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	<title>Roma Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Cinema America 41 Bis</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Jun 2025 09:56:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Intellighenzia]]></category>
		<category><![CDATA[Intervista Impossibile]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema America]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema Troisi]]></category>
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		<category><![CDATA[Trastevere]]></category>
		<category><![CDATA[Valerio Carocci]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Intervista impossibile a Valerio Carocci, "quello" del Cinema America. Questa non è un'aggressione</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><br><em>Trastevere, è inizio giugno ma il caldo già scioglie le facce degli americani in pellegrinaggio a San Callisto. Il quartiere è una giungla di gabbiani, immondizia e spritz da asporto. Nei giftshop invasi dalle mandrie anglofone ritroviamo le sagome dei baretti delle prime sbronze liceali. C’è chi aspetta il sudore per non piangere da solo, ma camminiamo comunque tutti a testa bassa, oltre San Cosimato, oltre Viale Trastevere, verso il Cinema Troisi.</em></p>



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<p><em>All’ingresso ci accolgono due file di ragazzi in età impressionabile, magliette bordeaux del cinema America, braccia incrociate. Ci guardano tutti, ma in cagnesco. Regna il silenzio. Chi sputa per terra, chi scuote la testa con disprezzo. Risaliamo in penitenza il corridoio creato dai loro corpi, fino al piano di sopra, all’ufficio centrale. La porta sbatte dietro di noi. Quattro scimmioni della scorta ci tastano, anespressivi. Finalmente ci sediamo. Davanti a noi, rigido, </em>quello <em>del Cinema America, Valerio Carocci. Siamo intimiditi lo ammettiamo. È la prima volta che lo vediamo senza microfono, l’emozione è tanta.</em></p>



<p><strong>N</strong>: Valerio, grazie di aver…</p>



<p>VC: No grazie un cazzo regà, grazie al massimo lo dico io, ma non ho nulla per cui dire grazie, quindi non lo dico. Voi siete dei piccoli pezzi di merda, io v’ho capito, siete qui per incularmi, per fare finta di fare un’intervista normale e poi a ‘na certa esce fuori che c’è una botola sotto il mio ufficio piena di stagisti legati con le ulcere, o che quella cena di Marino per cui è caduta la giunta PD ero al tavolo anche io ubriaco lesso con la cravatta sulla fronte. Insomma una spruzzatina di realismo magico da quattro soldi che dovrebbe rivelare, boh chessò, la mia ipocrisia. Ma andate a fanculo!</p>



<p><strong>N</strong>: No aspetta Valerio, ti sbagli. Noi…</p>



<p>VC: Non mi sbaglio per niente, ho letto l’intervista a Salaroli, so quello che fate, fate schifo. Cos’è mo? Immagino che ora apro la porta de ‘sto sgabuzzino ed esce Gualtieri in mutande con una ventiquattrore con 300k fuori bando?</p>



<p><strong>N:</strong> Beh che poi un fondo di verità ci sareb…</p>



<p>VC: Mazza oh, bella scoperta! Pensate che sono l’unico che prende i soldi così? Io sono sempre stato al corrente della natura non regolare dei finanziamenti alle associazioni culturali e al cinema. L’ho cominciato a capire da quando portavo i pantaloni alla zuava.</p>



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<p><strong>N</strong>: Aspetta Vale, siamo partiti con il piede sbagliato. Ti va di ricominciare?</p>



<p>VC: Oppure no, ecco, sì ce l’ho, ora si scopre che quel fascio che ho fatto finta che m’aveva menato, grazie al quale tutti i movimenti di Roma sono venuti in supporto al mio cinema, era mio cugino di Casal Palocco. Tutto orchestrato da principio. Wow, bella trovata! Grandi regà! Manco Fanpage. Potevate fare di meglio.</p>



<p><strong>N</strong>: OH VALERIO! Ma ti dai una calmata! Sei viola. Respira. Noi siamo qui per farti i complimenti.</p>



<p>VC: Che? Ma non mi prendete per il culo! Ho mezza Roma che mi odia perché ho gerarchizzato e personalizzato una delle assemblee orizzontali più riuscite del paese, ora voi dovreste volermi fare i complimenti? Ma fatemi il piacere.</p>



