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	<title>IDF Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>8 minuti. La Voce di Hind Rajab</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Oct 2025 15:50:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Isra-Heil]]></category>
		<category><![CDATA[genocidio]]></category>
		<category><![CDATA[Hind Rajab]]></category>
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		<category><![CDATA[La voce di Hind Rajab]]></category>
		<category><![CDATA[Palestina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Resoconto di un'esperienza straziante.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/8-minuti-la-voce-di-hind-rajab/">8 minuti. La Voce di Hind Rajab</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Ieri sera ho visto <em>La Voce di Hind Rajab</em> con un amico.</p>



<p>In auto, durante il tragitto di ritorno, non abbiamo detto nulla: non una parola sul film, non un’opinione sulla regia o sulla sceneggiatura; niente, non avevamo il coraggio di dire niente.</p>



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<p>La città era ancora accesa nonostante fosse piuttosto tardi; le luci dei semafori &#8211; molto verdi &#8211; sembravano star così da un po’, quasi in attesa che arrivassimo noi, consapevoli dell’imbarazzo che stavamo vivendo chiusi in quella macchina. Per il tragitto avevamo chiesto aiuto al navigatore, proprio come all’andata; solo che noi, <em>giuro</em>, non lo ricordavamo, e anche se lo avessimo ricordato non avremmo potuto fare granché, perché il navigatore è digitale, non conosce <em>La Voce di Hind Rajab</em>, o meglio, non può conoscerla, lui è costretto a ignorarla, ma non è colpa sua. Non si potrebbe mai accusare un navigatore d’ignoranza.</p>



<p>Nostro malgrado distavamo <em>8 minuti</em>: gli stessi 8 minuti che avrebbe dovuto percorrere l’ambulanza nel film. E se avesse dovuto percorrerli nel film, li avrebbe dovuti percorrere anche lì, a Gaza, nella vita reale, il <em>29 gennaio 2024</em>, per salvare Hind Rajab.</p>



<p>Se il navigatore avesse detto nove, dieci &#8211; qualsiasi numero &#8211; forse ci saremmo comportati diversamente, chissà. Magari avremmo scambiato qualche opinione su quello che avevamo appena guardato &#8211; espandendo i confini della tolleranza, data la delicatezza dell’argomento &#8211; o forse non sarebbe cambiato nulla. Ripensandoci, alla luce di quel profondo dolore che avevamo ascoltato lì dentro, avremmo trovato il coraggio di esprimerlo? Se sì, chi dei due avrebbe parlato per primo? Sono abbastanza sicuro che ce lo saremmo stretti in pancia fino ai crampi piuttosto che sibilare un pensiero.</p>



<p>Tuttavia, le supposizioni rimangono tali, perché proprio mentre ragionavamo se dire qualcosa, cosa dire e come dirlo, la voce automatica ha pronunciato «Avvio itinerario. 8 minuti.» Ci siamo ricordati di quanto non volessimo sentire quel numero; e pur non aprendo bocca sapevamo che avremmo voluto allungare il percorso; pur di scongiurare quel numero avremmo barattato qualsiasi cifra di tempo, anche al costo di perderci. Saremmo finiti in mare se necessario. Noi del nord che del mare sappiamo più o meno nulla.</p>



