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	<title>mondo del lavoro Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Stai in guardia dal tuo nomade io</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 May 2026 09:37:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Declino dell'Occidente]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro inutile]]></category>
		<category><![CDATA[mondo del lavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fai della tua passione il tuo lavoro, poi licenziati e inizia a vivere.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/stai-in-guardia-dal-tuo-nomade-io/">Stai in guardia dal tuo nomade io</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Una tetralogia di discorsi si annida sotto al letto di ogni io, incombe la minaccia del nomadismo del sé. Risuonano gli echi centenari del diventa ciò chi sei nicciano, del socratico conosci te stesso. Risuonano durante le giornate di orientamento liceale, ai placement post-università; una favola la cui genesi è nel cosa vuoi da grande che ti chiedono appena hai superato la fase della lallazione, ma non sei ancora troppo sviluppato per articolare una risposta che non sia&nbsp;<em>telegrafica e monadica.</em></p>



<p>Interiorizzi per la prima volta che c’è un Qualcuno indefinito e amorfo i cui bordi attendono di essere tracciati con l’indelebile come si fa con i disegni a matita per far loro assumere un po’ di spessore. Poi ti ritrovi in un futuro ipotetico in cui si fa sempre più pressante e presente l’attesa di un’epifania che ti colga mentre torni da lavoro o mentre sei sul treno che non si sa da dove arrivi e che invece di ricordarti la scadenza incombente ti rivela chi sei che cosa devi fare nel mondo e ti indica la strada giusta, il tuo&nbsp;<em>ikigai</em>. La tua ragion d’essere che ti fa svegliare ogni mattina in trepida attesa con un’ansia missionaria di portare il tuo vero Sé nel mondo e di poter fare del bene.</p>



<p>Fai della tua passione il tuo lavoro, o fai della tua passione e del tuo lavoro te stesso, insomma è uguale. Scegli una passione bambino, una e una sola, che però tu la possa mercificare e trasformare in denaro, così che di un sorriso obbligato e sardonico possa essere macchiato il tuo volto. Le centomila copie vendute dei libri dalla copertina lucida di self help che proliferano persino sulle bancarelle dell’usato ti insegnano a ritrovarti dopo che ti sei perso per strada e attendi la tua epifania. Le passeggiate la domenica pomeriggio prescritte dal dottore o dallo psicologo che ti invitano ad accordarti con il vibrare delle foglie e della natura, per pensare un po’ a te stesso e ritrovarti.</p>



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<p>Così ti viene imposto questo Io monolitico e substratico il cui velo dell’inautenticità aspetta solo di essere strappato dopo l’ennesimo percorso di psicoterapia fallito. Un Io sedentario che ti aspetta sulla strada ma di cui sei troppo distratto per accorgerti, troppo preso dai ritmi della vita, troppo impegnato con le&nbsp;<em>deadlines</em>&nbsp;e di cui quindi il velo non potrai mai strappare. Perché ti devi conoscere, devi diventare ciò che sei, devi far coincidere te stesso con il tuo sostrato originario e se ce la fai, se ti sforzi e ti ritrovi, se ti dedichi del tempo o se una mossa fortuita ti mette sulla casella giusta, poi sei destinato a rimanerci per sempre.</p>



<p>Stai fermo, non osare avanzare che ti sei trovato e ritrovato. Non perderti. Scordati e sopprimi tutte le spinte disgregatrici che ti vogliono fluttuante e instabile, ritrova il tuo equilibrio, accordati al ritmo costante e periodico del tuo sostrato originario. Una passione devi avere, abbandona il tuo&nbsp;<em>ulissismo</em>, non andare oltre i confini prescritti del tuo Sé. Rimani sulla strada maestra nel centro città non ti inoltrare nelle viuzze periferiche buie mal frequentate dell’Io dove ti attengono gli amici sbagliati.</p>



