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	<title>Sangiuliano Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Nuovo Cinema Giuli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Apr 2025 15:42:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cos'è successo e sta succedendo al cinema italiano? Bloccato da mesi in un confuso processo riformistico per abolire i sussidi (evviva), che ha finito però per favorire solo le produzioni più ricche.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Chissà quale rivoluzione gramsciana ha in serbo per i cinefili, il ministro della cultura nazional-popolare <strong>Alessandro Giuli.</strong> La nomina della Commissione che gestisce 50 milioni annui di contributi diretti ai film era stata l’ultimo atto dell’ex ministro Gennaro Sangiuliano, oggi ripescato come corrispondente Rai in riva alla Senna.</p>



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<p>Giuli, insediatosi il 6 settembre 2024, “nient’affatto offeso” (sic) dal ricordino lasciatogli da Genny, ha intimato il cambio della guardia e ne ha confezionata una sua. <strong>Sebbene meno spudoratamente orientata a destra, resta priva di una figura che dovrebbe risultare congeniale a questa maggioranza: l’imprenditore</strong>. Presente, quello che sa far di conto e, soprattutto, dovrebbe capirci di mercato? Senza nulla togliere al Mereghetti<em> criticus maximus</em> o al filosofo Stefano Zecchi, proprio là dove servirebbe chi sa leggere le “carte”, come in gergo sono chiamati i piani economici da affiancare alle sceneggiature, viene a mancare un emissario del fantameraviglioso “mondo delle imprese”. Si vede che questo centrodestra di santi, poeti e galleggiatori prende sì atto di una realtà inconfutabile, ma per lasciarla com’è: vale a dire <strong>che nel cinema italiano non esiste capitale di rischio</strong>. <strong>È una zona protetta dall’assistenzialismo pubblico</strong>. Con una peculiarità: i soldi del cittadino contribuente finiscono nelle tasche di chi le ha già piene. E chi ne avrebbe davvero bisogno, deve specializzarsi nella questua con scappellamento (a destra).</p>



<p>Ad oggi, l’unica novità di cronaca sul fronte cinematografico riguarda un organo gemello, la Commissione Festival. Lo scorso 1° marzo le agenzie, riportando una nota di Giuli, telegrafano quanto segue: “Prendo atto della proposta del Direttore Generale Cinema e Audiovisivo, Nicola Borrelli, di sospendere i lavori della Commissione per la concessione di contributi alle attività di promozione cinematografica e audiovisiva, al fine di ridefinire il sistema di valutazione e assegnazione dei contributi”. Casualmente il giorno prima, un articolo del quotidiano <em>La Verità</em> (non certo ostile al governo Meloni, ma ostilissimo a Giuli già firma del <em>Foglio</em> e di <em>Libero</em>) aveva attaccato a testa bassa i commissari e il ministro accusandoli di <strong>aver erogato fondi a manifestazioni e kermesse di sinistra e pro-lgbt</strong>. Incassato il destro, la decisione di rivedere i criteri di finanziamento a premi e rassegne è, in sé, cosa buona e giusta: <strong>solo un terzo dei festival cinematografici italiani è sostenuto dal Mic, e non sempre si capisce “</strong><strong>perché una iniziativa viene sovvenzionata con 10 mila euro, piuttosto che con 100 mila euro”</strong>, come ha sottolineato Angelo Zaccone Teodosi, presidente dell’Istituto italiano per l’Industria Culturale (IsICult). Misteri che devono aver inquietato i sonni di più della metà della stessa Commissione Festival, visto che neanche un mese dopo, sette componenti su dodici si sono dimessi. “Le regole così come sono ora non funzionano, non possiamo prenderci critiche per colpe che non sono nostre”, ha dichiarato il 28 marzo al <em>Fatto Quotidiano</em> l’ex coordinatore Gianfranco Rinaldi.</p>



<p>In attesa di conoscere la riforma complessiva del comparto promessa da Giuli, il prossimo 27 maggio il Tar del Lazio si pronuncerà su uno dei ricorsi presentati da decine di società di produzione indipendenti contro il decreto del 10 luglio 2024, la cosiddetta <strong>riforma Sangiuliano</strong> (<strong>o Bergonzoni, di nome Lucia</strong>, sempiterna sottosegretaria leghista alla cultura: lo era già nel Conte 1, per poi tornare dopo essere stata trombata alle regionali in Emilia, rimessa lì da Draghi e confermata, inschiodabile, dalla Meloni). Ufficialmente, il nobile intento di Genny e Lucia era di mettere i conti a posto, dopo il periodo di vacche grasse risalente all’era Franceschini. Di fatto, <strong>ha favorito i già strafavoriti colossi privati del settore, quasi tutti compartecipati da multinazionali straniere</strong>. Va bene che oggi più che mai, il cosiddetto “mercato” consiste in generale nella concentrazione di ricchezza in mano a pochi (dicesi: <em>oligopolio</em>). <strong>Ma di sicuro a farne le spese è l’industria nostrana di produttori, tecnici, agenti, registi e attori, una galassia da quasi 200 mila posti di lavoro, fra diretti e indotto, e 9 mila aziende, soprattutto medie e piccole</strong>, che nel 2023 erano riuscite a fare del nostro Paese il primo in Europa per lungometraggi (402, documentari inclusi). Mentre ora sono alla fame. L’ex ministro Franceschini, il cattolicone Pd detto “<em>ora et manovra</em>”, più noto per aver firmato quel demenziale flop chiamato “Netflix della cultura”, rischia di essere rimpianto perfino dalla barricata opposta per aver difeso meglio l’“arma più forte”, come chiamava il cinema patrio il Mascellone in fez, fondatore di Cinecittà.&nbsp;</p>



