizza fin da bambino il piccolo ebreo. Per trovare un altro alla Ovadia occorre cercarlo col lanternino, e l’unico che abbiamo trovato è lo statunitense <strong>Gianmarco Soresi</strong>, attore comico che si definisce “culturalmente ebreo, religiosamente ateo” del quale trovate su internet un monologo niente male, riguardo la cattiva coscienza d’Israele.</p>



<p><strong>“Fintanto che il tuo senso dell’umorismo tiene, sei almeno in parte immune dal fanatismo”, ha scritto Amos Oz</strong>. Israeliani ed ebrei che plaudono alla sproporzionata e disumana vendetta in atto sono fanatici che non sanno più cos’è lo spirito. In che modo vivono la propria ebraicità (e, aggiungiamo noi, il rapporto con lo Stato ebraico)?, si chiedeva Lewinsky citato all’inizio. Con molto meno spirito, era la risposta. Appunto. Ma questa non è “emancipazione”. È non saper immedesimarsi nella vittima, che può essere alternativamente ebrea o palestinese. E se si accetta l’idea che la capacità autoironica sia legata allo status di vittima, se ne deve dedurre che a difettarne è il persecutore. Dal canto loro i palestinesi, almeno fino a quando hanno fisicamente potuto ossia fino all’estate 2023, qualche risata con retrogusto amaro hanno saputo strapparsela. Grazie a un gruppo di <em>standup comedians</em> capitanato dall’americano-palestinese Ahmed Zar, dal 2015 in poi hanno messo in piedi il Palestine Comedy Festival, su cui quest’anno è anche uscito un documentario. A un certo punto, si ascolta una frase che riassume tutto quanto, o quasi, abbiamo detto sin qui: “La commedia nasce dalla tragedia. Il dolore e la sofferenza sono esattamente il motivo per cui facciamo questo festival”. Quasi, perché lo <em>humour </em>va oltre il comico. Non è solo critico: è autocritico<strong>. Corrisponde alla più difficile delle conquiste, speculare alla potenza del perdono: essere in grado di scusarsi.</strong><br><br>Un giornalista chiede ad un israeliano, a un americano, a un polacco e a un russo: “Scusate, qual’é la vostra opinione sulla carenza della carne?”. Il polacco risponde: “cos’é la carne?”. Il russo domanda: “cos’é un’opinione?”. L’americano dice: “cos’é la carenza?”. E l’israeliano: “cosa vuol dire ‘scusate’?”.</p>



<div type="geminga" class="wp-block-banner-post"></div>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/necrologio-dellumorismo-ebraico/">Necrologio dell&#8217;umorismo ebraico</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://ilnemico.it/necrologio-dellumorismo-ebraico/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