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<p><em>Il Rumore</em></p>



<p>Il film è iniziato puntualissimo. Noi siamo entrati poco prima; la sala era tutta rossa e i due portelloni di sicurezza che davano sulla strada erano spalancati, il che avrebbe arrecato un leggero fastidio data l’intensità acustica di un cocktail bar e un minimarket con musica indiana dall’altra parte del marciapiede. Emergenza rientrata rapidamente grazie all’impeccabile intervento di un bigliettaio qualsiasi. Ci siamo seduti accanto ad altre persone. Alla nostra destra una coppia di giovani: lei, con una coppola rosacea e delle ciocche bionde che si snodavano intorno alle gote, stringeva con una mano un pacco di fazzoletti causandone il tipico scricchiolio di plastica, e con l’altra ondulava &#8211; utilizzando accuratamente il dorso &#8211; delle dolci carezze sul collo del fidanzato, che ripiegava le labbra in un sorriso compiaciuto, che era più o meno la definizione di tranquillità. La fila dopo era occupata da un gruppetto che tossicchiava per via di una popolarissima influenza stagionale; alcuni di loro testimoniavano d’esserne usciti illesi, ma ne portavano ancora un po’ le scorie. Il telo era insolitamente freddo e nero, personalmente non mi era mai capitato; per la prima volta era muto da qualunque pubblicità. Nessun manifesto locale, nessuna sagra di paese, non un singolo modello di automobile sostenibile con attori hollywoodiani al volante; solo il nostro riflesso: una dozzina di persone racimolate nel cuore della sala a chiacchierare d’insulsaggini nell’attesa che il film iniziasse.</p>



<p>Poi sono arrivate le 21:30.</p>



<p>È davvero faticoso rispondere a ciò che è avvenuto. Ogni ostinata stesura di riscrittura trascina inevitabilmente alla radice del problema. Quindi, nella più tacita e assoluta umiliazione deontologica &#8211; non può essere che così a questo punto -, scriverò cosa è successo mentre il proiettore s’illuminava e le luci si buttavano a terra, senza teatralità, senza manierismi. Io sentivo il silenzio più abissale della mia vita.</p>



<p>Sapevo &#8211; come tutti &#8211; perché mi trovavo lì, che cosa avrei visto, a che cosa avrei assistito; ero in qualche modo preparato. Ma la feroce rapidità con la quale ogni bocca si è serrata &#8211; un lasso di tempo assolutamente infinitesimale &#8211; ha di lunga misura elevato l’esperienza, alzato la posta in gioco. Le mani della ragazza avevano smesso di funzionare, le tossi si erano deglutite d’un tratto. Eravamo tutti completamente scomparsi.<br></p>



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<p><em>Assurdo</em></p>



<p>Alcuni termini sono diventati inutilizzabili, svuotati della loro semantica a causa del massiccio e pedestre utilizzo dei social network. Alcune specifiche parole &#8211; da sempre considerate ragionevolmente quotidiane &#8211; hanno rinunciato al loro fascino e ne è stata abiurata la serietà. Un po’ come quella storia che a furia di ripetere meccanicamente qualcosa, essa diventa piatta. Ecco; in questi anni è toccato ad <em>assurdo</em>. Alla ricezione di un reel su Instagram, si risponde: <em>assurdo, </em>qualsiasi esso sia. È valido per qualsiasi contenuto. Reazione e stupore per un gatto minuscolo? C’è sdegno perché il mondo impazzisce? Una festa è degenerata in una guerriglia urbana? <em>Assurdo</em>. Pronunciarla attivamente ha ormai deflazionato l’affascinante rischio che si portava appresso; ora a dirla è di passaggio, incentiva una risata, attiva il cerchio del criceto.</p>



<p>Ed ecco che il cattivo presagio si rendeva manifesto vocale quando l’usciere, mentre apriva delicatamente i portelloni d’emergenza &#8211; con una manovra di polso fantastica e naturale &#8211; era riuscito a dire solamente «<em>Assurdo, </em>vero?<em>»</em></p>



<p>Prima nota<em>: </em>Quel <em>vero</em> superfluo. Sempre nutrito la verace convinzione &#8211; vittima dell’idealismo che persevera in me &#8211; che le parole sono come proiettili; occorre assumersene la responsabilità. Non si accosta un’allusione così perentoria per poi richiedere una vergognosa conferma, non si spara per poi domandare timorosamente “Ho fatto bene a sparare?”</p>



