Il caso Garlasco è tutto questo. È forse la più spettacolare implosione del nostro sistema morale mai avvenuta; è soprattutto un profondo specchio nel quale l’Italia continua a vedere, opaca, nebbiosa e nera, se stessa.

Ogni epoca vive nella sua mitologia dell’assistere a un male eccezionale. Cambiano i protagonisti, i processi mediatici, i nomi; il concetto di capro espiatorio rimane. La televisione pomeridiana, il true crime, i tribunali paralleli: la gente vuole principalmente il sangue.

Il colpevole perfetto è un desiderio ancestrale. L’opinione pubblica cerca il mostro, l’innocente tenero e indifeso, il magistrato eroe. La complessità è un problema; la narrazione mediatica è un apparato digerente e semplificativo, per turbodigerenti in sindrome postprandiale.

Alcuni atti sembrano resistere a spiegazioni logiche e mettono in crisi le magistrature e il senso di giustizia comune. C’è sempre uno scarto incredibile tra cause, psicologia e atto compiuto, quell’argine esoterico e imprevisto che rende il moralismo una nuova forma del male.

Il moralismo pretende di dividere il mondo in puri e impuri, con pretese quasi religiose, ma, se pensiamo a Cristo o a qualsiasi altra definizione di Dio, difficilmente troviamo moralismo.

È così che l’uomo medio non cerca la comprensione del male, ma la conferma della propria superiorità morale, la possibilità di indignarsi in pubblico. Così la condanna pubblica può trasformarsi in uno spettacolo falsamente catartico, un piacere punitivo quasi sadico.

Le certezze ideologiche totalizzanti spesso nascono dalla convinzione di possedere il bene assoluto; ideologie e persino antideologie condividono queste caratteristiche. Molti mali storici sono stati compiuti in nome della liberazione da altri mali.

Il male vero raramente si presenta come male palese e accettato; il diavolo non ha mai la codina, le corna e il forcone. L’unico confronto possibile è comprendere. Comprendere non significa assolvere: significa osservare il meccanismo senza illusioni moralistiche.

Se il male ha una forma ricorrente, forse la prima difesa è riconoscere che servono un buono e un giusto per vivere nella pacificazione sociale. Il moralista cerca il colpevole, che in fondo è dentro di lui; il giusto cerca perlomeno di redimerlo.

Il problema non è eliminare il cattivo di turno, lo Stasi o il Sempio; il problema è capire perché continuiamo ad avere bisogno del male, di compierlo e perpetuarlo. Forse perché senza il male non esisterebbe neppure il bene e saremmo soltanto degli automi.

Bisogna avere dentro di sé queste due tensioni, affinché possano in qualche modo convivere: il male resta una parte inspiegabile di noi, una controfigura importante per distinguere il Bene, e nessuna psicologia può risolverlo; può soltanto comprenderlo per affrontarlo. Tenerle entrambe a bada, queste forze, è il vero modo per cercare di non essere vittima della vita.

Per questo vale la pena seguire il caso di Garlasco, anche a costo di essere accusati di morbosa e folle ossessione. Tutta la storia sembra avvolta da una luce plumbea, da una trama sotterranea intrecciata al delitto. Tutto possiede qualcosa di incomprensibile: le indagini, le sentenze, i protagonisti.

Chi preferisce rifugiarsi nel moralismo facile — o nello snobismo intellettuale, attribuendo a queste vicende interessi da sciampista — continui pure a ripetersi che si tratta dell’ennesima manipolazione di massa. Ma probabilmente esiste una sottile sfoglia lynchiana sotto questa storia.

Ogni generazione ha la sua manifestazione del male. Prima era Cogne, poi Avetrana, ieri Yara. Cambiano i nomi, resta identica l’atmosfera, ma mentre prima i misteri tendevano a una soluzione, con Garlasco tutto cambia: la soluzione impazzisce e, finalmente, demolisce quella odiosa pseudoscienza che è la criminologia.

Comprendere ciò che è realmente accaduto a Garlasco il 13 agosto 2007 significa confrontarsi con un’atmosfera nera, con una serie infinita di leve psicologiche e subconsce, spirituali e mistiche, interne al paese, qualcosa che va dalla pianura padana alla Sicilia.

In quel labirinto di ipotesi, errori, omissioni e certezze apparenti si annacqua il vero dibattito sul male nel Paese: il rapporto con la verità, con la giustizia, con il bisogno di trovare una storia semplice con un colpevole designato, laddove semplice non è nulla, e forse lì fuori c’è ancora l’assassino di Chiara Poggi.

Il caso Garlasco è tutto questo. È forse la più spettacolare implosione del nostro sistema morale mai avvenuta; è soprattutto un profondo specchio nel quale l’Italia continua a vedere, opaca, nebbiosa e nera, se stessa.

Per evitare di ridurre Garlasco a un semplice esercizio di recensione televisiva o, peggio, cinematografica, bisognerebbe soffermarsi sul fatto che, probabilmente, Garlasco non può essere paragonato a una serie TV o a un film, ma può essere assolutamente paragonato allo spot pubblicitario di una serie o di un film, ed è forse autoevidente e scontato, ma è proprio Laura Palmer a rappresentare l’iperstizione simbolica di Chiara Poggi; e non sto parlando di scene del crimine, delitti, polizia, ma dell’intero entertainment culturale del true crime, che è imploso sulla costituzione stessa di questo Paese. Quando la serie Twin Peaks è arrivata in Italia, ci fu un battage pubblicitario da parte dell’allora Fininvest enorme, quasi più interessante della serie stessa, a mio avviso, ed è dentro questo enorme spot che ci ha piombato Garlasco: Garlasco è lo spot pubblicitario di Twin Peaks.

È facile intuire come, seguendo questa traiettoria non letteraria, non cinematografica, ma pubblicitaria, gli eventi finiscano per addentrarsi in una spirale sempre più allucinata e sfuggente, dove i media sono ormai parte integrante del caso e finiscono davvero per essere il contorno del mega spot. Del resto, un simile approdo sarebbe perfettamente coerente, se vogliamo azzardare un paragone, con le intenzioni del Lynch più atmosferico, quello che ti terrorizza semplicemente con un’inquadratura opaca e densa, di un parabrezza appannato.

Tali elementi diventano il rivestimento monumentale di una concezione radicalmente enigmatico-ossessiva dell’esistenza, nella quale il significato di ogni vita appare irrimediabilmente sottratto a qualsiasi certezza che non sia il capitalismo. Esattamente come a Garlasco, il male incombe, anzi lo spot pubblicitario del male incombe e, forse come il bene, non possiede spiegazioni definitive, non possiede una morale. È questa l’unica verità terrificante da dire: è solo uno spot che sta facendo i numeri.