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	<title>Mercato Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>I traumi ci fanno fatturare </title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Nov 2025 09:42:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura Assoluta]]></category>
		<category><![CDATA[Incomunicabilità]]></category>
		<category><![CDATA[comunicazione]]></category>
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		<category><![CDATA[Traumi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tra capitalismo terapeutico, vulnerabilità strategica e lacrime che puzzano di marcio,</p>
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<p>Apro Instagram. Una ragazza bionda racconta la fatica di crescere un figlio da sola mentre beve un cappuccino fatto in casa e condivide consigli per non sentirsi una madre inadeguata. Chiara Ferragni si proclama World’s Best Sottona e regina del Club degli Illusi dopo il divorzio con Fedez e la bufera mediatica causata dalla scoperchiatura del vaso di Pandori. Una donna americana piange in macchina mentre trasporta le ceneri del suo giovane marito defunto. Un uomo con una polo blu e un piccolo microfono attaccato al colletto racconta che, grazie alle sponsorizzate, il suo business cresce da solo e riesce finalmente a passare del tempo con i suoi figli.&nbsp;</p>



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<p>Un brivido si propaga dalla pancia fino alla pelle, sottile ma insistente. Sento puzza di marcio, ma mi colpevolizzo. Hanno sofferto, si stanno mostrando nella loro vulnerabilità, come posso essere così insensibile? Eppure, aumenta in me il bisogno di allontanarmi veloce, velocissimo. Smetto di seguire, chiudo tutto. Cosa sta succedendo?<br></p>



<p><strong>Viviamo in un’epoca in cui sembra essere “Tutta colpa di Freud”</strong>. Ci hanno addirittura fatto una <a href="https://www.youtube.com/watch?v=PLQ05q_QF14">serie TV</a> e una <a href="https://www.youtube.com/watch?v=sjFPZ7L3kVs">canzone</a>. Soffriamo? Abbiamo sicuramente avuto un trauma, parola greca che deriva dal verbo greco τραῦμα, che significa &#8220;danneggiare&#8221;, &#8220;ledere&#8221;, &#8220;rovinare&#8221;. Non è colpa nostra, qualcosa o qualcuno ci ha danneggiato, ma<strong> la bella notizia è che possiamo trasformare la nostra ferita nella nostra più grande forza</strong>. Questa è la narrazione, oggi. Ce lo dicono i terapeuti, gli algoritmi e persino Kelly Clarkson con <em>“What doesn’t kill you makes you stronger”</em>. Poi Tiziano Ferro l’ha messa in versione pop con il suo <em>“Se non uccide fortifica”</em>.&nbsp;</p>



<p>La vulnerabilità è diventata un linguaggio e, come ogni linguaggio, ha le sue regole: ti puoi mostrare fragile, ma solo se hai una visione, puoi piangere in pubblico se serve ad attirare consensi, puoi raccontare i tuoi fallimenti, solo se aumentano il fatturato.&nbsp;</p>



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<p>Online, <strong>il trauma non è più solo un’esperienza intima, da proteggere e di cui prendersi cura, ma è una nicchia di mercato.</strong> Bisogna parlare alle persone che hanno lo stesso trauma per aiutarle e convincerle che sì, siamo proprio noi la soluzione che stanno cercando. Allora c’è chi racconta le proprie ferite senza filtri, chi costruisce un podcast, chi un videocorso da guardare mentre il figlio è a lezione di nuoto.&nbsp;</p>



<p><strong>È il capitalismo terapeutico: soffro, dunque monetizzo. </strong>Un tempo si diceva <em>“Trasforma il dolore in arte”</em>, oggi basta trasformarlo in contenuto, possibilmente con un titolo che attiva corde emotive e qualche centinaio di euro di sponsorizzata.&nbsp;</p>



<p><strong>Il trauma, in questo contesto, non è più ciò che ti accade, ma ciò che ti definisce.</strong><strong><br></strong>Diventa un marchio, un posizionamento, un modo per sentirsi speciali.<em> </em>Non sei solo una persona ansiosa: sei una persona ansiosa capace di raccontare l’ansia<em>. </em>Hai avuto un burnout? Ottimo, adesso puoi insegnare agli altri a evitarlo. La narrazione della ferita funziona perché rassicura. Perché ci fa sentire tutti un po’ disagiati, ma insieme, guidati da <em>anime affini </em>che ci capiscono, che sentono il nostro trauma e a cui siamo felici di dare i nostri soldi.&nbsp;</p>



