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	<title>Italia Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Non è un paese per Piergiorgi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Dec 2025 11:34:27 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Incomunicabilità]]></category>
		<category><![CDATA[Italia Profonda]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un Piergiorgio non nasce: viene costruito. Con pazienza. Con carezze. Con prese in giro. Con ghosting lento. Con un “ma sei dolcissimo però” che è peggio di una condanna.<br />
Qui l’uomo non conquista: aspetta.<br />
E la donna non ama: seleziona.<br />
A Cuccolandia invece si premiano i buoni sentimenti purché finti, si temono i conflitti e l’odio purché veri, e si vive in un eterno presente anestetizzato: nessun futuro, nessun passato, solo oggi, purché non faccia male.</p>
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<p><code>Cuccolandia, anno del signore 2025, stagione standard</code></p>



<p>Cuccolandia non è un posto, è un riflesso sporco dentro lo specchio rotto della penisola, un’italietta di mezzo, di sotto, di lato, ma mai sopra che si finge paese perché non può essere Stato o Nazione ma è un gigantesco centro commerciale dell’anima, dove la gente entra già morta e fa finta di scegliere, come nei supermercati della domenica, quelli con le luci al neon che sanno di carne scaduta e sogni evaporati. Un girone infernale con le aiuole decorative, l’inferno col wi-fi gratuito.</p>



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<p>È fatta di città che si credono capitali del mondo solo perché hanno tre locali con i nomi in inglese e due murales antirazzisti finanziati dalle fondazioni bancarie, e di una provincia che marcisce con dignità agricola, tra le siringhe dei tossici e le pro loco che organizzano la “sagra della felicità condivisa”, mentre chi può se ne va e chi resta si consola col sushi all you can eat e il calcio minore.</p>



<p>È la patria del “vediamo”, del “poi ti faccio sapere”, del ’’fratè tranquillo risolviamo”, e dei problemi che non si risolvono mai: crescono, si sposano, fanno figli, diventano tradizione.</p>



<p></p>
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		<title>Italiani a raggi x</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Oct 2025 11:07:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Italia Profonda]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel corso del Novecento diverse penne si cimenteranno nell’ingrato compito di descrivere gli italiani. Vediamone qualcuna.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/italiani-a-raggi-x/">Italiani a raggi x</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Avere come oggetto di studio i propri connazionali può rivelarsi un compito assai rischioso. Soprattutto se chi si cimenta in tale impresa è egli stesso un italiano. Troppo facile cadere nei luoghi comuni, pregiudizi e stereotipi in cui si è immersi, senza riuscire a offrire nuovi punti di riflessione. In principio fu Leopardi a rampognarci sui nostri modi di fare, atteggiamenti e&nbsp;attitudini nel suo <em>Discorso sopra lo stato presente dei costumi italiani</em>. Il poeta dell’infinito denunciava l’assenza stessa di società nella penisola, e quindi di una vera morale sociale.&nbsp; Descrivere i costumi di un popolo era una pratica diffusa nell’Europa dell’Ottocento. Qualche anno prima del <em>Discorso</em>, noti visitatori stranieri come Goethe, Stendhal, Madame de Staël avevano già riportato su carta quanto emerso dalle loro esperienze nel Bel Paese. Il giudizio generale non era positivo. Era un’Italia profondamente diversa, non ancora unita politicamente ma segnata dal peso di diversi secoli di storia che ne avevano forgiato carattere, temperamento, modi di fare e abitudini. Anche nel corso del Novecento diverse penne si cimenteranno nell’ingrato compito di descrivere gli italiani.</p>



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<p><strong>Gli italiani, da Barzini a Gambino</strong></p>



