Le Olimpiadi si innestano nelle città che le ospitano come moltiplicatori di squilibri: grandi investimenti concentrati, deroghe procedurali, fondi pubblici straordinari che raramente si traducono in benefici diffusi. È l’incantesimo olimpico. A pagarne le conseguenze sono, come sempre, le fasce più marginalizzate della popolazione.

Quasi un anno fa, e quasi esattamente un anno prima dell’apertura delle Olimpiadi Milano Cortina, una sessantina di agenti tra Polizia di Stato, Carabinieri e Guardia di Finanza ha setacciato il Terminal 1 dell’aeroporto di Malpensa in cerca di persone senza fissa dimora. Sono stati prelevati dai loro ripari: «un angolo cieco dietro a una colonna, un vecchio banco dell’autonoleggio non in uso, la tromba di una scala di servizio, altri spazi “tecnici” che i passeggeri non vedono neppure» (citando VareseNews); così nascosti che pochi mesi prima, il 29 agosto, un clochard quarantenne è stato trovato dietro una porta di servizio del Terminal 1 due settimane dopo il suo decesso per cause naturali. Ma, secondo il verbale che è stato consegnato agli sgomberati, insieme a un ordine di allontanamento e a una multa da cento euro, «bivaccando impediscono la libera accessibilità alle infrastrutture». Quattro persone sono state identificate come irregolari e affidate all’Ufficio Immigrazione della Questura di Varese, gli altri sono stati fatti salire sui treni del Malpensa Express oppure allontanati direttamente dallo scalo, lasciati di fatto sulla superstrada a notte fonda.

Era la sera del 13 febbraio. Fino a quel momento la Prefettura aveva operato secondo una combinazione di controlli, interventi di assistenza e misure mirate alla prevenzione di situazioni problematiche; era addirittura stato sottoscritto sei mesi prima un Protocollo d’intesa tra autorità, gestore aeroportuale, sindaci del territorio e associazioni, che prevedeva la mappatura di aree e presenze, l’identificazione delle persone, l’ingaggio diretto in aeroporto, la presa in carico individuale e l’avvio di percorsi di reinserimento sociale. Il protocollo includeva già strumenti per intervenire nei casi considerati di “prioritaria e indifferibile soluzione”, consentendo di affrontare situazioni critiche e comportamenti aggressivi. «Qui invece sono stati tutti considerati come criminali», conclude Emilio Lonati, volontario Caritas (nome che tornerà più avanti, tenetelo a mente). «Ora, però», citando La Provincia di Varese, «si è deciso di optare per uno sgombero vero e proprio. Questo, in vista delle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026, per cui la città si prepara a presentarsi in una condizione di ordine e pulizia, almeno sotto l’aspetto visibile».

Si tratta di una pratica longeva, una tradizione olimpica immancabile, applicata dai totalitarismi come dalle repubbliche occidentali. Citando la National Alliance to End Homelessness: «Nel 1980, Mosca radunò coloro che soffrivano di dipendenza da sostanze e li abbandonò in vari luoghi fuori dai confini della città, nel tentativo di rimuovere gli “indesiderabili” dalla vista pubblica. Nel 1984, la polizia di Los Angeles fece delle retate aggressive tra le popolazioni di senzatetto afroamericani e latini intorno ai luoghi olimpici e cambiò le leggi per vietare il campeggio pubblico e il dormire sulle panchine. Nel 1996, la città di Atlanta cambiò le leggi per arrestare oltre 9.000 persone senza fissa dimora e spese soldi pubblici per comprare biglietti per autobus per mandare via i senzatetto dalla città. Nel 2020, Tokyo sgomberò centinaia di persone dai suoi quartieri più poveri e offrì piccoli sussidi per vivere altrove, un atto simile a quello di rimuovere i progetti di edilizia pubblica prima delle Olimpiadi del 1964»

cfr. https://www.genealogiedelfuturo.com/xenia-tre-cacher-la-poussiere-sous-le-tapis/

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Eppure il Secondo Principio Fondamentale della Carta Olimpica (1908, ultima revisione 2013) afferma che «Lo scopo dell’Olimpismo è di mettere ovunque lo sport al servizio dello sviluppo armonico dell’uomo, per favorire l’avvento di una società pacifica, impegnata a difendere la dignità umana»; il Sesto recita: «Il Movimento Olimpico ha come scopo di contribuire alla costruzione di un mondo migliore e più pacifico educando la gioventù per mezzo dello sport, praticato senza discriminazioni di alcun genere e nello spirito olimpico, che esige mutua comprensione, spirito di amicizia, solidarietà e fair-play».