<p>Comunque abbiamo sorriso sommariamente, quasi tutti nello stesso momento; anche chi aveva pianto si è concesso una pausa. Non ci rimaneva null’altro da fare; quanto avevamo visto era <em>assurdo</em>, l’usciere aveva ragione. Solo è stato un peccato non poterne accusarne il peso della parola in purezza, come anni fa.<br></p>



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<p><em>La stessa Barca</em></p>



<p>Verso metà film ho intravisto qualcuno piangere, forse era la ragazza con la coppola rosa, non saprei. O forse sarà il caso di levare le maschere una volta per tutte: era sicuramente la ragazza con la coppola rosa. Lo scrivo perché non l’ho intravista, l’ho <em>guardata</em>. Ho da sempre questa pessima abitudine &#8211; vezzo dei bugiardi &#8211; di fingere l’allungamento del collo verso destra e sinistra per poter curiosare l’ambiente circostante sperando di non dar troppo nell’occhio, così l’ho fatto, e l’ho vista piangere. Era un pianto sobrio, scivolava &#8211; una sorta di sincerità fluida -; le sue gambe tremavano leggermente. Ho immaginato di accarezzarla, di tranquillizzarla dicendole che era solo un film, che gli sceneggiatori avevano fatto un buon lavoro, ma là dentro tutti sapevamo la verità.</p>



<p>L’ho lasciata nella sua sofferenza, che era un po’ anche la mia. Non mi sono più girato verso di lei.</p>



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		<title>In Palestina, esistere vuol dire resistere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 May 2025 08:53:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Barbarie]]></category>
		<category><![CDATA[Geopolitik]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Isra-Heil]]></category>
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		<category><![CDATA[palestinesi]]></category>
		<category><![CDATA[Valle del Giordano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il piano di colonizzazione israeliana della Valle del Giordano e la storia di resistenza di una famiglia di pastori, circondata da Israele. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il 5% della Valle del Giordano è ancora Palestina. Per il restante 95% parlare di Palestina è più un vezzo politico. La colonizzazione della VdG, ormai quasi completata, rientra in un piano militare preciso e rivendicato esplicitamente da Israele. Gli israeliani lamentano infatti di non avere un confine naturale che li separi dai loro vicini a est, gli “arabi jihadisti”. Abba Eban, ex ambasciatore di Israele presso gli USA, dichiarava che Israele senza <strong>la Valle del Giordano fosse come un campo di concentramento lungo e stretto, un carcere nel quale gli ebrei attendono con rassegnazione una morte inevitabile e violenta</strong>. Il confine che rivendicano è il fiume Giordano, un rivolo di acqua battesimale &#8211; attraversabile a piedi, o alla peggio asfaltabile in mezza giornata per il passaggio dei cingolati &#8211; che offre una protezione di gran lunga inferiore rispetto alle tre mandate di recinsione elettrizzata e filo spinato che ad oggi già separano la Palestina controllata da Israele e la Giordania. &nbsp;&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe title="The Heart of the Matter: The Jordan Valley Is the Future of the Zionist Endeavor" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/JeAqg5VhiiM?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div><figcaption class="wp-element-caption">Shottino ogni volta che il vecionostro influencer dell&#8217;IOF dice Jordan Valley. Curioso come la zona abitata da più tempo nella storia del mondo venga presentata come vuota e a disposizione.</figcaption></figure>



