Il video dura quarantasette secondi.
Nel primo fotogramma un uomo corre stringendo al proprio petto un bambino mentre, alle sue spalle, un edificio collassa in una nube di polvere grigia che invade lo schermo come un difetto dell’immagine.
Sul tavolo, accanto al telefono, il caffè fuma ancora. Qualcuno spalma lentamente la marmellata sul pane senza distogliere lo sguardo, il tempo necessario a terminare la colazione e capire se, prima della fine, comparirà un altro cadavere o la pubblicità di un integratore.
Il vetro della finestra riflette metà di un volto che mastica e metà dello schermo. Per un istante le due immagini coincidono: una bocca piena, un bambino tra le macerie, il vapore del caffè, le sirene. Nessuna delle due realtà interrompe l’altra, la tragedia non irrompe nella stanza: vi si deposita come succede per un nuovo oggetto domestico.
Scorre.
Un uomo sanguina sull’asfalto.
Scorre.
Una ricetta in trenta secondi.
Scorre.
Il volto sporco di una madre che urla un nome nel fumo.
Scorre.
Il pollice continua il proprio lavoro con la calma impersonale di una macchina. Non c’è crudeltà nel gesto, non c’è cinismo. Solo abitudine. Una forma di invisibile addestramento alla convivenza con l’orrore, perfettamente integrato nel quotidiano, al punto da poter essere assorbito senza interrompere nulla – la colazione, il traffico, un messaggio vocale, il sonno.
Vediamo tutto. Nessuna epoca, prima di questa, ha avuto accesso a una simile quantità di dolore visibile, eppure l’esposizione permanente alla sofferenza non coincide affatto con una maggiore sensibilità all’umano, ma anzi produce il suo opposto: una progressiva ottusità percettiva, una saturazione dello sguardo.
Il dolore contemporaneo si consuma nella ripetizione. Ogni tragedia viene immediatamente inglobata nel flusso indistinto dei contenuti: la guerra, una richiesta di aiuto, un meme, un tutorial di make-up. Tutto appare sul medesimo piano visivo, sottoposto alla stessa fruizione rapida, intermittente, distratta. Ciò che ne consegue è un cervello che, esposto a una continua stimolazione, sviluppa forme di autodifesa emotiva: riduce l’intensità della risposta, neutralizza, anestetizza. Ma questa anestesia progressiva produce una mutazione più profonda nel rapporto con l’altro: un corpo ferito perde irriducibilità e diventa una delle infinite immagini che transitano davanti agli occhi senza reclamare durata, silenzio, elaborazione.
Ed è forse nello spazio bianco tra un frame e l’altro che si insinua la nuova barbarie: una disumanizzazione che non ha bisogno di camicie brune o di fili spinati, ma di algoritmi di raccomandazione. Se l’altro è ridotto a dato, a pixel, a bersaglio per l’indignazione istantanea, allora l’etica si svuota.
Le linee di frattura si fanno invisibili: da una parte l’individuo iper-connesso che consuma il dolore altrui come intrattenimento; dall’altra il marginale, l’escluso, che urla in una camera dell’eco dove il suono non si propaga. La stupidità artificiale delle nostre reazioni pavloviane – il like alla tragedia, il commento d’odio come riflesso incondizionato – è il sintomo finale di questa assuefazione.
Il confine, allora, è una linea di sangue che abbiamo imparato a pulire con un colpo di pollice perché forse, infondo, non vogliamo che ciò che è umano ci riguardi, ma piuttosto ci intrattenga e l’intelligenza artificiale è il nostro specchio perfetto. Le deleghiamo il compito di creare perché abbiamo smesso di sentire e quello di pensare perché abbiamo paura di scavare nel nostro risentimento.
Eppure, la conseguenza più radicale non è l’assuefazione, ma la riconfigurazione ontologica della specie. Abbiamo semplificato lo sguardo al punto da renderlo un bisturi che seziona la complessità in etichette: nemico, migrante, utente, bersaglio, contenuto, algoritmo. Le parole non descrivono il reale, lo organizzano percettivamente. La contemporaneità accelera questo processo attraverso una continua riduzione dell’esperienza a immagine performativa. Il corpo stesso non è più percepito come luogo vulnerabile dell’esistenza, ma come superficie da esporre, ottimizzare, correggere: filtriamo i volti, addomestichiamo le emozioni e persino il dolore, per essere riconosciuto, sembra avere bisogno di una forma visibile e condivisibile.
Forse, allora, la questione decisiva è più ampia e riguarda la nostra capacità di riconoscere l’umano senza convertirlo immediatamente in contenuto, prestazione, superficie consumabile, perché in questa continua riduzione dell’esperienza si annida un rischio più profondo: non diventare macchine, che infondo eseguono ciò per cui vengono progettate, ma assimilarsi lentamente alla loro logica, perdendo la capacità e la tolleranza di sostare davanti a ciò che domanda tempo, attrito, elaborazione. Per secoli abbiamo creduto che l’umano coincidesse con l’intelligenza, con il linguaggio, con la capacità di dominio, ma oggi l’intelligenza artificiale scrive testi, genera immagini, compone musica, produce forme che si collocano nello stesso spazio simbolico in cui l’umano ha tradizionalmente riconosciuto sé stesso. Se continuiamo a definire l’umano esclusivamente in termini di prestazione cognitiva, allora ciò che chiamiamo umano diventa sostituibile, replicabile.
Non è invece umano tutto ciò che eccede la funzione? Quanto dell’umano stiamo sacrificando per diventare compatibili con la velocità del presente? E quando abbiamo iniziato a considerare insopportabile tutto ciò che richiede tempo?
Forse il punto è che la contemporaneità non ci chiede più di sentire, ma di reagire; non di attraversare un’esperienza ma di processarla e passare alla successiva. Così finiamo per lasciare che le emozioni diventino leggibili, immediatamente traducibili, senza accorgerci che lentamente stiamo diventando incapaci di restare davanti a qualcosa che non sia risolvibile in pochi secondi. Abbiamo delegato la memoria agli archivi cloud e il desiderio ai suggerimenti di acquisto, convinti di guadagnare tempo, un tempo che in realtà è già segmentato, già venduto, colonizzato prima ancora di essere vissuto.
Forse è anche per questo che la contemporaneità produce individui sempre più esausti e sempre meno presenti. Attraversiamo centinaia di immagini, informazioni, conversazioni ma sembra che quasi nulla riesca davvero a sedimentarsi e lo stato di attenzione permanente in cui viviamo finisce, paradossalmente, per svuotare l’esperienza della sua intensità. Il nostro sguardo, allora, si abitua a transitare ovunque ma a soffermarsi su nulla. E forse la forma più radicale della disumanizzazione consiste nella continua interruzione delle nostre emozioni, che ci impossibilita a lasciare che qualcosa ci attraversi abbastanza a lungo da trasformarci.
E allora continuiamo a scrollare.
Il caffè fuma ancora.
Qualcuno continua a spalmare marmellata mentre, sullo schermo, l’ultimo invisibile viene sacrificato.
Scorre.

