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<p>Spiegone. <strong>Nel 2017 Franceschini aveva stabilito un credito d’imposta (<em>tax credit</em>, per chi non riesce a non parlare in inglese) con due aliquote: 40% per i produttori medio-piccoli, 25% per i grandi</strong>. Per i giovani autori, una vera manna dal cielo. Specialmente dopo il 2021, quando il deserto al botteghino (causa Covid) ha indotto a semplificare l’erogazione. La logica era semplice: <strong>più costa il film, più si alza il finanziamento pubblico. Risultato: boom di produzioni</strong>. Il problema è che, su questa china, rischiava di scattare la clausola di salvaguardia finanziaria. Stando ai calcoli di IsICult, nell’arco temporale fra il 2017 e il 2024, la direzione Cinema e Audiovisivo del ministero avrebbe fatto circolare 2,1 miliardi di euro, di cui quasi la metà per fiction tv (mentre, nel frattempo, le richieste di contributi diretti hanno toccato quota 476 milioni). Con contorno prevedibile di maligne polemiche su certe opere costate, poniamo, 700 mila euro, che poi hanno venduto 29 biglietti in tutto. E senza contare, naturalmente, <strong>la battaglia della destra contro l’eterna “egemonia” di sinistra</strong>. Che effettivamente, cioè non in astratto ma proprio statisticamente, nell’universo del cinema c’è, è innegabile. Basta scorrere nomi e titoli. Come ha scritto sempre su <em>La Verità</em> Francesco Borgonovo, sul Benigni inflittoci nonostante “TeleMeloni”, è compito della destra tirare fuori talenti, idee e bravura da contrapporre al fronte avversario. Altrimenti non si fa che <em>chiagnere</em>, per poi nemmeno <em>fottere</em>.</p>



<p>Dato l’addio a Franceschini, eccoci finalmente al fatidico anno 2022, Giorgia Meloni <em>dux</em>: spunta il sole canta il gallo, Sangiuliano monta a cavallo. <strong>Genny si mette le mani nei quattro capelli e comincia la demolizione della cine-Italietta franceschiniana</strong>. Suddivide l’accesso al credito fiscale in tre scaglioni: sopra i 3,5 milioni, fra 1,5 e 3,5 milioni e sotto 1,5 milioni. Sono altre, però, le bombe riservate al produttore cinematografico di piccola e media stazza. 1) Al momento della richiesta, deve disporre del 40% di capitali privati, il che rappresenta una drastica tagliola di partenza per chi non ha santi in paradiso; 2) deve avere obbligatoriamente in mano un contratto di distribuzione con le 20 società distributive, le quali ragionano, com’è ovvio, in termini commerciali, e non essendo i loro proprietari italicamente purosangue, dell’italianità si interessano il giusto, cioè poco o niente; 3) deve dimostrare di assicurare un numero minimo di proiezioni, il che rientra nelle strategie di marketing del comparto distributivo, di cui finisce ancor più alla mercé; 4) deve sottostare un tetto ai compensi di registi, sceneggiatori e attori (misura che ha fatto imbestialire non poco i diretti interessati, ad esempio un Muccino), gonfiatisi in questi ultimi anni di impetuosa crescita &#8211; una conseguenza, dunque, e non una causa dell’espansione. Riassumendo, secondo i calcoli delle rappresentanze del cinema, <strong>per sperare di realizzare una pellicola ci vorrebbero 6-700 mila euro da anticipare subito. Cifre impossibili da sostenere, per esordienti e produttori indipendenti.</strong> <strong>E difatti, la chiusura del rubinetto pubblico ha fatto sgonfiare la bolla</strong>. Con effetti devastanti sull’occupazione. Se infatti l’Inps certifica che 21 sono i giorni lavorativi dichiarati come media annuale dagli attori, non raggiungendo il livello minimo per la Naspi parecchi fra loro si ritroveranno, se non lo sono già, senza reddito e senza sussidio.</p>



<p>Per le grosse realtà, il film è tutto diverso. La riforma Sangiuliano-Bergonzoni, diceva a settembre l’amministratore delegato di Medusa Film, Giampaolo Letta, “è buona e molte misure sono condivisibili”, mentre altre “potranno essere migliorate dai decreti direttoriali” (come il limite, evidentemente insopportabile, di 5 milioni all’anno di credito d’imposta per major e soggetti non europei). La parte “buona” starebbe nel fatto <strong>che la riforma non ha intaccato l’automatismo</strong> (“più si basa su strumenti automatici, più un sistema è aderente al mercato”, Letta dixit), <strong>e ha penalizzato i deboli e gli emergenti</strong>. Cioè: con la motivazione tecnicamente corretta di una copertura fiscale andata fuori controllo<strong>, si è tolto l’ossigeno a chi ha magari buone idee, ma non ha i mezzi per raggiungere le sale</strong>. È vero che, chiusasi la drammatica parentesi della pandemia, un certo afflusso di spettatori è tornato davanti al grande schermo. Ma non si è invertito il processo di fuga dalla fruizione fisica che rappresenta ormai una tendenza consolidata delle abitudini di massa: con le piattaforme e il <em>delivery</em>, il consumatore medio, pigro e comodista, preferisce starsene a casa guardando i film sul divano. Dall’altro lato, il suo contraltare meno culo di pietra, l’appassionato di opere di pregio, non le trova da nessuna parte, oppure deve farsi le chilometrate per gustarsele prima che spariscano da quei pochi, sparuti posti dove, quando va di lusso, le proiettano per una settimana scarsa.</p>