<p>&nbsp;&nbsp;<br><br>La conquista di questo confine naturale è servita fin da subito come pretesto per la strategia di colonizzazione israeliana, che si fonda sull’abuso di una clausola degli <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Accordi_di_Oslo#:~:text=In%20sostanza%2C%20gli%20accordi%20chiedevano,creazione%20dell'Autorit%C3%A0%20Nazionale%20Palestinese.">accordi di Oslo</a>, ovvero che Israele, in casi di estrema necessità e pericolo, può fondare accampamenti militari <em>temporanei </em>nell’area C della Cisgiordania (quella sotto il controllo diretto militare e civile di Israele), della durata di massimo 5 anni. Ovviamente <strong>la quasi totalità dell’area C nella Valle del Giordano ospita accampamenti militari <em>permanenti</em></strong>, immersi in vastissime zone militari ad accesso vietato, interrotti solo da colonie o avamposti illegali di israeliani.</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>Diverso è il discorso per l’area A, il territorio autonomo in mano all’Autorità Palestinese. Israele non può, in teoria, intervenire direttamente in quest’area, ma produce pretesti per farlo comunque. Come quelli prodotti per le frequenti incursioni e demolizioni nei campi profughi, come quello di Jenin recentemente sgomberato e distrutto &#8211; <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/January_2023_Jenin_incursion">la situazione a Jenin è drammatica</a>: al cimitero, come ci raccontano, hanno imparato a lavorare d&#8217;anticipo dopo il <a href="https://www.hrw.org/reports/2002/israel3/israel0502-05.htm">massacro del 2002</a>: scavano fosse preventive per le vittime della caccia al “terrorismo”, per non essere impreparati. <strong>In tutta la Cisgiordania l’area A, infatti, si concentra intorno alle grandi città, verso le quali Israele sta provando a spingere i palestinesi sparsi sul territorio</strong>. Qualche piccola macchia d’autonomia, più o meno grande, la si trova anche qua e là, scollegata rispetto ai centri urbani. Il giornalista palestinese con il quale entriamo in contatto a Gerusalemme Est decide di portarci a visitare uno di questi piccoli territori. Si trova nella VdG, per l’appunto, ed è proprietà di un suo amico, un pastore che, per sua fortuna o sfortuna, ci abita insieme alla moglie e i nove figli.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>Percorriamo in macchina la strada che parte dalla palestinese Gericho &#8211; la città abitata da più tempo al mondo &#8211; e costeggia parallela il fiume Giordano. Si vedono sulla destra le montagne della Giordania, abitate a chiazze, sviluppate e urbanizzate. Danno l’aria di essere un posto come tanti altri nel Medio Oriente, come avrebbe potuto essere la Palestina. Intorno a noi il panorama è ben più inquietante. <strong>Ogni 100 metri, ai bordi della carreggiata, a destra e a sinistra sventolano parallele due grandi bandiere israeliane</strong>; ogni vallata che incrociamo ha al centro una bandiera israeliana, ogni collina l’ha in cima, se al suo posto non c’è invece direttamente una colonia illegale. A immense distese verdi di palme da datteri, recintate e avvolte nel filo spinato – coltivate da israeliani perciò -, si alterna qualche campo palestinese, sempre aperto, perlopiù di grano, sedani, zucchine. Per il resto deserto e strada. Per la strada &#8211; <strong>Route 90</strong> si chiama – le targhe sono sia gialle che verdi, sia di palestinesi che di israeliani perciò, questi ultimi o coloni o turisti qualsiasi, in quella che considerano la regione israeliana della West Bank. Ogni tanto ci si ferma a un checkpoint militare, alle intersezioni più grandi; le macchine si arrestano, i bambini con le kippah nei sedili posteriori salutano i militari, su incitazione dei padri alla guida, i militari ricambiano sorridenti. &nbsp;&nbsp;</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/JV-Annexation-Map-1024x1024.jpeg" alt="" class="wp-image-2235" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/JV-Annexation-Map-1024x1024.jpeg 1024w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/JV-Annexation-Map-300x300.jpeg 300w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/JV-Annexation-Map-150x150.jpeg 150w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/JV-Annexation-Map-768x768.jpeg 768w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/JV-Annexation-Map-600x600.jpeg 600w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/JV-Annexation-Map-100x100.jpeg 100w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/JV-Annexation-Map.jpeg 1240w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
</div>