Ovviamente, l’ultima edizione dei Giochi, Parigi 2024, non ha fatto eccezione. «Da diversi mesi, le nostre diverse associazioni, gruppi e ONG hanno osservato numerosi indizi concordanti sul terreno e nelle politiche pubbliche: la regione Île-de-France e le aree circostanti i siti olimpici stavano iniziando ad essere “ripulite”; con l’avvicinarsi dei Giochi, le popolazioni ritenute indesiderabili dalle autorità venivano spostate in modo sempre più sistematico e rese invisibili». Così sostiene il primo documento pubblicato da Le Revers de la Médaille (Il rovescio della medaglia), unione di «più di 80 associazioni di solidarietà che lavorano quotidianamente con persone in situazioni precarie (senza dimora o mal alloggiate, utenti di droghe, lavoratori/trici del sesso, persone esiliate, beneficiari/e di aiuti alimentari, ecc.)». Il rapporto, dal titolo Un anno di pulizia sociale prima delle Olimpiadi e pubblicato il 3 giugno, un mese prima dei Giochi (26 luglio – 8 settembre), identifica quello in atto come un fenomeno di “pulizia sociale”, intesa come «l’intimidazione, l’espulsione e l’invisibilizzazione delle popolazioni classificate dalle autorità pubbliche come indesiderabili dalle aree dove si terranno i Giochi Olimpici e, più in generale, dalle città ospitanti, come è successo in molte altre città che le hanno accolte negli ultimi decenni, senza offrire loro un rifugio permanente».

A Parigi le operazioni iniziano nell’aprile 2023, con lo sgombero degli oltre 500 occupanti abusivi dell’Unibéton, nei pressi del futuro Villaggio Olimpico. Nell’Île-de-France, la regione in cui si trova la capitale, secondo il Ministero dell’Edilizia Abitativa si trova oltre la metà dei 200.000 senzatetto francesi. La concentrazione nell’area aumenta all’avvicinarsi delle Olimpiadi, quando gli hotel di Parigi iniziano a cancellare i contratti di alloggio d’emergenza con il governo per fare spazio all’afflusso di turisti. Ciò porta l’ex ministro dell’Edilizia Olivier Klein a dichiarare, il 5 maggio, che «l’organizzazione di grandi eventi sportivi ci impone di pensare in anticipo e prepararci alla situazione, grazie a una politica di decongestionamento»; in un’intervista venti giorni dopo nega qualsiasi legame tra le riallocazioni e le Olimpiadi.

In ogni caso, da quel momento accelera il trasferimento dei senzatetto da Parigi ai SAS, dieci centri di accoglienza temporanea stabiliti in diverse regioni della Francia. Ogni centro può accogliere fino a 50 persone, che possono alloggiarvi per tre settimane mentre ricevono aiuto per trovare un alloggio e un impiego. Ma più di un quarto degli occupanti, al termine del soggiorno, torna per strada; al SAS di Bordeaux questa percentuale arriva al 40%. Di loro la vicesindaca di Bordeaux, Harmonie Lecerf-Meunier, dice alla CNN, il 29 settembre 2023: «Scompaiono. Presumiamo che tornino a Parigi».

A ottobre 2023 la Prefettura di Parigi proibisce la distribuzione di cibo da parte di associazioni umanitarie in alcuni quartieri settentrionali, decisione poi annullata dopo la mobilitazione di circa 30 associazioni. In quel periodo si consolida Le Revers de la Médaille, che nel rapporto del 3 giugno 2024 segnala il trasferimento di 12.545 persone negli ultimi 13 mesi tra senzatetto, migranti non registrati, sex worker e tossicodipendenti: tutti coloro ritenuti indesiderabili. Il 25 luglio, alla vigilia dell’inaugurazione, si tiene in Place de la République la Counter-Opening Ceremony of the Olympics, manifestazione contro le ripercussioni sociali e urbane dei Giochi. Sugli striscioni si legge: «I Giochi dell’esclusione, 12.500 sfrattati», «La Francia, campionessa del mal-alloggio», «La situazione è grave. Niente alloggi, niente Giochi».

