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	<title>7/10 Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Che senso ha parlare ancora di Palestina?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 May 2025 09:11:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitik]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Che ruolo può avere ancora l’attenzione internazionale? La nostra presenza sul territorio, il nostro sguardo, le nostre critiche, i nostri tentativi di boicottare, delegittimare e condannare il progetto sionista di Israele? </p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/che-senso-ha-parlare-ancora-di-palestina/">Che senso ha parlare ancora di Palestina?</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><br>Oggi è venerdì. È il giorno santo per i musulmani. Vuol dire che nelle città palestinesi è difficile trovare un negozio aperto, o un servizio di trasporto. Il venerdì si prega, ci si riposa, <strong>e si organizzano le manifestazioni contro l’occupazione militare israeliana</strong>. Fino a qualche anno fa, di venerdì, c’era l’imbarazzo della scelta rispetto a quale manifestazione seguire. La preparazione era lunga, specialmente nelle grandi città, dove spesso se ne organizzava anche più d’una, a Jenin, a Nablus, Tulkarem, Al-Khalil, Al-Quds, o nei villaggi più piccoli, a ridosso del muro, o di qualche nuova colonia; o ancora a Gaza, prima del 7/10. Si usciva la mattina, si finiva di casa in casa a bere zuccheratissimo <em>shai</em> alla menta con i partigiani palestinesi, si parlava della giornata a venire, ci si coordinava, e poi si camminava per ore sotto al sole.<strong> </strong></p>



<p><strong>Spesso la manifestazione finiva con una sassaiola contro l’esercito d’occupazione, il quale rispondeva sparando sulla folla di <em>shabab</em>, la gioventù resistente</strong>. Ogni settimana ci scappava almeno un morto, destinato a diventare uno dei tanti martiri della resistenza palestinese. A volte i morti erano decine, come decine erano, di norma, anche gli arresti. Il 40% dei palestinesi maschi è stato almeno una volta in carcere, il tasso di condanna nei processi contro i palestinesi è del 99,7%,<sup data-fn="a1a53a14-39b9-43e7-bb47-160c536d443e" class="fn"><a id="a1a53a14-39b9-43e7-bb47-160c536d443e-link" href="#a1a53a14-39b9-43e7-bb47-160c536d443e">1</a></sup> quello degli israeliani denunciati dai palestinesi è invece solo del 1.8%.<sup data-fn="7f3880f8-00a2-43e5-914e-c8e24b534aec" class="fn"><a id="7f3880f8-00a2-43e5-914e-c8e24b534aec-link" href="#7f3880f8-00a2-43e5-914e-c8e24b534aec">2</a></sup> I palestinesi possono inoltre essere detenuti preventivamente per 6 mesi,<sup data-fn="50a190f4-4eac-4ed9-bbbb-a75a006d1792" class="fn"><a id="50a190f4-4eac-4ed9-bbbb-a75a006d1792-link" href="#50a190f4-4eac-4ed9-bbbb-a75a006d1792">3</a></sup> rinnovabili illimitatamente, anche senza alcuna incriminazione o ragionevole sospetto, cosa che capita spesso a chi partecipa a una manifestazione, o a chi ha la sfortuna di essere nato su un terreno finito nel mirino dei coloni.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



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<p><br>Oggi le manifestazioni del venerdì sono molte di meno, si contano su una mano. Nell’economia di guerra israeliana, un sasso vale una pallottola, ma a volte basta meno, basta presenziare a una preghiera collettiva, od organizzare una marcia pacifica verso il muro che separa Gaza dai confini del ‘48, per meritarsi una scarica indiscriminata di fuoco. <strong>Per questo alle manifestazioni gli <em>shabab</em> non partecipano neanche più. Di giovani, quindi, non se ne vedono.</strong> Ne stavano morendo troppi, decimati dai cecchini arroccati nelle colonie illegali di Israele, o giustiziati dall’esercito di occupazione, a distanza ridotta. A Beita per esempio, una cittadina poco lontana da Nablus, il piccolo consiglio di anziani &#8211; saranno 20-30 persone &#8211; che si ritrova in cima alla collina ogni venerdì per pregare simbolicamente per un quarto d’ora in direzione della collina dove sorge la colonia illegale di Evyatar, ha scelto di escludere gli <em>shabab</em> dalla preghiera. Non ne valeva semplicemente più la pena, <strong>in città non c’erano più giovani,</strong> e il loro martirio non stava neanche riscuotendo chissà quale attenzione internazionale.</p>