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<p>Di fronte a questo quadro che sa di capitalismo assistito e neo-feudale, funestato da dimissioni a catena (come quelle di Sergio Castellitto dalla presidenza del Centro Sperimentale di Cinematografia e di Nicola Maccanico dal vertice di Cinecittà) il cinema, inteso come arte, va a farsi benedire. In questo senso, <strong>dire che “non ha mercato”, il che è vero, significa non pensarlo più come arte, ma <em>solo</em> in termini di fatturato</strong>. E allora suonano stonate, ipocrite, le parole proferite da Giuli lo scorso dicembre ad Atreju, quando asseriva che “c’è bisogno di dare un segno identitario”, chiedendosi “perché non c’è mai stata una fiction su Fabrizio Quattrocchi” (anche se poi una su Nicola Calipari è uscita) e auspicando “un tax credit più incoraggiante per opere che hanno meno disponibilità, come quelle dei giovani”, così “da riattivare le nostre radici”, “rappresentare le periferie, gli immigrati di prima e seconda generazione, raccontare la guerra e i conflitti sociali”, ed essere, testuale, “meno ombelicali”.</p>



<p>La destra &#8211; proclamava stentoreo il nuovo Quintino Sella &#8211; “è sicurezza, è legalità, è ordine anche nei conti pubblici, è meritocrazia”. Ora, se stiamo a quanto detto il 26 marzo dall’altro sottosegretario alla cultura, Gianmarco Mazzi, l’unica modifica significativa a cui starebbero pensando al Mic è reintrodurre l’obbligo per i grandi produttori di reinvestire parte dei proventi in opere “difficili”, a basso budget. <strong>Per il resto, si attende di vedere nei fatti la nuova, non ombelicale politica culturale di destra, per lo meno nei contributi “selettivi” della Commissione Cinema</strong>, che già per Sangiuliano dovevano privilegiare “personaggi, avvenimenti e luoghi rappresentativi dell’identità nazionale” e valorizzare “l’identità culturale della Nazione”. Spiccioli, rispetto al macigno di un mercato dominato dai più forti. La qualità non dipende, o non dovrebbe dipendere, dal numero dei paganti. <strong>Ma evidentemente non è così per questa destra. Conservatrice di nome e di fatto. A prevalere, sono sempre i grandi numeri</strong>. D’altronde, il numero è potenza, diceva sempre quello con la mascella volitiva e la pelata tragica.</p>



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		<title>Perché Gramsci va di moda a destra?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Vitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Jun 2024 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA['900 in fiamme]]></category>
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		<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lottizzazione o “Egemonia culturale”? A cosa punta la destra al potere? Riprendiamo il concetto di egemonia in Gramsci.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>A cosa tende esattamente il tema dell’egemonia culturale agitato fin dai primi momenti dalle destre che hanno preso il potere istituzionale? Esse puntano a&nbsp;contendere alle sinistre sconfitte&nbsp; anche il cosiddetto «soft power» della cultura&nbsp; per consolidare il consenso, oppure intendono ridefinire con questa formula&nbsp;il proprio perimetro culturale e <strong>procedere a una risemantizzazione (che vada al di là del termine&nbsp;<em>nazione</em>&nbsp;ripetuto a ritmo di&nbsp;<em>rap</em>&nbsp;dalla Premier) del proprio apparato ideologico troppo legato all’alone postfascista?</strong> È solo un mezzo o ha in sé un fine, un progetto più generale, di pensiero, per riplasmare la società e la cultura?</p>



<p>La domanda può anche essere formulata in altro modo. Il termine e concetto di&nbsp;<em>egemonia</em>&nbsp;costantemente brandito&nbsp;<em>anche</em>&nbsp;dalla destra, è un&nbsp;falso scopo&nbsp;di ragionamenti alti e di allusioni a un pensatore del campo ideologico opposto &#8211; Gramsci &#8211; per nascondere&nbsp;semplicemente la volontà di conquista di&nbsp;<em>casematte</em>&nbsp;in cui gli egemoni di prima&nbsp;lo hanno finora esercitato, e cioè innanzitutto <strong>occupare la RAI quale formidabile infrastruttura dove piazzare uomini fidati</strong> e, a seguire, i posti nel sottogoverno ministeriale, nelle aziende pubbliche o parapubbliche, nelle direzioni dei musei, negli istituti culturali all’estero, nelle sovrintendenze ai beni artistici, nelle fiere del libro ecc&#8230;? <strong>O c’è&nbsp;invece un progetto più sottile di conquista e mantenimento del potere, come il concetto di egemonia ha nella originaria formulazione gramsciana?</strong></p>



<p>E per quale ragione il termine&nbsp;molto più complesso di&nbsp;<em>egemonia</em>, in quella formulazione, viene connotato dalla&nbsp;destra meloniana&nbsp;dal solo aggettivo esplicativo&nbsp;<em>culturale</em>? Nella presupposizione, certo non infondata e&nbsp;necessaria, ma insufficiente, <strong>che chi controlla i presìdi&nbsp;culturali controlla le menti, e dunque il consenso politico-elettorale?</strong></p>



<p>In verità, dalle prime mosse viste in questo anno e mezzo, probabilmente si tratta di un gigantesco&nbsp;<em>rubamazzetto,</em>&nbsp;ossia della <strong>semplice sottrazione agli avversari di un buon numero di poltrone da costoro occupate in passato</strong> (anche in maniera sfrontata e in contrasto ai propri ideali di eguaglianza o di semplice «pari opportunità»), in una interpretazione tutta casereccia dello&nbsp;<em>spoils</em>&nbsp;<em>system</em>&nbsp;anglosassone, fatto che ha avuto già le sue prime evidenze con le acquisizioni a favore della compagine governativa del MAXXI di Roma, affidato al guizzante e colto Alessandro Giuli e della Biennale di Venezia, assegnata alla presidenza di Pietrangelo Buttafuoco.</p>



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<p><strong>Sembrerebbe di trovarci pertanto nell’ambito di una contro-lottizzazione</strong> più che di un probabile <em>turn</em> <em>around</em> con il quale cambiare termini e modi di una nuova <em>forma</em> <em>mentis</em> collettiva più consona non tanto ai voltaggi mentali dei vincitori ma a un cambio di paradigma che rompa gli steccati e chiuda per sempre col Novecento.</p>