<p>Uccidi l’Io nomade che vive dentro di te che rifiuta di scoprirsi e diventare ciò che è, che minaccia di portarti altrove, l’io inquieto ed itinerante che si tradisce e contraddice, uccidi la minaccia perché ti manca poco e se ti impegni all’improvviso sulla strada o in una passeggiata domenicale lo diventerai ciò che sei, ti conoscerai, un Io trascendente e vero ti si rivelerà.</p>



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		<title>Il Cavaliere di LinkedIn.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Sep 2025 10:40:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dominio della Tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Incomunicabilità]]></category>
		<category><![CDATA[Olocausto digitale]]></category>
		<category><![CDATA[community]]></category>
		<category><![CDATA[fallimento]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Linkedin]]></category>
		<category><![CDATA[mondo del lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Narrazione]]></category>
		<category><![CDATA[network]]></category>
		<category><![CDATA[successo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La narrazione isterica di Linkedin ha creato una tela di autopromozione retorica dalla quale nessuno riesce più a scappare.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><br>Il tuo amico Simone è colmo di gratitudine e orgoglio mentre annuncia l’ultimo traguardo professionale alla sua community. A valle di un testo verboso e intriso di vissuto personale dal tono edificante<strong>, costruito su un’impalcatura di frasi mille volte ruminate e altrettante volte rigurgitate</strong>, rigurgitate talmente tante volte da essersi trasformate in poltiglia semantica, punteggiato di luoghi comuni sull’importanza di anticipare i tempi e di non attendere che arrivi il momento giusto (perché il momento giusto non esiste), Simone ha scritto:<br><br><em> &#8211; Se stai leggendo le mie parole – sì, parlo proprio con te – smetti di perdere tempo e agisci.</em><br><br>Al post ha allegato una sua recente foto su una tavola da surf. A Bali, a Fuerteventura, sulla sorprendente costa marocchina, dove sia stata scattata la foto non è dato sapersi. Non serve saperlo. In un mondo che ansima per assomigliarsi sempre di più, <strong>la casa di Simone non può che essere il mondo stesso</strong>.<br><br></p>



<p>A gennaio ha pagato seimila euro per un corso di <em>personal storytelling and branding</em> tenuto dal fondatore di una start up nata, recita il sito, tra un call alle sei di mattina, una presentazione PowerPoint e una birra ghiacciata, e da quel momento non è più stato lo stesso. Ogni storia che racconta, anche la più trascurabile delle mistificazioni da bar, segue un unico canovaccio. Si apre con un grande fallimento, vero o presunto che sia (“<em>Dieci anni fa la mia prima azienda è fallita</em>”), seguito poi da tortuosità di percorso e altri piccoli fallimenti, questi sicuramente inventati (“<em>Pochi mesi dopo sono ripartito con una nuova attività, ma le cose non sono andate subito benissimo</em>”), palate di abnegazione (“<em>Eppure ogni giorno mi svegliavo con il sorriso e la voglia di mettercela tutta</em>”), ribaltamento (“<em>Oggi la mia azienda conta cinquanta dipendenti</em>”) e morale finale (“<em>Sapete cosa ho imparato da tutto questo: che la vita bla bla bla</em>”. Sì, Simone, abbiamo capito). Parlare dei propri fallimenti, ingigantirli, inventarli addirittura, è la più alta forma di autoelogio, e Simone lo ha capito a colpi di bonifici. Non è un caso se “<strong><em>Il valore immisurabile del fallimento</em></strong>” è uno dei suoi post con più condivisioni.</p>



<p><strong>Simone abusa del termine “narrativa”</strong> (che adopera al posto del, forse più corretto, “narrazione”?), e ha sviluppato una strana ossessione per gli acronimi. Ha da poco coniato il metodo SS: “Sono. Scuse”. Le due parole divise da un punto. A chi gli ha fatto notare che forse sai, potrebbe far pensare, sei sicuro, la gente si confonde, lui ha risposto che “Sono. Scuse”. Dal suo armadio sono usciti, per non fare più ritorno, i maglioni a rombi e i denim che indossava all’università. Sceglie meticolosamente cosa indossare per andare alle colazioni di lavoro, dopo essere arrivato alla conclusione che i pranzi, quelli di lavoro, siano retaggi inefficienti e pratiche da cafoni, ma forse anche i pranzi in generale sono pratiche da cafoni. Bisognerebbe solo fare un’abbondante colazione e poi cenare con un cracker.</p>