<p><br>Arriviamo a destinazione, una piccola fattoria di un centinaio di pecore, qualche tenda da beduino, tre grosse cisterne per l’acqua. C’è un trattore, ma non c’è nessuna macchina parcheggiata. Una ne avevano e gli è stata rubata di notte, qualche settimana prima. Gli ovili sono un po’ fatiscenti, le pecore riescono a uscire e andare dove vogliono, scorrazzano come i cani-pastore della famiglia, ma per istinto di gregge stanno perlopiù vicine. Non si arrischiano mai ad andare <strong>nella grande strada asfaltata che costeggia la fattoria e che unisce due enormi accampamenti militari, a destra e a sinistra della casa</strong>. Saranno a 1km di distanza l’uno dall’altro, entrambi visibili dalla casa, che si trova perfettamente al centro. A qualsiasi ora del giorno e della notte, per questo, la strada è attraversata da veicoli militari, spesso vuoti, e da gruppi di giovani soldati che fanno jogging, con le casse sparate. Sulla collina che sovrasta l’accampamento di sinistra c’è una colonia. Dietro la casa palestinese, a 300 metri circa, c’è un enorme impianto elettrico, in cima a un’altra collina. Alimenta tutti gli edifici militari e civili israeliani nei dintorni, tranne la fattoria, che tira avanti invece con pannelli solari e batterie<strong>. L’impianto elettrico serve anche per illuminare a giorno la grande strada di fronte alla casa, con un numero quasi ironico di lampioni uno a fianco all’altro.</strong> Non c’è nessun motivo per cui questi lampioni debbano puntare verso un lato o l’altro della strada, verso la casa o verso la terra deserta all’altro lato della strada. <strong>Ovviamente puntano verso la casa</strong>, inondandola di luce durante la notte.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p><br>Nella fattoria abita la famiglia di cui sopra, <strong>circondata da Israele</strong>. Come per tutte le case palestinesi, le cisterne d’acqua sono una necessità. La fattoria aveva le proprie condutture, connesse a una sorgente vicina. Sono state staccate dall’esercito, ed è stato intimato alla famiglia di non ricollegarle e di non scavare pozzi, pena lo sgombero. <strong>Quello dell’acqua è lo strumento più efficace nelle mani di Israele per rendere la vita impossibile ai palestinesi, in particolare quelli che non può cacciare con la forza</strong>. Perché questa fattoria non può essere ufficialmente toccata, i militari non possono raderla al suolo, sgomberarla. È un piccolo lembo di zona A, sotto il controllo civile e militare, perciò, dell’Autorità Palestinese. <strong>Tutto quello che possono fare, e fanno, è circondare, vessare e intimidire costantemente chi ci abita</strong>; o direttamente tramite la costruzione di queste infrastrutture militari, oppure finanziando e supportando i coloni più radicali che abitano nei paraggi, guidati dallo scopo messianico di liberare quella terra, e che fanno tutto ciò che Israele non potrebbe mai fare apertamente.</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>Ai palestinesi non rimangono tante alternative, <strong>se non resistere e sopportare, quanto più a lungo possibile</strong>. <em><a href="https://www.opendemocracy.net/en/existence-is-resistance/">Existence is resistance</a></em>. Non hanno alternative legali. Possono sì appellarsi a una manciata di diritti, ma di circostanza, e spesso senza alcun risultato, come lamentarsi della distruzione dei pannelli solari quando l’ordine di demolizione impugnato dall’esercito prevedeva di radere al suolo soltanto la casa o la fattoria. In Palestina, come ripetono spesso i palestinesi, la legge è come se non esistesse, o meglio esiste e funziona benissimo, ma solo se sei israeliano. &nbsp;&nbsp;</p>