<p><br>La <em>semplice</em> lottizzazione non necessita di evocare chissà quali scenari intellettuali, infatti. Si fa, e poi la «si difende» nei <em>talk</em> televisivi dicendo che <strong>quella che facciamo noi si chiama erotismo e quella che fanno gli altri pornografia</strong>. (Ciò vale, <em>ça</em> <em>va sans dire</em>, anche per quelli che hanno gestito l’apparato televisivo nelle <em>casematte</em> del terzo canale fino all’arrivo della destra più pronunciata, quella meloniana, nella stanza dei bottoni televisivi che già con Edoardo Sylos Labini, non certo uomo di sinistra, ma vera e propria quinta colonna, ha cominciato a innalzare, non senza un certo equilibrio, nel santuario televisivo della sinistra, i santini ritenuti propri: Guareschi, Marinetti, Mazzini ecc.).</p>



<p>La lottizzazione, ricordo, fu il termine coniato ai tempi della riforma Rai del 1975 dal compianto Alberto Ronchey, ed ebbe il consenso della maggior forza di opposizione,  il PCI, visto che con la creazione della terza rete nel 1979 si concesse  l’ingresso nella televisione pubblica – fino a quel momento saldamente in mano a democristiani e socialisti – anche ai comunisti  (che vi piazzarono tutta o quasi la redazione di “Paese Sera” e “Unità”). <strong>Ciò fu possibile innanzitutto «privatizzando» di fatto la RAI</strong>, che da Ente Pubblico fu trasformata giuridicamente in SpA, transitando quindi dal diritto amministrativo sotto il dominio del diritto privato e avendo per effetto diretto anche se non immediato l’abolizione del concorso pubblico fino a quel momento necessario per entrare negli organici statali e parastatali. Ciò rese la lottizzazione più sfrontata e libera da riserve e pudori rendendo giuridicamente possibile e alla luce del sole le chiamate dei propri quadri, <em>intuitu</em> <em>personae</em>, fino a quel momento avvenute in maniera finta e dissimulata, dietro le quinte. Enrico Vaime, sornione ed elegante programmista RAI dell’epoca precedente, ricordava a tal proposito: «Sono entrato in Rai tanti anni fa, con un concorso pubblico. Entrarono con me Liliana Cavani, Giuliana Berlinguer, Francesca Sanvitale, Carlo Fuscagni, Giovanni Mariotti, Leardo Castellani. A quel punto hanno capito che era rischioso e non ne hanno fatti più». (“Corriere della Sera”, 21 marzo 2021). Pertanto se si volesse davvero combattere la lottizzazione, il ripristino dei concorsi pubblici per l’accesso in Rai, che il regime giuridico privatistico consente di eludere ma non proibisce di indirli (restando dopotutto pubblico il capitale costitutivo della SpA Rai), potrebbe essere un segnale di moralizzazione dell’ambiente e di autentica svolta, o comunque un tentativo di risolvere alla radice, selezionando <strong>meritocraticamente</strong>, almeno l’apparato dei tecnici e degli intellettuali, giornalisti e programmisti. Ciò che avrebbe dovuto fare la sinistra comunista nel 1979! Ma è pura utopia mi rendo conto che ciò accada oggi. E tuttavia…</p>



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<p><strong>Poniamo, riprendendo il quesito iniziale, che non si tratti di semplice lottizzazione, che invece ci sia qualcosa di più nella visione delle destre attuali, e soprattutto di quella largamente maggioritaria del partito della Premier</strong> (“Forza Italia” essendo troppo legata secondo la formula di Massimiliano Panarari alla <em>egemonia</em> <em>sottoculturale</em> del non meno redditizio, sotto il profilo dei consensi, <em>pop</em> televisivo), ossia una piattaforma ragionata di allargamento della propria base culturale e della propria <em>costituency</em>  ideologica, da offrire sulla falsariga proprio del pensiero di Gramsci ai propri «intellettuali organici», per una nuova strategia egemonica. Ebbene, se così fosse occorrerebbe a mio avviso, per puro scrupolo di indagine, «vedere il piatto» al fine di appurare se c’è qualche segnale, di cui non saprei definire esattamente il grado di sincerità o di strumentale doppiezza, nell’impianto della nuova «narrazione», oppure, come per il discorso sullo strombazzato «merito» –  fino ad ora posto semplicemente in maniera  nominalistica -, c’è solo un&#8217;etichetta vuota.</p>



<p>Per esempio il fatto che il concetto di <em>egemonia</em> sia stato formulato da Gramsci ha portato il Ministro della Cultura Sangiuliano ad attenzionare la figura del pensatore sardo, non ultimo manifestando nel gennaio scorso alla direzione della clinica “Quisisana” di Roma – dove il leader comunista s’è spento nel 1937 – l’intenzione di apporvi una targa commemorativa. Ciò non deve sorprendere. Sembrerebbe in corso all’interno della cultura di destra un desiderio di intraprendere percorsi nuovi, al di là dei consumati e invecchiati nomi di Papini, Prezzolini, Tolkien (a cui hanno «già dato» con la prima e subitanea mostra allestita alla GAM), un proposito, non ancora ben definito ma già avviato, sembra, <strong>di ricostruire una <em>nuova</em> <em>genealogia</em>, un <em>nuovo</em> <em>Pantheon</em> con i nomi p.e. di Giambattista Vico o Cesare Pavese</strong> (ciò soprattutto ad opera dell’intellettuale di punta Marcello Veneziani), di mettere in sordina  le parole-talismano con le maiuscole della propria tradizione culturale <em>d’antan</em> di Mito, Sacro, Tradizione, Origine, Razza, Misticismo, Esoterismo, Culto dell’Eroe, Evola, i Templari, i Cavalieri Teutonici, il Medioevo ma anche la «smania del campeggio sportivo» come la chiamava Furio Jesi nel suo famoso (spero) saggio sulla cultura di destra.</p>