<p>L’anno scorso un po’ di clamore l’ha riscosso<a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Killing_of_Ay%C5%9Fenur_Eygi#Biography"> la morte di Ayşenur Eygi</a>, un’attivista turco-statunitense, che osservava pacificamente la preghiera di Beita, da una posizione defilata e verso la fine della manifestazione. <strong>Nonostante il proprio passaporto privilegiato, a condannarla a morte è stato il colore della pelle e l’aspetto arabo che hanno confuso l’esercito israeliano, convinto di aver giustiziato impunemente solo l’ennesima palestinese.</strong> Non che la dinamica della sua morte sia in qualche modo eccezionale, né che sia valsa a granché, se non a intimidire anche gli attivisti internazionali, che oggi non partecipano quasi più alle proteste.</p>



<p>Per questo ormai a Beita il venerdì sulla collina si vedono solo vecchi e bambini, i vecchi si stendono sui tappeti in preghiera, hanno scelto un punto dal quale i rami li proteggono dal sole e dai mirini dei cecchini. I bambini sorvegliano invece l’ingresso, nella speranza che i cecchini risparmino almeno loro. La polizia israeliana presidia, riprende e intimidisce, in tenuta d’assalto. Appena abbandona il posto, finita la preghiera, arrivano puntualmente i coloni, scesi da Evyatar, che avanzano tra gli ulivi; si vedono le macchie di seta bianca confuse tra i rami, i riccioli neri al vento,<strong> i fucili d’assalto a tracolla</strong>. Se ci sono anche attivisti internazionali, o meglio ancora israeliani, che si frappongono fra i due schieramenti, interviene l’esercito, uscendo dalla colonia illegale,<strong> nella quale risiede con il proprio accampamento</strong>, e prova a schedare tutti i presenti, tranne i coloni ovviamente. Se in collina ci sono solo palestinesi spesso i coloni aprono il fuoco, e dei militari nessuna traccia.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe title="The Settlers (inside the Jewish settlements)" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/prqtXMSdeUw?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p><br><br>A Beita siamo passati nel contesto di un viaggio in Palestina. O sarebbe meglio dire un viaggio nei territori occupati da Israele in Cisgiordania, <strong>nelle briciole scollegate che rimangono della terra assegnata come Stato ai palestinesi dagli accordi di Oslo</strong>. Quello che segue perciò è l’ennesimo resoconto di un viaggio in Palestina, l’ennesimo tentativo di fissare nero su bianco la storia recente di un popolo, il suo massacro, l’apartheid a cui è soggetto, <strong>l’oppressione più documentata della storia dell’umanità</strong>, che continua a peggiorare e aumentare d’intensità, nonostante i libri, i documentari, i film, i racconti, i fumetti, gli articoli, le prese di posizione di personaggi celebri e influenti. E che non riguarda un popolo lontano sul quale l’occidente non ha alcuna influenza, ma una costola di esso, <strong>il prodotto dell’irrisolto antisemitismo occidentale militarizzato per colonizzare il Medio Oriente</strong>, con la scusa di emendare i peccati della Seconda Guerra Mondiale. È perciò il resoconto dello sconforto e del dilemma di provare ancora una volta a parlare di Palestina, quando nonostante i fiumi di parole e di pellicole la situazione non fa che accelerare in brutalità, la Cisgiordania continua a dissolversi a ritmo crescente, mentre Gaza vive, può darsi, gli ultimi giorni da territorio palestinese, in un cumulo di macerie, cadaveri e tende di fortuna.&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>Si potrebbe perciò parlare ancora una volta di come, dal 7/10, la situazione palestinese sia diventata catastrofica. Di come le operazioni di insediamento di nuove colonie in Cisgiordania abbiano preso una velocità senza precedenti all’indomani dell’attacco di Hamas, del livello di impunità e di ferocia con cui operano i coloni, di come la loro società si stia espandendo guidata da fanatici religiosi sovvenzionati e armati fino ai denti, abituati a una economia di guerra che non potrà arrestarsi neanche con la conquista di Gaza e della Cisgiordania, <strong>dei progetti della Grande Israele e del suo <em>Lebensraum</em> che già la proietta in Libano, in Siria, e magari un giorno anche in Egitto, in Giordania</strong>… di tutto questo e di tante altre considerazioni allarmanti e angoscianti si potrebbe parlare ancora, ma lo hanno già fatto in molti e più autorevoli, le informazioni e le considerazioni sono disponibili a chiunque se ne voglia interessare, e un viaggio in Palestina, sebbene costringa a confrontarcisi, non offre alcuna prospettiva più ampia di quella che non possa essere abbracciata da una serie di ricerche su internet. <strong>E allora che senso ha continuare a parlarne?</strong> Che senso può avere avuto anche esserci andati di persona, oltre al proprio tornaconto personale nel poter dire di esserci stati, i punti militanza riscossi, e la pace dell’anima di chi si può raccontare di aver quantomeno provato a fare qualcosa?&nbsp;</p>



