La vita è una fucina di gerarchie. La morte sola è democratica.

Cimentarsi nella stesura di una biografia di Ni­colás Gómez Dávila (1913-1994) è gesto inutile. Lesse, scrisse, morì. Potremmo riassumere così la sua esistenza terrena, e non faremo al colombiano torto alcuno. Ci sono vite che non si muovono né nello spazio né nel tempo, ma si svolgono verti­calmente, in interiore homine, consegnate a un’al­tra dimensione, impossibile da trascrivere in una pagina Wikipedia.

Lesse, scrisse, morì – come era sua ambizione del resto: «vivere una vita sempli­ce, silenziosa, discreta, tra libri intelligenti, aman­do poche persone». All’agiata infanzia bogotana segue la giovinezza parigina. Il soggiorno nella vecchia Europa – «un palazzo dove i domestici ci mostrano le sale vuote in cui vi furono feste me­ravigliose» – ne fa un continentale d’adozione. Il ritorno, da ventitreenne, alla città natia, coincide con la fondazione della propria biblioteca perso­nale – trentamila volumi che divengono il cuore pulsante della sua villa in stile Tudor al centro di Bogotà. Da Omero a Goethe, dai presocratici a Heidegger. Grande assente, invece, a riprova dell’insofferenza verso la contemporaneità, l’a­mico Gabriel Garcia Marquez, che pure ammet­teva: «Se non fossi comunista, penserei in tutto e per tutto come lui».

Di salute cagionevole, riceve un’istruzione casalinga e non frequenta facoltà universitarie: «Quanto maggiore è l’importanza di un’attività intellettuale, tanto più ridicola è la pretesa di certificare la competenza di chi la eser­cita. Un diploma di dentista è degno di rispetto, uno di filosofo è grottesco». Rifiuta ogni incarico istituzionale (quello di ambasciatore a Londra, tra gli altri) e rifugge come la peste qualsiasi for­ma di attivismo politico («Essere utile alla società è un’ambizione, o una scusa, da prostituta»). Al ministero preferisce il monastero – benedettino, presso il quale apprende le lingue classiche. Di­sinteressato a titoli e ruoli, non promuove mai i suoi scritti, che saranno pubblicati in tiratura li­mitatissima, da regalare agli amici, su insistenza del fratello. Il matrimonio come unico evento di rilievo della sua vita privata. Muore, fra le spire di patologie cardiache, a ottantun anni, seppellito per sempre dalle proprie opere.

«Tutto è voluminoso in questo secolo, ma niente è monumentale» ha modo di scrivere Gómez Dáv­ila, e invece monumentale è la sua opera maggio­re, che abbiamo pubblicato con le nostre edizioni, in due tomi: Escolios a un texto implicito. Oltre diecimila aforismi, glosse, scolii, note a margine di un testo che il lettore dovrà di volta in volta intu­ire. Libro non lineare ma concentrico, spiralifor­me, come un mandala.

Quando abbiamo scoperto Gómez Dávila siamo rimasti abbagliati. Qualcuno lo ha ribattezzato il Nietzsche delle Ande. Per noi era un Cioran battezzato. Ha il gusto della pro­vocazione, Don Colacho, come si faceva chiamare dagli amici, eppure è un tradizionalista. Conser­vatore di fronte ai progressisti ma reazionario con i conservatori. Aristocratico, perché amante del popolo. Ama la ricchezza ma destesta i ricchi, a loro preferisce i poveri ma disprezza la povertà. Credente, perché braccato dal dubbio. Cattolico eppure critico infervorato della Chiesa postconci­liare.

Chi è il Dio di Nicolás Gómez Dávila? Non lo sapremo mai fino in fondo, ma pertiene all’e­sperienza individuale, quando «nel silenzio dei boschi, nel gorgoglio di una fonte, nella eretta so­litudine di un albero, nella forma stravagante di una roccia, l’uomo scopre la presenza di un’inter­rogazione che lo confonde. Dio nasce nel mistero delle cose». Questa «verticale irruzione del divi­no» si manifesta nel momento preciso in cui sen­tiamo che né la bruta naturalità, né la sola ragione soddisfano completamente i nostri bisogni. Gómez Dávila, come un «cacciatore di ombre sacre sulle colline eterne», cerca di moltiplicare l’eventuali­tà di questa irruzione: ogni sua frase ci mette di fronte alla nostra insoddisfazione cosmica, quindi alla possibilità che un Dio si manifesti. Passeggia­re nella sintassi gomezdaviliana vuol dire incorre­re a ogni giro di frase in un mistadello, qualcosa che custodisce una sacralità nascosta, mai piena­mente dispiegata e però sempre avvertita.

Il suo pensiero, infatti, che gioca «sulle antinomie della ragione, sullo scandalo dello spirito, sulle rottu­re dell’universo», è in costante movimento, segue geometrie astrali, si sposta non appena tentiamo di afferrarlo («la verità ha mille aspetti, l’errore è uno solo»). Leggere l’opera di Gómez Dávila vuol dire partecipare a una funzione religiosa. Ogni aforisma ha la grazia e la gravità di una formu­la dossologica, eppure, allo stesso tempo, ha uno slancio poetico, lo stesso che avrebbe, per osare un paragone lontanissimo, ma forse non così lon­tano, un gol nel calcio. Il gol, che per Pasolini è «sempre un’invenzione, è sempre una sovversione del codice: ogni gol è ineluttabilità, folgorazione, stupore, irreversibilità», il gol dicevamo si ripete sempre diverso nel campo dell’identico. La scrit­tura gomezdaviliana ha la stessa morfologia del gioco: è una liturgia che stupisce. Che poi è questa la morfologia di Dio, il modo assurdo in cui egli si rivela a noi o in cui noi lo invochiamo: sono man­tra, nenie, preghiere, rosari, lodi, inni o bestemmie persino. Ripetizioni intransigenti dell’identicoper scovare l’Altro. E così, pure, è il calcio: regno della regola e del regolamento, che però trova la sua ragion d’essere nell’imprevisto, nell’impreve­dibilità di ogni azione e di ogni conclusione. Senza la norma non c’è meraviglia. È questo il mistero di ogni estasi, che sboccia sempre nel perimetro sconvolto da un’infrazione.      