<p><br><strong>Anche perché appare evidente in queste prospezioni nuove che questa destra sia giunta al potere con un armamentario ideologico (sovranismo, anti-immigrazionismo, atlantismo debole, ecc.) buono nel momento dell’ascesa ma non totalmente spendibile nella fase concreta del governo che impone un guardingo realismo.</strong></p>



<p>Ma se è questa l’intenzione vera, poniamo di recuperare <em>anche</em> Gramsci, occorre dire che tale concetto di <em>egemonia</em> non solo <em>culturale</em> va meglio delineato. In ogni caso può essere una buona occasione questa per capire esattamente <strong>di cosa si sta parlando, quando si parla di <em>egemonia</em></strong>, ripercorrendo sinteticamente l’originaria formulazione di questo fondamentale concetto, la cui elaborazione in Gramsci fu lunga e parecchio articolata.</p>



<p>Occorre subito dire che tale formulazione risale nella sua forma compiuta al periodo dei “Quaderni del carcere” (1929-1937) cioè al periodo che segue la sconfitta e l’imprigionamento del leader comunista. Quella dell’egemonia, è una <em>riformulazione</em> <em>più raffinata e meditata dei meccanismi da attuare per la  presa del</em> <em>potere</em>.</p>



<p><br>Nel periodo precarcerario Gramsci infatti ragionava in tutt’altri termini, più <em>tellurici</em>, e cioè: di <em>spirito</em> <em>di</em> <em>scissione</em> (di origine soreliana), e di <em>subisso</em> <em>apocalittico</em>, di <em>rottura</em> <em>fondamentale</em>  (leggi: rivoluzione), e prediceva con toni duri e ultimativi che se tutto ciò non fosse riuscito «a collocare la classe operaia nelle coscienze delle moltitudini e nella realtà politica delle istituzioni di governo, […]  il nostro paese sarà il centro di un <em>maelstrom</em> che trascinerà nei suoi vortici tutta la civiltà europea», (art. “Previsioni” in “Avanti!” ed.torinese 19 ott. 1920). Infine indicava il programma della classe operaia in questi termini: «sistema soviettista invece che Parlamento nell’organizzazione statale, comunismo e non capitalismo nella organizzazione dell’economia nazionale e internazionale». (“L’Ordine Nuovo”, 1° settembre 1924).</p>



<p>Insomma l’accento del Gramsci precarcerario sembrava essere posto <strong>più sulla forza tellurica e gnostico-salvifica della rivoluzione</strong> (“subisso apocalittico”, “frattura fondamentale”) che sul lento processo <em>molecolare</em> (aggettivo molto gramsciano) che invece il concetto di <em>egemonia</em> (<em>politico-sociale</em> oltre che <em>culturale</em>) perora e presuppone. Non sto dicendo che il Gramsci dei “Quaderni” non fosse più un comunista (tutt’altro, esponeva forti tratti totalitari secondo Del Noce), ma c’è chi, come Giuseppe Vacca, avanza l’ipotesi di un Gramsci approdato a una “Costituente” e che fosse giunto <strong>a una concezione più <em>soft</em>, liberaldemocratica, della sua proposta politica</strong>, ma che in questa fase del suo pensiero, restando fermo il suo obiettivo politico, rifletteva sulla modalità con cui perseguirlo, in cui è contemplata la <em>forza</em> verso gli avversari e il <em>consenso</em> verso gli alleati. Augusto Del Noce, a tal proposito, in <em>Il suicidio</em> <em>della</em> <em>rivoluzione</em> lo ha definito «il più liberale tra gli eredi del marx-leninismo» e il «più umano dei comunisti» e aggiunge che nella sua visione permangono «il massimo della tensione rivoluzionaria e il massimo del moderatismo». Per altro verso Lucio Colletti in <em>Tra marxismo e no</em> sarà scettico e icastico: «Il pluralismo, il pluripartitismo, l’avvicendamento di maggioranza e minoranza, il governo parlamentare e tutto il resto, in Gramsci non ci sono. Il tema dell&#8217;”egemonia” in Gramsci non significa nulla di tutto questo. E meno che mai significa superamento o abbandono della “dittatura del proletariato” di Lenin» ( p. 181).</p>



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<p>Ma tornando al Gramsci precarcerario, non ancora teorico dell’egemonia, il&nbsp;<em>massimalismo</em>&nbsp;del «biennio rosso» ’19-’20 o dei «quattro anni» secondo l’interpretazione di Nenni – «settarismo» o anche «diciannovismo» verrà chiamato in seguito –&nbsp; aveva procurato una reazione furibonda nel campo avverso (padronato ed&nbsp;<em>establishment</em>&nbsp;monarchico-istituzionale) determinando secondo la nota tesi di Angelo Tasca l’esplosione del fascismo che ancora nelle elezioni del ’19 era uscito sconfitto, tanto che lo stesso Gramsci riconobbe in seguito in un articolo del 1924: «Fummo, senza volerlo, un aspetto della dissoluzione generale della società italiana». (“L’Ordine nuovo” 15 marzo 1924).</p>



<p><strong>Visti questi antecedenti, una nuova «narrazione» o se volete un nuovo «discorso sul metodo» si annunciava e si imponeva dunque con l’elaborazione del concetto, più raffinato e sapiente, di <em>egemonia</em></strong>. Concetto che non è sempre agevole ricostruire nelle sue formulazioni e soprattutto nelle sue tante implicazioni, anche con il sussidio del vecchio studio dello storico delle idee Perry Anderson in un saggio del 1976 nella “New Left Review” intitolato “The antinomies of Antonio Gramsci” o la riflessione partecipata e sanzionatoria di Augusto Del Noce (un marxista britannico e un cattolico conservatore italiano). A costoro preferisco la sintesi che ne fa lo storico delle idee Donald Sassoon nel suo ricco, dotto e brillante <em>Cento anni di</em> <em>socialismo</em> (Editori Riuniti, 1991).</p>



