Che cos'è un iperdispositivo?

Che cos'è un iperdispositivo?

Nel 1988, a Parigi, durante un convegno dedicato a Foucault, in quello che sarebbe stato il suo ultimo intervento pubblico, Gilles Deleuze prese parola per precisare quale fosse l’attualità dei dispositivi[1]. Un dispositivo, spiegava, è una matassa, un intreccio mul­tilineare attraversato da processi che non raggiungono mai uno stato di equilibrio definitivo. Ogni dispositivo, continua il filosofo francese, è caratterizzato da un pro­prio regime di luce, vale a dire da una configurazione specifica di enunciati, e da un sistema di linee di forza che si attualizzano nelle relazioni tra punti eterogenei. Queste linee di forza richiamano, per analogia, i campi elaborati da Pierre Bourdieu, all’interno dei quali ogni soggetto occupa una posizione che tende a riprodurre per legittimare la propria posizione[2]. In modo coerente con questa lettura, Deleuze individua proprio nelle linee di forza la dimensione del potere, come trame relazio­nali che attraversano e strutturano l’intero dispositivo. L’ultimo elemento che Deleuze individua sono le linee di soggettivazione, cioè quelle linee in cui ogni dispo­sitivo rende praticabile una individualizzazione capace di esercitarsi tanto sui gruppi quanto sugli individui e di produrre una forma di valore supplementare proprio perché, mentre agisce, apre al contempo una via di fuga nella misura in cui quella nuova soggettività scivola fuori dalla presa di un dispositivo per reinvestirsi altrove, tra­sferendosi in un altro assetto. È probabilmente questo il punto centrale dell’intervento di Deleuze, dove l’ele­mento soggettivo appare sia come ciò che è controllato sia come ciò che può sfuggire al controllo:

Noi apparteniamo a dei dispositivi e agiamo in essi. [...] In ogni dispositivo, bisogna distinguere ciò che siamo (ciò che non siamo già più) e ciò che stiamo divenendo: ciò che appartiene alla storia e ciò che appartiene all’attuale.[3]

Deleuze invita, infine, a proseguire l’attività di Fou­cault studiando le variazioni dei processi di soggettiva­zione all’interno dei diversi dispositivi.

Ma come procedere? Una filosofia dei dispositivi rifiuta gli universali, poiché non spiegano nulla: sono piuttosto essi a dover essere spiegati. Termini come soggetto, oggetto, vero, falso, Stato, Sovranità, diritto, nazione, autorità, potere, norma, realtà, libertà, non pos­siedono coordinate fisse, bensì generano processi distinti all’interno di congegni diversi. Non esiste un soggetto fondatore o una ragione universale in grado di render conto della loro struttura complessiva. Ne consegue che non si può ricorrere a valori trascendenti: nei dispositivi non c’è alcun dato allo stato bruto, ma soltanto regimi ed enunciati; anche quando si adoperano termini gene­rali per orientarsi occorre trattarli come variabili, ossia come coordinate mobili dentro un campo di variazioni continue.

Foucault, nel tentativo di tracciarne una mappa, parla di un indirizzo estetico e si rifà alla disciplina della diagnosi, che ha il compito di stabilire le diffe­renze: «la diagnosi stabilisce che noi siamo differenza, [...] la nostra storia è la differenza dei tempi, il nostro io la differenza delle maschere».[4]

Deleuze, spostando l’accento sul presente, insiste sul fatto che predire non serve a molto, bisogna piuttosto essere attenti allo scono­sciuto che bussa alla porta.[5]

Sembra dunque che siano venuti meno gli strumenti per inquadrare i dispositivi, in quanto ogni strumento che pretenda di fissarli una volta per tutte finisce per reintrodurre, sotto altra forma, pro­prio quell’universalità che la diagnosi intende sospen­dere. Nel momento in cui lo sconosciuto che bussa alla porta viene riconosciuto, il meccanismo riparte, perché quell’elemento viene reinserito in una rete di enunciati, di pratiche e di linee di forza e di soggettivazione che lo rendono nuovamente operativo all’interno di un assetto di potere.

Il passaggio dai dispositivi agli iperdispositivi, tuttavia, si coglie quando lo sconosciuto che bussa alla porta ha già le chiavi di casa e si presenta come un vecchio amico. Questo perché gli iperdispositivi sono spazi capaci di trattenere quell’insieme eterogeneo di strutture, discorsi, istituzioni, architetture, leggi, misure amministrative, enunciati scientifici, proposizioni filosofiche e morali, per poi potenziarne gli effetti. Se i dispositivi sono la rete che si stabilisce fra questi elementi, gli iperdispositivi sono gli spazi che definiscono e contengono tali reti, modellandone i confini e le traiettorie.

In questo senso, l’attualità dei dispositivi, lavora in modo diverso rispetto al passato, poiché se un tempo essi tendevano ad agire dall’esterno verso l’interno (uno sconosciuto bussa alla porta), nel contemporaneo gli iperdispositivi rovesciano la direzione e procedono dall’interno verso l’esterno (lo sconosciuto è già dentro casa nostra), dall’inconscio alla realtà.

