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	<title>rap Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Le crisi di mezza età dei rapper.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 May 2025 12:58:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura Assoluta]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Alla fine è tutto un teatro. Prima recitavi il gangster. Poi reciti l’eremita illuminato, o il guru maledetto. Domani, chissà: magari il politico alternativo.</p>
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<p>Cari fan, preparatevi a una pioggia di trapper di mezza età tra una decina d’anni. Immaginate baby gang con i capelli ormai diradati, ma ancora col taglio sfumato dal barbiere di fiducia, occhiali da sole Balenciaga graffiati, tatuaggi sbiaditi… ma con la panza da birra artigianale, i figli alla Montessori e la dieta tisanoreica, a droppare la loro ultima traccia<strong>. I vostri idoli di un tempo, quelli che vi vendevano sogni di Lambo e montagne di coca, finiti tra tisane, psicologismi e meditazioni, con l’ansia da miglioramento personale</strong>.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
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<p>Sì, insomma come Marracash e Salmo, un tempo rispettivamente il re del gangsta-rap e il cattivone sardo-criminale, oggi impegnatissimi in una nuova, entusiasmante carriera: <strong>quella dei quarantenni introspettivi che odiano il sistema</strong>, si sentono guariti, ma ci sguazzano ancora alla grande. Bipolarismo, ranch lontani dalla metropoli, suoni ammiccanti al cantautorato e al blues.</p>



<p>Il bello di questa fase esistenziale e artistica è che la svolta introspettiva arriva sempre, puntuale, dopo che il conto in banca ha raggiunto i sette zeri. Salmo ha pure rifiutato un milione di euro per un reality. Insomma: prima ostentavano, sbocciando bottiglie da mille euro; <strong>ora, dopo sei mesi di disintossicazione da social, postano il loro ultimo capolavoro</strong>… mentre ci spiano magari da profili fake.</p>



<p>Marracash, che fino a ieri faceva storie su storie dalla VIP lounge con modelle e bottiglie di Clicquot, oggi scrive poemetti sull’ipocrisia del jet set. Salmo, che ha venduto decine di migliaia di biglietti a prezzi da concerto degli U2, ora si ritira “<strong>a cercare l’essenziale</strong>”: il podcast pilotato, il platino prenotato.</p>



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<p>È il classico giochetto: <strong>prima ti arricchisci sfruttando un’immagine, poi la demonizzi per sembrare profondo.</strong> E non importa se tutto questo è ipocrita e un po&#8217; finto, come le tette di una di <em>Uomini e Donne</em> e la verginità della Comi (beata ragazza, ti seguo sempre). Insomma, <strong>&#8216;sti rapper hanno fatto soldi a palate con il materialismo più becero. Ora che sono sazi, fanno i puri</strong>. Lo diceva pure De André. E i fan ci cascano, credendo che sia “evoluzione” e non l’ennesima strategia di marketing.</p>



<p>Se davvero odiassero il sistema, avrebbero mollato tutto vent&#8217;anni fa. Lo ha fatto <strong>Kaos One</strong>, dedicandosi totalmente all’underground che lo stesso Salmo cita con un feat nell’ultimo album. Ma nel sistema, dopo averci nuotato dentro, si finisce un po’ a fare i santoni ben pagati.</p>



<p>Alla fine è tutto un teatro. Prima recitavi il gangster. Poi reciti l’eremita illuminato, o il guru maledetto. Domani, chissà: magari il politico alternativo (sempre con la villa in Sardegna e il conto alle Cayman).<br><strong>E il pubblico continua a crederci, perché anche loro sognano di poter un giorno “lasciare tutto”…</strong> ma solo dopo aver fatto i soldi, ovvio.</p>



