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	<title>Jarmush Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Come MUBI ha reso inutile il cinema d’autore.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Mar 2026 18:22:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[critica cinematografica]]></category>
		<category><![CDATA[Jarmush]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il cinema d’autore contemporaneo è dunque diventato intrattenimento “cool”: un cinema di genere il cui genere si chiama, paradossalmente, “film d’autore”. Jim Jarmusch è uno dei principali precursori di questa deriva, uno dei primi registi a realizzare opere da “yankee innamorato del cinema d’autore”. Jarmusch ama Godard e Ozu, ne assimila l’estetica, ma la mette sistematicamente al servizio del vuoto. Il risultato è un cinema che produce “contenuti” senza Contenuti (perché oggi tutto è content), perfettamente funzionali alle esigenze di piattaforme come MUBI.</p>
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<h2 class="wp-block-heading">Su <em>Father mother sister brother </em>di Jarmush.</h2>



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<p>C’era una volta il cinema d’autore. Oggi c’è MUBI. Nel mezzo, Jim Jarmusch. Ma procediamo con ordine.</p>



<p>Generalizzare la storia del cinema è un’operazione teoricamente scorretta, ma talvolta necessaria. Lo faremo dunque affermando che, in linea di massima, esistono due grandi famiglie cinematografiche: il cinema d’autore e il cinema di genere.</p>



<p>Entrambe possiedono pari dignità espressiva, entrambe si influenzano reciprocamente ed entrambe possono essere praticate in forma “pura”. Tuttavia, è ragionevole sostenere che sia più difficile realizzare un buon film d’autore rispetto a un buon film di genere, semplicemente perché il genere fornisce uno schema narrativo di partenza (una struttura codificata che orienta il racconto). Il cinema d’autore, non di rado, prende infatti in prestito proprio dal cinema di genere la sua architettura narrativa, utilizzandola come impalcatura per veicolare sottotesti, riflessioni e metafore.</p>



<p>Al tempo stesso, è estremamente complesso realizzare un film di genere (commedia, horror, fantascienza, noir) che risulti realmente innovativo e artisticamente rilevante. La differenza risiede però nel fatto che il genere, per quanto limitante, fornisce un punto di partenza chiaro, mentre il cinema d’autore si fonda interamente sulla visione del mondo dell’autore. Quindi, se l’autore non è davvero un autore, vale a dire se non possiede un mondo interiore solido, capace di generare un punto di vista sulle vicende narrate e una militanza nei contenuti esposti, ci ritroveremo con un’opera che non intrattiene e non fa riflettere.</p>



<p>Ciò che è avvenuto a partire dagli anni Novanta, e che MUBI ha oggi consacrato e sistematizzato, è la trasformazione del cinema d’autore in un vero e proprio cinema di genere. Si è creato un intrattenimento per “artistoidi”: anime colte e rassicurate, che non desiderano essere messe in crisi dall’opera d’arte, ma semplicemente contemplarla dal proprio salotto borghese. Un’arte che non sposta, non ferisce, non interroga, ma arreda.</p>



<p>In questo senso, le intuizioni di Andy Warhol restano centrali. La sua celebre affermazione («Non cercate il senso delle mie opere all’interno di esse. Sono solo superfici, sta tutto all’esterno») anticipa perfettamente l’estetica del nuovo cinema d’autore: ciò che si vede è tutto ciò che c’è. L’opera non rimanda a un significato ulteriore, ma si esaurisce nella propria superficie, diventando oggetto gradevole, decorativo, consumabile. Nulla di più, nulla di meno.</p>



<p>Il cinema d’autore contemporaneo è dunque diventato intrattenimento “cool”: un cinema di genere il cui genere si chiama, paradossalmente, “film d’autore”. Jim Jarmusch è uno dei principali precursori di questa deriva, uno dei primi registi a realizzare opere da “yankee innamorato del cinema d’autore”. Jarmusch ama Godard e Ozu, ne assimila l’estetica, ma la mette sistematicamente al servizio del vuoto. Il risultato è un cinema che produce “contenuti” senza Contenuti (perché oggi tutto è content), perfettamente funzionali alle esigenze di piattaforme come MUBI.</p>



<p>Va detto che MUBI svolge anche un lavoro prezioso di recupero e diffusione di grandi opere del passato. Tuttavia, affianca a questo merito la distribuzione e la produzione di film imbarazzanti come&nbsp;<em>The Mastermind</em>&nbsp;di Kelly Reichardt,&nbsp;<em>Die My Love</em>&nbsp;di Lynne Ramsay o&nbsp;<em>Father Mother Sister Brother&nbsp;</em>di Jarmusch, prodotto, tra gli altri, da una casa dal nome programmatico: Cinema Inutile. E di cinema inutile, in questo caso, si tratta davvero.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
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<p><em>Father Mother Sister Brother</em>&nbsp;è un film interamente costruito in superficie. Un cinema che ha rinunciato a comunicare qualcosa di preciso e si limita a intrattenere un pubblico di cinefili impegnati in un esercizio autoreferenziale: trovare connessioni anziché significati. Perché i significati, ammesso che esistano, sono infiniti e indistinti e, senza un punto di vista autoriale forte, senza una militanza dello sguardo, tutto vale e niente vale.</p>



<p>I tre episodi che compongono il film raccontano storie volutamente insignificanti: un fratello e una sorella fanno visita a un padre apparentemente indigente; una madre scrittrice, fredda e distante, prende il tè con le figlie disadattate; due gemelli restano orfani e svuotano l’appartamento di famiglia. Trame esili sulle quali Jarmusch stende la consueta “patina autoriale”: ritmo esasperatamente “lento ma non troppo”, belle inquadrature e il solito gioco cinefilo, qui del tutto privo di senso, che consiste nel collegare i tre episodi attraverso una serie di dettagli arbitrari. Ecco allora che in tutti compaiono gli skater, in tutti si beve acqua, in tutti si riflette sull’abbinamento dei colori, in tutti appare un Rolex. Un sistema di rimandi che non produce significato, ma solo compiacimento e appagamento per lo spettatore che si diverte a riconoscere le connessioni.</p>



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<p>Il risultato è un film sostanzialmente inutile (forse appena meno inutile del precedente<em>&nbsp;I morti non muoiono</em>), prodotto da Cinema Inutile e MUBI, che viene persino premiato da un festival ormai inutile come il Festival di Venezia. Di fronte a questo, si potrebbe pensare di essere nel torto: se un’istituzione come Venezia premia simili opere, e se questi film vengono prodotti, allora un valore lo avranno?</p>



<p>Forse molti registi dovrebbero rassegnarsi all’idea di essere privi di un autentico mondo interiore (e dunque privi di una visione personale e necessaria), come invece lo erano Fellini, Kubrick, Ferreri, Truffaut, Godard e tutti i veri autori del passato. Dovrebbero rassegnarsi a fare cinema di genere e smettere di produrre contenuti inutili e “finto autoriali”, alimentando il business di un cinema “arty” che finirà per soffocare il cinema stesso.</p>



<p>Un cinema apparentemente d’autore, ma più inutile di una commedia italiana contemporanea. E Jim Jarmusch ne è il padrino, fin da prima che il finto cinema d’autore diventasse un modello industriale.</p>



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