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<p>       <br>Vittorio Arrigoni suggeriva di ridurre al minimo i personalismi e la retorica nei resoconti sul campo, di limitarsi a documentare quanto più possibile quello che stava succedendo, senza orpelli e abbellimenti, senza cadere nella tentazione di autocompiacersi. Quando è morto a Gaza, 15 anni fa, la situazione era ben diversa, così come la natura della resistenza, e il ruolo dei mediatori internazionali al suo interno, gli attivisti, i giornalisti. <strong>15 anni fa si pensava che lo sguardo internazionale potesse ancora fare da deterrente, limitare le ingiustizie e gli abusi di potere. Oggi la pressione che esercita è minima</strong>. I palestinesi, ormai del tutto disumanizzati agli occhi dei sionisti, si sentono certamente più al sicuro con la presenza solidale dei bianchi, sono i primi a confermarlo, ma che questo corrisponda a una loro effettiva sicurezza è discutibile.          <br><br><strong>La percezione diffusa è che agli israeliani ormai interessi poco di quel che pensa di loro la società civile internazionale</strong>. L’impunità per le atrocità commesse a Gaza ha anzi rassicurato i coloni della Cisgiordania, che ormai non sembrano neanche prendersi più la briga di fabbricare dei pretesti legali per l’occupazione illegale dei territori. Fino a qualche mese fa, inoltre, si poteva usare anche la solita giustificazione coloniale, che Israele sarebbe l’unica democrazia del Medio Oriente &#8211; come i coloni inglesi erano gli unici cristiani di America -, mentre gli arabi sono per cultura terroristi machisti, e che nell’esercito di occupazione israeliana sono ammesse anche le donne, i gay e i vegani. <strong>Oggi però Israele somiglia sempre di più a un pericoloso e spregiudicato regime militare di estrema destra, che vive di guerra e conquista, alle quali non può rinunciare se non a rischio di implodere, che incentiva e sovvenziona fanatici xenofobi, guerrafondai e suprematisti, incurante delle condanne internazionali e della vita umana; parlarne oggi in termini di democrazia dovrebbe apparire a tutti quantomeno strumentale e miope, e la giustificazione ha perso molta credibilità</strong>. Oltre a ciò la felicità propagandata dalle spiagge di Tel Aviv con i cocktail in mano somiglia ormai più all’isterico giardinaggio del film <em>La zona d’interesse</em>, a ridosso di un muro oltre il quale si consuma un genocidio (un recente sondaggio vede Israele all’ottavo posto al mondo per tasso di felicità percepita dei propri abitanti, se i palestinesi fossero anche solo i loro vicini e gli israeliani non avessero nulla a che fare con la guerra il dato rivelerebbe comunque un allarmante disumanità). Ormai ai coloni non rimane che il mantra che ripetono ossessivamente, ovvero che quelle terre si chiamano Giudea e Samaria, come recita l’Antico Testamento, e i palestinesi non esistono, o se esistono sono arabi jihadisti e farebbero meglio ad andarsene e smettere di opporre resistenza all’inevitabile realizzazione territoriale del popolo eletto, <em>from the river to the sea</em>…       </p>



<p><a href="https://t.me/PalestineMovies">https://t.me/PalestineMovies</a> <sup data-fn="85445775-ce1b-4ce7-a327-dab1760c7dd9" class="fn"><a id="85445775-ce1b-4ce7-a327-dab1760c7dd9-link" href="#85445775-ce1b-4ce7-a327-dab1760c7dd9">4</a></sup></p>