<p>E così, tra una seduta di psicoterapia e un reel motivazionale, impariamo a performare il dolore con grazia, a monetizzare il trauma con leggerezza, a raccontare la vulnerabilità come fosse una competenza trasversale. Il risultato? <strong>Siamo tutti imprenditori del nostro trauma, testimonial di un dolore che non deve più far male, deve solo fatturare.</strong></p>



<p>A questo punto la domanda sorge spontanea: “Ma allora online è tutto finto?” No. O almeno, non sempre. Ci sono anche persone come Bianca Balti che torna sui social dopo tre mesi di silenzio per parlare di depressione post-cancro, senza però identificarsi in essa, con pudore, senza retorica e con la grazia ruvida di chi non deve dimostrare niente. Il problema non è la vulnerabilità in sé, ma la sua gestione in pubblico. C’è chi condivide una vulnerabilità strategica, con un secondo fine, ma c’è anche chi riesce davvero a trasformare il proprio dolore in arte, in storie che fanno riflettere, sorridere o entrambe le cose. La differenza è sottile, ma si sente, come quando metti il dolcificante nel caffè al posto dello zucchero.&nbsp;&nbsp;</p>



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<p>Un contenuto autentico non chiede di essere compreso, non cerca like né empatia: esiste e basta. È quello che ti lascia qualcosa anche senza spiegare nulla, senza dare soluzioni, senza CTA a scaricare l’ennesima guida gratuita su come essere un padre presente. È un contenuto intenso, ma silenzioso, in cui il dolore c’è, ma non è sbandierato per suscitare reazioni. <strong>L’autenticità, quando è reale, non ha l’urgenza di piacere, né paura di non piacere. </strong>La vulnerabilità strategica, invece, se esasperata, può portare <a href="https://open.spotify.com/episode/5IfpOiPafVnWGosbQry13r">una donna che ha ucciso suo marito a pubblicare un libro per bambini su come superare il lutto del padre</a>. Capite cosa intendo? È agghiacciante.&nbsp;</p>



<p><strong>Imparare a distinguere è un atto politico. </strong>Abitare gli spazi online significa accettare che ci siano più livelli di verità, che non tutto è manipolazione, ma nemmeno tutto è confessione. Significa fermarsi prima di condividere, o prima di empatizzare, e chiedersi: “Perché lo sto dicendo? Cosa spero di ottenere? Che sensazione suscita in me quello che sto leggendo/vedendo? È zucchero o è dolcificante?” Insomma, si sente. Forse la vera autenticità non è solo raccontarsi, ma<strong> stare nelle domande scomode senza la pretesa di avere (e dare) sempre una soluzione monetizzabile.</strong> Imparare a dimorare nel silenzio, prima di trasformare tutto in messaggio, storia o contenuto.&nbsp;</p>



<p>Certo, in qualche modo dobbiamo pur mangiare e se la nostra vulnerabilità <em>funziona</em>, perché non parlarne? Non c’è niente di male nel voler trasformare il dolore in qualcosa di utile. D’altronde, la società in cui viviamo ce lo chiede continuamente. Forse la soluzione non c’è. Bisogna solo farsi domande, ogni volta, prima di parlare o di ascoltare. Seguire un po’ di più le proprie urgenze e un po’ meno le strategie. Condividere non per convertire, ma per capire. E imparare ad ascoltare quella sensazione di pancia che arriva mentre leggiamo, guardiamo, scorriamo.</p>



<p><strong>Perché, se ci fermiamo un attimo, la pancia sa sempre la verità: quando è zucchero, quando è dolcificante, quando è marcio.</strong></p>



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<p></p>
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		<title>Pasolini è morto, viva il consumismo!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jul 2024 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cattivi Maestri]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Italia Profonda]]></category>
		<category><![CDATA[Mercato]]></category>
		<category><![CDATA[Pasolini]]></category>
		<category><![CDATA[Società dei consumi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il consumismo è stato nefasto per la cultura in generale, in particolare per quella italiana. Non v'è alcun dubbio. Ma a cosa serve confondere l'Italia che fu con la povertà e l'indigenza? Per restare veri e puri bisogna necessariamente morir di fame? Il pauperismo osannato da Pasolini ha  attecchito nella cultura italiana, sempre più frivola e spendacciona, facendo leva sui suoi pregiudizi agropastorali.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Può darsi che nell’inverno del nostro scontento un motivo d’afflizione aggiuntiva possa derivare dallo svuotamento delle tasche per via di questa spaventosa crisi che chissà quando ci farà rivedere “i raggi di questo sole di York” (<em>Riccardo III</em>, atto I, sc.I). E può darsi che un periodo di contrazione dei consumi possa essere visto con giubilo da chi non ha mai mancato, dal primo apparire dell’affluent society da noi, di fare <strong>il broncio pedagogico e penitenziale contro il maledetto consumismo</strong>.</p>