Le Revers de la Médaille, nel suo Rapport final del 4 novembre 2024, conclude la cronaca degli sgomberi: «Dopo un anno di invisibilizzazione e dispersione delle persone più vulnerabili, con la deportazione di migliaia di esse in altre regioni rispetto all’Île-de-France, e mentre le autorità hanno sostenuto per tutto l’anno di non avere una strategia precisa per gestire l’emergenza sociale durante i Giochi, nelle settimane immediatamente precedenti all’evento si è attuato un movimento molto significativo: gli ultimi accampamenti e baraccopoli situati su “terra olimpica” sono stati sgomberati». Secondo le stime finali, Parigi è stata “ripulita” di oltre 20.000 persone. Ma grazie a Le Revers de la Médaille, di tale operazione è rimasta una traccia indelebile, che fa sperare per il futuro. Conclude così il Rapport final: «Se la pulizia sociale rimarrà una macchia indelebile sull’immagine dei Giochi di Parigi 2024, gli sforzi delle autorità e le piccole vittorie concesse al nostro collettivo dovrebbero servire da precedente: mai più i Giochi dovrebbero essere organizzati senza pensare alla presa in carico di coloro che dipendono dallo spazio pubblico. […] Senza un cambiamento, i Giochi sono destinati a diventare il fardello di un mondo vecchio, sordo alle richieste della società civile e disconnesso dalle problematiche vitali del suo tempo, rischiando di essere accolti solo dai Paesi più autoritari».

Tre mesi dopo avviene lo sgombero di Malpensa, che viene replicato tre mesi dopo, il 22 maggio (a riprova dell’inefficacia, in primo luogo, dell’operazione). Stavolta vengono espulsi — con la stessa modalità — 38 persone senza fissa dimora, più il sopracitato volontario Caritas Emilio Lonati, che si è finto clochard per assistere in prima persona all’operazione. Prima di firmare l’ordine di allontanamento, Lonati ha fatto mettere a verbale che «questa operazione contrasta col protocollo previsto dalla Prefettura nel luglio 2024, in particolare con le azioni che devono essere mirate a una soluzione abitativa».

Ma gli sgomberi a Milano hanno continuato per tutto l’anno, imperterriti. «Undici stranieri» nell’ex campo sportivo di Rozzano e «una ventina» nel capannone di via Novara 75 a marzo; «solo una famiglia sudamericana» nell’ex centro vaccinale di viale Brenta a luglio. La “Casa del giovane” in via Falck, struttura della Curia milanese dedicata all’accoglienza di minori stranieri non accompagnati, due anni fa è stata destinata a un ambizioso progetto di housing sociale, gestito da una società privata che non ha più avviato i lavori. Da allora la struttura sfitta è stata quindi ripetutamente occupata, talvolta proprio da persone che, da minori, vi erano state ospitate in passato. A maggio si è tenuto un primo sgombero (15 persone e un cane) e a giugno il secondo (16 persone), a cui è seguito il sigillo definitivo di tutti gli ingressi. La stessa soluzione è stata adottata per diversi alloggi Aler occupati abusivamente in zona San Siro e Giambellino-Lorenteggio, a novembre.

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Comunque, dopo Malpensa, non è stato più menzionato un nesso diretto tra le imminenti Olimpiadi e gli sgomberi. I Giochi vengono citati nel caso dell’ex palazzetto del ghiaccio Agorà di via Ciclamini, dove i falò degli occupanti hanno causato due incendi a maggio, suscitando l’indignazione della Lega: non per lo stato degli occupanti, ma perché «l’hockey a Milano è scomparso proprio a pochi mesi dalle Olimpiadi invernali 2026. È scandaloso costringere tanti giovani appassionati di pattinaggio sul ghiaccio e hockey ad andare altrove, fuori città. […] È questo il biglietto da visita che la città vuole per le Olimpiadi invernali 2026?». Aggiunge l’assessora Martina Riva: «Abbiamo l’obbligo di insistere e fare ogni sforzo perché lì dentro rimanga il ghiaccio». Valgono i cadaveri ghiacciati?