Gli iperdispositivi funzionano come eterotopie, cioè come spazi che non si lasciano ricondurre a una storia o a una cronologia lineare, e che, quando vi si entra, neutralizzano gli altri spazi proprio perché introducono una differenza assoluta. Sono luoghi reali, ma situati al di fuori di ogni luogo,[6]capaci di giustapporre dimen­sioni normalmente inconciliabili. Sono inoltre amorfi, possono assumere qualsiasi forma oppure non averne alcuna. Infine, si inseriscono nel continuum dello spazio introducendo discontinuità. Due corpi non possono occupare lo stesso spazio, tranne che negli iperdisposi­tivi, dove gli individui diventano sovrapponibili, inter­scambiabili, scalabili su grandezze quantitative e spaziali che non coincidono con quelle dell’esperienza ordinaria. E, proprio per questa capacità di tenere insieme livelli diversi, risultano spazi d’azione onnicomprensivi, dal momento che, mentre un tempo il cittadino non poteva agire sull’insieme che costituiva il governo della vita adesso chiunque può incarnare tale governo.

Gli iperdispositivi complicano l’analisi del controllo e della riproduzione del potere perché danno corpo a quei mutamenti contraddittori che associamo al postmoder­nismo, dal momento che sono spazi in cui tutto risulta sotto sorveglianza, e tuttavia, proprio perché offrono agli individui una possibilità concreta di agire, lasciano che la casualità e il comportamento individuale assumano una componente strutturale del loro funzionamento. Per questo sono difficili da storicizzare e da analizzare, perché mutano con rapidità, frammentano e accelerano il tempo e, durante queste continue trasformazioni, ren­dono instabile anche il punto d’osservazione. Con gli iperdispositivi viene meno quella distanza che, in altri contesti, rende possibile prendere posizione senza essere direttamente coinvolti. Presentandosi come ambienti da abitare cancellano la separazione tra chi guarda e chi (o ciò che) viene guardato. Negli iperdispositivi parte­cipare è obbligatorio perché non esiste un “fuori” da cui guardare. Tutti possono interagire, far risuonare la propria voce, mostrare la propria immagine, esprimere il proprio risentimento, in un regime in cui questa pos­sibilità stessa di intervenire diventa parte del disposi­tivo di sorveglianza. Non conosciamo più né distanza né indifferenza. Chiamati dagli iperdispositivi a occuparci di tutto, abbiamo perso persino il potere di cambiare l’effimero. Sottoposti a un costante bombardamento di informazioni, messaggi, immagini, merci, non riusciamo più a ignorare nulla.

Si è scritto, nel primo capitolo, che non è mai esi­stito un solo istante nella vita dell’uomo che non sia stato controllato o modellato dai dispositivi. Gli iperdi­spositivi sono il prodotto di questa lunga genealogia e rappresentano, in un certo senso, la fine dei dispositivi.

Deleuze parlava di “linee di fuga” e “soggettivazioni impreviste”, ma tutto questo presupponeva ancora una geometria, una topologia in cui le forze potevano diver­gere. Gli iperdispositivi hanno abolito la divergenza, ciò che entra nella loro orbita viene disintegrato in pura informazione e non in traiettorie: la soggettivazione, di conseguenza, si dà come una delle molteplici funzioni del dispositivo. Questo, lo si può leggere a partire da Foucault, per il quale il dispositivo è una rete di forze priva di confini fissi, con la differenza che, mentre per lui si trattava ancora di capire dove tali forze agissero, oggi siamo costretti a constatare che il “dove” non esiste più in quanto il dispositivo non è più localizzabile in uno spazio determinato. I dispositivi “classici”, come la cli­nica o la prigione, operavano tramite meccanismi ricono­scibili, fondati su opposizioni operative come inclusione ed esclusione, visibilità e invisibilità, normalizzazione e patologizzazione, vero e falso, normalità e anomalia, disciplinato o indisciplinato. Gli iperdispositivi, invece, non funzionano su questi dualismi, ma assumono la forma di un ecosistema che sostituisce l’ambiente stesso entro cui il potere poteva esercitarsi.

Lotman affermava che ogni sistema genera il proprio esterno;[7] l’iperdispositivo, invece, è il primo sistema che genera un esterno simulacrale. Non c’è un “fuori” poli­tico, non ci sono zone d’ombra, non esistono glitch, già estetizzati dall’arte e dalla comunicazione. Dagli iperdispo­sitivi non si entra e non si esce: più essi si espandono, più diventano invisibili; più diventano totali, più si rendono inconsistenti.

