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	<title>psicologi Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Basta un reel di Stefania Andreoli per smetterla con la terapia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Jul 2026 12:58:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Psicologia]]></category>
		<category><![CDATA[psicologi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ma non lo vedi che, a partire dall’ovvio pretesto che di figli è pieno il mondo, zompa senza vergogna da un tema all’altro – la famiglia, le relazioni, l’acne, l’amore, la scuola, Fabrizio Corona, il lavoro, la morte di persone o animali –, senza neanche troppo preoccuparsi di mascherare con scadenti e fugaci espressioni di riserva (bisognerebbe che, certo prima dovrei sapere, non per mancare di rispetto al collega che la segue…) la sua presunzione di onniscienza.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/basta-un-reel-di-stefania-andreoli-per-smetterla-con-la-terapia/">Basta un reel di Stefania Andreoli per smetterla con la terapia</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><em>[3 aprile 2026 | Tentativo di diventare paziente di Stefania Andreoli #1 – Telefonata al suo studio. Espongo il mio caso. Suono del fax]</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella mia piccola Scuola Holden interiore, dentro al mio piccolo edificio ex-industriale foderato di parquet a listoni sconnessi e interiori, mentre riprovo a un piccolo specchio interiore un discorso sghembato da impercettibili anacoluti interiori, sperando così di impietosire il piccolo segretario interiore e indurlo a non farmi scrivere dal suo avvocato interiore perché ho speso i soldi della seconda rata del corso per un piccolo SH nero opaco interiore, ho imparato almeno una, fondamentale regola di scrittura: se pensi di scrivere di un argomento di cui ha parlato Selvaggia Lucarelli, pentiti per l’idea, stringi il cilicio e pensa ad altro. Ma stavolta posso autorizzarmi a derogare. Perché Stefania Andreoli, la dottoressa Stefania Andreoli, da quando l’ho scoperta ospite a Unomattina, per me non è mai stata un argomento. No. Per me Stefania Andreoli è solo speranza di salvezza.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>[4 aprile 2026 | Tentativo #2 – Cerco una mail, ma non la trovo. Provo a indovinarla. Nell’ordine, invio richiesta di aiuto a</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em><a href="mailto:stefaniaandreoli@gmail.com">stefaniaandreoli@gmail.com</a>;</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em><a href="mailto:stefania.andreoli@gmail.com">stefania.andreoli@gmail.com</a>;</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em><a href="mailto:Stefaniandreoli@gmail.com">stefaniandreoli@gmail.com</a>;</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em><a href="mailto:andreolistefania@gmail.com">andreolistefania@gmail.com</a>;</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em><a href="mailto:Andreoli.stefania@gmail.com">andreoli.stefania@gmail.com</a>;</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em><a href="mailto:stefania.andreoni@gmail.com">stefania.andreoni@gmail.com</a>;</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em><a href="mailto:stefiandreoli@gmail.com">stefiandreoli@gmail.com</a>;</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em><a href="mailto:lastefi@gmail.com">lastefi@gmail.com</a>;</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em><a href="mailto:stefi79@gmail.com">stefi79@gmail.com</a>;</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Unica risposta, quella della sig.ra Andreoni, gentilissima ma purtroppo geometra]</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Le persone a cui parlo di Stefania Andreoli in genere provano a sconfermarla. Guarda che è una qualsiasi, formazione comune: laurea e un paio di master. Mica una luminare. Neanche vicino. È una brava a vendersi, lo vedi che un giorno è alla radio, quello dopo a teatro, ha fatto anche la doppiatrice. Ma ti pare normale che un clinico, un professionista sanitario, uno che dovrebbe occuparsi del malessere, pubblichi foto di se stesso appoggiato a un infisso, in vesti più o meno discinte, a cadenza settimanale, affiancandoci didascalie trascurabili e sommarie. Io li guardo negli occhi e li zittisco con un vecchio trucco: “narcisisti”. Avanti.