Messa alla mattina, notte al Muccassassina. Nel documentario Roma santa e dannata, regìa di Daniele Ciprì con Roberto D’Agostino e Marco Giusti, a un certo punto si ricorda dove si svolgevano le prime serate del più famoso locale gay della Capitale: “al Castello a Borgo Pio”, racconta Vladimir Luxuria, “un ex cinema a luci rosse […]
La Chiesa è sempre stata un’avanguardia del frocismo, ne era consapevole anche la buon'anima di Francesco, quando si lasciò scappare l’indiscrezione, neanche tanto indiscreta, sulla «troppa frociaggine» tra i seminaristi. Istituzione tutta maschile, fallocentrica e fallocratica, ha funzionato nei secoli da enorme dispositivo di ammortamento, e quindi di repressione, dell’omosessualità – che pure ha continuato a proliferare al suo interno, fisiologicamente, filosoficamente. La destra ancora si scandalizza, e insieme sminuisce, riducendo l’omossessualità a una moda contemporanea. Mentre i gay sono sempre esititi, erano i preti, i cardinali, i papi. La sinistra gioca da sempre a fare l’anticlericale, quando la queerness è stata per millenni monopolio del Vaticano, la dark room più longeva di sempre.

Messa alla mattina, notte al Muccassassina. Nel documentario Roma santa e dannata, regìa di Daniele Ciprì con Roberto D’Agostino e Marco Giusti, a un certo punto si ricorda dove si svolgevano le prime serate del più famoso locale gay della Capitale: “al Castello a Borgo Pio”, racconta Vladimir Luxuria, “un ex cinema a luci rosse di proprietà del Vaticano”. Impasto di sacro e profano, come si dice in tali casi a indicare con bonomìa l’ipocrisia che da sempre proietta la sua ombra sulla sagoma del cupolone di San Pietro. Una doppia faccia, sarebbe più corretto dire, di omofobia e sodomia, per usare il lessico biblico (anche se poi l’esegesi ha chiarito che gli abitanti di Sodoma si erano macchiati di un peccato ben diverso: l’inospitalità). È da duemila anni che la Chiesa cattolica cerca di reprimere, invano, l’omosessualità che al suo interno la pervade. Più esattamente da 1720 anni, da quel concilio di Elvira del 305 dopo Cristo che, sotto quel pendaglio da forca dell’imperatore Costantino, condannò per la prima volta ufficialmente l’amore fra persone dello stesso sesso. La condanna fu poi ripetuta in concili successivi, ad Ancira (314 d.C.) e Toledo (693 d.C.).

Nasceva il concetto di pratica contro natura: “I delitti che vanno sotto questo nome, ad esempio quelli compiuti dai sodomiti”, scriveva nelle Confessioni sant’Agostino, “devono essere condannati e puniti sempre”. Spiegava meglio San Tommaso d’Aquino, il teologo della scolastica medievale: “Nei peccati contro natura in cui viene violato l’ordine naturale viene offeso Dio stesso in qualità di ordinatore della natura” (Summa theologica). È il pensiero professato ancora oggi da Santa Madre Apostolica, riassunto nel Catechismo là dove è affermato che gli atti omosessuali sono “intrinsecamente disordinati”. E per quanto colui che li commette debba essere trattato “con rispetto, compassione, delicatezza”, il comportamento cui è tenuto è la “castità”. Per la dottrina, insomma, l’omosessuale cattolico deve essere un represso. Deve soffrire, punto e basta. A maggior ragione, naturalmente, quando porta l’abito talare. Il punto veniva chiarito nel 1986 con teutonica spietatezza dall’ex papa Joseph Ratzinger, allora prefetto della Congregazione per la Fede (già Sant’Uffizio): l’omosessuale deve attenersi al “rinnegamento di sé” (sic) attuato “nell’abbandono alla volontà del Padre… accettando il sacrificio fruttuoso della croce”.