<p>Nel 1964, su commissione di un editore americano, Luigi Barzini jr. Scrisse <em>Italiani. Vizi e virtù di un popolo.</em> È notevole osservare  come alcune considerazioni di sessant’anni fa  presenti nel saggio siano valide ancora oggi. Attraverso un rapido excursus storico &#8211; come l’interessante parallelismo Cola di Rienzo/Mussolini, specialmente se si considera il triste e simile epilogo di entrambi &#8211;<strong> Barzini spiega come il popolo italiano per diversi secoli non si sia divenuto protagonista della propria storia</strong>. </p>



<p>Si pensi al periodo che va tra &#8216;500 e &#8216;800, un continuo assoggettamento a governanti stranieri, al quale gli italiani reagirono colmando il mondo di capolavori per colmare il vuoto di disordine e disperazione della loro vita nazionale e per dimenticare l’umiliazione e la vergogna. La bellezza che si trova nel nostro Paese è intesa come una benedizione e una condanna, al pari di quella “maledizione delle risorse” che affligge molte nazioni africane. Il giornalista analizza il <em>modus operandi</em> dell’italiano : «Fin dal Medioevo &#8211; spiega Barzini &#8211; siamo alla ricerca di chi ci esoneri dal peso della nostra libertà e destino». È proprio nel corso dell’età di mezzo che il tessuto antropologico italiano assorbe più che in altri Paesi quel modo di risoluzione delle contese tipico del codice cavalleresco in cui si fa a meno di leggi, norme e autorità statali, come viene descritto nel trattarello omonimo di Jacopo Gelli. </p>



<p><strong>La predilezione per l’interesse personale è una costante, lo Stato e la società funzionano se non intaccano gli interessi della famiglia, organismo che al tempo stesso protegge e genera disordine</strong>. L’Italia sarebbe dunque una federazione di famiglie, i cui interessi particolari raramente sono andati di pari passo con l’interesse nazionale. Il testo di Barzini a tratti diventa un vero e proprio <em>vademecum</em> che, seppur datato, si dimostra molto più utile di un’intera sezione di libri-paccottiglia sul<em> know how e </em>sulla crescita personale. Questi i consigli in ordine sparso: coltiva la tua famiglia, tieniti stretto amici e nemici, difenditi dalla società, dalla storia, trova un protettore, sii compiacente, nascondi la tua intelligenza, non essere idealista, nascondi il successo, gli italiani non lo perdonano, <em>dixit</em> Enzo Ferrari. Certo, le differenze geografiche comportano un diverso raggiungimento degli scopi: il settentrionale crede nella conquista della ricchezza, il meridionale in quella del potere. Il problema eterno della burocrazia poggerebbe sul fatto che ogni amministrazione è costretta a farsi la guerra l’una con l’altra per proteggere i propri privilegi. Viviamo in un eterno cripto-matriarcato  dove gli uomini dirigono (dirigevano) il Paese, ma sono a loro volta diretti dalle donne. Tuttavia lo stesso Barzini non ignorava affatto la mutazione antropologica che stava subendo la famiglia nella società italiana negli anni del <em>Boom</em> economico.</p>



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<p>Molti elementi presi in esame da Barzini saranno affrontati verso la fine del secolo scorso da un altro giornalista, lucido nell’analisi psicologica dell’italiano: Antonio Gambino. Del giornalista romano non si possono dimenticare i brillanti pamphlet polemici, quali<em> L’imperialismo dei diritti umani e  Perché oggi non possiamo non dirci antiamericani. </em>Nel suo <em>Inventario italiano</em>, Gambino si focalizza su una figura centrale per analizzare il carattere dell’italiano: la mamma, trasfigurata anche nella figura della Chiesa cattolica romana o della Madonna. Infatti il sottotitolo dell’opera è “<em>Costumi e mentalità di un paese materno</em>”. Gambino esplora tutta la letteratura che ha per oggetto il carattere del nostro Paese, ne rivela i sintomi: <strong>apoliticismo, clientelismo, trasformismo</strong> ecc.</p>