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>[5 aprile 2026 | Tentativo #3 – Lettera appassionatissima su carta pergamena, recapitata a domicilio presso lo studio della Dottoressa insieme a Panettone con Melannurca di Antonino Cannavacciuolo]</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>[5 aprile 2026, nottetempo | Tentativo #4 – Recupero del panettone e scambio con due tavolette di Lindt 99% dopo averle sentito dire da Cattelan che per lei il panettone è un po’ la disforia di genere dei lievitati]</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Alcuni suoi colleghi, tra cui i quattro che mi hanno in cura, provano pure a entrare nel merito professionale. Ma non lo vedi che, a partire dall’ovvio pretesto che di figli è pieno il mondo, zompa senza vergogna da un tema all’altro – la famiglia, le relazioni, l’acne, l’amore, la scuola, Fabrizio Corona, il lavoro, la morte di persone o animali –, senza neanche troppo preoccuparsi di mascherare con scadenti e fugaci espressioni di riserva (<em>bisognerebbe che</em>,&nbsp;<em>certo prima dovrei sapere</em>,&nbsp;<em>non per mancare di rispetto al collega che la segue…</em>) la sua presunzione di onniscienza. Ma come fai a non capire che la semplificazione di psicologismi che nascono già banali – elenco #2: il bullismo, il concetto di normalità, l’educazione affettiva, il trauma, l’età evolutiva, LO SPETTRO –, per di più via radio, per di più introdotta da Cattelan, è l’opposto della traiettoria che si auspica per l’approccio al profondo, e cioè muovere dal generale al particolare. Ma non ti accorgi, poi, che è davvero al limite del codice deontologico aprire uno spazio pubblico al privato di sconosciuti, farcirlo di superficialità, e guarnirlo infine con un plateale disincentivo alla psicoterapia, perché veicoli l’idea che due minuti di sintesi siano sufficienti a pacificare vizi, turbamenti e angosce. Come no. Narcisisti e invidiosi.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>[7 aprile 2026 | Tentativo #5 – Esperimento situazionista: sul tram a Milano, nei pressi del teatro dove è in programma il suo spettacolo, spettino il controllore e fingo attacco isterico sperando in un suo intervento; arrivano paramedici e psichiatra della USL; rilievi della scientifica; segue attacco isterico vero]</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il me stesso di sei mesi fa, infine, mi avrebbe afferrato per i capelli e ripetuto che divulgatori = pagliacci, che è tutta una questione di egocentrismo da quinta ginnasio, che l’intero edificio della scienza occidentale, di per sé già ballerino, si sbriciola ogni volta che uno di loro costringe un cugino ad aprire un canale Youtube di omaggio e a pubblicare il&nbsp;<em>bootleg</em>&nbsp;di una conferenza in cui&nbsp;<em>spiega</em>&nbsp;– perché dio santo SPIEGANO – qualcosa, e mi terrebbe minimo ventiquattr’ore a riguardare quel video in cui la Dottoressa, per difendersi da legittime obiezioni, si riprende con in capo un berrettone da baseball, esordisce con un affabile “io non ho tempo per niente”, resiste male alla tentazione di guardarsi e piacersi sullo schermo, c’infila un signorile “io mi autorizzo da sola”, e postilla il discorso con una serie di faccette, smorfiucce, sghignazzi isterici mentre vortica su se stessa in mezzo di strada a Milano e si rivolge con sdegnata condiscendenza al suo pubblico. Narcisista, megalomane e un pochino idiota. Io di sei mesi fa, dico.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>[8 aprile 2026 | Tentativo #6 – Supero l’imbarazzo e chiamo in trasmissione da Cattelan, solo che sbaglio giorno e orario e mi passano Caressa, che per altro scambio per La Pina, insomma riattacco]</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Così, infine, senza ascoltare gli inviti al ripensamento, vado per l’ultimo tentativo e provo al Salone del Libro. La Stefi, che s’è scoperta pure romanziera, è qui come scrittrice, non come terapeuta. Ma io tiro dritto. “Dottoressa, solo una domanda”, riesco a dirle mentre due uomini della security mi staccano da terra agguantandomi per le bretelle della salopette. “È che mia madre, da quando ha sentito Crepet da Del Debbio, s’è tutta scurita e a malapena mi pettina, mi parla poco e soprattutto ha smesso di comprarmi il Fruttolo. Io ci ho provato a convincerla, Dottoressa, a ristabilire un contatto, a riportare le cose com’erano, ma è dura, perché poi quando lei alza la voce io tartaglio, e allora ho pensato, magari le lascio il suo numero, o con un trabocchetto la faccio chiamare in radio, così ci parla lei e forse gliela riesce a spiegare, questa follia dei&nbsp;<em>bambini adultizzati</em>, perché cioè, Dottoressa, voglio dire, MA STIAMO SCHERZANDO?”.</p>