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<p>Il giornalista di Gerusalemme Est e il pastore si conoscono molto bene. Sono amici di lunga data. A dire il vero in molti conoscono il pastore, è una figura ben nota nella VdG. Circola un video di lui che scaccia da casa propria, disarmato, dei coloni armati, venuti a intimidirlo. Il giornalista ci spiega che è un uomo ben posizionato e rispettato all’interno della comunità, probabilmente avrebbe una vita più semplice se decidesse di andarsene, di spostarsi da qualche cugino, o in qualche grande città. Avrebbe appoggi e assistenza assicurata. <strong>Non ha alcuna intenzione di farlo però</strong>. <strong>La sua resistenza non si basa su altro che continuare ad esistere, non muoversi, provare a fare la stessa vita di sempre, mentre l’esercito più potente del mondo prova in tutti i modi a farlo crollare, a rendergli la vita impossibile, a terrorizzarlo</strong>; mentre ogni giorno gli sfilano davanti le macchine da guerra degli invasori della sua terra, seguiti dai giovani soldati che si addestrano per andare in guerra contro la sua gente, mentre ogni mattina porta a spasso le pecore sul lembo di terra che ancora gli è concesso di pascolare – ogni anno più piccolo &#8211; e dove un tempo abitavano le 14 famiglie dei suoi fratelli e vicini di casa, sgomberati per fare spazio a qualche collina artificiale ricoperta di bossoli e granate esauste – campi d’addestramento per l’esercito di occupazione.</p>



<p>Lo accompagniamo al pascolo. Insieme a noi qualche attivista internazionale non-violento, che spesso accompagna il pastore e lo aiuta a sorvegliare la casa di notte. Ci raccontano un po’ di quello che sta succedendo nella VdG e del loro lavoro. Saliamo sulla montagna più alta. <strong>Ogni costruzione in mezzo al deserto che vediamo intorno a noi è Israele</strong>: distese di pannelli solari, accampamenti militari, colonie, impianti elettrici. Un deserto militarizzato e hi-tech. Sulla collina opposta vediamo un pastore colono con le pecore, ci dicono che quando capita di incrociarlo da vicino non finisce mai bene. Sulla collina opposta c’è una grande stella di David in ferro battuto, segnala una postazione di cecchini, all’ingresso di una colonia illegale. Vediamo qualche quad di coloni che ne esce, ci allarmiamo, ma siamo gli unici del gruppo, nessun altro se ne cura più di tanto. Hanno riconosciuto subito i loro abiti da turisti, vanno solo a farsi qualche salto sulle dune piene di bossoli dove un tempo abitavano le 14 famiglie.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" width="768" height="1024" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-18_16-07-56-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-2238" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-18_16-07-56-768x1024.jpg 768w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-18_16-07-56-225x300.jpg 225w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-18_16-07-56-600x800.jpg 600w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-18_16-07-56.jpg 960w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><figcaption class="wp-element-caption">Le dune, saranno 20mq. La loro costruzione ha richiesto lo sgombero forzato di 14 famiglie.</figcaption></figure>
</div>

<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="461" height="1024" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-18_16-07-51-1-461x1024.jpg" alt="" class="wp-image-2239" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-18_16-07-51-1-461x1024.jpg 461w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-18_16-07-51-1-135x300.jpg 135w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-18_16-07-51-1.jpg 576w" sizes="auto, (max-width: 461px) 100vw, 461px" /></figure>
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<p><br>Scendendo il pastore ci chiede esplicitamente aiuto, <strong>vuole che l’Italia lo aiuti</strong>, dice che ha piovuto poco quest’anno e hanno poco terreno da pascolare, la maggior parte della terra intorno è militarizzata e inaccessibile. Molte pecore moriranno di fame quest’estate, e la sua famiglia campa solo di pecore e formaggio. Sono così preziose ormai che non le mangiano neanche più. Dice che senza aiuto potrà durare al massimo 1 anno o 2. Poi anche lui se ne dovrà andare. Non sappiamo bene cosa rispondergli.</p>



