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	<title>Statistiche Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Un fatto non è una verità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Jul 2024 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Contraddizioni]]></category>
		<category><![CDATA[Chesterton]]></category>
		<category><![CDATA[Fatti]]></category>
		<category><![CDATA[Statistiche]]></category>
		<category><![CDATA[Verità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La statistica è la scienza che raccoglie i dati e li trasforma in fatti, ovvero distorsioni prospettiche pensate per far sentire le masse impotenti e vili. L'intelletto umano non è in grado di percepire i fatti in quanto tali, perché non può che confonderli con la verità, che è però tutt'altra cosa.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>È un errore supporre che le statistiche siano semplicemente non veritiere. <strong>Esse sono anche malvagie. Per come sono usate oggigiorno, servono allo scopo di far sentire le masse impotenti e vili</strong>. Se io decido di fumarmi una pipa, non sono certo meno libero per il fatto che diecimila altri stanno facendo esattamente la stessa cosa.</p>



<p>La gente ha usato fin troppo liberamente, per esempio, il concetto di “reazione”. Se mio padre pensava che il caramello fosse meglio del miele, e io penso che il miele sia meglio del caramello, l’Inghilterra ha vissuto una reazione. Se un partito vince un’elezione, e un altro partito vince un’altra elezione, è una reazione. Qualcuno ha inventato una frase veramente maligna per dirlo: lo chiamano “il pendolo che oscilla”. <strong>Ma un uomo dovrebbe vergognarsi di essere paragonato a un pezzo di piombo.</strong> Un pendolo oscilla perché non può fare altro. Ma se c’è un uomo disposto a considerare sé stesso alla luce del pendolo, io non so che farmene. Un uomo simile dovrebbe impiccarsi. Allora sì che potrebbe essere un pendolo e dondolare a volontà. Ma gli individui vivi non si comportano in questa maniera meccanica; e per quanto riguarda gli individui vivi nessuno si sogna mai di aspettarselo.</p>



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<p>È verissimo che se trovi un albero chino su un fiume e lo tiri indietro con violenza (con la tua ben nota forza erculea) e poi lo lasci andare, quello tenderà a riprendere la sua posizione originaria. <strong>Ma non è vero per un essere umano. Non è vero che, se trovi un rispettabile gentiluomo chino su un libro e lo tiri con violenza all’indietro e poi lo lasci andare, egli riprenderà la sua posizione originaria</strong>. Non lo farà proprio per niente. Si butterà in ogni sorta di posizioni nuove e animate e, potendo, ti farà un occhio nero. E poi gli statistici dicono che se hai una lunga fila di duemila rispettabili gentiluomini, chini su duemila distinti libri, e li tiri all’indietro e li lasci andare, essi torneranno tutti ai loro posti come i tasti di un pianoforte. Io ne dubito grandemente. Credo che ti faranno un occhio nero; e nel caso che non ti capiti di avere duemila occhi, o almeno abbastanza occhi per tutti, attenderanno in una lunga coda, come la gente a teatro, per avere il privilegio di farti un occhio nero. <strong>Ad ogni modo immagino che, se agisci in base a quel principio statistico, te le suoneranno. Lo spero proprio.</strong></p>



<p>E ho pure un altro motivo di dissenso verso le statistiche. <strong>Credo che siano del tutto fuorvianti anche quando sono corrette. La cosa che dicono può a volte essere effettivamente e realmente vera; ma anche in quel caso la cosa che intendono è falsa</strong>. E bisogna sempre ricordare che questo significato non solo è l’unica cosa a cui dovremmo prestare attenzione ma è, di regola, letteralmente l’unica cosa che la nostra mente recepisce. Quando uno ci dice qualcosa per strada, noi sentiamo ciò che intende; non sentiamo quello che dice. Quando leggiamo una frase in un libro, noi leggiamo quello che intende; non possiamo vedere quello che dice. E lo stesso accade quando leggiamo le statistiche.</p>