<p><br>Perciò che ruolo può avere ancora l’attenzione internazionale? La nostra presenza sul territorio, il nostro sguardo, le nostre critiche, i nostri tentativi di boicottare, delegittimare e condannare il progetto sionista di Israele? Offrono un po’ di conforto le parole di Ilan Pappé, storico israeliano anti-sionista, che sebbene dipinga un quadro sconfortante, ricorda, con sensibilità da storico, <strong>che è proprio quando i regimi diventano così spudoratamente incuranti dell’opinione internazionale e non si preoccupano neanche più di nascondere i propri crimini all’esterno, è proprio allora che iniziano a crollare, anzitutto da dentro</strong>. E sembra in effetti che il numero di disertori dell’esercito e di israeliani che si dichiarano anti-sionisti sia in crescita, soprattutto tra quelli tra di loro che parlano arabo. Il tema del ruolo degli attivisti israeliani è comunque spinoso, perché sebbene siano ad oggi gli occidentali più utili sul campo, per via della continuità che possono offrire, per la lingua che parlano, e per i maggiori diritti di cui godono, è difficile trovarne qualcuno che metta in discussione la legittimità del progetto sionista <em>tout court</em>; sono più spesso invece favorevoli alla “soluzione” a due Stati, una moderazione che dovrebbe convenire sulla realtà <em>de facto </em>dello Stato israeliano, ma limitarne l’estensione ai confini del ‘48.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br><br>Oggi perciò il ruolo degli occidentali in Palestina, così come in altri posti caldi del pianeta, <strong>deve necessariamente ridimensionarsi ed evolvere, adattarsi all’indifferente cinismo con cui si risolvono i conflitti nel clima di tensioni internazionali, accettare la propria crescente irrilevanza, e riconoscere la desensibilizzazione mediatica dell’occidente</strong>. La maggior parte delle associazioni si sono oggi infatti ridimensionate, non pretendono più di coordinare azioni dirette contro Israele o contro le sue infrastrutture, quanto invece offrire una presenza idealmente costante di solidarietà, aiuto e documentazione. È un lavoro dignitoso, utile, arricchente, permette a una parte della cultura palestinese di raccontarsi, aiuta chi sceglie di resistere all’oppressione e non cede al ricatto dei coloni a recuperare energia e vigore, a non sentirsi abbandonato, a durare un altro po’, a non lasciare la propria terra che verrebbe immediatamente requisita dai coloni o dall’esercito, e mai più restituita. </p>



<p></p>



<p>Non si tratta più, perciò, della speranza di agevolare direttamente il processo di liberazione della Palestina da parte dei palestinesi, questa speranza, ad oggi, è poco influente. Qualsiasi forma di resistenza pacifica viene repressa, spesso violentemente; qualsiasi forma di resistenza violenta o armata incontra invece una rappresaglia israeliana di una violenza molto superiore, che è difficile distinguere dalla cieca vendetta.<strong> Si tratta invece, per ora, soltanto di resistere, e di farlo il più a lungo possibile, guidati da una nuova speranza, che Israele collassi sotto la spinta della sua stessa onda distruttiva, che il martirio degli <em>shahid</em> palestinesi non sia invano, ma costringa Israele a mostrare la sua vera natura, costringa il progetto sionista a realizzarsi per quel che è sempre stato, un progetto di colonizzazione occidentale a sfondo razzista e teocratico</strong>. Si tratta di raccontare ancora, fino allo stremo, la storia dei palestinesi, di tutti i palestinesi, ciascuna piccola storia di oppressione quotidiana e tragedia, darle dignità, renderla visibile, non perché serva a qualcosa, non con il fine di impietosire le potenze occidentali, o di invertire la rotta, <strong>ma per testimoniare di un’umanità diversa, che si esprime nella solidarietà con i popoli oppressi, anche e soprattutto quando sembra che non serva a nulla. </strong>        <br><br>Per questo motivo racconteremo, nelle prossime settimane, sempre di venerdì, tre storie di quello che abbiamo visto in Palestina. La nascita e lo sviluppo di un accampamento illegale a ridosso di un villaggio palestinese, la storia di resistenza di una famiglia eroica, circondata dai militari, e le impressioni diverse che si provano nell’introdursi in due grandi città palestinesi, una ancora “libera” e fiera, Nablus, l’altra divorata dal cancro di una colonia israeliana che si espande al suo interno, sopprimendone la vitalità, divenuta il simbolo più noto dell’oppressione palestinese: Al-Khalil (Hebron).   </p>