Per trovare un’influenza diretta dei Giochi, eventualmente, si deve andare a ritroso, per esempio al 2021, quando la Casa Santa Chiara di viale Isonzo, struttura della Fondazione Fratelli di San Francesco d’Assisi che accoglie clochard e famiglie richiedenti asilo, è stata demolita per la costruzione del Villaggio Olimpico (ironico: sequestrare il tetto di chi soccorre i senza tetto). O al 2019, quando il Palasharp, nato nel 1985 come Palatrussardi e divenuto rifugio di un gruppo di senzatetto, venne destinato a diventare la Milano Hockey Arena. O meglio, la certezza non c’era ancora: Milano non aveva ancora vinto il bando per le Olimpiadi e Sala aveva posto l’assegnazione come criterio per la realizzazione del progetto; ma, nel dubbio, si procedette preventivamente allo sgombero.

Poi si arriva a dicembre. Si dà il via al Piano Freddo per proteggere le persone senza fissa dimora dal gelo, si aprono le strutture di accoglienza e inizia a circolare il Bus degli Angeli, mezzo di soccorso di ATM e City Angels. Il 5 dicembre l’iniziativa Quest’anno il Natale sei tu colloca sotto quattro pensiline del tram un manichino di Babbo Natale clochard, prosaica opera dello street artist Andrea Villa. Tre giorni dopo viene trovato il cadavere di un clochard nel parco di via Solari.

Una settimana dopo, il 16 dicembre, decine di veicoli delle forze dell’ordine e centinaia di agenti sgomberano dieci appartamenti nei palazzoni Aler di via Quarti, nel quartiere Baggio. Altri dieci vengono liberati autonomamente, poiché gli agenti hanno staccato gas ed elettricità a svariati appartamenti, lasciando decine di famiglie — tra cui alcune legalmente residenti — al buio e al freddo in pieno dicembre. Ma dalla Prefettura precisano che gli sgomberati sono maggiorenni privi di fragilità.

Il Sindacato inquilini casa e territorio (Sicet) della CISL, che insieme a numerose realtà sociali, parrocchie e cooperative ha inviato una lettera al prefetto Claudio Sgaraglia, spiega: «Quelli di Baggio non sono casi isolati, ma seguono operazioni simili avvenute al Giambellino-Lorenteggio e a San Siro. Interventi da vera militarizzazione dei quartieri popolari, che si rivelano inefficaci nel contrasto alla criminalità e che mostrano i muscoli verso una parte di popolazione già fortemente sofferente». Santo Minniti, presidente del Municipio 6, afferma che «la sopraffazione diventa sistema, non più episodio. Un intervento che lascia deliberatamente al freddo, senza gas e senza corrente, molti minori e persone con disabilità, minandone anche le condizioni minime di salute, senza alcun preavviso e senza chiedere l’intervento dei servizi sociali, appare come un intervento che fa valere la legge del più forte, in questo caso lo Stato». Riccardo Truppo, capogruppo di Fratelli d’Italia, sostiene che «il governo, più che mandare uomini in divisa e organizzare sgomberi per riaffermare la presenza dello Stato, non può fare».

Come a Malpensa, era stato sottoscritto un protocollo di sicurezza tra Prefettura, Regione e Aler, che prevedeva la presenza dei servizi sociali al momento dell’operazione; come a Malpensa, il protocollo non è stato seguito. Negli ultimi giorni la città e il quartiere hanno fatto pervenire piccoli aiuti — stufette e torce ricaricabili — alle famiglie con minori o persone con disabilità rimaste senza luce e gas. Tuttavia, secondo testimonianze in loco, i gruppi malavitosi che in passato avevano imposto un compenso per consentire l’occupazione degli appartamenti si sono già riattivati provvedendo a riallacciare abusivamente la corrente elettrica. Infine, il sindaco Beppe Sala ha affermato che «in seguito allo sgombero sono rimaste circa una dozzina di famiglie con fragilità» e che il Comune pagherà per due mesi le bollette di luce e gas, con le utenze intestate alla Caritas.