<p>All’origine una causa comune: la mentalità materna. Il luogo della madre è ristretto nell’ambito dell’allevamento e della protezione. La furbizia del servo che si vendica del padrone, per poi sottomettersi semplicemente a un altro padrone, ha portato spesso a identificare il Belpaese con la maschera di Arlecchino.<strong> La clientela, che nasce come associazione di amici e non solo in contesti politici, sembrerebbe quell’unico vincolo che al di fuori della famiglia abbia una base naturale</strong>. L’apoliticismo naturale deriverebbe proprio dal preferire legami clientelari e tra consorteria, piuttosto che con lo Stato. Se in Italia non c’è mai stata una rivoluzione il motivo è che, oltre a conoscerci tutti (Flaiano docet),  da Romolo e Remo siamo un popolo fratricidi, ed ogni rivoluzione che si rispetti nasce dal parricidio. Il pubblico appare come quel non luogo il quale, piuttosto che essere di tutti non è di nessuno, e perciò si può tranquillamente insozzare. Le Goff afferma la gravità del peso della storia nella coscienza collettiva italiana quale combinazione di tre elementi: coscienza di essere un popolo antichissimo, il risentimento di decadenza tra la gloria delle origini e lo stato attuale e l’inquietudine di esistere come nazione solo da poco tempo. Ed è sempre la mentalità familistica o maternalistica che riaffiora, sospettosa del mondo esterno e di ogni trasformazione, a tal punto che anche se il presente è tutt&#8217;altro che sereno, comunque si guarderà con diffidenza alla novità. Tale mentalità produce risultati migliori quando ha modo di esplicarsi in condizioni di spontaneità e inventiva personale.</p>



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		<title>Il vocabolario del potere</title>
		<link>https://ilnemico.it/la-menzogna-delle-parole-nel-vocabolario-del-potere/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Jul 2025 13:07:40 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Roccella chiama "censura" il fatto di essere contestata in pubblico. Valditara chiama "boicottaggio" la protesta silenziosa di alcuni studenti all'esame di maturità. La repressione si gioca sul potere di delegittimare il dissenso, controllandone le parole.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Ho sempre creduto che il vero scandalo non sia il peccato, <strong>ma l’ipocrisia</strong>. Che la vera violenza non sia quella visibile, ma quella che si nasconde nei gesti di chi mente mentre sorride, nei comunicati istituzionali, negli slogan da talk show.</p>



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<p>Osservando <strong>la ministra Roccella e il ministro Valditara</strong> pronunciare con spocchia due parole gravissime — “censura” e “boicottaggio” — ho avuto la sensazione netta di trovarmi di fronte a quella che potremmo definire la pornografia del linguaggio del potere.</p>



<p>Sì, pornografia. <strong>Perché è osceno un potere che finge di essere vittima</strong>. Una classe dirigente che ruba al dissenso i suoi strumenti semantici per usarli contro chi dissente.</p>



<p>La ministra Roccella, contestata da un gruppo di ragazze e ragazzi, ha parlato di censura. <strong>Censura.</strong></p>



<p>Una parola enorme, una parola che ha fatto morire scrittori, esiliare poeti, bruciare giornali. Una parola che puzza di fascismo, di bavagli, di leggi speciali, di fogli strappati. Una parola che — mi si perdoni l’insistenza — <strong>non può essere usata da chi governa contro chi protesta</strong>. Perché la censura, nella sua struttura ontologica, è verticale, discende dall’alto verso il basso, mai il contrario.</p>



<p>Roccella non è stata censurata. <strong>È stata contestata</strong>. Le è stato ricordato, con le voci e con i cartelli, che il suo potere non è neutrale, che le sue politiche — in tema di aborto, maternità, donne — non parlano a tutti, ma parlano contro alcuni. Non le è stato impedito di parlare. È stata costretta ad ascoltare.</p>



<p>E questo, nel vocabolario politico, non si chiama censura. Si chiama conflitto.</p>