<p>Sopra la camicia a righe con le iniziali ricamate Simone indossa un gilet sherpa beige (di solito dell’inossidabile Patagonia), sotto i pantaloni grigi sbucano un paio di mefistofeliche Salomon dai ricami celesti. La sua <em>fleece vest</em> è identità e ironia, consapevolezza del ruolo e leggerezza. Lui la usa per testimoniare come, all’interno della crisalide corporate, riposi una farfalla variopinta che aspetta il sabato mattina per schiudersi e andare ad arrampicare con il suo amico di famiglia, tale Filippo detto “Filippone”, un ragazzone alto e riccio che ha mollato il lavoro da senior account manager per Deloitte per dedicarsi al boulder a tempo pieno. Simone lo ha lodato, prendendolo come esempio di anti-convenzionalità foraggiata da ricchezza ereditata, in un vecchio post dal titolo “<em>Il coraggio di rischiare</em>”. Chiudono il pacchetto un’AirPod spenta nell’orecchio destro, borraccia rigorosamente nera e brandizzata, intrappolata nella retina esterna del Borealis grigio asfalto, bicicletta da corsa rosso fuoco che lo zio scapolo ha messo a nuovo solo per lui, marmorea convinzione che il mondo gli debba qualcosa, e infine un blando europeismo valoriale che sta bene su tutto. Acqua frizzante a temperatura ambiente ordinata al ristorante: importantissimo. Niente di più o niente di meno.</p>



<p>Il vocabolario essenziale di Simone: <strong>si tratta di pochi kappa (quando deve guadagnare), stiamo parlando di troppi kappa (quando deve pagare)</strong>. E poi, la meravigliosa compagna con cui convive da poco. Di solito le fidanzate dei Simone del mondo si chiamano Elena, o tuttalpiù Eleonora, se hanno qualche chilo in più, e girano tra i mercati del sabato mattina con gli occhi assonnati e una borsa di tela di Vinokilo e con il marsupietto Uniqlo; hanno una strana passione per le canzoni di Marco Castello.<br><br>Simone è cambiato da quando lo hai conosciuto durante una vacanza studio ai tempi del liceo. All’epoca la sua unica missione era quella di mettere la lingua in bocca alla tizia tedesca con il piercing al labbro inferiore. Qualche mese fa invece ha passato una settimana con le notifiche del cellulare disattivate e ha spiegato di avere imparato questo e quest’altro. A distanza di anni ha capito il valore di quell’errore che gli mostrò come non sempre quel che vediamo sia quel che realmente è. <strong>Oggi si emoziona per il post di un imprenditore che piange per essere stato costretto a lasciare a casa dieci dipendenti</strong>. Condivide scrivendo “<em>Hai detto bene, Marco!</em>” se un middle manager qualunque parla dell’importanza di dedicare tempo alla famiglia e al figlio nascituro, mostrando la foto di una culla vuota che fa sembrare che il povero bambino sia morto. Il suo cuore sussulta a ogni “Mario Rossi ha visitato il tuo profilo”. Commenta con entusiasmo gli avanzamenti professionali della sua rete a suon di: “<em>Ben fatto! </em><em>Complimenti, Chiara!</em>” “<em>Keep up the good work!</em>” “<em>Ad maiora, Professore!</em>”.</p>



<p>Simone è appena stato insignito del titolo di cavaliere di LinkedIn, con una rete di preziosi collegamenti (<em>because your network is your net worth</em>) come scudo e uno smanicato in pile al posto dell’armatura, e un solo grande obiettivo: costruire la propria narrativa.</p>
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