Ma che c’entrano Dio e il calcio con Gómez Dávila? Non lo sappiamo, eppure a leggere i suoi aforismi ci sentiamo come in una chiesa o in uno stadio, partecipi di un rituale che ci lascia atto­niti: quello di una tradizione che perennemente ci spiazza, di un principio che ci pareva supera­to ma che il fraseggio gomezdaviliano trasforma in una rete impossibile. L’opera di questo filosofo colombiano – impresentabile alla tavola progres­sista, inviso ai contemporanei, perché ci mette di fronte all’impossibilità di farla finita con qualsiasi discorso metafisico – è innanzitutto un luogo, me­glio una patria, di più un posto delle fragole, una festa dell’intelligenza, dove tutto è irrorato di una luce meridiana, e a cui torniamo nei momenti più bui e sconsolati, trascinati dalla risacca delle cose senza tempo.

In esergo a tutte le nostre edizioni visibili ab­biamo apposto una sua sentenza: «abitare in ogni idea, per il tempo di un istante», eletta a bussola del nostro progetto editoriale. Non essere fedeli ad alcuna idea precisa, semmai ad un problema che ci assilla. Le idee vanno invece pedinate, in­seguite nei loro più assurdi risvolti, sempre con la consapevolezza che la vita sconfesserà ogni certezza, che «le idee ci tradiscono se non le tradia­mo noi per primi. Bisogna essere fedeli soltanto alla complessità delle cose».

Di seguito alcuni aforismi su un tema ricorrente nella produzione gomezdaviliana: la democrazia. Questo concetto è una delle porte di ingresso principali alla sua opera, che si può leggere come una lunga condanna alla modernità e ai suoi vizi, tra tutti quello di elevare la volontà umana a principio ultimo del reale, quella stessa volontà che crea a tempi alterni sia i parlamenti democratici che i regimi totalitari, entrambi si­stemi che il reazionario autentico vuole fuggire. Non è la negazione di qualsiasi tipo di potere al popolo, né l’imposizione dell’autorità di una sola classe sociale, ma l’elezione della volontà del­la maggioranza a principio di legittimazione di qualsiasi nefandezza. Quella di Gómez Dávila è un’aristocrazia dello spirito, laddove la vita stessa è una fucina di gerarchie, mentre «solo la morte è democratica».

E sono proprio queste gerarchie a salvare dalle ingiustizie, dal dispotismo delle pas­sioni, da una giurisprudenza che si sostituisce alle consuetudini e all’educazione. Anticamera alla barbarie, la democrazia, che non è malata, come si dice oggi, «ma è essa stessa il male», regna attra­verso astrazioni metafisiche eppure profane, con l’illusione di divinizzare l’uomo, concedendogli una non ben precisata libertà. Errore di valutazio­ne, quello di considerare la libertà un fine, invece che un mezzo, perché «chi la scambia per un fine quando la ottiene non sa che farsene».

Un’opera, quella di Gómez Dávila, in cui si respira finalmen­te un’aria tersa e pura, priva delle intossicazioni, degli automatismi contemporanei, quei tentativi mal dissimulati di understatement filosofici, per non scontentare nessuna categoria, nessuna mi­noranza, nessuna intelligenza, per essere da tutti immediatamente comprensibili, e da tutti applau­diti, pena la messa al bando dal mercato, giudi­ce ultimo della verità. Funziona così, oggi: «ogni sentimento nobile deve essere nascosto. Per non dare fastidio al democratico». Ma Gómez Dávila ha vissuto fuori dal mondo, tutto rivolto dentro se stesso, e nell’anima, fortunatamente, non ci sono parlamenti.

La vita è una fucina di gerarchie.
La morte sola è democratica.

Il democratico in cerca di uguaglianza
passa la rasiera sull’umanità per ritagliare quello che eccede: la testa.
La decapitazione è il rito centrale
della liturgia democratica.

Nelle democrazie, dove l’egualitarismo impedisce
che l’ammirazione guarisca la ferita
che la superiorità altrui incide nelle nostre anime,
prolifera l’invidia.

L’invidia è l’ignobile sostituto democratico
dell’omaggio.

In una democrazia ogni verità
sembra un paradosso.

Il politico democratico non adotta le idee
in cui crede bensì quelle che crede vincano.

La burocrazia è uno di quei mezzi democratici
che si trasformano in uno dei suoi fini.

“Anarchia feudale” è il soprannome
con cui il terrorismo democratico
denigra l’unico periodo di libertà concreta
che la storia abbia conosciuto.

Il democratico attribuisce i propri errori alle circostanze.
Noi ringraziamo la casualità per i nostri successi.

Al democratico non basta che rispettiamo ciò che egli vuol fare con la propria vita,
esige inoltre che si rispetti ciò che egli vuol fare con la nostra.

L’intellettuale democratico può scegliere solo tra essere
domestico della borghesia o servo del proletariato.