<p><br>Per quanto mi riguarda mai mi sono accodato a tutti coloro che con aria contrita si sono affannati a biasimare la tendenza al consumo degli italiani a partire dagli anni ’60, <strong>gli anni più felici di sempre</strong>, gli anni di “Carosello”, della canterina vetrina televisiva che invitava al consumo. Ah il consumismo, ah la perdita dei valori, ah il vagheggiamento di una società agropastorale!</p>



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<p>Prima del grande e impetuoso sviluppo degli anni ‘50/’60, il cosiddetto “miracolo economico”, eravamo un Paese povero e disgraziato (e il generale De Gaulle infieriva : &#8220;l&#8217;Italie n&#8217; est pas un pays pauvre, c&#8217; est un pauvre pays&#8221;). Nella economia dei prodotti a chilometro zero (quella della penuria preindustriale non quella doviziosa, sfiziosa e postindustriale di oggi) <strong>si faceva la fame</strong>. Nelle montagne imperava il gozzo e l’incesto. Nelle campagne si sudava da bestie e i cani abbaiavano alla luna scambiandola per polenta (&#8220;La luna e i falò&#8221;). Nelle città la maggior parte della gente viveva in fetide case di ringhiera col cesso in comune sul ballatoio, &#8220;in punta&#8221; si diceva a Milano, ossia alla fine della ringhiera. E quelli del Sud, &#8220;Gli alunni del sole&#8221; secondo Giuseppe Marotta, scappavano a gambe levate appena potevano <strong>abbandonando i mandolini, il sole e il mare</strong>, per poi poterli meglio cantare, ma da lontano, in qualsiasi luogo che non gli ricordasse <strong>l’afflizione, la penuria quando non la fame.</strong></p>



<p>Perciò, benché consumatore parco, ho avuto verso il consumo, da “materialista spirituale” quale sono, sempre un comportamento responsabile ma<strong> mai denigratorio e sprezzante</strong> (non me lo potevo permettere). Era il mio mondo del consumo al quale anch’io accedevo finalmente, era il mio “edonismo immaginativo autonomo” per usare la bella espressione di Colin Campbell (<em>The Romantic Ethic and the Spirit of Modern Consumerism</em>, Oxford 1987) cioè un piacere che rilasciava intime soddisfazioni, enzimi di piacere, endorfine da supermercato: <strong>ah il mio primo e indimenticabile croccante cornetto!</strong></p>



<p>Se c’è qualcosa che temiamo come la morte, oggi, è tornare a quei tempi andati, ecco perché siamo rimasti come paralizzati davanti ai colpi della recessione e degli altrettanto violentissimi colpi del governo, di questo e di quello precedente, che ci hanno tramortiti. <strong>C&#8217;è sempre un governo che è ladro per default nel nostro immaginario</strong>. Non crediamo che sia probabile tornare a quell’Italia lì, ma la paura è tanta.</p>



<p>Socrate andava ogni giorno al mercato per constatare di quante cose non avesse bisogno (Diogene Laerzio, <em>Vite dei filosofi</em>). Anch’io, <strong>mi ritengo un consumista svogliato</strong>. Ho una vecchia automobile, pochi vestiti, alcune paia di scarpe, vivo una vita media da uomo medio, tranne questa passione insana per il libri, fonte aggiuntiva di dolore, perché come dice la Bibbia: “Molta sapienza, molto affanno: chi accresce il sapere, aumenta il dolore” (<em>Qo</em> 1, 18).” Ma meglio questa afflizione autoimposta che una sciocca ed ebete <strong>mancanza di consapevolezza</strong>. So che il mercato procura dolori, ma sono contento però che ci sia un mercato. E non faccio il broncio a chi consuma. <strong>Ognuno si impicca alla corda che vuole</strong>, anche chi tiene un tenore di vita al disopra dei propri mezzi, anche ricorrendo ai debiti. E ce n’è tantissimi: per esperienza lavorativa ho visto cose che voi umani…</p>