<p><strong>Si è passati dal “spacco tutto” al “medito tutto” senza mai perdere un colpo</strong>. Noi paghiamo il biglietto, scrolliamo le storie e ci beviamo ogni stronzata. Che evolusssione, ragasssi. Che evolusssione… Invece Kanye West è il rapper quarantenne in crisi più fico. Sa ancora flexare soldi come ai vecchi tempi, dice stronzate politicamente scorrette, si fa il verso da solo e rimane un genio. Ha cambiato la musica anche dopo la svolta cristiana e moralista. Ha sposato la Kardashian, sempre più nuda.</p>



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<p><strong>Guardatelo: ha bisogno di attenzione costante, come tutti gli artisti maledetti, miseri, involuti, vuoti.</strong><br>Vuole essere nella parte, al centro dell’attenzione, ancora amato o odiato. Rubare il microfono e ubriacarsi cantando alla tua bella. Essere il guru e, volendolo, fare la finta davanti alla porta. Essere un minchione, ma essere artista, anche a costo di sembrare un clown. Come i veri artisti falliti. <strong>Vuole essere patetico</strong>. La crisi spirituale gli ha fatto produrre ancora dischi belli, e pure Papa Leone se li ascolta e ne è fan.</p>



<p>Dice: “Dio mi ha parlato. Ho fondato una chiesa.” E vende felpe con la svastica a 200 dollari.<br>Ha scoperto che la fede in qualcosa ti salva. Ed è anche un ottimo business, soprattutto se mischiata al branding.</p>



<p>La caduta libera nell’antisemitismo e nel suprematismo (ma ironicamente, da nero) è potenzialmente molto creativa per il mondo rap. Lo mette in crisi definitivamente, dal punto di vista concettuale. “Gli ebrei controllano tutto. Anzi, amo Hitler. Anzi, sono un suprematista bianco (anche se sono nero).” Insomma, non me ne fotte un cazzo. <strong>Sto sperimentando oltre il linguaggio e gli stereotipi rap</strong>. Non sono pazzo: è marketing della sfiga. Siamo tutti incel di qualcosa senza autonominarci incel. Siamo sfigati dentro. E ve lo vendo.</p>



<p><a href="https://twitter.com/kanyewest?lang=ca">https://twitter.com/kanyewest?lang=ca</a></p>



<p>Anche Eminem ha trovato un modo di essere quarantenne e rapper, ma non tutti lo hanno apprezzato in Italia: <em>The Death of Slim Shady</em>. Tradotto, per chi ha fatto il classico: colpo di grazia. Che, visti gli ultimi dischi, suona più come “auto-eutanasia artistica”. Il problema? Eminem ha 52 anni. Che, nel rap, è un po’ come essere al circo ed esibirsi con le foche. <strong>Ma ha senso, a quest’età, rappare ancora a mitraglia come se fosse il 2002? </strong>Farlo senza sembrare tuo zio napoletano ubriaco al karaoke, che canta Tupac con la cravatta in testa.</p>



<p>E poi, anche se è ancora un funambolo del verso, e sei, come si dice tra i “giovani”, figo e spacchi con rime e allitterazioni… chi lo capisce più? I boomer sono stanchi, i millennial disillusi, e la generazione Zoomer zoomereggia. <strong>Eminem si è chiesto se ha senso combattere i mostri che lui stesso ha generato. Perché oggi ci sono milioni di Slim Shady: più volgari, più disturbanti, più “virali”, in tutti i TikTok del mondo.</strong></p>



<p>E allora, ha senso ancora dissare qualcuno? Ha senso ancora prendersela con tutti e tutto, ma prima di tutto con se stessi? Ha senso se, tecnicamente, arrivi a mixare te stesso giovane con te stesso vecchio, dissandoti in loop e in multitraccia, e te ne fotti, e sei ancora la star, senza fare il guru, senza fare un disco dove dici che sei psicopatico… ancora psicopatico come una volta. Lo sei, e basta: psicopatico. Hai affrontato il ridicolo. Hai ucciso il rap.</p>