<p><br>Di nuovo giù a casa ci chiede un aiuto per scavare una buca per il cesso chimico, a noi e agli attivsti. <strong>Non ne avrebbe il diritto, dovrebbe chiedere un permesso che non gli concederebbero.</strong> <strong>Neanche per la merda</strong>. È un bel momento, forse tra i più belli di tutto il nostro soggiorno in Palestina. Il sole sta calando, ad aiutarci ci sono anche i suoi figli e le sue figlie, già autonomi e indipendenti alle loro varie età, alcune anche tenere. Ogni tanto si sente il suono di un veicolo che si avvicina e lo sguardo del padre si incupisce, ci fa sedere tutti per terra, restiamo in silenzio finché il rumore non si allontana. Poi di nuovo in piedi a scavare e scherzare senza una lingua comune.<br> <br>Riaccompagniamo al crepuscolo gli attivisti internazionali verso la loro sede. In macchina il giornalista ci racconta dei piani di Israele. <strong>Ci dice che vogliono unire le varie colonie illegali fuori Gerusalemme l&#8217;una all&#8217;altra, fino al Mar Morto, per dividere la Cisgiordania in due, nord e sud</strong>. I Palestinesi potranno passare solo attraverso un tunnel sotterraneo. Gerusalemme sarà a 30 minuti di macchina dal Mar Morto invece. La strada che stiamo percorrendo invece, la 90, quella piena di bandiere israeliane &#8211; una delle ultime accessibili sia a palestinesi che israeliani &#8211; <strong>diventerà un’autostrada, accesso solo per le targhe gialle</strong>. Da essa si staccheranno varie strade come rami, a separare le comunità palestinesi tra di loro, e unire invece le colonie all&#8217;autostrada, a Gerusalemme, al resto di Israele.</p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="725" height="1024" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/West_Bank_Access_Restrictions_June_2020.pdf-725x1024.jpg" alt="" class="wp-image-2240" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/West_Bank_Access_Restrictions_June_2020.pdf-725x1024.jpg 725w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/West_Bank_Access_Restrictions_June_2020.pdf-212x300.jpg 212w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/West_Bank_Access_Restrictions_June_2020.pdf-768x1085.jpg 768w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/West_Bank_Access_Restrictions_June_2020.pdf-1087x1536.jpg 1087w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/West_Bank_Access_Restrictions_June_2020.pdf-600x848.jpg 600w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/West_Bank_Access_Restrictions_June_2020.pdf.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 725px) 100vw, 725px" /><figcaption class="wp-element-caption">Questa era la situazione, già disastrosa, nel 2020. E&#8217; difficile trovare mappe aggiornate fatte bene. La velocità della colonizzazione è aumentata sensibilmente già all&#8217;indomani del 7/10, per via dell&#8217;eccezionale distrazione dell&#8217;attenzione internazionale.</figcaption></figure>
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<p><br><br>Vediamo adesso il vero colore di quelle vallate, le chiazze di terra nera che vedevamo ai bordi delle strade sotto le bandiere. Sono le vecchie comunità palestinesi, i vecchi accampamenti di quelli che non ce l&#8217;hanno fatta, che a un certo punto se ne sono andati, lasciandosi tutto alle spalle. A destra e a sinistra, sono molte. Il colore della terra sotto le bandiere è nero di fuliggine, è l&#8217;ultima testimonianza delle famiglie ormai disperse. <strong>Su tutte sventolano, a conquista, le stelle di David bianche e blu</strong>. Il giornalista ci parla di ognuna di esse, dice quanti animali avevano, quante persone ci abitavano; dice poi: &#8220;now they are theirs&#8221; (adesso appartengono a loro).<br><br>Per strada spuntano anche le colonie, rigogliose, protette da alti fili spinati, coperte da pannelli solari, chiazzate di prati verdi. Vita tranquilla e spensierata di periferia, si sente l&#8217;acqua che scorre nel deserto, <strong>non ci sono cisterne</strong>. Ogni tanto un checkpoint. Come prima le macchine si fermano, i bambini israeliani salutano, i militari sorridono.</p>



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