Siamo di fronte all’unica forma possibile di realtà. Non vi si può sfuggire, ogni tentativo di fuga è un movimento interno. Il digital detox, l’anonimato, finanche il silenzio sono dati tracciabili e riconducibili all’ecosistema degli iper­dispositivi. Così come i tentativi di produrre un eccesso di rumore risultano strutturalmente fallaci, in quanto l’incoe­renza e la randomizzazione alimentano la capacità adattiva delle macchine, fornendo ulteriori variazioni statistiche da integrare, sicché l’imprevedibilità reiterata riduce l’incer­tezza della piattaforma sul profilo comportamentale dell’u­tente. I nostri gesti per l’algoritmo sono azioni misurabili: apertura dell’app, durata della sessione, scroll, pausa su un’immagine, click, like, commento, condivisione, ricerca, ritorno su un profilo, abbandono, riapertura. Questi valori vengono poi aggregati e compressi in indicatori più stabili. Alla piattaforma interessa ottenere la previsione probabili­stica del nostro comportamento, anche quando tale com­portamento è, per intenzione volontaria, imprevedibile. Nessun individuo, come nessun progetto artistico o di sabotaggio politico, vive in assenza di pattern. A questo punto diventa chiaro perché, anche quando la strategia dichiarata sia confondere la macchina, il risultato pratico sia alimentarla.

Se per Deleuze la soggettivazione poteva ancora essere pensata come processo di fuga, oggi sembra valere l’esatto contrario: la soggettivazione diventa il modo in cui l’iper­dispositivo ti convince di esistere. Ogni volta che credi di “essere te stesso”, sia attraverso un profilo social, sia attraverso una scelta di consumo, sia attraverso un’identità politica, sia attraverso l’adesione a una battaglia ideologica, finisci per allontanarti da te stesso. Per questo la rivoluzione può essere confezionata come prodotto, la guerra trattata come contenuto, la malattia trasformata in un’occasione di esposizione mediatica e la saturazione finisce per svolgere la stessa funzione che un tempo spettava alla censura, il desiderio è rimpiazzato da una sequenza continua di stimoli che non richiede più alcuna presa di posizione cosciente.

L’esito di questo processo è la formazione di una nuova classe ontologica, quella dell’utente, che assorbe e annulla le figure precedenti. Tutti vengono compressi in una mede­sima condizione a partire dalla quale si riorganizzano tutti gli altri elementi dell’esistenza. La città, uno dei primi dispositivi foucaultiani, diventa smart city, un ambiente di modulazione permanente, dove si organizzano dati; il corpo, eterotopia per eccellenza, viene riscritto genetica­mente; le esperienze diventano immagini destinate a essere convertite in informazioni; le emozioni vengono tradotte in metriche di engagement.

L’ontologia dell’utente dissolve quella del soggetto. ll soggetto, nella tradizione filosofica e politica, era definito da una interiorità, da una capacità di decisione, da una relazione conflittuale con il potere e con il mondo. L’u­tente perde tutto ciò. È utente chi lavora, chi ama, chi si cura, chi protesta, chi soffre, nel momento in cui quel gesto viene esposto al pubblico e tracciato. Forse intercettare gli iperdispositivi non servirà a molto, probabilmente sarà più utile evadere da questa prigione senza pareti attraverso una svolta aniconica e vivere un’esistenza che non coin­cide interamente con la propria esposizione. L’immagine ci rende malati, basta generarne una per distruggere interi quartieri, controllare masse inerti, smuovere mercati glo­bali, cambiare le abitudini della gente; in altre parole basta un’immagine per generare ossessioni collettive.

Oppure, al contrario, intensificare i rapporti con gli iper­dispositivi. Legarsi sempre di più ai nodi che stritolano la nostra soggettività fino a far loro commettere l’atto estremo dell’omicidio.



[1] Conferenza pronunciata da Deleuze nel corso di un conve­gno, tenutosi a Parigi nel gennaio 1988, i cui atti sono stati pubblicati in A.A. V.V., Michel Foucault philosophe, Rencontre internationale, Paris 9, 10, 11, janvier 1988, Seuil, Paris, 1989.

[2] Ibidem

[3] Cfr. Op. Cit. Che cos’è un dispositivo?, Edizioni Cronopio, 2007, p. 27

[4] Cfr. M. Foucault, L’Archéologie du savoir, Paris: Gallimard, 1969; trad. Giovanni Bogliolo, L’archeologia del sapere, Rizzoli, Milano 1971, p. 152.

[5] Cfr. Op. Cit. Che cos’è un dispositivo?, Edizioni Cronopio, 2007, p. 29.

[6] Michel Foucault, Le Corps utopique, les hétérotopies, Paris, Éditions Lignes, 2009; Antonella Moscati (A cura di), Michel Fou­cault, Utopie Eterotopie, Mimesis, 2024 IV ed., p 13.

[7] Cfr. Jurij Michajlovic Lotman, La semiosfera: asimmetria e il dialogo nelle strutture pensanti, Venezia, Marsilio, 1985.

Capitalismo onirico

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22 ottobre 2026·Federico Cacìa

Estratti del libro Capitalismo onirico di Federico Cacìa (GOG 2026)