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		<title>Le mamme dei rapper</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Apr 2025 11:23:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Le creature più angeliche e buone, porto sicuro dove rifugiarsi dal mondo di violenza droga e povertà che è toccato in sorte, a quanto pare, ai loro figli.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Sono con Aristotele al Carrefour. Si sta cercando la curcuma quando di colpo ritira fuori la storia dei sillogismi. Sbraccia, gesticola tutto rosso, prova a spiegarsi ma pare in difficoltà. Io – magari sbagliando, non so –, gli dico che qualcosa non mi torna, il procedimento logico mi affascina, sì, ma si presta anche a mille eccezioni: insomma, lo contraddico. Dà di balta: mi urla contro, tira in terra la lattina di Fanta e va via. Dieci minuti, e torna indietro. Sembra più calmo, pare rientrato in sé. Si stira con le palme il chitone, si appoggia al carrello e mi guarda negli occhi, sospirando. “Senti”, mi dice, “ascoltami bene, per cortesia. Argomento semplice, proprio per farti un esempio. <strong>Allora, premessa maggiore: tutti i rapper sono esseri umani, giusto?”. Annuisco. “Tutti gli esseri umani – premessa minore – sono mammoni, giusto?”. Continuo ad annuire. “Ecco, questo premesso, non vedo altra conclusione se non affermare che i rapper sono tutti mammoni”</strong>, dice, e continua a guardarmi, come aspettando quell’approvazione che ancora non mi sento di dargli. Non è personcina tranquilla, Aristotele. Non lo è mai stato e lo si nota anche adesso, dalla frequenza con cui si ravvia i capelli, da come compulsa i braccialetti. “Allora? Sei d’accordo o no?”. “Aristotele”, gli dico, “coi rapper, non capisco, forse mi tornava di più quella del ristorante<a id="_ftnref2" href="#_ftn2">[2]</a>…”. “Θεὲ ἅγιε, τοιούτους σκληροὺς δεῖ μοι πάλιν εὑρίσκειν!”, m’interrompe, e si allontana di nuovo, sbraitando. Io rimango lì, secco. Guardo Lorenzo Rocci, che si era allontanato per prendere un fustino di Dash. “Non lo tradurre”, mi dice. “Non lo tradurre che rimanerci male è un minuto”.</p>



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<p>Dopo cena ripenso a tutto il discorso. Ad assillarmi non è più la validità o meno del processo deduttivo – che potrebbe anche essere ammessa –, quanto il tema<strong>: che significa i rapper sono mammoni? I grill sui denti, i tatuaggi sul collo, la droga, e ancora la malavita, amicizie <em>peligrosas</em>, cicatrici dermatologiche e interiori, la rabbia sociale, il <em>barrio</em>, il senso di rivalsa, la strada, i coltellini svizzeri, il marciapiede, i punteruoli da compensato, tutto questo e poi si ricasca a farsi smacchiare i calzoni dalla mamma?</strong> Non fosse Aristotele, verrebbe da tirare dritto. Ma siccome <em>è</em> Aristotele, il visionario che ha vaticinato cinque degli ultimi otto vincitori di MasterChef dopo il primo Pressure Test, l’unica è cercare una playlist e dare il via. Metodo scientifico, amici. E magari anche <em>Peer review</em>, che vi piace tanto. <strong>Ghali.</strong></p>



<p>Uooh-uooh-uooh, bella!</p>



<p>Sono uscito dalla melma,</p>



<p>da una stalla a una stella.</p>



<p><strong>Compro una villa alla mamma</strong></p>



<p>e poi penserò all’Africa.</p>



<p>Stoppo. Come una villa alla mamma? E poi l’Africa? Ma che è, un’OPA? Cambio canzone.</p>