A poche ore dagli sgomberi di Baggio, la mattina del 17 dicembre, le forze dell’ordine e l’Amsa hanno sgomberato le persone senza fissa dimora della stazione Tibaldi. Un giorno prima dell’operazione concordata con il Comune per un piano di reinserimento sociale, che è quindi andato all’aria. «Lo sgombero ha impedito qualsiasi intervento di ascolto e di valutazione delle singole situazioni personali», afferma Luciano Gualzetti, presidente dell’Opera Cardinal Ferrari, una delle realtà coinvolte nel progetto. «Bastava attenersi alle modalità concordate al tavolo con il Comune, a cui avevano peraltro partecipato anche le forze dell’ordine. Due erano le fasi d’intervento previste: inizialmente si sarebbero dovute incontrare le persone senza dimora, ascoltare i loro bisogni e cercare di trovare alternative ai giacigli in cui si trovavano. Solo a quel punto si sarebbe dovuto mettere in atto l’allontanamento dalla stazione». La notte stessa dell’operazione diversi giacigli erano già stati ripristinati. Alla luce delle modalità inspiegabili e della frequenza dei blitz, Gualzetti ha dichiarato a La Repubblica che «gli sgomberi danno un segnale alle persone, soprattutto adesso che a Milano arrivano le Olimpiadi». Ecco che riemerge il nesso.

Sarebbe ingenuo sostenere che questi sgomberi siano motivati unicamente dalle Olimpiadi. Tali operazioni sono sempre avvenute; esattamente quattro anni prima degli sgomberi di Tibaldi furono cacciate allo stesso modo le persone senza fissa dimora dai tunnel sotto la Stazione Centrale, smaltendo con l’aiuto di Amsa materassi, coperte e tende. Spiegava allora Marco Granelli, assessore alla Sicurezza del Comune (recentemente assolto dall’accusa di omicidio stradale per aver investito e ucciso due cicliste): «Bivaccare sotto i tunnel non è umano e decoroso».

Ma le recenti modalità muscolari e frettolose, atte a spostare il problema nell’immediato anziché risolverlo nel tempo, sono in totale concordanza con quelle osservate a Parigi l’anno scorso e in ogni altra metropoli toccata dal flagello dei Giochi olimpici negli anni precedenti. Come ha scritto Stefano Boeri a Beppe Sala nel 2018 — e come è stato reso pubblico lo scorso anno nel corso delle indagini a suo carico — «più trattiamo con i guanti gli homeless, più ne arrivano. C’è una costante migrazione verso Milano, perfino Genova si sta svuotando». Sembra chiaro che il messaggio sia stato recepito, e ora che Milano si sta facendo bella, questi homeless non li vuole tra i piedi.

Del resto, è noto che le Olimpiadi, specialmente in una città già profondamente scissa come Milano, si innestano come moltiplicatore di squilibri: grandi investimenti concentrati, deroghe procedurali, fondi pubblici straordinari che raramente si traducono in benefici diffusi. È l’incantesimo olimpico, lo stesso che a Torino nel 2006 prometteva crescita, lavoro e infrastrutture, salvo lasciare uno sforamento di bilancio dell’80% e un’eredità pagata per il 94% con risorse pubbliche. Come spiega Jérôme Massiani, professore associato di economia all’Università di Milano-Bicocca, «non sono le Olimpiadi che hanno pagato la metropolitana di Torino, non è l’Expo che avrebbe pagato le elusive vie d’acqua di Milano: sono più semplicemente i contribuenti italiani che le hanno finanziate». Non ricchezza generata, ma ricchezza concentrata, per citare Scomodo. Questi mega-eventi accelerano processi già in atto — gentrificazione, requisizioni, sfratti, marginalizzazione — presentandoli come inevitabili. A meno di un mese da Milano-Cortina, la domanda non è se i Giochi porteranno sviluppo, ma chi potrà permettersi di restare a guardarlo.are via i senzatetto dalla città. Nel 2020, Tokyo sgomberò centinaia di persone dai suoi quartieri più poveri e offrì piccoli sussidi per vivere altrove, un atto simile a quello di rimuovere i progetti di edilizia pubblica prima delle Olimpiadi del 1964».

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