<p>Premetto per chi non ha voglia o tempo per inoltrarsi nelle tre paginette seguenti una sintesi F<em>or</em> <em>Dummies</em>. Orbene, Gramsci elabora il concetto di egemonia come la somma di due concetti che egli già osserva nel nostro Risorgimento (ossia nella strategia di Cavour <em>vs</em> Mazzini), ossia: <em><strong>dominio</strong></em><strong> con l’uso della <em>forza</em> verso gli avversari e <em>direzione</em> ricorrendo al <em>consenso</em> verso gli alleati</strong>. Inoltre, mutuando il linguaggio della Prima Guerra Mondiale, alla quale non partecipò per le note ragioni fisiche, Gramsci dice: non è più tempo di <em>guerra</em> <em>di</em> <em>movimento</em> o <em>di</em> <em>manovra</em> alludendo sia alle tradizionali guerre napoleoniche per esempio, ma anche sottotraccia alle <em>rivoluzioni</em> <em>politiche</em> come quella del 1870 in Francia o nel 1917 in Russia che prendono con la violenza lo Stato. <strong>Ora nel mondo occidentale tra gli insorti e lo Stato si è installata una forte Società Civile che rende più stringente la strategia di una <em>guerra</em> <em>di</em> <em>posizione</em> e di conquista progressiva di <em>casamatte</em></strong>. Qui strategici sì, sono gli <em>intellettuali organici</em>, i quali hanno una funzione di base equivalente, si passi il termine, a quella dei sacerdoti nella Chiesa cattolica, destinati a diffondere il verbo e a elaborare e rafforzare il <em>consenso</em> nelle <em>casamatte</em> della società civile. Consenso ovviamente <em>razionale</em> e non <em>manipolato</em>, e qui molte insidie si nascondono nella nostra società massmediata. Ma una cosa per Gramsci è fondamentale, e cioè che un «gruppo sociale… <strong>deve essere dirigente già prima di conquistare il potere governativo (è questa una delle condizioni principali per la stessa conquista del potere); dopo, quando esercita il potere e anche se lo tiene fortemente in pugno, diventa dominante ma deve continuare a essere anche “dirigente</strong>“». Altrimenti si avrebbe una dittatura senza egemonia, una semplice applicazione della <em>forza</em>, si suppone con il ricorso ad apparati repressivi polizieschi, che sembra difficile immaginare possa durare nelle nostre articolate, complesse e interdipendenti società occidentali.</p>



<p>A seguire pertanto, per i volenterosi, la&nbsp;brillante sintesi di Sassoon a sussidio della nostra vacillante memoria e come suggerimento a chi ha solo orecchiato un concetto così denso e complesso quale quello di&nbsp;<em>egemonia</em>&nbsp;in Gramsci.</p>



<p>«E impossibile in poche pagine fare giustizia della complessità del pensiero di Gramsci. È senza dubbio il più sofisticato teorico marxista della politica nel periodo tra le due guerre. Inoltre, le particolari condizioni in cui scrisse le sue opere del carcere, la paura di incorrere nella censura, il fatto di scrivere senza la certezza di essere letto, la sua salute precaria – rendono le sue frasi sparse piuttosto difficili da decodificare e interpretare, specialmente perché non è sempre coerente nella terminologia. Qui noi possiamo mettere a fuoco solo un aspetto centrale del suo pensiero: come il suo contemporaneo Otto Bauer, <strong>Gramsci fu un teorico della sconfitta del movimento operaio nel periodo successivo al 1918, quando l’Europa borghese fu &#8220;ricomposta&#8221;</strong>».</p>



<p><br>Il suo punto di partenza fu questo: l’assalto diretto allo Stato che aveva costituito l’aspetto primario della lotta bolscevica nell’ottobre del 1917 non era un’opzione praticabile per quelli che operavano in Occidente. Lenin aveva accennato a questo già nel marzo del 1918:</p>



<p><strong>«la rivoluzione socialista mondiale non può cominciare nei paesi avanzati così facilmente come è cominciata la rivoluzione in Russia, nel paese di Nicola e di Rasputin».</strong></p>



<p>Lenin</p>



<p>Gramsci riteneva che una forte società civile avviluppasse lo Stato in Occidente e lo proteggesse. La società civile, «almeno per ciò che riguarda gli Stati più avanzati», era diventata una «struttura molto complessa e resistente alle “irruzioni” catastrofiche dell’elemento economico immediato (crisi, depressioni, ecc.)». In Oriente (cioè in Russia), lo Stato era tutto, la società civile era primordiale e gelatinosa; nell’Occidente tra Stato e società civile c’era un giusto rapporto e nel tremolio dello Stato si scorgeva subito una robusta struttura della società civile. Lo Stato era solo una trincea avanzata, dietro cui stava una robusta catena di fortezze e di casematte; più o meno, da Stato a Stato, si capisce, ma questo appunto domandava un’accurata ricognizione di carattere nazionale. [Parole di Gramsci] Conta poco che Gramsci sbagliasse nel considerare la società civile russa «primordiale e gelatinosa». Quello che importa è la distinzione da lui fatta tra lo Stato in senso stretto – «una trincea esterna» – e il complesso sistema che risulta dall’accumulazione di consuetudini e tradizioni, convenzioni e costumi, dall’intrecciarsi di livelli di relazioni tra i gruppi di élite («quelli che dirigono») e la massa frammentata della popolazione («quelli che sono diretti»). <strong>Il potere non risiede in un’unica stanza dei bottoni che, una volta presa d’assalto, mette a disposizione tutti i meccanismi necessari.</strong></p>



<p><br>Coloro che sono formalmente al comando esercitano un potere reale, <strong>ma sono essi stessi soggetti a molteplici costrizioni che non svaniscono d’un tratto appena i precedenti detentori del potere vengono rimossi. </strong>Da un capo all’altro della società civile ciascuno ha ruoli e funzioni, quelli cruciali essendo appannaggio di un vero e proprio esercito di intermediari il cui compito consiste nell’organizzare il lavoro, la cultura, la religione e il tempo libero (Gramsci chiamava questi – impropriamente – gli «intellettuali»).</p>