<p>Il suo vittimismo è un’operazione chirurgica e fredda, ideologica. Serve a delegittimare il dissenso, a dipingerlo come violenza, a ridurre ogni forma di opposizione a un disturbo dell’ordine pubblico. È lo stesso meccanismo che negli anni Settanta definiva gli operai teppisti, le femministe isteriche, i giovani provocatori.</p>



<p><strong>Il potere, oggi, si sente autorizzato a definirsi censurato solo perché non è più abituato ad essere interrotto</strong>.<strong></strong></p>



<p>E poi c’è <strong>Valditara.</strong> Il maestro dell’ordine e della disciplina, l’ultimo baluardo di un’idea di scuola come apparato di controllo. Ha definito “<strong>boicottaggio</strong>” la scelta di alcuni studenti — pochi, fragili, arrabbiati — di restare in silenzio durante l’orale di maturità.</p>



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<p>Ora, boicottare significa agire consapevolmente per colpire un sistema, danneggiarne i meccanismi. Ma qui non c’è organizzazione. Non c’è sabotaggio. Non c’è calcolo. C’è una protesta grezza, disperata, disarmata. Una protesta adolescenziale, forse ingenua, ma onesta.</p>



<p>E invece, il ministro la punisce come si punisce un crimine. Il silenzio, per lui, è provocazione. È inaccettabile. Merita la bocciatura. Ma cos’è, davvero, l’orale della maturità? Un sacramento? Una liturgia dogmatica in cui lo studente deve inginocchiarsi davanti al sistema che lo giudica?</p>



<p><strong>Se un ragazzo sceglie di non parlare, se si rifiuta di partecipare a quella messa secolare, non sta sabotando lo Stato: lo sta interrogando</strong>. Sta chiedendo se valga ancora la pena obbedire a un sistema che lo ha formato come esecutore e non come pensatore.</p>



<p>E Valditara, con la severità di un parroco offeso, decide di colpirlo. Di bocciarlo. Di insegnargli che il silenzio non è concesso se non è sottomesso.</p>



<p>Questi due casi, presi insieme, ci raccontano una cosa semplice e terribile: questo governo ha paura del dissenso, soprattutto se viene dai giovani. Non perché sia pericoloso — lo sa bene che non lo è — <strong>ma perché è incontrollabile</strong>.</p>



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<p>Un ministro può negoziare con un sindacato, può reprimere un corteo, può manipolare i giornali. Ma non può zittire una classe che fischia. Non può punire il pensiero che rifiuta di esprimersi.</p>



<p>E allora lo ridicolizza. Lo criminalizza. Lo svuota. Lo definisce censura. Lo definisce boicottaggio.</p>



<p>Perché se un governo chiama “censura” ciò che è protesta, e “boicottaggio” ciò che è disagio, allora non sta più solo esercitando il potere: lo sta sacralizzando. Sta dicendo che è intoccabile, che ogni opposizione è eresia. Che ogni voce che non è in coro è una bestemmia.</p>



<p>Ed è qui, cari lettori, che sta la vera urgenza. Non solo nella politica, non solo nella scuola. Ma nel vocabolario. Perché il primo passo della repressione non è la legge: <strong>è la nominazione sbagliata</strong>. È l’atto sacrilego di chiamare censura la contestazione, boicottaggio il silenzio.</p>



<p>È così che si chiude lo spazio politico: non impedendo di parlare, ma facendo finta che chi urla sia il carnefice e chi comanda la vittima.</p>



<p>E allora tocca a noi — studenti, cittadini — custodire il significato delle parole, come si custodisce un bene sacro. Non per nostalgia, ma per necessità. Perché se perdiamo il senso delle parole, perdiamo anche la capacità di resistere.</p>



<p>E se c’è una cosa che ci è rimasta da difendere, in questo paese pieno di bugie, è la verità che abita nel linguaggio.</p>