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<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!Fdie!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F8790072e-61af-4c4c-85b7-49058dea6fc6_1080x707.jpeg" target="_blank" rel="noreferrer noopener"></a></p>
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		<title>La persona peggiore che conosci va in terapia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Oct 2025 09:32:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Incomunicabilità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È l’ossessione che tutto ci riguardi a fomentare la passione per la terapia o viceversa? Che gusto sublime però avere il lasciapassare di esclamare, senza che nessuno ci consideri delle persone ignobili, che siamo noi il centro del creato, il luogo da cui tutto origina, e quindi noi la persona più importante che ci sia. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><br><br>La persona peggiore che conosci va in terapia. È probabile che la persona peggiore che conosci sia fissata con la terapia. Le riconosci, queste persone che vanno in terapia, dalla frangetta, dallo Svitol sempre in borsa, dal fatto che guidano un Maggiolino, indossano una maglietta tarocca della Fiorentina di Della Valle e hanno l’abbonamento mensile a Fleabag (è un settimanale, giusto?). A cena con un gruppo di amici ti raccontano cosa direbbe la loro psicologa, Donatella, in una circostanza del genere. Al primo appuntamento cercano in tutti i modi di capire se anche tu, come loro, fai terapia. Se non te lo chiedono direttamente, trovano modi subdoli per farlo. Provano a estorcerti l’informazione con uscite del tipo:<br><br><strong>&#8211; E tu come ti prendi cura di te?<br></strong><br>Tu provi a resistere. Svii. Ti aggrappi come puoi al santino di Andrew Tate. Alla fine però cedi e dici che sì, ci vai, in terapia, è fondamentale farlo, questa cosa di andare in terapia. Se potessi, ci andresti ogni giorno. Ma che dico ogni giorno! Due volte al giorno, perdio!</p>



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<p class="wp-block-paragraph"><br><br>L’uomo attento alla salute mentale risponde al nome di Matteo. È un maschio fragile che cerca conferme esterne al proprio narcisismo patologico (diagnosi fatta da me usando il linguaggio che ho imparato in questi giorni per scrivere questa cosa). La vaporizzazione nel dibattito pubblico della <em>cultura della terapia</em> gli ha dato la possibilità di chiamare con un nome specifico, tipo ricerca di validazione o trauma, che ne so, il suo essere così com’è. La sua terapeuta è donna, di una decina di anni più grande. Non la definisce una bella donna, ma una che sicuramente ha il suo perché. Le loro sedute sono un tentativo costante di Matteo di impressionarla. Ci tiene a essere il suo paziente preferito. Quello con la storia più matta, o con la vita sessuale più sregolata. La mattina della giornata mondiale della salute mentale, Matteo punta la sveglia alle cinque e un quarto per pubblicare sui social un post di divulgazione nella speranza che qualcuno lo noti e riconosca la sua sensibilità e magari gli chieda di uscire per bersi un ottimo pastis in santa pace al bar della stazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La donna fissata con la terapia, chiamiamola Camilla, è di solito attanagliata da svariati problemi di cuore. Il suo terapeuta è un uomo maturo perché lei ha i cosiddetti – attention, please – <em>daddy issues</em>. Durante la sua ora di reset settimanale (parole sue, non mie) racconta del caso umano con cui è uscita pochi giorni fa. Attribuisce l’attuale fase, che dura da un settennio, alla necessità di ascoltare il bambino interiore che ha ignorato per troppo tempo. Per anni è scappata da sé stessa, rincorrendo treni, aerei, relazioni, offerte lampo della Standa, per rendersi conto solo dopo tre lauree mai finite e cinquantamila euro intascati dai genitori che era tutto lì. Era tutto dentro di lei. Sulle app di incontri Camilla ribadisce che non esce con persone che non fanno terapia. È categorica: punto e basta, avete capito o no, cari maschi. L’altro giorno ha preso a bastonate in fronte sua madre perché non conosceva il significato di <em>male gaze</em>. La signora è uscita stamattina dalla prognosi riservata. Tutto a posto. Camilla ha firmato tutti gli appelli possibili per il bonus psicologo, per lo psicologo nelle scuole, per lo psicologo nei