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<p><br>La cattura ideologica di questo gruppo è centrale per la conquista del potere. Nessun sistema sociale complesso può sopravvivere o essere edificato senza di loro. <strong>Essi sono gli educatori, i giornalisti, il clero, i comunicatori, gli artisti, i pubblicitari, i disseminatori della cultura popolare, i quadri tecnici, ecc. In altre parole, tutti quelli che traducono, modificano e adattano e, perciò, costantemente alterano le idee dominanti e accettate sull’ordine esistente in modo che possano essere capite, interiorizzate e accolte da tutti</strong>. In questo modo ciò che è storicamente determinato e quindi transeunte appare giusto, naturale ed eterno. Questi funzionari «intellettuali» definiscono quello che è normale e quindi quello che è «deviante»; essi distinguono l’accettabile dall’inaccettabile in tutti i campi, compresi la produzione e il lavoro, la vita quotidiana e il «senso comune». E poiché ognuno è, almeno in qualche circostanza, un «educatore» o un «organizzatore» in questo senso gramsciano, ognuno è, in certa misura, un «intellettuale». <strong>La socializzazione reciproca è l’occupazione di tutti gli esseri umani.</strong></p>



<p><strong><br></strong>Se questo è vero, allora ne segue (a costo di dilatare il concetto del «politico» fino a includere la vita quotidiana) che quelli che cercano di stabilire un ordine sociale completamente nuovo non possono limitarsi alla «politica» nel vecchio senso – cioè la determinazione delle tattiche e delle strategie politiche richieste per <strong>assalire la cittadella dello Stato</strong> (in senso stretto).</p>



<p><br>I compiti sono molto più impegnativi. Essi richiedono lo stabilirsi di un nuovo tipo di consenso. Tuttavia il consenso non va inteso come qualcosa di statico, ma come un campo di battaglia in cui varie concezioni costantemente rivaleggiano tra loro. <strong>Per conseguire l’egemonia, è necessario essere la forza dominante su questo campo di battaglia.</strong></p>



<p><br>Ciò che Gramsci chiamava la «guerra di movimento o di manovra» era l’assalto alla cittadella dello Stato (in senso stretto), come nelle rivoluzioni del 1848 (che sfociarono nella sconfitta dei rivoluzionari) e dell’ottobre 1917. Egli considerava un testo particolare, <em>Lo sciopero generale</em> di Rosa Luxemburg (1906), come «uno dei documenti più significativi della teorizzazione della guerra manovrata applicata all’arte politica». Ma l’encomio finiva qui, perché Gramsci continuava stigmatizzando la strategia luxemburghiana dello sciopero di massa rivoluzionario come <strong>una forma di ferreo determinismo economico in questi termini</strong>: una crisi economica produce un fenomeno (lo sciopero) che «in un lampo» getta lo scompiglio tra i nemici, fa sì che essi perdano la fiducia nel futuro, mette in condizione di organizzare le proprie truppe, di creare i quadri necessari e di conseguire la necessaria concentrazione ideologica sul comune obiettivo da raggiungere. Questo, secondo Gramsci, è soltanto «misticismo storico, l’aspettativa di una sorta di illuminazione miracolosa».</p>



<p><br>Se Gramsci fosse un critico attendibile del pamphlet della Luxemburg c’interessa poco in questa sede. <strong>Quello che importa è il netto rifiuto della guerra di movimento come strategia per la conquista del potere.</strong> Una guerra del genere è al massimo una tattica da usarsi se e quando necessario, e che, in ogni caso, mette in grado di conquistare «posizioni non decisive». La via maestra per il potere richiede una strategia differente: la guerra di posizione. Questa «domanda enormi sacrifizi a masse sterminate di popolazione» (è, in altre parole, un evento di massa di lungo termine): «è necessaria una concentrazione inaudita dell’egemonia… la guerra di posizione, una volta vinta, è decisiva definitivamente».</p>



<p>In un altro quaderno Gramsci sottolineava che un «gruppo sociale… deve essere dirigente già prima di conquistare il potere governativo (è questa una delle condizioni principali per la stessa conquista del potere); dopo, quando esercita il potere e anche se lo tiene fortemente in pugno, diventa dominante ma deve continuare a essere anche “dirigente”». Questo può essere interpretato come una prescrizione cronologica: <strong>in primo luogo si richiede una sufficiente egemonia per impadronirsi della macchina dello Stato; in secondo luogo l’effettiva presa del potere; quindi il consolidamento egemonico</strong>.</p>



<p><br>Altrove, tuttavia, Gramsci ha scritto: «La verità è che non si può scegliere la forma di guerra che si vuole, a meno di avere subito una superiorità schiacciante sul nemico». <strong>Ne segue che in realtà il «momento» della conquista dello Stato è esattamente questo: solo un momento in un processo rivoluzionario.</strong> Paradossalmente, prendere il potere nel momento sbagliato può causare la sconfitta nel lungo termine. Ciò che conta più di tutto è un’accurata conoscenza del nemico, poiché in politica (cioè nella guerra di posizione) «l’assedio è reciproco». Anche il nemico combatte una guerra di posizione in ciò che è una «rivoluzione passiva» – vale a dire la modificazione graduale del suo proprio sistema di potere attraverso la riorganizzazione dell’egemonia. Questa riorganizzazione è ottenuta attraverso modificazioni molecolari che in realtà modificano progressivamente la composizione precedente delle forze e quindi diventano matrice di nuove modificazioni».</p>