Inclinazione o tendenza “disordinata”, dunque. Disordine sta per violazione dell’ordine. Ovvero, come teorizzava il succitato Aquinate, negazione dell’ordinamento che il Creatore ha stabilito per la natura, e natura corrisponde a nascita, generatività. L’elemento “oggettivo” del disordine omosessuale consiste nell’incapacità di generare figli. Questo è il fondamento teologico del rifiuto, per dirla con il bisessuale Rimbaud, del “veleno gaio” da parte della cattedra di Pietro. Da una parte la naturalità, un po’ riduttivamente circoscritta al prolificare; dall’altra la presunta contro-naturalità, intesa come rottura del volere divino. Sullo sfondo, l’eterno interrogativo sulla strana onnipotenza di un Dio buono che sadicamente permette il male: come può il Signore, creatore dell’ordine, prevedere il blasfemo disordine? Restando nei dintorni della teologia, una definitiva risposta arrivò nel Cinquecento dal concilio di Trento: in opposizione al “servo arbitrio” di Lutero, i dotti cattolici introdussero il “libero arbitrio” il quale, lungi dal possedere una valenza liberatoria, rappresenta in realtà il diabolico escamotage per rendere passibili di punizione e pena tutte le azioni non conformi ai precetti di matrice ecclesiastica. Per esempio, se sei un maschio che prova attrazione per i maschi questo non è un impulso naturale, in quanto, contravvenendo al divieto imposto dalla morale, significa che sei tu a voler essere così, sei tu che hai liberamente scelto. In poche parole, si vieta di essere ciò che si è.

Eppure, di tonache sotto le quali erompeva l’eros, “naturale” e non, ce n’erano state a frotte, fra i pastori del gregge. Fino a ben oltre l’anno Mille, sacerdoti di ogni ordine e grado, inclusi dunque papi e vescovi, potevano sposarsi e avere concubine e concubini in piena legalità. La lascivia giunse a livelli tali che il periodo che va dal 904 al 963 d.C. è passato alla Storia sotto il nome di “pornocrazia pontificia”, definizione d’invenzione protestante e quindi tendenziosa, tuttavia fondata su trame e brame papali storicamente accertate, che vedevano in primo piano famiglie laziali come i Teofilatti in cui primeggiarono donne tutt’altro che caste e pie (Teodora e la figlia Marozia), o papi come Benedetto IX, sul soglio per ben tre volte, votato con entusiasmo ai piaceri della carne. Non certamente a buffo, a metà dell’XI secolo, san Pier Damiani firmò un Liber Gomorrhianus per additare la depravazione, soprattutto sodomita, dilagante tra gli uomini di Chiesa. Senza contare ciò che nel Quattrocento riporta Poggio Bracciolini (l’umanista scopritore del De rerum natura di Lucrezio), autore del gustoso Facezie: una raccolta di segreti da confessionale, oggi diremmo un’inchiesta sulla vita sessuale della Curia di quei tempi, fra papi sodomizzatori di bei guaglioni e suore molto allegre, cardinali superdotati e favorite ultravoraci, monaci arrapati e mariti cornuti, dita femminili e membri maschili, culi e vagine. A ogni modo, con l’ennesimo concilio, quello Laterano del 1139, per i funzionari di Dio era cominciata l’era del celibato: niente più matrimoni, per preti e prelati eterosessuali. Per gli omo, malvisti in quanto tali, era già in vigore la più drastica astinenza totale dal sesso.

Figuriamoci. Se stiamo solo alla categoria dei pontefici, non si contano i vicari di Cristo col “vizietto” che, nella società medievale, era largamente tollerato, a patto di non farsi beccare (a quell’epoca, veniva chiamato “vizio fiorentino” data la particolare estensione del fenomeno a Firenze, non a caso Dante nell’Inferno ne cita parecchi, di viziosi di questa genìa, incluso il suo maestro Brunetto Latini). Sisto IV (1471-1484) fece scrivere sulla tomba del camerarius Giovanni Sclafenato che, fra i motivi che lo avevano indotto a elevare il giovane a cardinale, c’erano state “doti”, oltre che “dell’animo”, anche “del corpo”; Leone X, figlio di Lorenzo il Magnifico, secondo l’anticlericale Guicciardini meritava in pieno la nomea attribuitagli dopo morto da una pasquinata che così recitava: “Morì el meschino, e non te dir bugia, per fotter troppo in cul un suo ragazzo”; il terribile Giulio II, in base alla testimonianza del diarista veneziano Girolamo Priuli, era partner passivo di “bellissimi giovani”; Giulio III nominò cardinale il diciassettenne Innocenzo Del Monte, e infatti i loro corpi sono sepolti insieme nella chiesa di San Pietro in Montorio a Roma. Leggenda sostanzialmente montata, detto fra parentesi, è invece quella che ha criminalizzato i Borgia, dissoluti né più né meno di altri clan che sfruttarono la tiara per darsi al più sfrenato e simoniaco nepotismo: a quel tempo, semplicemente la norma, che tanto scandalizzò quel rompicoglioni fanatico di frate Savonarola (giustamente scomunicato e mandato sul rogo proprio da papa Borgia, sia sempre benedetto il suo nome). Con il terrificante bacchettonismo della Controriforma, vero e proprio Grande Fratello ante litteram su ogni tipo di pubblicazione, le vox populi e le ricostruzioni piccanti cessarono, o per meglio dire non sopravvissero ai censori dell’Indice e di Propaganda Fide. Ed è per questo che, dalla seconda metà del ‘500 in poi, sappiamo poco del lato privato della Santa Sede.