<p><strong>N</strong>: No Valerio davvero. Stai facendo una cosa incredibile. Fatti spiegare. Noi partivamo iper prevenuti, come tutti. Devi sapere che ogni volta che viene fatto il tuo nome dentro al GRA fanno tutti a gara a spiegare perché bisognerebbe odiarti. L’altro giorno però ce ne siamo fregati, e siamo andati a Monte Ciocci al cinema all’aperto. C’era la luna alta dietro il cupolone, qualche sprazzo di luce rosa spegneva lentamente il cielo. Iniziava un film, neanche mi ricordo quale, sai? Con la mia ragazza stavamo litigando, neanche mi ricordo perché. Poi è successo qualcosa di magico. Ai titoli di testa ci siamo presi la mano e non ce la siamo lasciata più per tutto il film. Hai salvato la nostra relazione, Valé, hai fatto qualcosa di incredibile, un servizio unico per questa città, per il cuore di tutti noi.<br><br>VC: A regà dai su, ma non mi prendete per il culo. Ma pensate davvero che non vi conosco? Che non lo so che ora ve ne uscite col fatto che il cinema è un contenitore vuoto, culturalmente asettico, che è tutto grande cinema, da Scorsese a Leni Riefenstahl e che…</p>



<p><strong>N</strong>: Oh riprenditi! Escine Valé, c’hai la sindrome dell’impostore. Guarda che hai fatto una gran cosa. Ma può essere che in ‘sta città non appena uno c’ha un briciolo di successo lo dobbiamo tutti massacrare? E vabbè hai fatto qualche cagata, hai preso qualche finanziamento straordinario, sei un po’ qualunquista riguardo ai temi e alle frequentazioni, ma tutto a fin di bene, tutto per darci il cinema, il grande cinema, gratis, d’estate. E pure in periferia! Ma che vogliamo di più? Alla fine sono film, andiamo a vederli per distrarci, per non pensare, per darci un tono, o per fare pace con gli amori. È un servizio civico quasi. E stai spaccando!</p>



<p>VC: … ma andate a farvi fottere.</p>



<p><em>Carocci clicca un tasto sotto la scrivania. Scivoliamo nel nero, immersi tra i corpi ulcerosi e putridi di tutti quelli del Cinema America che hanno osato alzare la testa. La luce si richiude sopra di noi. Iniziamo a urlare. Virginia Raggi dal fondo ci zittisce con un lungo shhhhhh!</em> <em>Ecco che fine aveva fatto</em>.</p>



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		<title>L&#8217;unica cosa bella di Milano sono i Maranza</title>
		<link>https://ilnemico.it/lunica-cosa-bella-di-milano-sono-i-maranza/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 May 2025 09:25:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Barbarie]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Italia Profonda]]></category>
		<category><![CDATA[Trash]]></category>
		<category><![CDATA[Urbanistica]]></category>
		<category><![CDATA[barabari]]></category>
		<category><![CDATA[barbari]]></category>
		<category><![CDATA[città]]></category>
		<category><![CDATA[giovinezza]]></category>
		<category><![CDATA[Maranza]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[Roma]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dalla newsletter di GOG, "Preferirei di no". A Milano la vita è veramente metropolitana, nel senso che non accade nulla davvero, tutto va per il verso giusto. Per fortuna però ci sono i maranza.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Mentre un terzo della redazione era in Palestina, un altro terzo ha passato <strong>qualche settimana di troppo a Milano, capitale della parolainglese-week,</strong> <strong>per scopi che purtroppo non possiamo rivelarvi</strong> e che non riguardano la firma di un contratto con una grande major né l’apertura di una nail factory in zona Isola malgrado avessimo fatto anche un business plan (per info scrivere in dm). </p>



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<p>La cosa più bella di Milano è il treno per Roma, dicono sempre i tassisti e i paninari e il tuo amico, quello simpatico al liceo, oggi un po’ meno, copywriter al The Roman Post forse troppo a lungo, però quant’è bello il scielo sopra ar Circo Massimo, ce l’hai una sigaretta? No Ivo, a Milano ho smesso, è vietato fumare a Milano. E invece, malgrado tutti i pregiudizi con cui siamo arrivati nel capoluogo meneghino,<strong> il nostro è stato un soggiorno felice, in una piccola, ridente cittadina di provincia</strong>, abitata da passanti perlopiù meridionali vestiti da Michele Morrone ma ben attenti a non lasciarsi sfuggire una cadenza che riservano solo ai compaesani, e che credono di sostare in una metropoli europea, e che perciò si comportano come se la città lo fosse davvero, e in qualche modo, negli anni, lo è anche diventata, come per magia. Gli amici tornati dal Vietnam di Brera ci dicevano che la città ha ritmi frenetici, l’individualismo dilaga, il turbomondialismo pure, l’aperitivo è ovunque. </p>