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<p>Per conto mio sono per la massima: “di ciò che non abbiamo, facciamo senza”. Ma non amo il francescanesimo. <strong>Il pauperismo realizzato non potrà che distribuire miseria</strong>. Non sono per l’esaltazione della povertà evangelica e di contro non sono ideologicamente avverso al mercato e al consumo.<br>Per dire, preferisco il Voltaire del <em>Mondano</em> &#8211; il filosofo che in quel poemetto cantava le lodi di una delle prime globalizzazioni (sì, trafficava anche in schiavi, ahimè) e concludeva “Le paradis terrestre est où je suis” &#8211; a un Rousseau con la testa sempre rivolta all’indietro in uno stato ferino di natura, che viveva come un orso solitario, privo di ogni conforto e predicava il ritorno <strong>a una punitiva società senza spettacoli, senza consumi</strong>, tanto che Voltaire sbottò in una lettera: «Signore, vien voglia di camminare a quattro zampe quando si legge la vostra opera»&#8230;</p>



<p>Il consumismo, viene detto con aria deprezzatoria, porta malessere e insoddisfazioni crescenti. Vero. Ma è da preferire questo tipo di malessere del benessere <strong>al malessere del malessere di chi non ha nulla e nulla può desiderare</strong>. Meglio una fila per un Ipad che per un’aringa affumicata. Mai ho seguito i miti regressivi alla Rousseau o alla Pasolini [nella foto in vistoso total Gucci]. Sono nato in povertà e sono riuscito a fuggire fortunosamente da quel mondo inseguendo un sogno piccolo-borghese di lindore, di pulizia (nella lingua prima che nel vestiario o negli arredi), proprio come il cantore dei coatti romani, <strong>Pier Paolo Pasolini</strong>; lo scrittore che mentre inseguiva narrativamente, e non solo, pischelli borgatari quali il Rinzetta e il Riccetto che parlavano come le coatte di oggi, che vagheggiava una società povera, che assegnava, da intellettuale decadente gidiano qual era, <strong>chissà quale funzione di redenzione al sottoproletario di borgata</strong>, ebbene questo intellettuale costretto per un certo periodo della propria vita a vivere in<strong> borgata da cui è scappato appena ha potuto</strong>, vergava negli umidi quaderni piccolo-borghesi de <em>La religione del mio tempo</em> questi versi racchiusi nel capitoletto “Il mio desiderio di ricchezza”:</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Prima di ogni altra cosa, una camicia candida!<br>Prima di ogni altra cosa, delle scarpe buone,<br>dei panni seri! E una casa, in quartieri<br>abitati da gente che non dia pena.</p>
</blockquote>



<p>Da gente che non dia pena! Ossia lontano dagli sguardi dei borgatari che poi andava a incontrare, lui, su fiammanti automobili sportive. Adoro Pasolini &#8211; soprattutto quello critico, lo scrittore di <em>Passione e ideologia</em> e <em>Descrizioni di descrizioni</em> (il migliore secondo me) &#8211; e dico questo per ripararlo subito dai colpi che potrebbero dargli coloro che usassero le mie parole contro di lui. Ma come dice Sciascia: <strong>contraddisse, e si contraddisse</strong>. È l’intellettuale che più di ogni altro scrisse contro il consumismo, <strong>parlando di una alluvione antropologica solo perché cominciavamo ad addentare qualche Buondì Motta</strong>, lui, quel poeta che si dilungava su acquisti Biedermeier, da piccolo borghese con aspirazioni di lindore filisteo.</p>



<p>Negli<em> Scritti corsari</em> prediceva castrastofiche mutazioni antropologiche degli italiani, e vagheggiava recensendo le prose di <em>Un po’ di febbre</em> di Sandro Penna la società povera e debilitata dell’Italia degli anni Trenta.</p>



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<p><br>Se Pasolini è uno scrittore di sinistra (seppur una sinistra reazionaria, com’è stato detto) allora è il destinatario naturale di questa osservazione di Michael Walzer (<em>L’intellettuale militante</em>, Il Mulino 1988):</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>«<strong>Non è mai stata una buona idea per la sinistra quella di collocarsi in netta contrapposizione ai valori della gente comune</strong>. L&#8217;attacco ai beni di consumo è il punto estremo cui può arrivare l&#8217;ostinazione dei critici della società, poiché la gente, privata delle cose, è resa libera per una politica non più di quanto siano resi liberi per l&#8217;arte gli artisti che fanno la fame. <strong>La privazione è privazione</strong>; non ci si può sottrarre al mondo del guadagno e della spesa semplicemente non guadagnando e non spendendo. La vita comune ha le sue esigenze, non soltanto di ciò che è assolutamente necessario, <strong>ma anche di ciò che è puramente desiderabile</strong>».</p>
</blockquote>



<p>E adesso, se vi è rimasto qualche spicciolo in tasca e se volete sentire ancora la gradevolezza delle endorfine del consumo sulla vostra pelle: <strong><em>enjoy it</em>, ci sarà tempo per il <em>penitenziagite</em>!</strong></p>
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