Wallace, l’autore più colto e barocco della sua generazione, sostiene che la salvezza risieda nell’autenticità, nell’essere indifesi e veramente ingenui, non come posa svampita da sad boy. È un moralismo che punisce l’intelligenza metafisica, vista come una forma di arroganza e accidia che porta alla morte, e indica la via di una nuova forma di intelligenza spirituale e quindi pragmatica, liberata dalle patacche hippy, disintossicata dalle droghe e dai farmaci. Questo libera Wallace dalla gogna dei Baci Perugina, o meglio: trasforma i Baci Perugina in qualità altissima e pop.

Non ho mai letto tutto Infinite Jest, lo confesso: sono due anni che ci provo e sono fermo a cento pagine, sono due anni che dico sono davvero pronto, è ora, e invece niente. Le stories di instagram mi attirano di più. Eppure ho letto quasi tutto di David Foster Wallace, stop, non voglio fare il figo. Leggere è comunque una cosa da sfigati.

Infinte Jest è un libro impossibile a mio avviso da leggere se non sei pronto alla missione cosmica di scannarti. Eppure è uno tra i libri più venduti dell’autore. Non riesco a leggerlo, lo confesso, non perché sia complesso, ma per la sua infinita chiarezza. È disarmante: un labirinto di specchi iperrealistici che spiazza fino alla noia e ti autopsia ad ogni virgola.

Poi va ammesso: è un libro storicamente superato. Lo aveva detto Wallace stesso, o meglio non aveva alcun interesse a parlare di futuri possibili, a predire una prospettiva storica; insomma Infinite Jest non è un ucronia. La prospettiva storica oggi è invece quella di una terza guerra mondiale-civile espansa, fino alla più piccola particella di noi. Siamo noi la guerra, e in questo Wallace è stato un po’ profetico.

Non solo un eterno luna park insomma, ma un inferno mediatico alla Minority Report di P. K. Dick (altro autore che va di moda interpretare), dove ormai le AI hanno il loro social. Eppure gli articoli omaggio si sprecano in questi giorni (Infinite Jest il 1° febbraio 1996 è arrivato in Italia) e noi italiani, e non solo, lo abbiamo mitizzato, non capendone probabilmente granché.

E vabbè, va così: la tendenza è quella di cercare l’idolo, e sfregarsi le mani quando quell’idolo vuole addirittura essere un l’anti-idolo. Jackpot. Ed ecco che si tira fuori dal capello la profezia a tutti i costi: deve per forza esserci in quegli scritti, dove gli anni sono sponsorizzati e gira un misterioso film in cassetta che genera dipendenza istantanea. E invece no.

Pur essendo un chiaro e lampante capolavoro, Infinite Jest fallisce la sua missione di profezia storica, sempre che l’abbia mai avuta. E chi scrive l’ennesimo articolo di cliché sui cliché su DFW, come questo, rischia di finire nel carrozzone descritto iperrealisticamente dallo stesso autore. Ma sono qui e faccio il gioco di specchi di David lo stesso, l’infinito gioco di specchi della post-ironia, cosa che DFW aveva davvero anticipato, con quell’ironia vivissima ma triste nella quale si è arenata la critica culturale di oggi.

Ma Wallace non era questo: voleva essere uno scrittore “sentimentale” o “banale”. In un mondo dove essere “cool” significa essere cinici e distaccati, il vero atto di ribellione è la New Sincerity: dire qualcosa di sincero rischiando di sembrare patetici o ingenui, stupidi o indifesi. Voleva che la sincerità iperrealista desse forza ad una letteratura viva, che era proprio il contrario — se ci pensate — di quello che sta succedendo oggi. Un verismo energetico e dell’anima. Non scriveva trattati sul maschio performativo, no, no, attenzione: tutto dipende da come ti presentano le cose. In USA la letteratura femminista e probabilista lo detesta; in Europa sono proprio le donne che lo leggono meglio e prima degli uomini. Proiezioni, solo inutili proiezioni.

Dicono che Wallace abbia previsto i social network, la dipendenza dagli schermi e la politica come intrattenimento: letture superficiali, abbastanza Boomer, figlie di Guy Debord (siamo tutti il Guy Debord di qualcuno, ogni volta il sessantottismo come unica via, condito da scuola francofortese). E via anche di note a piè pagina che diventano letteratura… e di citazioni al primo appuntamento con la “dieci su dieci” sapiosessuale.

Fino al motivazionale: il discorso tenuto al Kenyon College nel 2005, noto come This Is Water, è l’apice del processo di canonizzazione di Wallace. Il punto di non ritorno per destra e sinistra che lo accolgono a braccia aperte.

Invece era una forma di auto-aiuto sofisticato in un mondo che stava per trasformarsi in un inferno antiumano. I media utilizzano questo discorso per “addomesticare” Wallace, rendendolo accettabile per il grande pubblico, nascondendo il fatto che quel moralismo era il grido di aiuto di un uomo che stava letteralmente annegando in quella distrazione totale che denunciava.

Infinite Jest è solo una lente di ingrandimento sofisticata su questa disperazione, sull’overthinking perennemente eccitante. Ho pure visto il finto documentario The End of the Tour (2015), dello scrittore James Ponsoldt, che cade nella trappola del moralismo mediatico descritto sopra, come denuncia lo scrittore Don DeLillo. Quel film che tanto va di moda tra gli intellettuali Wallaceani è l’operazione definitiva di trasformazione di Wallace in un “santino” per il consumo di massa. Il film stesso è un pezzo di intrattenimento su un uomo che odiava l’intrattenimento come forma di narcisismo, ma ne era totalmente schiavo, che preferiva la passività dell’osservazione alla vita.

Cosa potrebbe allora salvare Infinite Jest e Wallace dalla dittatura dei cliché? Questo è il punto in cui il moralismo diventa paradossale: Wallace, l’autore più colto e barocco della sua generazione, sostiene che la salvezza risieda nell’autenticità, nell’essere indifesi e veramente ingenui, non come posa svampita da sad boy. È un moralismo che punisce l’intelligenza metafisica, vista come una forma di arroganza e accidia che porta alla morte, e indica la via di una nuova forma di intelligenza spirituale e quindi pragmatica, liberata dalle patacche hippy, disintossicata dalle droghe e dai farmaci. Questo libera Wallace dalla gogna dei Baci Perugina, o meglio: trasforma i Baci Perugina in qualità altissima e pop.

Perché David quello voleva essere, con tutte quelle pagine: una caterva di banali Baci Perugina. La massima condanna morale di Wallace è la passività anche se ne egli stesso schiavo: lo dice tutta la sua opera, non solo Infinite Jest. Quanto resisteremo ancora seduti sui nostri divani, fondi come tombe? Infinite Jest, Wallace e tutto il baraccone sono un tentativo di restare vivi. Sopravvalutato filosoficamente? Già detto di milioni di nostri autori, persino di Leopardi. Però, che stile, dirlo così.