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	<title>proteste Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Un minuto di cecità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Oct 2025 09:31:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Contraddizioni]]></category>
		<category><![CDATA[Fotografia]]></category>
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		<category><![CDATA[Olocausto digitale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In questi giorni il dibattito italiano sulla Palestina si sta polarizzando; tutti si chiedono se la piazza sia servita o no. Ma è la domanda corretta?</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/un-minuto-di-cecita/">Un minuto di cecità</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nel <em>Saggio sulla cecità</em>, Saramago immagina che l’intera popolazione smetta di vedere. All’epoca sembrava un incubo; oggi potrebbe essere una salvezza. Questo periodo storico è ossessionato dallo sguardo e tutto viene immediatamente registrato e diffuso. L’atto stesso di vedere è diventato consumo.<br>Il minuto di silenzio, nato all’inizio del Novecento in Portogallo, come un momento di raccoglimento è stato uno degli strumenti moderni utili a trasformare un dolore in memoria pubblica. La collettività sincronizzata nel tempo e nel corpo, finanche nel respiro. In quel vuoto, che non sospende soltanto la parola ma l’intero ordine simbolico, si rivelava la forza di ciò che non si dice e che, proprio nel non dirsi, si manifesta.</p>



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<p><br>Adesso il minuto di silenzio avrebbe bisogno di essere accompagnato da un minuto di cecità. Da un tempo nel quale si interrompe il flusso delle immagini, in cui non fotografiamo né registriamo, in cui smettiamo di consegnare ogni gesto ai dispositivi che trasformano l&#8217;ideologia e la vita stessa in contenuto.</p>



<p><br>Come nel film Un cane andaluso, bisogna perforare l&#8217;occhio, dissolvere l’economia dell’immagine e lasciare spazio a un’esperienza non immediatamente mediabile.</p>



<p><br>Basta osservare una scena: Piazza Duomo, Milano, una protesta contro l’assalto israeliano alla flottiglia. Un minuto di silenzio. Tutti con lo smartphone acceso. Registrano, postano. Nulla di illegittimo, documentare significa mostrare la compattezza di un popolo, rendere visibile la sua presenza, il suo corpo sociale, la sua voce comune. Ma in quell’istante una contraddizione esplode: il silenzio, nato come sottrazione o meglio, come sospensione, diventa contenuto. Non siamo fermi, non contempliamo, continuiamo a produrre, quindi a lavorare.</p>



<p><br>Lutto, rabbia, indignazione sono immediatamente assorbiti dal meccanismo che li rilancia come surplus di visibilità.</p>



<p><br>In questi giorni il dibattito italiano si sta polarizzando; tutti si chiedono se la piazza serva o no. <strong>Ma è la domanda corretta?</strong></p>



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<p><br>I più ingenui, gli esseri più vergognosi e ripugnanti, diranno che disturbare il traffico, rallentare i lavoratori, bloccare un camionista sia sbagliato. Obiezioni bieche riflesso di un’ideologia servile. È chiaro che bisogna organizzarsi con intelligenza, garantire corridoi per i servizi essenziali in modo da non colpire i fragili. Ma il prezzo di un ritardo al lavoro, di un turno saltato, di un disagio temporaneo è minimo rispetto alla posta in gioco. Chi pretende che non si debba disturbare nessuno difende in realtà solo l’inerzia della propria vita ridotta a ingranaggio. Ogni lotta ha un prezzo, e quel prezzo va pagato. </p>



<p>Scendere in piazza è giusto e non bisogna sprecare nemmeno un attimo per convincere chi si macchia di un pensiero tanto malsano da credere tra un impiegato-zombie e civili uccisi in un genocidio, sia più urgente il primo. Queste persone non hanno cuore e non hanno ideali, sono schiave e non dobbiamo averne cura.</p>



<p><br>Ma il nodo della questione è un altro: sempre più spesso, assediare le piazze e le vie principali delle città significa, attraverso uno strano bisogno di scopica autorappresentazione, alimentare piattaforme che monetizzano ogni immagine, ogni parola, trasformando il dissenso in flusso di valore per gli stessi circuiti che alimentano le guerre e ne gestiscono la rappresentazione.</p>