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		<title>Il Gattopardo non va visto a prescindere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Mar 2025 10:38:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Declino dell'Occidente]]></category>
		<category><![CDATA[Dissesto editoriale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel "Gattopardo" versione Netflix, il Principe Fabrizio è ora una donna nera non binaria, una donna transgender afrodiscendente e Tancredi un attivista climatico con lo smalto alle unghie.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/il-gattopardo-non-va-visto-a-prescindere/">Il Gattopardo non va visto a prescindere</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>L’Italia è morta! Il cadavere è sotto un parcheggio di qualche outlet, e ci sono profilattici bucati pure, e puzza di merda. Il suo cadavere, gonfio di Nutella e debito pubblico, fluttua in uno spritz annacquato della gintoneria di sto ca’. Non c’è più alcuna nobiltà, alcuna fierezza. Ve lo dico subito: abbassate i calzoni che questo articolo sta per sfondarvi, per farvi male. <strong>Solo Maranza e Guardia di Finanza in tuta in giro, o in borghese</strong>; pensionati che si lamentano della benzina, che guardano l’unica cosa eterna che vedranno: i lavori pubblici; radical minch con la borsa di paglia; cumcette con i capelli neri di Cusenza col papà camorrista, che twittano sulla Palestina dal loro Airbnb a Ibiza.</p>



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<p><br>Tutto questo lo sapeva già il Principe Fabrizio di Salina. Lo sapeva e se l’è dovuta accollare per forza. Ecco la sua colpa, ecco il fallimento della sua genia: <strong>credere che il declino si possa affrontare con un’alzata di spalle e un sopracciglio inarcato</strong>, come Carletto Ancelotti, che magari farà cadere qualche mutandina, ma nessun Muro di Berlino.<br><br>Nel <em>Gattopardo</em> versione Netflix, il Principe Fabrizio è ora una donna nera non binaria. Sì, hanno deciso di rifare <em>Il Gattopardo</em> su Netflix, il che non significa che possiamo dire addio all’aristocrazia siciliana, ma alla Sicilia intera, all’Italia, all’UE. Il Principe Fabrizio sarà probabilmente una donna transgender afrodiscendente e Tancredi un attivista climatico con lo smalto alle unghie.</p>



<p><strong>Non lo vedo neanche quell’obbrobrio. Per scrivere qualche misero articoletto, scordatevelo. Il bello di oggi è che le cose le puoi stroncare senza vederle</strong>. Però posso testimoniare che il tutto è stato girato a Palermo, sotto casa mia, che nel film sembra Berlino Est, perché tutto su Netflix sembra Berlino Est. Io vedevo queste comparse mangiare nel mio bar di quartiere preferito, lasagne su piatti di plastica, e pensavo a Luchino Visconti esploso sotto tritolo. <strong>Questo non è un adattamento: è la riesumazione di un cadavere per violentarlo sotto i riflettori con sonde anali, in una sala operatoria aliena. Non è un omaggio, è un’adduzione rettiliana</strong>. Se Tomasi di Lampedusa fosse vivo, si sparerebbe con la doppietta.<br><br>Guardate il Presidente Mattarella: un ectoplasma istituzionale che compare in TV solo per dire cose che fanno annuire e calare il sonno. Antibattito-cardiaco-Mattarella lo chiamo io. <strong>Il monarca senza corona di una nazione senza spina dorsale</strong>, che si sveglia solo quando la Nazionale vince gli Europei e per beccare un &#8220;no&#8221; da Sinner, in un paese che poi non vede l’ora di tornare a farsi sodomizzare dai mercati finanziari e tradire qualche alleato in guerra.</p>



