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	<title>Mubi Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Siràt, una mina di film</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Feb 2026 13:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Assoluto]]></category>
		<category><![CDATA[Mubi]]></category>
		<category><![CDATA[Siràt]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Insomma la situazione è questa, catabasi verso l’inferno fuggendo dal tutto materialistico e dal nulla necessario verso il niente è superfluo e tutto è lotta (lotta vera, per la sopravvivenza, mica la lotta ideologica basata sul benessere), poche risate, tanti sorrisi malinconici e sguardi inariditi, il tempo scandito dagli elementi più essenziali: l’implacabilità del sole, il freddo delle notti, la pioggia mortifera (la pioggia è solo pioggia dove non cresce niente) e il battito dei monoliti di casse. Bum Bum Bum si scende verso il cuore di tenebra, Bum Bum Bum il grammofono di Fitzcarraldo suona l’Aida, Bum Bum Bum si risale il Mekong strafatti di LSD e Kurtz nel palazzo tirato su con la volontà febbrile delle proprie cogitazioni si sega il suo cazzone da pappone.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>(Spoiler)<br><br><em>Sirat</em>&nbsp;di Oliver Laxe è un film che fa innervosire. Che fa innervosire due volte.</p>



<p>La prima mentre sei a vedere il film e non ne puoi più di veder esplodere i protagonisti con quella linea di tensione del cazzo che proprio non ce la fai più.</p>



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<p>E poi fa innervosire, ed è un nervosismo più importante, perché è un film che si propone di parlare di Assoluto, o della mancanza di Assoluto (che oltretutto sono anche la stessa cosa) e lo fa male.</p>



<p>Però è anche vero che ne parla, e solo per il fatto di parlarne, di proporsi di parlarne e di farne parlare, allora è che è un film importante.</p>



<p>Tanto per cominciare i film di Assoluto parlano male (poi dopo ci arriveremo), funzionano meglio mezzi come la poesia e la techno (dopo ci arriveremo).</p>



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<p><em>In medias res</em>: una carovana di naufraghi nel deserto, naufraghi senza una goccia d’acqua, e quando l’acqua c’è non fa che rompere i coglioni: un fiume che blocca la strada, pioggia torrenziale che fa impantanare i camion, persino quando è l’ultimo prezioso sorso in uno spietato mare di polvere l’acqua viene rifiutata, &#8211; no via via, non mi importa di vivere, via quest’acqua &#8211; (e perché non si ammazzano allora? Perché sarebbe un atto troppo grande d’amore per la vita, via via il suicidio, troppo vitalismo, troppa fatica).</p>



<p>Questi naufraghi esistenziali viaggiano in un paesaggio metafisico (che poi questa cosa della metafisica non l’ho mai capita: più un paesaggio è “semplicemente” fisico, ovvero è spogliato dai suoi elementi di “disturbo”: esseri umani, costumi, comportamenti, culture, più lo si definisce metafisico, ma è la vita ad essere metafisica non un lago di sale, un deserto di roccia o un’isola spoglia. Boh vabbè), si spingono in un viaggio senza meta (il rave è una scusa narrativa tra le più perfette, nei rave si viaggia senza andare da nessuna parte, si fanno trip correndo sul posto, macinando chilometri in un metro quadro o rannicchiati in un angolo), vagano nel deserto, sempre oltre, sempre oltre, verso una meta che non arriva mai, forse ribaltando il famoso romanzo di Buzzati sono loro i tartari che vagando nel deserto, errano verso la fortezza, dove li aspettano i nemici, due attese infinite, una di chi aspetta, l’altra di chi cerca.<br><br>Lo scenario umano è quello dei punkabbestia o roba del genere, che sebbene e proprio perché anarcoidi, technusi, psiconauti, hanno un approccio coloniale al deserto, al Marocco, forti del loro status (ora che si può dichiarare finito questo 2025 e iniziato questo 2026, va detto sempre più relativo) di intoccabili in quanto Occidentali, di intoccabili nei confronti degli esotici pezzenti africani in quanto coloniali nei confronti della Natura, del deserto; sarebbe stato bellissimo, anzi no, bruttissimo se il povero Luis (il padre) a una certa avesse intonato&nbsp;<em>Il dialogo tra l’islandese e la Natura</em>, però non lo fa.<br><br>Insomma la situazione è questa, catabasi verso l’inferno fuggendo dal tutto materialistico e dal nulla necessario verso il niente è superfluo e tutto è lotta (lotta vera, per la sopravvivenza, mica la lotta ideologica basata sul benessere), poche risate, tanti sorrisi malinconici e sguardi inariditi, il tempo scandito dagli elementi più essenziali: l’implacabilità del sole, il freddo delle notti, la pioggia mortifera (la pioggia è solo pioggia dove non cresce niente) e il battito dei monoliti di casse. Bum Bum Bum si scende verso il cuore di tenebra, Bum Bum Bum il grammofono di&nbsp;<em>Fitzcarraldo</em>&nbsp;suona l’<em>Aida</em>, Bum Bum Bum si risale il Mekong strafatti di LSD e Kurtz nel palazzo tirato su con la volontà febbrile delle proprie cogitazioni si sega il suo cazzone da pappone.</p>