<p><br>L’infrastruttura che assorbe le proteste è la stessa che sostiene l’economia bellica. I grandi contractor — Lockheed, RTX, Northrop, General Dynamics, BAE, Leonardo (finanziata da molte delle nostre università pubbliche) — registrano ricavi record, perché la domanda è una struttura permanente, non eccezionale né tanto meno emergenziale. In parallelo, Palantir e Anduril vendono sistemi di comando e di visione predittiva, accumulando contratti miliardari con USA e NATO. Google e Amazon offrono i loro cloud all’esercito israeliano. Il conflitto si gioca anche lì: nello spazio dei dati, nell’integrazione fra guerra e informazione.</p>



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<p><br>E mentre in piazza alziamo i telefoni, trasferiamo valore a piattaforme che appartengono a questi stessi circuiti o ne dipendono: X orbitata da Musk, Meta con Facebook e Instagram, YouTube in mano ad Alphabet. Ogni abbonamento Premium, ogni moneta virtuale, ogni post, ogni reel, rovesciano la retorica della visibilità come emancipazione e divulgazione.</p>



<p><br>Ci illudiamo di accumulare forza e consenso, ma ciò che realmente facciamo è accumulare fonti di reddito per chi arma i conflitti.</p>



<p><br>Il minuto di cecità è una provocazione utile a  spezzare questa catena perché se continuiamo a offrire i nostri volti alle piattaforme, a fornire dati che addestrano gli algoritmi, a consegnare perfino le immagini dei nostri figli, allora cosa resta della protesta? Nulla, se non un’immensa banca dati utile alle stesse macchine che organizzano la guerra. Negli anni Settanta i fogli, la carta e le riviste militanti erano anch’essi tecnologia, ma una tecnologia che, una volta prodotta, non apparteneva a nessuno. Le piattaforme non funzionano così, bensì sono proprietà privata, recinti che fingono democraticità e apertura a un pubblico vasto, ma concentrano tutto il potere in un centro.</p>



<p><br>Il punto è che la tecnologia non è neutra, ma è un dispositivo giuridico e politico che cattura la cooperazione sociale e la privatizza. Ogni atto collettivo, per esistere, deve superarla, non attraversarla. E allora la domanda diventa semplice: siamo disposti a pagare il prezzo di rinunciare? non per tornare indietro, ma per creare spazi non mediati, spazi nuovi.</p>



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<p><br>I social sono il campo del nemico. Non si combatte con le sue armi. Non si combatte nei suoi palazzi. Asserire che le piattaforme sono il nostro campo di battaglia è un errore di prospettiva, sono spazi con regole unilaterali. E mentre condiviamo l&#8217;ennesimo post strappalacrime di Tlon o de IlNemico fornendo like e condivisioni, forniamo dati, aumentiamo il valore della pubblicità e di tutta l&#8217;infrastruttura da cui pretendiamo di liberarci.</p>



<p><br>Il cinema distopico lo ha capito. In <em>The Lobster</em>, i solitari si rifugiano nei boschi. In <em>Children of Men</em>, la resistenza vive nelle rovine, lontano dalla città. In <em>The Hunger Games</em>, i distretti marginali diventano il nucleo dell’insurrezione. La periferia è il luogo dove il potere non può convertire il esto in spettacolo, ma con le piattaforme, la periferia e il margine si sposta verso il centro e ritorna dov&#8217;era velocemente, senza incidere. Forse i margini non esistono nemmeno più, abitiamo i centri ipercontrollati di Instagram, TikTok, Facebook, Substack. Non siamo dissidenti, siamo sudditi. Per questo bisogna disertare. Spegnere i social. Smontare il corpo digitale. Non più sciopero della fame, ma sciopero dell’immagine. Non più sacrificio del corpo fisico, ma distruzione del corpo visivo che abbiamo consegnato alle piattaforme. Non abbiamo bisogno di dire “guardate quanti siamo”: dobbiamo solo esserci. Riconoscerci senza specchio, senza feed, senza contatori.<br></p>



