Per noi è tutto chiaro quando un maranza sfonda una vetrina di Milano.
Troppi simboli ci circondano. Ogni cosa rimanda ad altro, ha una storia, va letta in prospettiva. Dietro le cause altre cause ancora, e prima di capire bisogna considerarle tutte. La verità che appare solo nella somma delle contraddizioni. Per capire perché sei triste devi interrogare la sofferenza senza voce di tua madre, per capire perché non puoi permetterti una casa devi conoscere la storia dei Chicago boys; prima di fare anche solo un passo, di farti trascinare dall’azione, devi coordinarti, conoscerti, chiedere il permesso, dissolvere analiticamente i filtri che ti separano dalla realtà. E per questo non succede quasi mai nulla.
Si parte convinti, poi si discute, si considera, si patteggia, e si dissolvono le intensità. Tranne quando, in modo sempre imprevisto, succede di tutto. E a posteriori come poteva non succedere esattamente quello che sta succedendo? Al di là del carovita, degli affitti, della benzina, dell’inflazione. Come poteva non succedere che il segmento di popolazione più feticizzato – il maranza – non scattasse e scavallasse in giro per la città più iniqua del paese, a frantumare le vetrine del feticcio per eccellenza? Che sfondasse simbolicamente le barriere che lo separano dal suo potere d’acquisito, dalla merce che promette il riscatto quantomeno estetico dal disagio.
Come si fa a non elettrizzarsi un po’, a non provare un po’ di gioia quando i vetri cominciano a sgretolarsi sotto i calci e le sediate, e si infrange la frontiera di plexiglass che separa i dannati extraurbani della terra - la masnada di potenziali Sfera Ebbasta - dalle false promesse di lusso e accessibilità che dovrebbe contenere la loro rabbia e moderare le loro rivendicazioni?
È finalmente l’insorgere della forza cieca e barbara della metropoli, delle sue frange non addomesticate, inarrestabili perché, al contrario di tutto il resto, non nascono da un collettivo, da un centro sociale, da un manifesto programmatico di intenti (che verranno poi delusi), da un sindacato sempre pronto al patteggiamento, e nessuno sa dire esattamente cosa vogliano o dove vadano; fioriscono dal letame del contemporaneo, dai materiali umani di risulta delle migrazioni economiche, dei tagli ai sussidi, delle espropriazioni, delle liberalizzazioni.
Subito dopo un atto così puro e bello – il cui slancio vitalista sarebbe stato apprezzato dai futuristi: «Impugnate i picconi, le scuri, i martelli e demolite, demolite senza pietà le città venerate!» – in una scenografia d’eccellenza come quella delle strade domenicali di Milano, parte la macchina della storicizzazione, si studiano le cause, si analizzano i movimenti, i soggetti, la loro provenienza, l’origine della loro esaltazione, gli errori di chi avrebbe dovuto saperli contenere, i poliziotti, o i politici e gli insegnanti prima di loro. Si potenzia “la sicurezza”, ovvero si mandano più persone vestite uguali nelle città considerate pericolose, sperando che sappiano cosa fare.
Così come questa nostra idealizzazione a posteriori, la macchina ideologica del mondo cerca di abbassare le intensità, e riportare tutti ai propri posti, chi in caserma, chi a scuola, chi a casa in punizione, chi dentro quegli stessi negozi, ora da commesso compiacente. Quando ciò che dovremmo preservare è proprio l’identità in movimento di questo nuovo soggetto ibrido e imprevedibile, l’unico capace di svecchiare ranghi e pratiche, di raccogliere energie disorganizzate e sfogarle in atti puri senza precedenti, cambiare l’identità demografica e politica di un paese che ha accettato di aspettare l’irreparabile prima di pensarsi dotato di un qualche tipo di forza.
Prima che sia troppo tardi, che il paese invecchi fino in fondo, che le case si sgretolino in stanze sempre più piccole da affittare, aspettando quel reddito universale promesso nel futuro come soluzione al progressivo furto delle ricchezza che avviene ogni giorno.

