<p></p>



<p>A noi invece è parsa molto tranquilla, funzionale, <strong>un paesino in cui puoi fissare 3-4 appuntamenti in un solo giorno e riuscire a portarli tutti a termine</strong>: a Roma il limite massimo è stato stabilito a due dal Concilio di Nicea, poi antichi demoni ti puniscono con qualche ostacolo (l’incidente in motorino, il pacco all’ultimo, la morte di un nonno o di un papa, l’aggressione di un gabbiano). A Palermo un solo impegno al giorno, altrimenti maxiprocesso. </p>



<p></p>



<p>Ecco perché a Milano possiamo ancora sognare, credere che la vita dipenda solo da noi e dalle nostre capacità. Sotto il Po esistono forze che non esistono ma che giocano un ruolo fondamentale nella scrittura dei destini individuali e collettivi. <strong>Sopra, invece, sei tu il padrone, Ceo e azionista di maggioranza dell’azienda te stess*, anima e corpo, che alternativamente depuri con podcast di auto-aiuto e centrifugati dietetici e poi distruggi a forza di call e negroni.</strong> A differenza di Roma, vera e propria giungla urbana, con i suoi pericoli, i suoi misteri, il bestiario di personaggi assurdi che la popola, a Milano la vita è veramente metropolitana, nel senso che non accade nulla davvero, come in ogni grande metropoli. Vale un po’ quello che diceva Tolstoj per le famiglie: tutte le città felici si assomigliano, ogni città infelice è infelice a modo suo. </p>



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<p>Ci sono molti eventi ma pochissimi accadimenti. C’è il concerto, il vernissage, il finissage, l’inaugurazione, l’opening, l’happening, l’happy ending ma nessuna cosa che valga la pena di essere raccontata, <strong>perché tutto coincide esattamente con le aspettative che ne abbiamo</strong> (quindi che senso ha partecipare se già sappiamo come andrà a finire?) e ogni investimento organizzativo è sempre a somma zero. Il fatto stesso che le cose funzionino in modo lineare, e che quindi a un input x corrisponde l’output y, sospende l’avverarsi di qualsiasi imprevisto. Da un lato è cosa buona, per noi romani, in cui l’ordinario è un apostrofo rosa tra le parole «’sti cazzi», dall’altro è noioso da morire: il tempo sembra non scorrere, accavallarsi su uno stesso piano ciclico e ripetitivo. Vivere uno o dieci anni a Milano fa lo stesso, invecchi senza accorgertene, giorno dopo giorno, mentre il riso di fronte ai video dei gender reveal party dei napoletani si fa sempre più amaro, fino a trasformarsi in pianto o in un corso di cucito. <strong>L’unico elemento davvero picaresco che ha in qualche modo scombussolato questo lungo sogno-soggiorno è stata la presenza dei cosiddetti Maranza</strong>, loro sì moltiplicatori di contrattempi e di situazioni spiacevoli, colonizzatori dei non luoghi, mezzi pubblici, stazioni, Mc Donald, centri commerciali.<br><br>Sono vispi, allegri, atletici, a differenza dei milanesi o dei meridionali vestiti da milanesi che camminano con gli airpods, con quel talento insopportabile di non darti mai fastidio, di passare inosservati. Anche i maranza hanno gli smartphone, ma ne fanno un uso sempre collettaneo e ludico, gioco tra i giochi, e non passaporto esistenziale. Sono bellissimi i maranza, vistosi, vestiti total Gucci, oppure col Moncler, le Nike T e il borsello, quando passano si lasciano dietro una scia di Paco Rabanne e alette di pollo, hanno attaccate al culo le casse Jbl che droppano musica raw e jump e sembra sempre una festa della giovinezza la loro esibizione rituale di merci, potlatch del plus valore rubato a noi stronzi. <strong>Perché così deve essere la giovinezza, disturbante, fastidiosa, esotica</strong>. Non come quella fatta con lo stampino dai vecchi, per accontentare i loro pregiudizi sui giovani, e che combatte su Instagram per il futuro del pianeta, per il bonus psicologo e la liberalizzazione dei pronomi. </p>