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<p><br><br>E il popolo? Il popolo esiste solo quando serve un hashtag; il resto dell’anno è un codice fiscale che paga le tasse e si fa strizzare le palle dai direttori di banca e dalle finanziarie, per comprare SUV a debito e telefonini da ottocento euro. Ha la figlia influencer. Boomer e millennial inferociti e sterilizzati da anni di ingiustizia sociale e “meritogrrrazzzia”.<br><br>Parliamo di plebiscito? Ok. Il plebiscito del 1860 non è altro che una grande anticipazione delle primarie del PD. La scena del plebiscito ne Il Gattopardo è un capolavoro di satira involontaria. Il popolo siciliano, analfabeta e sottomesso, viene portato a votare per l’Unità d’Italia come si portano le vacche al macello. I risultati? 432.053 voti per il Sì, 667 per il No. <strong>Percentuali da Corea del Nord e savoiardi inzuppati nel caffè</strong>. Stacco! Generazioni dopo, il caffè lo portiamo noi ai turisti, che ci scasseranno la minchia su Arancino vs Arancina e sulla ggggranidda di Siracusa. Ma ancora oggi ci raccontano che l’Italia è nata “dalla volontà del Bobbolo per fare giuSTIzzzia sociagggiale”. <strong>No, è nata da un golpe bancario-massonico dei Savoia, finanziato dagli inglesi, eseguito da mercenari e consolidato sulla testa di un popolo che non ha mai avuto voce in capitolo.<br></strong><br><strong>La vera Italia non è mai nata</strong>: esistono solo i suoi resti, uniti artificialmente dalla burocrazia, divisi giustamente in tutto il resto.<br><br>Ma destra e sinistra, gemelli siamesi della noia, sono in agguato! La destra borghese: condomini di provincia con parolone come “valori”, mentre investono in azioni Amazon e i figli ludopatici con disturbi dell’attenzione si fumano il crack. La loro idea di sovranismo è litigare su Telegram per una statua di Mussolini. La sinistra? Peggio. I wokie con i capelli azzurri che si masturbano sui diritti civili dei Maranza al suono di rap e drill, mentre si apprestano ad accendere un mutuo trentennale per finire a fare la caricatura della Famiglia Cuore.<br><br>Un tempo le invasioni portavano Attila e i Goti, gli Unni. Oggi portano ragazzini in felpa Adidas che sputano per terra e ti chiedono i soldi fuori dal Carrefour, mentre dietro ogni slogan c’è un imprenditore che vuole braccia a basso costo. Il risultato? Le città trasformate in suk, le piazze in dormitori a cielo aperto, i quartieri storici svenduti agli affitti in nero.<br><br>Tranquilli raga, l’Italia è una merda, ma ci sono gli imperi. E qui arriva lo scappellotto sulla nuca: la grande lezione de <em>Il Gattopardo</em>. <strong>La Nazione è un’invenzione per gente senza fantasia. Quello che conta è l’Impero</strong>. Federico II di Svevia lo sapeva: mentre i comuni si sbranavano per un pezzo di terra, lui costruiva castelli, parlava sei lingue, faceva volare i falchi e derideva i papi.<br><br>Il futuro non è nei confini, nei patriottismi da discount, nelle bandiere che sventolano sopra le buche delle strade. Il futuro è in chi sa costruire l’eterno, raga. In chi sa comandare. Il Gattopardo è questo. Luchino lo sapeva, Tomasi lo sapeva.<br><br>E mentre voi vi accapigliate su Salvini e Schlein, Trump è là che mangia hamburger e si fa incoronare come nuovo Cesare, Mosca è la nuova Roma, la Cina è la Cina. E noi? Noi non ci abbiamo capito un cazzo: <strong>il popolo vuole i gladiatori, non i ragionieri</strong>. Vuole il sangue, la lotta, la gloria.</p>



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<p><br><br>Ma non temete. Le tenebre non sono eterne. La storia si piega sotto il peso degli uomini spavaldi. <em>Il Gattopardo</em> non è morto. Sta solo aspettando il momento giusto per tornare. E sarà ferro. Sarà fuoco. Sarà sperma. O per lo meno, saremo già andati a fanculo.</p>
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