<p>[…] Devo stare attento, mannaggia</p>



<p>se la metto incinta poi mia madre mi, ah!</p>



<p>Perché sono ancora un bambino,</p>



<p>un po’ italiano, un po’ tunisino.</p>



<p>[…]</p>



<p>Dritto per la mia strada</p>



<p>Meglio di niente, mas que nada, vabbè</p>



<p>Tu aspetta sotto casa</p>



<p><strong>Se non piaci a mamma, tu non piaci a me</strong></p>



<p>Sento un brivido che si spicca dalla punta dell’alluce, corre a ritroso tutta la rete delle fibre nervose, si schianta dalle parti dell’ipotalamo. Mi agghiaccio. Un bambino? <strong>Avrai trent’anni, Ghali</strong>. Vai ospite nei talk show, mi fai il baluardo progressista e poi “se non piaci a mamma, non piaci a me”. Ma poi che è, questa inserzione brasileira, è inutile fare il globetrotter e poi la domenica tutti col bavaglio a mangiare i cannelloni madonna mamma ma che ci hai messo? il risentimento di non avere ancora un nipote da angariare dici? Pensavo noce moscata. Cambio ancora: “Mamma, dai, sincera ti aspettavi tutto questo?”. <strong>La statistica parla: tre canzoni su tre e si arriva alla mamma entro il quarto rigo</strong>. Prima di passare oltre, leggo il titolo della prossima traccia: <em>Mamma</em>, s’intitola. Ghali perduto, penso: punto per Aristotele.</p>



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<p>Ma può darsi che Ghali sia un caso isolato. È un oggetto mediatico di difficile lettura, va a Sanremo con un pupazzone, neanche ci prova a rimpiattare l’infantilismo. Vado avanti. <strong>Sfera Ebbasta</strong>. Pseudonimo protervo, ghigno beffardo, bazza in alto, fierezza, autonomia.</p>



<p>[…] Sono una rockstar, rockstar,</p>



<p>a uccidermi no, non sarà una stronza,</p>



<p>il mio cuore è freddo anche più del mio polso</p>



<p>e se provi a scaldarlo rischi che si sciolga.</p>



<p>Qui ti voglio Aristotele, chiacchiera con Sfera, di sillogismi, stai tranquillo che non arrivi alla premessa minore e prendi una coltellata. “Pusher sul mio iPhone, pute sul mio iPad”: LA DROGA, finalmente, e poi <em>pute</em>, che non so cosa significhi ma la voglio immaginare una parola mondo che ingloba in quel semantema che rimanda allo scaracchio tutte le efferatezze possibili e soprattutto il disprezzo per l’ovvio, tra cui il familismo acritico.</p>



<p>Mamma, guarda, senza mani, sono una rockstar,</p>



<p><strong>mamma, sai che a parte te non amo nessun’altra.</strong></p>



<p>Urlo, salto in piedi, rovescio il Fruttolo. Non ci posso credere. Mando indietro, ascolto di nuovo: “Mamma, sai che a parte te non amo nessun’altra”. L’ha detto davvero. Inizio ad assaporare il gusto amaro del torto: stai a vedere ha ragione Aristotele. Con gli universali ci ha capito il giusto, ma se poi ci dà su queste faccende che gli vuoi dire. Che gli vuoi dire.</p>



<p>Ma ci sarà qualcuno che si salvi, cristo di dio: scorro veloce, Fedez?, figurati, Fedez è fisso con sua madre, le ha intestato tutto, <strong>è grassa se a suo nome gli è rimasto un monopattino</strong>, e infatti “sono solamente un bambino / che chiamerai papà”, roba da sfasciare il <em>De Trinitate</em> di Sant’Agostino, vabbè niente Fedez, ma questi – Fedez, Ghali, Sfera Ebbasta –, questi sono quelli più noti, amati dal pubblico che è figlio del pubblico di Toto Cutugno, nipote del pubblico che a Sanremo osannava Consolini e Latilla, è chiaro che qui si corra sul nazionalpopolare. No, è un errore di metodo: bisogna cercare altrove, fuori dal grande pubblico, <strong>Noyz Narcos</strong>, per dire, che forse neppure l’ha avuta, una mamma, pare nato da un’esplosione in un laboratorio chimico Noyz Narcos, no, macché laboratorio chimico, <strong>ce l’ha la mamma, e le chiede scusa, <em>Sorry mama</em>: “Vita puttana” – scrive, e per un attimo ti pare un maledetto – “mamma sorry” dice, poi “Secco don’t worry” – chi è Secco, il babbo? –, e arrivederci anche Noyz Narcos</strong>, dritto a rimpolpare l’ultimo tomo dell’<em>Organon</em>.</p>