Più o meno come oggi. Con la differenza che oggi, fra stampa (relativamente) libera e mentalità incomparabilmente cambiata, almeno rispetto a tempi in cui di omosessuali era proibito perfino parlare, di preti e perfino di papi gay si parla e si scrive. “Sex and the Vatican” (Carmelo Abbate, 2012), “Peccato originale” (Gianluigi Nuzzi, 2017), “Sodoma” (Frédéric Martel, 2019) sono solo i titoli fra i più conosciuti succedutisi negli ultimi anni per indagare la “frociaggine” dilagante nelle stanze vaticane, per citare il defunto Bergoglio quella volta che, a porte chiuse, parlò degli usi e costumi attualmente diffusi nei seminari. Ne esce un quadro abbastanza dettagliato la cui motivazione, a dir la verità, è intuitiva per chiunque non abbia le fette di clericalismo sugli occhi: mai al mondo c’è stata religione che abbia dibattuto, strologato, prescritto e moralizzato sull’intimità sessuale più del cattolicesimo. Un’insistenza ossessiva, quella che ha contraddistinto le attenzioni del magistero sul Santo Prepuzio (festa religiosa celebrata fino al 1970 ogni 1 gennaio). Seconda solo alla paranoica ostilità per la vulva e la femminilità. Mentre il fondatore ufficiale, il “santo anarchico” Gesù nemico del giudizio (“chi è senza peccato…”) non si occupò mai di quel che avviene dentro le mutande, indifferente a continenza e matrimonialità, gusti sessuali o obblighi sociali, il fondatore ufficioso, Paolo di Tarso, pensò bene di ingabbiare l’esistenza dei fedeli in un intrico di tabù a cui dobbiamo in buona misura il senso di colpa tipico di una cristianità da stregoni in sottana. Tormentato, come confessò lui stesso, da una “spina nella carne” (plausibilmente “impotenza sessuale o disfunzione erettile”, secondo il filosofo francese Michel Onfray), Paolo inietta nel corpo del cristianesimo un moralismo sessuofobico che riempie gli spazi lasciati in bianco dal Nazareno. Nel suo invito a contrarre matrimonio poiché sposarsi è “meglio che bruciare” – meglio cioè il sesso coniugale che una vita impossibile di compressione degli istinti – c’è tutto il patologico rimosso della carnalità che ancor oggi vediamo all’opera, rovesciata in disprezzo di sé e odio del simile, nei vatican men, brucianti di omoerotismo e contemporaneamente indotti all’omofobia interiorizzata. Omosessuali omofobi o, ben che vada, magari pure gay friendly, ma sempre con il dovere contrattuale di negare l’evidenza.

Evidenza secondo cui il Vaticano è il centro di un’organizzazione che, composta in maggioranza da uomini obbligatoriamente soli, è da secoli un ricettacolo di maschi che spesso trovano lì un rifugio, ideale sotto certi aspetti, per nascondere il proprio orientamento. Se l’omosessualità praticata è a tutt’oggi considerata peccaminosa, e perciò innominabile nelle file dell’apparato ecclesiastico, queste ultime diventano ipso facto il luogo per poter custodire, avvolto nel non detto, il proprio segreto. Certo, meno che in passato visto che lo stigma sugli “invertiti” sta venendo meno a passo di marcia. Ma se ci rifacciamo ai testimoni interni, seminaristi, preti, e anche ex comandanti delle guardie svizzere (come Elmar Theodor Mäder, che nel 2013 confermò la presenza di una “lobby gay” nella Curia), tra gli appartenenti maschili al clero cattolico almeno la metà, a stare bassi, è omosessuale. Del resto, un numeroso traffico di amplessi sotto coperta di questo tipo è notorio ovunque vi sia promiscuità tra maschi, dalle caserme ai boy scout. “C’è posto per todos, todos”, si sgolava il gesuita Francesco. Ma la protettività omertosa che finora ha garantito il silenzio sull’identità sessuale stessa dei chierici, facendo pagare un più crudele prezzo agli omo, sussiste. Le doppie vite con fidanzati semi-oscuri, la segretezza di relazioni indicibili (tipiche quelle, riferiscono gli insider, fra porporati e assistenti), lo stato di clandestinità dei rapporti, consumati bulimicamente in una compulsione caotica e, bisogna dire, rattristante, fra chat d’incontri, camere con escort, saune, dark room e l’intero repertorio, godereccio ma non troppo, caratterizzante tutto un certo mondo gay, alla fine, nel complesso, infondono una sensazione di estrema solitudine.