<p><strong>È impossibile per l’intelletto umano (che è divino) sentire un fatto come un fatto. Sempre esso sente un fatto come una verità, che è una cosa del tutto diversa.</strong> <strong>Una verità è un fatto con un significato. </strong>Molti fatti non hanno nessun significato, stando a quanto realmente siamo in grado di scoprire; ma l’intelletto umano (che è divino) sempre aggiunge un significato al fatto di cui sente. Se noi sentiamo che Robinson ha comprato un parafuoco nuovo, sempre desideriamo poter dire: “È proprio da Robinson!”. Se non sentiamo niente altro che questo, che un tale a Worthing ha un gatto, le nostre anime fanno uno sforzo oscuro e inconsapevole per trovare una qualche connessione tra lo spirito di Worthing e l’amore per gli animali domestici, tra i canti notturni del felino e il rumore del mare di notte.</p>



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<p>Così, quando qualche noioso e rispettabile Libro Blu o dizionario ci propina qualche noiosa e rispettabile statistica, come che il numero di arcidiaconi omicidi è il doppio di quello dei diaconi omicidi, o che cinquemila bambini mangiano sapone a Battersea e solo quattromila a Chelsea, è quasi impossibile evitare di trarre un’inconscia deduzione dai fatti, o perlomeno di far sì che i fatti significhino qualcosa; di fantasticare per un momento su cose profonde e inspiegabili come Battersea o lo stato morale degli arcidiaconi. <strong>In breve, è psicologicamente impossibile, quando sentiamo vere statistiche scientifiche, non pensare che significhino qualcosa. Generalmente non significano niente. A volte significano qualcosa che non è vero.</strong></p>



<p>Lasciatemi fare un esempio immaginario, ma molto ordinario e diretto, del modo in cui la cosa succede, per come la vedo io. Supponiamo, per la discussione, che voi e io viviamo in una strada rispettabile. Al numero 1, diciamo, vivono i Pilkington. Be’, Pilkington lo conosciamo tutti, povero diavolo. È un uomo che sembra incapace per costituzione di fare un qualunque lavoro. Resterebbe a letto tutto il giorno se non fosse che sua moglie è una persona focosa e un tantino prepotente; ma perfino lei riesce a farlo alzare per colazione solo verso le undici. Al numero 2 stanno i Vernon-Spatchcock, i quali, lo sappiamo tutti, vivono la Vita Semplice e non riescono a tenersi la servitù. Hanno pianificato le loro giornate con una puntualità spaventosa per un mero ideale igienico. Ogni mattina verso le quattro partono per una lunga passeggiata verso Hampstead o qualche altro posto discutibilmente salubre e tornano a casa alle undici precise, quando prendono il loro primo pasto: un piccolo frutto e un po’ di latte o qualche porcheria del genere. Al numero 3 c’è il mio amico Miggs, che fa una decente colazione da cristiani a un decente orario da cristiani. Al numero 4 abita il maggiore Macnab, la cui moglie è così invalida, e lui è un marito così cavalleresco che, per quanto affamato possa ritrovarsi, ritarda sempre la colazione fino a che lei non è in grado di scendere, cosa che in genere accade verso le undici. Ai numeri 5 e 6 sono due noiose persone sane che fanno colazione rispettivamente alle nove e alle dieci. Al numero 7 c’è nientemeno che l’illustre Hinks; e come sapete tutti dalle innumerevoli interviste illustrate, Hinks trova che riesce a lavorare meglio nell’arietta fresca del mattino; è quando le brume si diradano e il sole comincia a scoprire la sua faccia di bronzo che gli si affollano nella mente quelle stravaganti fantasie e quei teneri mezzi cenni con cui ci delizia ogni settimana in “The Money-Lender”&nbsp;[<em>L’Usuraio</em>, ndt]. Di conseguenza, egli trova più comodo scrivere prima di colazione; e di solito, nell’estasi della composizione, scrive fin verso le undici, quando comincia a fare colazione. Al numero 8 sta un altro tizio pigro e ordinario, che si alza per far colazione alle undici perché gli va bene così. Al numero 9 vive l’onorevole Galahad Graeme, che si alza tardi per ovvie ragioni e con un gran mal di testa. Al numero 10 ci sono i Wimble, che sono fissati con tutto ciò che è francese e fanno quello che chiamano&nbsp;<em>déjeneur</em>&nbsp;alle undici in punto. Al numero 11 abita un tale di nome Pickles, che fa colazione alle nove.</p>