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<p><strong>Lowlow</strong> forse? Nemmeno Lowlow: “Una mattina andavo in banca insieme a mamma / E ho visto Nico entrare e calarsi il passamontagna”, vita cruenta accompagnando la madre a fare un giroconto. <strong>Emis Killa</strong>? “Mamma, è un nome troppo comune per ciò che sei / accomunerei le stelle ai tuoi occhi in comune ai miei”, bella, buona anche per un bigliettino d’auguri in terza elementare. Tedua! “Innanzitutto devo tutto a mia madre per stare al mondo / Anche se al mondo non ci so stare”, complimenti signora bel lavoro. <strong>Gemitaiz</strong>? Nome cattivo, cranio tatuato, eppure:</p>



<p>Ricordo, mamma che mi chiamava</p>



<p>quando il fine settimana</p>



<p>al tramonto tornavo a casa</p>



<p>che puzzavo di marijuana</p>



<p>(scusa mamma)</p>



<p>Mi sa che ho perso. Provo ad aprirmi all’internazionale, ma il <em>Dear mama </em>di <strong>TuPac </strong>secca il proposito sul nascere. Ha ragione Aristotele, inutile insistere. Anzi, sarà il caso che vada a dirglielo, prima che si metta a scrivere un trattatello per convincermi.</p>



<p>Esco di casa e mi incammino verso il circolo. Fa freddo, mi metto i guanti e intanto continuo a pensare a tutte queste canzoni piene di mamme. Che, a pensarci, neanche fosse parola facile da mettere in rima, “mamma”: con che rima “mamma”? Tolto il suffisso “-gramma” – “porto la mamma a fare il fonocardiogramma” – resta poco, se non “dramma” – ma non mi pare questo il caso – e qualche assonanza scadente. <strong>È proprio una questione di autonomia apparente, cinismo confuso con adultità, emancipazione sbandierata ma fittizia</strong>. IL CONTEMPORANEO, griderebbe il mio amico Massimo Gramellini, non fosse che gli hanno fatto due otturazioni e con le consonanti occlusive è ancora in difficoltà. &nbsp;Resta che Aristotele ha ragione anche stavolta, e se c’è una cosa che mi fa impazzire è quando sa di avere ragione, allora sta zitto una trentina di secondi, ti guarda, e poi fa il gesto dei surfisti. Da battere nel muro.</p>



<p>Eccolo lì, seduto. Ma non è solo. Accanto a lui, Pirrone, lo scettico. “Eccoci”, penso, “ci risiamo”. L’ultima volta li abbiamo divisi in quattro, con Pirrone che brandiva l’attizzatoio del barbecue. Seedorf non glielo puoi toccare. Ma ora sembrano tranquilli: Pirrone è seduto, si massaggia la pancia e sorride. Il “maestro di color che sanno” (prenota così, al ristorante), invece, è in lacrime e con le cuffie nelle orecchie, gobbo perché i fili sono pieni di nodi e non gli arrivano bene alla testa. Li raggiungo, ma Aristotele non mi guarda neanche: continua a piangere e riposiziona gli auricolari. Guardo Pirrone: “Fabri Fibra, bambino”, mi sussurra: “Fabri Fibra”.</p>



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<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> A chi percepisca il dovere filologico di rimarcare la distinzione tra rapper e trapper e fare questioni d’appartenenza a una sottocultura che si picca d’essere ruvida e guarda male noi che ancora si piange a sentire <em>Come saprei</em> di Giorgia si raccomanda con cordialità di pensare alla sua, di mamma.</p>



<p><a href="#_ftnref2" id="_ftn2">[2]</a>&nbsp; 1. Al ristorante qualcuno dovrà pure pagare; 2. Tu sei qualcuno; 3. Paga te.</p>
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