<p>I maranza sono la giovinezza barbara e primitiva, tutta concentrata sul presente, senza scadenze, senza progetti a lungo termine, senza business plan emotivi: <strong>prendi tutto ciò che vuoi, adesso! Sono loro la fantasia al potere nelle strade, la reinvenzione di ogni codice, di ogni grammatica, il corpo è mio lo gestisco io, ne travaillez jamais come dicevano i situazionisti, sono il sessantotto realizzato fuori dell’Università.</strong> Sono i figli dei kebabbari, degli operai, dei corrieri che ci portano i libri di giorno, dei rider che ci servono la cena che consumeremo da soli la notte, sono i figli degli immigrati di seconda e terza generazione, sono i giovani senza lingua, che parlano male l’arabo e male l’italiano, disintegrati da qualsiasi società, dealfabetizzati, descolarizzati e quindi finalmente liberi, liberati dall’ideologia dominante, che sempre con le parole ci colonizza e ci istruisce. Potenza destituente, che davanti al Duomo si ritrova spontaneamente per urlare «Vaffanculo Italia»: è quello che noi non abbiamo il coraggio di fare. </p>



<p>I maranza hanno tutti gli anti-valori che ci mancano per sfuggire davvero al divenire algoritmico del mondo. <strong>Sono il fantasma anti-borghese che infesta la falsa coscienza della borghesia di sinistra, che si fa le pippe sull’Odio di Cassowitz, che indossa la shopper di Pasolini ma poi liquida con faciloneria i maranza come tamarri infrequentabili a causa del loro outfit</strong>, inservibili alla lotta su instagram contro il capitale, mentre sono loro la lotta, il corpo nella lotta, sono loro i ragazzi di vita, i più antimoderni degli ipermoderni, «giovani amici, a cavalcioni di Rumi o Ducati, con maschile pudore e maschile impudicizia, nelle pieghe calde dei calzoni nascondendo indifferenti, o scoprendo, il segreto delle loro erezioni…». </p>



<p>Ci disturba la loro aggressività, la mascolinità tossica con cui rispondono alle umiliazioni sociali, per riabilitarsi ai propri occhi e a quelli della famiglia, e che rimarrà sempre una costante tra le persone che possono contare solo sulla propria forza-lavoro, come scrive Bourdieu, per cui la «virilità è uno degli ultimi rifugi dell’identità delle classi dominate». <strong>E così i maranza infestano anche i brutti sogni della borghesia liberale di destra</strong>, quella alla Del Debbio, quella di Rete 4 e della Verità che quando non li condanna vuol umanizzare questi giovani barbari, trovare un movente sociologico al loro brutalismo esistenziale. <strong>E invece dovremmo perorare una sacra alleanza tra i barbari neri delle periferie e i “bifolchi” bianchi dei margini</strong>, tra proletariato indigeno e proletariato autoctono (come scrive in un bel libro Houria Bouteldja, <em>Beuf et Barbares</em>, tradotto da Derive&amp;Approdi), l’unione di queste classi pericolose, potenzialmente sovversive, che invece di scannarsi tra loro nell’ennesimo conflitto tra poveri, dovrebbero formare una nuova soggettività politica ma già stiamo scadendo in un marxismo da quattro soldi, velleità da borghesi in crisi annoiati che hanno letto troppo <strong>e non credono davvero in ciò che dicono</strong>, quindi basta così.</p>