<p>E adesso lungo questa via arriva il Raccoglitore di Statistiche. Fa domande circa le condizioni summenzionate e scopre questo fatto matematico e incontrovertibile: che di queste undici famiglie una maggioranza di non meno di sette fa colazione alle undici. <strong>Questo è un fatto, non c’è dubbio. Ma è tutto qui. Non è un fatto significativo. Non è una verità. Non significa niente di niente</strong>. <strong>Ma il guaio, in questa faccenda, è quel che ho detto: nel momento in cui abbiamo il fatto non possiamo fare a meno di sentirci come se fosse qualcosa di più di un fatto.</strong> Il Raccoglitore di Statistiche scrive un gran libro, o fa un discorso solenne, in cui dice con lucidità e decisione: “Nella via tale non meno di sette persone su undici fanno colazione alle undici”. E la mente dell’uomo (che, posso sottolineare, è divina) istintivamente aggiunge una generalizzazione spirituale e un commento. E dice: “Pigre bestiacce”. Ma questo è sbagliatissimo e falso. Le persone nella via che ho descritto non sono più pigre di chiunque altro. Hinks lavora come un indemoniato. I Vernon-Spatchcock non mangiano alle undici perché sono pigri, ma perché sono così sgradevolmente energetici. Il maggiore Macnab è occupato tutto il giorno con la sua “Storia della Spedizione per il Salvataggio della Signora Muggleton”. La via sembra pigra in un libro di fatti; ma è indaffarata e prolifica nel libro della vita. <strong>Le statistiche non danno mai la verità, perché non danno mai le ragioni. Ci sono novecentonovantanove ragioni per fare qualunque cosa; e se le persone non hanno nessuna di queste ragioni per fare qualcosa, allora la fanno senza una ragione.</strong></p>



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<p>Forse pensate che questo mio esempio sia bizzarro o inadatto perché il Raccoglitore di Statistiche non s’è ancora preoccupato di quale ora scegliamo per fare colazione. Non siate troppo sicuro in proposito. La logica è essenzialmente una cosa folle; e noi non sappiamo che cosa potrebbero inventarsi la prossima volta gli oppressori scientifici dell’umanità. <strong>Ma è rigorosamente e letteralmente vero che il metodo descritto sopra è il metodo applicato a molti importantissimi e dolorosi problemi morali dei nostri giorni.</strong> Per esempio, è il metodo applicato al problema del bere. Questo statistico immaginario dice: “Sette persone contro quattro fanno colazione alle undici” ma si dimentica di dire perché fanno colazione alle undici. Lo statistico vero dice: “Sette persone contro quattro” (in un posto o nell’altro) “si mettono a bere”; ma non chiede mai perché si mettano a bere.</p>



<p>Mettersi a bere è un atto puramente esterno, come far colazione alle undici. Due uomini non solo possono mettersi a bere per ragioni diverse; possono mettersi a bere per ragioni opposte. Jones si mette a bere perché è povero e non ha alcun altro piacere. Smith si mette a bere perché è ricco e non ha niente altro da fare. Brown si mette a bere perché è prosaico e non sa godersi nient’altro. Robinson si mette a bere perché è poetico e può godersi qualunque altra cosa, ma ha sete di più godimento. Tomkin si mette a bere perché è un uomo animoso e avido di esperienza. Jenkins si mette a bere perché è un vigliacco e teme il dolore. <strong>L’abitudine dei moderni statistici è sempre di acchiappare tutti questi atti esterni, che non significano niente, di separarli dalle loro cause psicologiche, che significano tutto, e poi di infilarli così staccati nella mente umana (che a ragione è stata chiamata divina) dove essi producono un’impressione del tutto falsa.</strong> Dicono: “C’è stato il tal numero di colazioni alle undici in Tub Street” anche se queste includono alcune colazioni pigre, alcune colazioni energiche e alcune colazioni episodiche. Dicono: “Il tal numero di uomini si sono ubriacati” anche se questo include uno sposo felice, due poeti infelici e un dipsomane. Dicono: “Il tal numero di uomini è stato colpito in una delle nostre strade” ma ne nascondono le ragioni. E a che diamine ci serve tutto questo?</p>



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