<p>Così, secondo il modo di vedere di Gramsci, il Risorgimento italiano fu vinto dai moderati (Camillo Cavour e il Piemonte) perché Cavour, adottando i principi della guerra di posizione, comprese non solo il suo proprio ruolo, ma anche quello del suo oppositore, Giuseppe Mazzini, che, al contrario, non pare fosse consapevole del suo e di quello del Cavour. <strong>Cavour fu capace di assorbire elementi del campo mazziniano modificando la sua strategia e ottenendo il sostegno internazionale</strong>. La sua superiorità non si basava soltanto su una maggiore comprensione della situazione nazionale, ma anche dei rapporti di forza internazionali (nella misura in cui l’unificazione italiana fu resa possibile dal gioco politico reciproco delle potenze europee) e del fatto che, dopo il 1848, l’Europa era entrata in un periodo in cui la guerra di movimento avrebbe portato solo alla sconfitta.</p>



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<p>È importante capire che questo tipo di analisi regge purché si vada al di là delle metafore militari che permeavano il discorso di Gramsci. Esse sembrano suggerire che sia tutto nelle mani dello stratega superiore visto come una sorta di «uomo del destino», in grado di dare forma agli eventi più o meno a suo piacimento anche se all’interno di determinati limiti storici. È vero che Gramsci analizzò il fascismo nei termini dell’intervento di un «uomo del destino» (Mussolini). <strong>Ma egli vedeva Mussolini come il risultato di un particolare rapporto di forze (nel caso italiano, la forma assunta dalla crisi politica fu una paralisi del parlamento), che richiedeva una soluzione per «sbloccare» il sistema – in questo caso, una soluzione «extraparlamentare».</strong></p>



<p><strong><br></strong>Il fascismo era la forma assunta in Italia dalla «rivoluzione passiva» come risultato della crisi postbellica. L’ascesa di Mussolini era la prova della debolezza del sistema di governo italiano. <strong>Ma era l’intero sistema capitalistico che stava subendo una «rivoluzione passiva», una riorganizzazione del potere resa necessaria dalle esigenze del passaggio dal «vecchio individualismo economico», cioè il <em>laissez-faire</em>, all’«economia programmatica», vale dire il capitalismo amministrato.</strong></p>



<p><br>Gramsci usò le sue categorie fondamentali per analizzare lo sviluppo del capitalismo americano (<em>Americanismo e fordismo</em>). La posizione economica propizia dell’America veniva fatta risalire all’assenza di un passato feudale e alla sua conseguente «razionale composizione demografica». Essa si avvantaggiava del fatto di <strong>non avere numerose classi prive di funzione essenziale nel mondo della produzione – cioè classi puramente parassitarie costituite di aristocratici, di coloro che vivono di rendita e dei loro innumerevoli faccendieri</strong>. La «tradizione» europea, la «civiltà» europea, era al contrario caratterizzata precisamente dall’esistenza di classi simili, create dalla «ricchezza e dalla complessità della storia passata».</p>



<p><strong>Poiché non è «gravata da questa cappa di piombo», l’egemonia negli Stati Uniti «nasce nella fabbrica e non ha bisogno per esercitarsi che di una quantità minima di intermediari professionali della politica e dell’ideologia».</strong> Gli alti salari caratteristici della produzione fordista costituiscono il mezzo «ideologico per ottenere la complicità dei lavoratori». E forse in questo passaggio, più che altrove, che si può sentire la materialità del concetto gramsciano di egemonia: essa è molto più che una semplice questione di propaganda e di instillazione delle idee «giuste», una sorta di incessante lavaggio del cervello globale. <strong>Essa è qualcosa che comprende le condizioni di esistenza, come un tenore di vita desiderabile, o anche lo sviluppo di una «forza-lavoro specializzata e ben articolata».</strong></p>



<p><strong><br></strong>Dove il contributo di Gramsci è stato poco innovativo è <strong>nella concezione del partito</strong>: avendo esteso il concetto di egemonia ben al di là della vecchia nozione leninista della battaglia ideologica, egli assegnò al partito compiti che un’organizzazione del genere era semplicemente inadatta a svolgere. Il vecchio partito leninista doveva essere l’avanguardia della rivoluzione.</p>



<p><br>Il vecchio partito socialdemocratico (kautskiano) doveva attendere il momento della crisi del capitalismo. Ma il partito di Gramsci aveva un compito molto più formidabile: <strong>esso doveva costruire un nuovo Stato in senso lato</strong>. Toccò al successore di Gramsci, Togliatti, nelle condizioni molto più favorevoli dell’Italia del dopoguerra, quando era stata reinstaurata la democrazia, tentare di costruire un partito nuovo, un nuovo partito di massa, meglio equipaggiato dal punto di vista organizzativo e ideologico, sia di quello leninista che del vecchio partito operaista della Spd. Gramsci aveva spiegato quali dovevano essere i compiti di questo partito, di questo «nuovo principe» (nel senso machiavelliano). <strong>Ma non fornì indicazioni intorno a cosa esso sarebbe dovuto essere</strong>. Esistono, naturalmente, passaggi nei suoi scritti in cui il termine «partito» viene usato in modo vago (ad esempio un giornale può essere un «partito»), ma interpretandolo in questo modo, il concetto diventa così generico da essere praticamente privo di significato, oppure esso implode nel suo contrario: i compiti della rivoluzione non possono appartenere a un partito o a dei partiti, ma vengono trasferiti a una molteplicità di terreni e di lotte. Una tale interpretazione, così sovversiva del concetto leninista di partito, è possibile e legittima; ma non appartiene al Gramsci storico.</p>



<p><br>Il merito centrale di questo Gramsci (se si può parlare di «centralità» a proposito di un pensiero così diffuso) è che, non diversamente da Otto Bauer, egli abbandona il dilemma «riforme o rivoluzione» nell’unico modo possibile: andando al di là. <strong>Il concetto di rivoluzione può riferirsi sia alla conquista del potere dello Stato, sia all’intero processo di transizione da una società a un’altra.</strong></p>



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