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		<title>La soluzione è la criminalità</title>
		<link>https://ilnemico.it/la-soluzione-e-la-criminalita/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Jan 2025 10:41:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Airbnb]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Urbanistica]]></category>
		<category><![CDATA[airbnb]]></category>
		<category><![CDATA[Criminalità]]></category>
		<category><![CDATA[Giubileo]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Appignani]]></category>
		<category><![CDATA[Over-Turism]]></category>
		<category><![CDATA[Roma]]></category>
		<category><![CDATA[Turismo]]></category>
		<category><![CDATA[Turisti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una soluzione anti-costituzionale all'overtourism, dalla newsletter di GOG Edizioni "Preferirei di no".</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Una soluzione noi ce l&#8217;avremmo pure. Probabilmente è una soluzione anti-costituzionale,&nbsp;<strong>come la maggior parte delle soluzioni che proponiamo per risollevare l&#8217;editoria, la cultura, la letteratura in questo Paese</strong>. E anche per quanto riguarda l&#8217;overtourism abbiamo abbozzato un ddl da repubblica popolare centroafricana, proprio in questi ultimi giorni, tra una pausa e l&#8217;altra, mentre passeggiavamo abbottati da pranzi e cenoni nel centro storico di Roma,&nbsp;<strong>un grande cantiere con dentro gente che si fa le foto scambiando gli scavi della metro C per rovine</strong>, i ponteggi sopra il palazzaccio per un&#8217;installazione del bulgaro Christo, il Giubileo per una festa a tema con il satanista Padre Guillerme in console, o l&#8217;Osteria da Fortunata per un ristorante, quando invece è chiaramente una specie di Alcatraz&nbsp;<strong>dove finiscono i pentiti di mafia a fare la pasta a mano dentro una teca</strong>. </p>



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<p>A camminare per il centro, ma solo se si è di buonumore per la tredicesima,&nbsp;<strong>si ha persino l&#8217;illusione di vivere in una grande metropoli, si respira l&#8217;aria progressista della globalizzazione</strong>&nbsp;– vedi che belli gli scambi culturali, il dialogo tra i popoli, la condivisione del proprio patrimonio artistico. Ma poi rinsavisci subito al bestemmione del tassista che stava per mettere sotto Kim Jong Un a Corso Vittorio Emanuele, quando per prendere un gelato ti devi fare un&#8217;app, per una carbonara spendi tutta la tredicesima e ti arriva una fetta di cane, e quando scopri che Castel Sant&#8217;Angelo non lo rivedrai mai più – a meno che non decidi di fare un sit-in di tre giorni e tre notti davanti alla biglietteria insieme al cast di Squid Game.&nbsp;<strong>Allora capisci che ci hanno inculato</strong>. </p>



<p>E che il turismo è la più grande impostura di questo secolo, la simulazione di un viaggio autistico che in realtà non avviene. Tutta la città, dalle osterie ai negozi, dai musei al paesaggio, si adegua al pregiudizio che il turista ha di Roma, che non ha niente a che fare con Roma. Non è che l&#8217;amplificazione artificiale di quei caratteri e costumi che crediamo possano piacere di più allo straniero. E così, non solo dobbiamo sorbirci gli innumerevoli disturbi che creano le orde di barbari in bermuda, ma dobbiamo anche cambiare noi per compiacerli, ed ecco che Roma, quella reale, diminuisce, si fa più piccola, si conforma all&#8217;immaginario che altrove si è creato di essa, e perciò anche noi romani siamo sempre più in contatto con la finzione di noi stessi.</p>



<p>Quindi ben vengano tutte quelle iniziative alla Tourist Go Home, e quelle degli attivisti che invitano a mettere adesivi o gomme da masticare sopra i lucchetti con le chiavi degli Airbnb sparsi nel centro della città.&nbsp;<strong>Che sia vietato Airbnb, che si mettano limiti ai giorni di affitto, che si tassino i locatori senza pietà, che si buchino le gomme agli autobus a due piani che intasano il Lungotevere.</strong>&nbsp;Meglio morire definitivamente come Paese, sommerso dallo scioglimento dei debiti, che pensare di poter campare con il turismo. Ma che razza di progetto a lungo termine è? Con che voglia ci alzeremo dal letto la mattina, per prenderci cura del giardinetto del mondo che diventerà l&#8217;Italia, dove i cinesi verranno a comprare scatolette d&#8217;aria compressa del Lago di Stocazzo? Dove gli americani verranno a giocare a beerpong – non potevano farlo nel Minnesota? – credendo, come credono tutti gli americani,&nbsp;<strong>che l&#8217;Europa sia un&#8217;invenzione di Walt Disney</strong>? </p>