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<p>&nbsp;</p>


<ol class="wp-block-footnotes"><li id="a1a53a14-39b9-43e7-bb47-160c536d443e">https://www.972mag.com/conviction-rate-for-palestinians-in-israels-military-courts-99-74-percent/ <a href="#a1a53a14-39b9-43e7-bb47-160c536d443e-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 1">↩︎</a></li><li id="7f3880f8-00a2-43e5-914e-c8e24b534aec">https://www.haaretz.com/israel-news/2023-08-03/ty-article/.premium/a-quarter-of-palestinians-jailed-in-israel-are-imprisoned-without-charges-or-trial/00000189-bce5-d9f3-a1cd-bfff64f00000 <a href="#7f3880f8-00a2-43e5-914e-c8e24b534aec-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 2">↩︎</a></li><li id="50a190f4-4eac-4ed9-bbbb-a75a006d1792"><em>ibidem</em> <a href="#50a190f4-4eac-4ed9-bbbb-a75a006d1792-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 3">↩︎</a></li><li id="85445775-ce1b-4ce7-a327-dab1760c7dd9">Canale telegram che raccoglie prodotti audiovisivi e libri sulla Palestina, in particolare consigliamo il recente documentario di Louis Theroux, The Settlers (2025).  <a href="#85445775-ce1b-4ce7-a327-dab1760c7dd9-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 4">↩︎</a></li></ol><p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/che-senso-ha-parlare-ancora-di-palestina/">Che senso ha parlare ancora di Palestina?</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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		<title>Alla Palestina serve un Gandhi o un Mandela (purtroppo).</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Feb 2025 11:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Alla Palestina serve un movimento guidato da un leader, possibilmente scolarizzato in occidente, o che piaccia già all’opinione pubblica occidentale, un Gandhi o un Mandela, che rinunci alla lotta armata e, scortato dai media, mostri l’altra guancia ai coloni israeliani.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Anzitutto una premessa, il fatto che alla Palestina serva una figura simile al <strong>Mahatma Gandhi</strong> o a <strong>Nelson Mandela</strong>, i paladini da stencil della protesta non-violenta, della disobbedienza civile, non significa che ciò sia quel che la Palestina si merita. La Palestina e i palestinesi si meriterebbero che la maggior parte degli ebrei di Israele lasciassero la Terra Santa, si rimescolassero ai loro connazionali europei e americani, magari nel frattempo guariti dal virus dell’antisemitismo, e che venisse loro accordato un risarcimento, probabilmente inquantificabile, per i danni subiti negli ultimi 70 anni come conseguenza di una guerra fratricida tra i popoli europei. Questo è quello che i palestinesi, probabilmente, si meriterebbero, se a determinare la storia non fossero i rapporti di forza, ed è anche lo scopo che la maggior parte delle frange estremiste si sono prefissate di raggiungere tramite <strong>la lotta armata e indiscriminata contro gli israeliani, concepiti, per il fatto stesso di trovarsi in territori occupati, come colpevoli invasori</strong>, anche se trascorrono vite innocenti e serene, protette da mura ad alta tensione e guardie giurate dell’esercito.   </p>