<p>Purtroppo tutto ciò accade e non accade, o meglio accade poco, accade blando, accade troppo debolmente, l’unico attimo di trascendenza, di follia, di volontà quando tutto muore, quando muoiono la speranza, l’amore, la vergogna, il romanticismo, la paura, è quando Luis, il padre a cui è morto il bambino, inizia a vagare nel deserto e viene inghiottito da una tempesta di sabbia. Un uomo e la sabbia, nient’altro, un dolore così grande che trascende nel Nulla, nell’osso dell’esistenza, quando non c’è più pensiero ma solo volontà, un pieno di dolore che diventa Nulla. Solo in quella scena accade qualcosa, veramente qualcosa; dopo accade tutto, ovvero nulla, ed è un nulla così eclatante e stupido che tradendolo dà risalto a questa catabasi: accade nulla non Nulla, ovvero i protagonisti iniziano ad esplodere uno dopo l’altro, causa un’area mine antiuomo nascoste sotto la sabbia. Bum bum bum, che è molto diverso dal Bum Bum Bum del battito del cuore, del battito dei passi verso il cuore del mondo o verso la follia, l’inconscio, il cuore dell’essere umano, i personaggi che saltano in aria per le mine, come se fossimo in un film di squali dove uno a uno i protagonisti vengono mangiati da creature che vivono sott’acqua (nell’inconscio); non è nulla, Luis che vaga nel deserto è il Nulla. C’è una differenza sostanziale.</p>



<p>Interessante vedere, e questa è una cosa buona, come nel film la ricerca sia di niente, anche la figlia di Luis non esiste e non c’è una speranza ingenua di trovare Qualcosa; l’importante è errare, muoversi, scappare, capire, andare. Capire che c’è il Nulla, lasciandosi alle spalle il nulla dell’infinita varietà di cose e rapporti superflui non si trova in questo viaggio per la trascendenza il Tutto, non ve n’è traccia, c’è il Nulla e in questo Nulla non si trova la felicità ma almeno ci si sente, anche se di merda, dove si deve stare. Siamo lontani dal paese delle invenzioni, del sovrapporsi e dall’elencarsi di inutili cose, sfumature, emozioni; abbiamo spolpato la carne, demolito le costruzioni, spento la lingua e cosa rimane? Nulla. E questo Nulla è il nucleo, non è vuoto, è il nucleo. E da qui due parole su Dio, o meglio sull’idea di Dio, le migliori mai ascoltate, tirate fuori da due tizi, un tizio e una tizia, scoperti su IG tramite il caso idiota delle polemiche tra i soliti fasci e le solite zecche alla fiera del libro di Roma, della quale, beninteso, non avrebbe parlato nessuno se non ci fosse stato il piccolo, solito, piagnucoloso scandalo. Questi due tizi che commentavano la polemica dicendo che la cosa migliore era non commentare per non dare adito al nulla, in un altro video parlano invece di Dio e il maschio dice: -Dio è la più grande invenzione dell’uomo- e lo dice non in senso negativo, ma positivo! è la più grande invenzione dell’uomo, mica roba da poco, e ha ragione. E qui fine, non serve altro: l’invenzione tra le infinite invenzioni, più incredibile dell’essere umano è quella (perché se ne trovano svariate versioni, più o meno di qualità) di Dio. Un’invenzione assurda, la cosa più assurda e impensabile se ci si pensa bene: Perché. Perché al di fuori del potere immaginifico della mente umana cosa c’è? C’è l’assenza, c’è la legge fisica meccanica e spregiudicata e c’è, prodotta come la saliva di un ragno, la fune infinita e tesa dove gli uomini stanno come funamboli sospesi tra la loro più grande invenzione e la spietatezza dell’esistenza.</p>



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