<p>Ma la nostra soluzione è ancora più radicale dell&#8217;attivismo civile, delle proteste virtuose, delle pressioni sull&#8217;amministrazione. Queste scappatoie ci ricordano quegli stucchevoli suggerimenti pasoliniani di Parise contro la società dei consumi, in un libretto pubblicato nel 1972,&nbsp;<em>Il Rimedio è la povertà</em>. Come pretendi che nel mezzo dell&#8217;espansione consumistica e del benessere le persone scelgano di rinunciare al comfort? Dice Parise: «Povertà è godere di beni minimi e necessari, quali il cibo necessario e non superfluo, il vestiario necessario, la casa necessaria e non superflua. </p>



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<p>Povertà e necessità nazionale sono i mezzi pubblici di locomozione, necessaria è la salute delle proprie gambe per andare a piedi, superflua è l&#8217;automobile, le motociclette, le famose e cretinissime &#8220;barche&#8221;». Parise era un grande ma queste sono tutte cazzate con cui probabilmente Goffredo si è comprato una barchetta. Nei fatti, però, non lo ha ascoltato nessuno.&nbsp;<strong>Se le persone possono scegliere tra una cosa giusta che però comporta fatica e impegno e una sbagliata ma facile da fare, opteranno per la seconda.&nbsp;</strong>Con in mano un qualsiasi mezzo o tecnologia, l&#8217;umanità li impiegherà sempre nel peggiore dei modi possibili. Vedi Intelligenza artificiale. La useremo per fare più guerre e per cambiare i pannoloni agli anziani. Siamo fatti così, siamo belli anche per questo. </p>



<p>Lo stesso vale per il turismo: se porta soldi facili, allora vincerà sempre. La nostra soluzione all&#8217;overtourism perciò è un&#8217;altra, benché mutuata da quella di Parise:&nbsp;<strong><em>Il rimedio è la criminalità</em>.</strong>&nbsp;Bisogna incentivare il ritorno della criminalità disorganizzata e diffusa nel centro storico di Roma. </p>



<p>Piccoli delinquenti saranno allocati negli Airbnb sfitti, convertiti in case popolari, e incoraggiati a compiere furti, scippi, rapine, borseggi, sequestri di persona, minacce di ogni genere nei confronti dei turisti. Se non possiamo vincere con la giustizia, possiamo vincere con la paura. Il centro deve diventare luogo ostile, brutale, feroce, per chi non conosce le dinamiche locali, la lingua, le vie giuste in cui passare. La pagina Instagram del Comune di Roma appalterà la comunicazione istituzionale a Welcome to Favelas. Il Monte di Pietà, nel rione Regola, si occuperà della ricettazione della refurtiva, generando inizialmente un indotto sufficiente a pareggiare gli scompensi della diminuzione dei turisti. </p>



<p>La città dovrà tornare ad avere pessima fama su Tripadvisor e sulle Lonely Planet (strumenti di egemonia planetaria anglosassone), come ai tempi del Conte di Montecristo, quando al carnevale si rapivano i figli dei nobili stranieri in cambio di un riscatto, o ai tempi del Marchese del Grillo. Si creeranno nuove situazioni epiche, rinnoveremo l&#8217;immaginario ormai stantio della Banda della Magliana e quello netflixiano di Suburra, per riscoprire la romanità dei bulli di quartiere, dei Più, dei Meo Patacca, dei duelli, delle zaccagnate in panza (che ci hanno reso, nell&#8217;Ottocento, i chirurghi più bravi d&#8217;Europa), delle osterie piene di puttane e eunuchi e cardinali e nobili, la Roma mazziniana di Ciceruacchio,&nbsp;<strong>quella notturna e situazionista di Mario Appignani, degli sballati, degli strippati, delusi, stralunati, sgabbiati, dei terroristi del sistema, l&#8217;irascibile schiera degli infelici</strong>, la Roma dimmerda di Remo Remotti, la Roma di Dario Bellezza, invivibile e incresciosa, perciò liberata da chi vuole bonificarla per renderla gradita al turista. Il centro ritornerà ad essere quello che è sempre stato: crocevia di tendenze assurde, punto di incontro di aristocrazia e sottoproletariato, commistione di generi e stili di vita improbabili, che dialogano sul serio, frizionano fino a generare una vitalità spontanea e violenta che fu la principale ricchezza cittadina, prima dei monumenti e dei musei. </p>



