C’è un paradosso a cui ormai non facciamo più caso, mai come oggi siamo stati circondati da messaggi che parlano di equilibrio, cura, mindfulness, respirazione consapevole, idratazione, detox, meditazione, journaling, gratitudine e riposo. E mai come oggi ci sentiamo esausti, disordinati, colpevoli, inadeguati. Il benessere è diventato un’industria e come ogni industria, vive di corpi stanchi, desiderosi, vulnerabili. Non basta più essere sereni e stare bene, la serenità va esibita e sopratutto bisogna renderla ben visibile. La felicità smette così di essere un’esperienza intima e assume la forma di una prestazione continua.
Viviamo dentro un’ideologia della salute che non si limita più a rivendicare il diritto di sentirsi meglio, pretende adesione, metodo, disciplina. Come lavarsi le mani durante una pandemia, un gesto obbligatorio, monitorabile, che stabilisce chi è “virtuoso” e chi invece mette a rischio la comunità. Solo che stavolta la minaccia non è esterna, ma incorporata nella stanchezza stessa.
Il benessere è diventato il nuovo ordine morale. Non fumi? Bravo. Non bevi? Ancora meglio. Non esci? Ottimo, risparmi energia. Mangiare fuori? Attenzione agli ingredienti. Avere una routine? Convalidato. Saltarla? Atto di sabotaggio personale.
È come se la vita non fosse più qualcosa da attraversare, ma un percorso di manutenzione continua, un enorme manuale di istruzioni di cui nessuno conosce davvero l’autore, ma che tutti seguono per paura di risultare l’anomalia. Siamo passati così dal desiderio di stare bene all’obbligo di dimostrare di farlo. E come ogni obbligo, questo modello non contempla la complessità, non prevede la caduta, non accetta il vuoto, non ammette la lentezza. Se ti fermi sei sospetto. Se ti riposi sei pigro. Se soffri è perché non hai gestito correttamente il processo di guarigione. La sofferenza, nel capitalismo del benessere, viene sempre ricondotta a una responsabilità individuale.
Questa logica funziona così bene perché si infiltra ovunque. Prende la parola “cura” e la svuota del suo significato originario -prendersi carico di qualcuno- per sostituirla con qualcos’altro: l’ottimizzazione di sé.
Quando ti chiedono “ti prendi cura di te?”, raramente parlano di ascolto, relazioni, aiuto reciproco. Parlano di produttività emotiva, di cura come efficienza, di equilibrio come performance, di salute come branding personale. È così che prende forma un nuovo tipo di oppressione, quella che non alza la voce, che usa un linguaggio gentile, che ti sorride mentre ti chiede di migliorarti.
È l’oppressione che sussurra: “Non essere triste troppo a lungo: disturbi l’algoritmo.” Dentro questo sistema, i disturbi alimentari proliferano come funghi in un terreno fertilizzato da ansie e precisione maniacale. Non sono solo patologie individuali, sono il sintomo collettivo di una società che valuta il corpo in base alla disciplina e non alla vita che contiene.
L’ossessione del controllo calorico, la moralizzazione del cibo (“buono”, “cattivo”, “pulito”, “sporco”), l’idea che mangiare debba essere sempre una scelta razionale e mai emotiva, nulla di tutto questo è casuale. È il prodotto di una cultura che ha trasformato l’esistenza in un’esercitazione permanente alla perfezione.
Chi vive un disturbo alimentare non combatte solo con il cibo, ma con un mondo che non concede tregua. Il corpo viene trattato come un progetto, e un progetto non ha diritto alla fragilità. Deve funzionare. La diet culture non promette benessere offre conformità e la conformità, richiede sacrifici. Il benessere, oggi, è diventato un rosario laico. Si recita ogni giorno: bere due litri d’acqua, meditare dieci minuti, fare esercizio, riposare otto ore, leggere un libro, evitare drammi, pensare positivo, monitorare i pensieri negativi, trasformarli in affermazioni positive, ringraziare l’universo. Non perché serva davvero, ma perché si deve.
La cosa più paradossale è che questa disciplina si presenta come libertà. Ti dice che lo fai per te, che è una scelta personale, che puoi smettere quando vuoi. Puoi smettere quando vuoi, certo, più o meno come puoi scegliere di smettere di respirare. Il benessere è ovunque, come un rumore di fondo, non puoi spegnerlo, solo adattarti.
In questa ossessione per il controllo c’è un vuoto enorme. Una fame vera, che non ha niente a che fare con il cibo, ma con la mancanza di senso, di tregua, di spazi non performativi. È la fame di non dover essere sempre leggibili. La fame di imperfezione. La fame di poter dire “sto male” senza doverlo giustificare con dati, progressi o metriche. La fame di essere fragili senza trasformare la fragilità in contenuto. La fame di un corpo che non debba diventare un curriculum.
Il benessere, così com’è oggi, non intercetta questa fame, la ignora, la copre di frasi motivazionali e la trasforma in un difetto di gestione personale e più la ignoriamo, più cresce. Perché il corpo, anche quando è obbediente, sa protestare, sa contraddirti, sabotarti, fermarti. Sa esplodere nel modo più inopportuno. E quando lo fa, quasi sempre, è perché ha esaurito lo spazio per respirare.
Il problema non è voler stare bene. Il problema è il modo rigidissimo in cui oggi ci viene chiesto di farlo, attraverso pratiche che non ammettono deviazioni. Il benessere non è neutrale, funziona come un’etica, una politica, un’ideologia travestita da scelta personale e chi non riesce a partecipare -per povertà, malattia, esaurimento, caos, disordine, vita reale- viene trattato come un errore di sistema.
È qui che la retorica del benessere mostra il suo volto più violento: non ti ordina di essere felice, ti rende colpevole quando non lo sei.
Stiamo confondendo il benessere con la manutenzione. Viviamo come se esistere significasse correggersi, aggiustarsi, ottimizzarsi. Come se ogni giorno fosse un’occasione per “diventare la versione migliore di sé”. Ma se quella versione esiste solo reprimendo la sofferenza, allora è una versione disabitata.
Siamo diventati devoti di una religione senza trascendenza, in cui l’unico miracolo possibile è non perdere mai il controllo. Il benessere non ci sta salvando, ci sta consumando lentamente.
Dovremmo reimparare una cosa semplice e radicale: che non c’è niente di spirituale nell’essere efficienti, non c’è niente di terapeutico nell’essere sempre disciplinati, non c’è niente di sano nell’ossessione di funzionare.
Dovremmo recuperare il diritto a esistere senza ottimizzarci, il diritto di non essere performativi, di non essere sempre coerenti, semplicemente il diritto di essere vivi con tutte le complicazioni che la vita implica.
Se non riuscire a vivere questo benessere è un fallimento, allora è un fallimento necessario, perché in un’epoca che pretende di guarirci sempre, la cosa più rivoluzionaria che possiamo fare è concederci la libertà – scandalosa e improduttiva – di stare male senza dover chiedere scusa.