condomini, e ha persino (!) donato una decina di euro (per l’esattezza: dieci) per una raccolta fondi a tema, firmandosi con nome e cognome. Ha screenshottato la pagina, l’ha condivisa e ha poi spronato la sua bolla a fare altrettanto. Non a screenshottare. A donare, dico. Non si capiva e di questo chiedo scusa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È l’ossessione che tutto ci riguardi a fomentare la passione per la terapia o viceversa? Che gusto sublime però avere il lasciapassare di esclamare, senza che nessuno ci consideri delle persone ignobili, che siamo noi il centro del creato, il luogo da cui tutto origina, e quindi noi la persona più importante che ci sia. La massimizzazione della mia felicità prevale su qualunque cosa, anche su di te. Mi dispiace, fratellì. Sono d&#8217;accordo con quello che dici ma darei la vita perché tu non lo possa dire, o qualcosa del genere (non so niente di Voltaire e ringrazio Dio di non saperlo, direbbe qualcuno). Comunque, taglio corto: abbiamo tutti bisogno di fare terapia. Anzi, mi spingerò un passettino più in là. Mi spingerò a dire che il mondo sarebbe un posto migliore se tutti andassero in terapia. Anche i capi di stato genocidari. Sicuramente, se partissero dal loro piccolo e frammentato io, se ascoltassero il loro bambino, ancora ferito per non aver ricevuto in regalo Verde Foglia nel Natale 2004, non farebbero quello che fanno. Ne sono più che certo. Sia messo agli atti.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Prima o poi Matteo e Camilla si incontrano. È scritto nelle stelle. Lei gli confessa a metà serata di aver capito di avere sempre avuto un attaccamento evitante. Poi si volta, come per guardare in camera. Eh-eh: capito, attaccamento evitante, senti come te lo dico. Lui riconosce di essersi auto-sabotato troppo spesso in passato. Si sentono capiti. Si piacciono. Condividono quel codice linguistico onnipresente che fino a tre anni fa non conosceva nessuno. Ora non puoi neanche fare un soffritto senza che Massimo Recalcati sfondi la porta di casa tua e ti interroghi su come hai elaborato la perdita della tua prima moglie Charlotte mentre tu, in ginocchio, gli dici “Basta, basta, non ne posso più” e intanto la tua seconda moglie, Erlinda, dal bagno urla “What is happening! What is going on! Who is this weird guy!” e l’olio bollente comincia a schizzare da tutte le parti e tu piangi piangi disperato perché la morte di Charlotte non l’hai mai superata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Matteo e Camilla cominciano a uscire. Primi baci, cene fuori, denunce per atti osceni, fine settimana al lago, udienze in tribunale, sedute su UnoBravo: tutto il pacchetto. A un certo punto smettono entrambi di andare in terapia. Ma le cose crollano presto. Iniziano i litigi. È così per tutti. Solo che in due, questi qua, conoscono sì e no cinquanta parole, e sono le stesse, e quindi non è facile neanche litigare. A cena, dopo sei mesi, lui le dice:</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8211; Camilla, stai lasciando troppo spazio ai tuoi <strong>pensieri intrusivi</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8211; Eri tu che non avevi mai esplicitato quali erano i nostri <strong><em>boundaries</em>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8211; Non <strong>gaslightarmi</strong>, Camilla!</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8211; Ultimamente mi hai<strong> breadcrumbato</strong> come mai mi era successo prima. Forse dovresti parlarne con la tua terapista di questo comportamento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8211; Già fatto, Camilla. Non è colpa mia se sono un <strong><em>people pleaser</em></strong>. Accetto me stesso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8211; Non posso farmi carico io dei tuoi <strong><em>trigger</em>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E insomma potremmo andare avanti all’infinito, ma voi avete capito e io sono stanco e ho le lenticchie su e poi c’è mio nipote Mario che piange disperato perché è l’ora della pappa (fai un attimo di silenzio Mariuccio ché nonno sta scrivendo una cosa un filo più importante della tua fame).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per farla breve: Matteo e Camilla si lasciano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un’ultima cosa, prima di chiudere: <strong>relazione tossica</strong>. Non lo avevo ancora scritto e non sapevo dove metterlo.</p>



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