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<p>E si tornerà a cantare per le vie del centro, si tornerà a fare l&#8217;amore a Trastevere, torneranno i macellai, i bordelli, i coltelli, torneranno i poeti.</p>
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		<title>Maledetti Romani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Oct 2024 17:06:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Uno sfogo non richiesto e immotivato contro Roma.<br />
Ogni tanto è necessario, per tentare di svincolarsi dall’indolenza, dalla lascivia, dalla trasandatezza intellettuale a cui ti porta questa città.</p>
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<p><strong>«Caro». Anzi «carissimo».</strong>&nbsp;A Roma ormai siamo tutti i cari di qualcun altro, specie degli sconosciuti: del barista, del tassinaro, del benzinaio, del commercialista, dell’avvocato. Buongiorno carissimo, che si dice? Epiteto trasversale, transgenerazionale, apparentemente affettuoso, trafugato dal registro epistolare: cosa ci dice il suo diffondersi, sempre più a sproposito, in questa città? È uno dei tanti modi che hanno i romani di affrontare lo sfacel<strong>o. I rapporti umani sono al minimo storico, la cittadinanza è insofferente a tutto, la città un cantiere a cielo aperto, intasata dal traffico</strong> &#8211; volano bestemmie ai semafori, i corrieri smadonnano, due gocce di pioggia e cadono i pini, le buche, la metro C, il bonus facciate, le poste italiane non funziona un cazzo, intelligenza artificiale salvaci tu, turismo incellofana-bellezza, la transizione ecologica passame l’olio. </p>



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<p>Carissimo, sono 22 euro. Simulazione di vicinanza, di affetto, di comunione nella miseria, di uguaglianza. Carissimo è il modo in cui si finge un’empatia che non c’è. In pratica è prendersi in giro.&nbsp;<strong>È una sottilissima forma romana di prendersi e farsi prendere per il culo.</strong>&nbsp;A Roma infatti siamo maestri in quest’arte. Non c’è città dove la derisione del prossimo si sia sviluppata nella sua forma più cristallina, crudele, spietata. Roma ti mortifica, Roma ti umilia. C’è un enorme letteratura su questo tema. A partire dal carteggio di Giacomo Leopardi con amici e parenti durante il suo soggiorno romano (nel 1822), da cui tornò amareggiatissimo, notando&nbsp;<strong>«l’orrendo disordine, la confusione, la minutezza insopportabile, la trascuratezza indicibile» di una popolazione&nbsp;</strong>«dissipata, oziosa, e senza metodo». La cosa che più soffrì Leopardi fu però l’indifferenza: «l’attirare gli occhi degli altri risulta impresa disperata». Persino «al passaggio in chiesa, per le strade non trovate una befana che vi guardi. Son passato spesse volte con amici belli ed eleganti vicino a donne giovani; le quali non hanno mai alzato gli occhi, e si vedeva che ciò non era per modestia ma per pienissima indifferenza e noncuranza». </p>



<p></p>



<p>Un secolo più tardi, nel 1913, un giovane Giovanni Papini, al Teatro dell’Opera di Roma, presenziando a un meeting futurista, parlava più o meno delle stesse cose, di una «città ch’è tutto passato nelle sue rovine, nelle sue piazze, nelle sue chiese; questa città brigantesca e saccheggiatrice che attira come una puttana e attacca ai suoi amanti la sifilide dell’archeologismo cronico,&nbsp;<strong>è il simbolo sfacciato e pericoloso di tutto quello che ostacola in Italia il sorgere di una mentalità nuova, originale, rivolta innanzi e non sempre indietro</strong>». </p>



<p>Roma è il regno della&nbsp;massima tolleranza quindi della massima indifferenza. Un posto dove tutto sommato (ed è questa la causa della sua paralisi) si vive bene, come diceva Fellini, <strong>appunto perché ci si può nascondere, si può passare inosservati, ma è un attimo che si scivola nell’apatia</strong>. E i romani sono una combinazione di pasta e disemozione, disaffezione, disincanto. Troppe vestigie di passate glorie, troppa storia, troppi antiquari, troppe ingiustizie e soprusi hanno piallato il subconscio del romano, estraneo a qualsiasi entusiasmo, mosso al massimo da una passione che, come per il calcio, si confonde sempre con il pianto, ma senza la teatralità napoletana, anzi un pianto nudo, infantile, superfluo. «A marzia’ che ce l’hai una sigaretta?», è così che un passante &#8211; archetipo romanesco descritto da Ennio Flaiano nel suo racconto più celebre &#8211; esaurita la meraviglia iniziale per l’arrivo a Villa Borghese di un extraterrestre, finisce per interrogarlo. </p>