Un vuoto penoso che deriva dal grande interdetto d’origine paolina: non poter godere del corpo e manifestare l’affettività. Si esige un ascetismo inumano, il quale logicamente finisce per esondare nell’opposto, nella fregola di scopare lo scopabile. Specie quando si ha potere e ci si trova in alto nella gerarchia. Jessica, la Vipera, la Grassa – così i nomignoli di alcuni alti prelati vaticani di qualche anno fa, secondo Nuzzi – formano cerchie fatte di complicità e connivenza foriere di favori, ricatti, indulgenze, pressioni. È ovvio che facciano sesso e, a volte, si leghino a qualcuno. Sono umani. Meno ovvio – e alla faccia del dogma, molto meno naturale – che lo neghino d’ufficio. Magari lanciandosi pure in requisitorie pubbliche contro l’omoeresia mentre, nottetempo, si infilano pantaloni di lattice giocando al trenino. Con il pontificato bergogliano si è avviata un’inversione, è il caso di dirlo, di tendenza, sebbene più a parole (“Chi sono io per giudicare i gay?”) che nei fatti (la dichiarazione “Fiducia supplicans” del 2023 apriva alla benedizione delle coppie dello stesso sesso, senza però comportare una loro approvazione: gesuitismo puro).

In ogni caso la dottrina resta quella, figlia di una “tradizione” che altro non è che un cumulo di giudizi e pregiudizi sedimentati in centinaia d’anni il cui unico risultato, sul piano dei sentimenti e della corporeità, è stato identificare la dedizione esclusiva alla vita di chiesa con il coartare la vitalità amorosa – e inibire le proprie parti basse. Che basse non sono affatto. Lo sapevano bene i più sani benché arcaici gentili, volgarmente detti pagani. Ancora non travolti dall’exitiabilis superstitio, gli antichi il fallo lo deificavano in quanto simbolo di fecondità (addobbandoci pure la case, appendendolo alle pareti come ilare arredo porta-fortuna) e lo usavano senza tutti questi complessi. Fatta salva, beninteso, la sacralità della familia (il che, sia detto a mero titolo storiografico, implicava l’inconcepibilità dell’odierno “matrimonio gay”, ma non colpevolizzava in alcun modo il pater familias che inchiappettasse un altro uomo, prostituto o amante extraconiugale il quale, cinedo passivo, veniva spregiato eppure tranquillamente ammesso in qualità di variante, sia pur socialmente inferiore, dell’umana specie).

A fine giornata, a un tonsurato omosex che, mettiamo, non ha un compagno, perché non lo trova o ha paura non venga tollerato dai superiori chiudendo un occhio (come pure accade) e che, puro di cuore e di modi, non se la sente di sculettare nelle discoteche arcobaleno dove ci si dà vicendevolmente della “frocia”, non rimarrebbe che darci di mano, masturbandosi. Invece no: in ossequio al n° 2352 del solito, proibizionista Catechismo, la masturbazione costituisce, aridaje, “atto intrinsecamente e gravemente disordinato”. Idem per le corna (o fornicazione), la pornografia, nonché l’inserimento a piacere del pene in qualsiasi altra ubicazione che non siano precisi orifizi della consorte. Neanche una legittima sega può farsi, a causa di questo Dio guardone. Povero il nostro pretino gay ingenuo: fate che i ragazzi, senza tante fisime pretesche, vengano a lui. È solo uomo, mica uno stramaledetto santo.