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<p><br><br>Ma è una soluzione troppo ambiziosa se considerata<strong> la disparità di mezzi tra le due parti in causa</strong>. Mezzi che Israele si sente legittimato ad usare proprio nel momento in cui subisce un attacco. Motivo per il quale ogni Intifada, ad oggi, si è conclusa con un ulteriore perdita di terreno e mezzi da parte dei palestinesi, un monte vittime sproporzionato e impietoso, numeri da rappresaglia. Per ogni israeliano morto o ferito in un’esplosione di insofferenza violenta sono morti, ogni volta, circa 10-15 palestinesi. Nella prima, del 1987, morirono 160 israeliani, e 1.100 palestinesi. Nella seconda, a fronte di 1.000 vittime israeliane ce ne furono 5.000 palestinesi. Se il 7/10, poi, ha causato circa 1.600 morti israeliani, le morti palestinesi ad oggi si aggirano intorno alle 50.000, ma sono probabilmente molte di più. Per questo motivo le strade che si profilano per la Palestina sembrano essere 3:         <br><br>1) <strong>Una lenta ma violenta occupazione da parte di Israele di tutti i loro territori</strong>, come è avvenuto in Cisgiordania dalla guerra dei sei giorni fino ad oggi, con la supervisione impotente di Fatah, che rinsecchisce progressivamente quei lembi di territorio che si possono ancora chiamare Palestina senza scadere nel ridicolo, alla quale nessuno oppone più alcun tipo di resistenza, premurandosi invece di preparare la propria vita da esiliati in Giordania o da subordinati al popolo israeliano;     <br><br>2) <strong>Una veloce eliminazione di tutto ciò che rimane della resistenza palestinese, trucidata dai droni e dalle truppe d’assalto dell’IDF (truppe di “difesa”, per l’appunto), legittimata dai tentativi di quella stessa resistenza di esercitarsi attraversi la lotta armata</strong>. Ovvero ancora altri 7/10 e ancora altre occupazioni militari della Palestina, in parte legittimate da un’opinione pubblica israeliana comprensibilmente faziosa, fino all’inevitabile vittoria totale di Israele e la sua sovrapposizione geografica a quei territori che 150 anni fa l’Inghilterra battezzò come Palestina;      <br><br>3) <strong>La nascita di un movimento guidato da un leader, possibilmente scolarizzato in occidente, o che piaccia già all’opinione pubblica occidentale</strong>, un Gandhi o un Mandela, che rinunci alla lotta armata e mostri l’altra guancia ai coloni israeliani e all&#8217;esercito, avanzando, scortato dai media, nei territori occupati, esponendosi a un martirio difficile da legittimare.     <br><br>Esisterebbe anche una quarta opzione, quella di una vittoria sul campo raggiunta grazie al sostegno dell&#8217;asse della Resistenza, ma è certamente, tra tutte, la più improbabile.     <br><br>Ciò di cui la resistenza palestinese ha bisogno, piuttosto, è la disobbedienza civile. Ma non quella alla Thoreau, la distaccata e fiera non-partecipazione, con annessa accettazione stoica delle conseguenze. Israele non vedrebbe l’ora e in parte è ciò che sta già avvenendo. Ciò che serve &#8211; <strong>di nuovo non ciò che sarebbe giusto, ma che serve</strong> &#8211; è una <strong>non-violenza militante, rumorosa, mediatizzabile</strong>. Serve una bella storia, una narrazione travolgente, dai contorni misticheggianti, come solo la Terra Santa sa fornirne. Serve una figura legittimata alla violenza vendicativa da un passato di soprusi subiti, un orfano nomade, un prigioniero politico, che rinuncia però alla lotta armata in nome della pace e della integrazione, come Mandela. Oppure un mandarino che abbia saputo integrarsi a pieno nel mondo occidentale, come Gandhi, magari un CEO della Silicon Valley di origine palestinese, che rinunci ai propri privilegi per camminare scalzo tra le rovine di Gaza, raccogliendo odio e frustrazione e seminando un perdono immeritato. impietosendo nella vergogna l’opinione pubblica occidentale e israeliana.<br><br>L’Occidente conosce fin troppo bene il linguaggio della forza, sa muoversi con maestria sul piano materiale della conquista, della guerra, dell’infiltrazione tecnologica, mediatica, politica, di tutto ciò che è mondano e quantificabile. Sul questo piano, ad oggi, risulta imbattibile. Se, per frustrazione, gli si scaglia una pietra contro, sa rispondere con un arsenale di macigni. <strong>Non sa e non ha mai saputo come comportarsi, però, davanti al perdono immotivato, al martirio, a chi risponde alla sua violenza con la compassione</strong>. Le violenze perpetrate sulla popolazione di Gaza hanno diffuso l’indignazione nei confronti di Israele in tutto il mondo, ma la destra di Netanyahu ha potuto giustificare a sé e alle altre potenze coinvolte i propri abusi di potere richiamandosi al 7/10. <strong>Mostrare l’altra guancia sarebbe certo già di per sé un fallimento e un riconoscimento della legittimità dell’esistenza di Israele, persino una forma compiacente di mansuetudine, che metterebbe in una posizione di prestigio e totale discrezione l’esercito israeliano ai danni della resistenza.</strong> Qui non si tratta, ancora una volta, di cosa sia giusto o meno, ma di quali strade rimangono realisticamente a disposizione per il popolo palestinese.  </p>



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