<p>L&#8217;altro snodo è forse quello più ostico da trattare: un popolo che non sa difendere sé stesso non può difendere nessun altro. Un popolo che protesta per i diritti altrui ma non conquista i propri, che scende in piazza un giorno e il giorno dopo torna alla precarietà, che non lotta per il lavoro o la sanità, è un popolo già svuotato. La solidarietà senza radici interne diventa un surrogato della propria impotenza. Senza istituzioni che lo rappresentano negli ideali e negli intenti, senza organizzazione, senza rappresentanza reale, ogni energia si disperde e la protesta diventa l&#8217;ennesima mobilitazione senza conseguenze reali.<br>Se in Spagna Sánchez ha potuto introdurre misure concrete che incidono sul rapporto con Israele, bisogna domandarsi perché qui non abbiamo la stessa forza. Forse con la stessa foga dovremmo saper ottenere i nostri diritti, non per mettere da parte le altre lotte, ma per costruire un terreno fertile fatto da rappresentanze politiche reali, governi che sposino ideali capaci di tradursi in azione. Perché un popolo che non riesce a difendere i propri contratti, la propria sanità, la propria casa, che si alza un giorno per scendere in piazza e il giorno dopo torna alla precarietà, non ha la forza di difendere nessun altro.</p>



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		<title>Il conformismo della protesta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Sep 2025 09:42:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura Assoluta]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Oggi scendere in piazza è un’esperienza reversibile, leggera, persino piacevole. Non lascia cicatrici, non incide realmente sul percorso personale. Si manifesta il sabato, e la domenica si torna a casa a consumare come sempre.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Negli ultimi anni, e in particolare oggi, nel 2025, le piazze dei giovani sembrano vive, piene, animate. Manifestazioni per il clima, contro la guerra, contro le diseguaglianze sociali: temi seri, globali, universali. Eppure, osservandole con un minimo di distacco, si ha la sensazione che queste stesse piazze siano meno rivoluzionarie di quanto appaiano, meno autentiche di quanto si proclami. In altre parole, <strong>il problema non è che i giovani manifestino, ma come e perché lo facciano</strong>.</p>



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<p><strong>Un tempo, la manifestazione politica aveva un carattere drammatico.</strong> Chi scendeva in piazza sapeva di rischiare conseguenze personali: violenza, arresti, perdita di lavoro. La manifestazione era, in sostanza, un atto politico perché comportava un rischio reale. Oggi, invece, manifestare non comporta più alcun rischio concreto. È un’attività tollerata, quasi prevista, persino incoraggiata dal sistema. Ne consegue che la protesta ha perso il suo carattere originario di rottura e si è trasformata in un rito collettivo, ripetitivo e, in fondo, rassicurante.</p>



<p>Il paradosso è evidente: i giovani credono di ribellarsi, ma in realtà obbediscono. Obbediscono al nuovo imperativo del conformismo di massa: trasgredire. Un conformismo rovesciato, ma pur sempre conformismo. Lo dimostrano i modi stessi della protesta: slogan facili da ricordare, cartelli pensati per essere fotografati, cortei che diventano eventi condivisibili sui social. <strong>L’atto politico si riduce a immagine estetica</strong>. E un’immagine, per definizione, non cambia la realtà: la rappresenta e la consuma.</p>



<p>In questo senso, la protesta contemporanea è figlia diretta della società dei consumi. Come ogni altra merce, anche la ribellione viene prodotta, distribuita e consumata. Il capitalismo non reprime più le voci dissenzienti, come accadeva in passato: le ingloba, le neutralizza, le rivende. <strong>Una manifestazione diventa un hashtag, un evento mediatico, un prodotto culturale</strong>. E come ogni prodotto, anche questo ha un ciclo di vita breve: viene lanciato, consumato, dimenticato, sostituito da un altro.</p>



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<p>Un esempio storico chiarisce la differenza. Nel Sessantotto o nel ’77, scendere in piazza significava porsi in opposizione frontale a un potere che reagiva con forza. La protesta era un atto di scontro e, in quanto tale, trasformava chi vi partecipava: l’esperienza era irreversibile. <strong>Oggi, al contrario, scendere in piazza è un’esperienza reversibile, leggera, persino piacevole</strong>. Non lascia cicatrici, non incide realmente sul percorso personale. Si manifesta il sabato, e la domenica si torna a casa a consumare come sempre.</p>



<p>È chiaro, dunque, che il problema non riguarda soltanto i giovani, ma il sistema in cui essi si muovono. <strong>Una società che trasforma tutto in spettacolo non può che trasformare in spettacolo anche la ribellione</strong>. I ragazzi partecipano, certo; ma spesso partecipano come si partecipa a un concerto o a un festival: per esserci, per sentirsi parte di un rito collettivo, per provare un’emozione condivisa. Il contenuto politico della manifestazione si riduce a contorno dell’esperienza emotiva.</p>