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<p>Come si può portare avanti un qualsiasi progetto in questa città che non crede in nulla? Come si fa a prendersi un minimo sul serio? <strong>Specie se questo progetto non riguarda passioni sessuali o gastrointestinali</strong> (che tutto ruota intorno alle viscere, al basso ventre, al verbo «cacare») o calcistiche? «A che ora c&#8217;è la rivoluzione? Come dobbiamo venire, già mangiati?»: la&nbsp;<em>Terrazza</em>&nbsp;di Scola ci insegna quanto i romani siano da sempre ostaggio delle «ore pasti». Roma è un grande ristorante allargato su strada, sotto tendoni in plastica (che il romano vuole stare fuori), e su Instagram l’unico trend autoctono è quello della “vera” ricetta della carbonara o dell’amatriciana («er guanciale me raccomanno»), quando non si tratta di&nbsp;<em>travel content</em>&nbsp;su luoghi “nascosti” da visitare «aggratis»,&nbsp;<em>ça va sans dire</em>. </p>



<p>«Non c’è niente di nuovo sotto il sole» della capitale, da millenni ormai, perché l’occhio del romano è impossibilitato a percepire la novità, e persino lo scandalo si riduce sempre a gossip (Dagospia docet), a scusa perfetta per uscire a prendersi una birretta rivoluzionaria.&nbsp;È rivoluzionario il collettivo che fa stickers e li appiccica nei cessi, è rivoluzionaria la discoteca x, quel gruppo di pischelli che fa le magliette a Portonaccio, a Serpentara la crew che trappa è considerata sovversiva.&nbsp;<strong>Tutto è rivoluzionario, basta un minimo movimento per passare da ribelli,&nbsp;purché non implichi attività nelle «ore pasti»</strong>, a tavola, dove qualsiasi proposito tramonta già verso il primo, si affievolisce al secondo, si spegne al caffè, e si ritorna all’attività principale, quella di riuscire a lavorare il meno possibile. </p>



<p>Lo aveva capito benissimo Umberto Bossi, che obbligava i suoi parlamentari a rientrare al Nord nel fine settimana, in modo da <strong>soggiornare il meno possibile a Roma</strong>, evitando le sue trattorie, i suoi locali notturni, le sue lusinghe. Forse l’Italia potrebbe diventare un grande Paese (ma chi ce lo fa fare?) se trasferissimo tutti i ministeri e la pubblica amministrazione in generale a Piacenza, dove i funzionari pubblici potrebbero finalmente prendere sul serio le loro mansioni. Qui, invece, è impossibile.<strong>&nbsp;Neanche la morte riusciamo a prendere sul serio</strong>: «sento il fiato della morte sul collo», diceva Mastroianni moribondo al fratello, che risponde: «e mettite ‘na sciarpetta». Solo la Chiesa riesce a operare da qui,&nbsp;<strong>solo Dio riesce a fare impresa da Roma</strong>. </p>



<p>E se la Capitale gode ancora di un minimo di considerazione nell’immaginario collettivo (al di là dello stereotipo «puttana e santa») è esclusivamente per la sua capacità di produrre satira, sarcasmo, ironia, per la sua produzione memetica. Ma l’ironia, in tempi di enormi vuoti di potere, quando non ha un indirizzo contro cui rivolgersi, è la guardiana dell’impotenza, è l’ancella di ogni nevrosi (<strong>Zerocalcare è la personificazione di tutte le nevrosi romanesche</strong>). Non resta quindi che lamentarsi, forma assoluta di esorcismo, in attesa di un&#8217;impossibile rivoluzione. Anche se in Italia, dice Longanesi, «non si potrà mai fare una rivoluzione, perché ci conosciamo tutti». A Roma si può fare meno che altrove perché siamo tutti «carissimi».</p>



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