<p>Non bisogna però confondere questa critica con un disprezzo per i giovani. La loro energia, la loro indignazione, la loro voglia di dire no, sono autentiche. <strong>Ma ciò che manca è la traduzione di questa energia in azione politica concreta e rischiosa</strong>. Una manifestazione che non mette in gioco nulla di personale resta inevitabilmente inefficace. È un gesto che consola più che cambiare.</p>



<p>Il rischio, dunque, è duplice. Da un lato, i giovani si illudono di agire quando in realtà stanno soltanto partecipando a un rito innocuo. Dall’altro, il sistema trova in queste manifestazioni una valvola di sfogo: lascia che si gridi, purché quel grido non diventi azione. In questo modo, la protesta non solo non minaccia l’ordine esistente, ma finisce per rafforzarlo.</p>



<p>La domanda cruciale, allora, è semplice e insieme terribile: fino a che punto i giovani sono disposti ad andare? Finché la protesta resta una pratica comoda, un atto estetico, un’esperienza collettiva ma indolore, non produrrà alcun cambiamento reale. Solo quando si accetterà il rischio – rischio di perdere sicurezza, privilegi, tempo, lavoro – la protesta potrà tornare ad avere la forza che aveva in passato.</p>



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<p>In definitiva, <strong>la ribellione di oggi non manca di passione, ma manca di serietà. Non manca di entusiasmo, ma manca di sacrificio</strong>. Non manca di numeri, ma manca di rischio. Finché queste mancanze persisteranno, la manifestazione sarà un conformismo travestito da ribellione: un rito collettivo che rassicura chi vi partecipa e chi lo osserva, senza intaccare davvero le strutture del potere.</p>



<p>La vera ribellione, in una società che trasforma tutto in merce e spettacolo, consisterebbe forse nel rifiutare di partecipare allo spettacolo stesso. Nel sottrarsi alla logica dell’immagine, nel rinunciare alla scena. Ma questo, evidentemente, è il passo più difficile. Perché richiede ciò che manca: il coraggio di perdere qualcosa.</p>



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		<title>Il vocabolario del potere</title>
		<link>https://ilnemico.it/la-menzogna-delle-parole-nel-vocabolario-del-potere/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Jul 2025 13:07:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Impolitica]]></category>
		<category><![CDATA[boicottaggio]]></category>
		<category><![CDATA[censura]]></category>
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		<category><![CDATA[Valditara]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Roccella chiama "censura" il fatto di essere contestata in pubblico. Valditara chiama "boicottaggio" la protesta silenziosa di alcuni studenti all'esame di maturità. La repressione si gioca sul potere di delegittimare il dissenso, controllandone le parole.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Ho sempre creduto che il vero scandalo non sia il peccato, <strong>ma l’ipocrisia</strong>. Che la vera violenza non sia quella visibile, ma quella che si nasconde nei gesti di chi mente mentre sorride, nei comunicati istituzionali, negli slogan da talk show.</p>



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<p>Osservando <strong>la ministra Roccella e il ministro Valditara</strong> pronunciare con spocchia due parole gravissime — “censura” e “boicottaggio” — ho avuto la sensazione netta di trovarmi di fronte a quella che potremmo definire la pornografia del linguaggio del potere.</p>



<p>Sì, pornografia. <strong>Perché è osceno un potere che finge di essere vittima</strong>. Una classe dirigente che ruba al dissenso i suoi strumenti semantici per usarli contro chi dissente.</p>



<p>La ministra Roccella, contestata da un gruppo di ragazze e ragazzi, ha parlato di censura. <strong>Censura.</strong></p>



<p>Una parola enorme, una parola che ha fatto morire scrittori, esiliare poeti, bruciare giornali. Una parola che puzza di fascismo, di bavagli, di leggi speciali, di fogli strappati. Una parola che — mi si perdoni l’insistenza — <strong>non può essere usata da chi governa contro chi protesta</strong>. Perché la censura, nella sua struttura ontologica, è verticale, discende dall’alto verso il basso, mai il contrario.</p>



<p>Roccella non è stata censurata. <strong>È stata contestata</strong>. Le è stato ricordato, con le voci e con i cartelli, che il suo potere non è neutrale, che le sue politiche — in tema di aborto, maternità, donne — non parlano a tutti, ma parlano contro alcuni. Non le è stato impedito di parlare. È stata costretta ad ascoltare.</p>



<p>E questo, nel vocabolario politico, non si chiama censura. Si chiama conflitto.</p>



<p>Il suo vittimismo è un’operazione chirurgica e fredda, ideologica. Serve a delegittimare il dissenso, a dipingerlo come violenza, a ridurre ogni forma di opposizione a un disturbo dell’ordine pubblico. È lo stesso meccanismo che negli anni Settanta definiva gli operai teppisti, le femministe isteriche, i giovani provocatori.</p>



<p><strong>Il potere, oggi, si sente autorizzato a definirsi censurato solo perché non è più abituato ad essere interrotto</strong>.<strong></strong></p>



<p>E poi c’è <strong>Valditara.</strong> Il maestro dell’ordine e della disciplina, l’ultimo baluardo di un’idea di scuola come apparato di controllo. Ha definito “<strong>boicottaggio</strong>” la scelta di alcuni studenti — pochi, fragili, arrabbiati — di restare in silenzio durante l’orale di maturità.</p>



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<p>Ora, boicottare significa agire consapevolmente per colpire un sistema, danneggiarne i meccanismi. Ma qui non c’è organizzazione. Non c’è sabotaggio. Non c’è calcolo. C’è una protesta grezza, disperata, disarmata. Una protesta adolescenziale, forse ingenua, ma onesta.</p>



<p>E invece, il ministro la punisce come si punisce un crimine. Il silenzio, per lui, è provocazione. È inaccettabile. Merita la bocciatura. Ma cos’è, davvero, l’orale della maturità? Un sacramento? Una liturgia dogmatica in cui lo studente deve inginocchiarsi davanti al sistema che lo giudica?</p>



<p><strong>Se un ragazzo sceglie di non parlare, se si rifiuta di partecipare a quella messa secolare, non sta sabotando lo Stato: lo sta interrogando</strong>. Sta chiedendo se valga ancora la pena obbedire a un sistema che lo ha formato come esecutore e non come pensatore.</p>



<p>E Valditara, con la severità di un parroco offeso, decide di colpirlo. Di bocciarlo. Di insegnargli che il silenzio non è concesso se non è sottomesso.</p>



<p>Questi due casi, presi insieme, ci raccontano una cosa semplice e terribile: questo governo ha paura del dissenso, soprattutto se viene dai giovani. Non perché sia pericoloso — lo sa bene che non lo è — <strong>ma perché è incontrollabile</strong>.</p>



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<p>Un ministro può negoziare con un sindacato, può reprimere un corteo, può manipolare i giornali. Ma non può zittire una classe che fischia. Non può punire il pensiero che rifiuta di esprimersi.</p>



<p>E allora lo ridicolizza. Lo criminalizza. Lo svuota. Lo definisce censura. Lo definisce boicottaggio.</p>



<p>Perché se un governo chiama “censura” ciò che è protesta, e “boicottaggio” ciò che è disagio, allora non sta più solo esercitando il potere: lo sta sacralizzando. Sta dicendo che è intoccabile, che ogni opposizione è eresia. Che ogni voce che non è in coro è una bestemmia.</p>



<p>Ed è qui, cari lettori, che sta la vera urgenza. Non solo nella politica, non solo nella scuola. Ma nel vocabolario. Perché il primo passo della repressione non è la legge: <strong>è la nominazione sbagliata</strong>. È l’atto sacrilego di chiamare censura la contestazione, boicottaggio il silenzio.</p>



<p>È così che si chiude lo spazio politico: non impedendo di parlare, ma facendo finta che chi urla sia il carnefice e chi comanda la vittima.</p>



<p>E allora tocca a noi — studenti, cittadini — custodire il significato delle parole, come si custodisce un bene sacro. Non per nostalgia, ma per necessità. Perché se perdiamo il senso delle parole, perdiamo anche la capacità di resistere.</p>



<p>E se c’è una cosa che ci è rimasta da difendere, in questo paese pieno di bugie, è la verità che abita nel linguaggio.</p>



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