<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Adelphi Archivi - Il Nemico</title>
	<atom:link href="https://ilnemico.it/tag/adelphi/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://ilnemico.it/tag/adelphi/</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Wed, 21 May 2025 11:39:57 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.9.4</generator>
	<item>
		<title>Rosa Matteucci salvaci</title>
		<link>https://ilnemico.it/rosa-matteucci-salvaci/</link>
					<comments>https://ilnemico.it/rosa-matteucci-salvaci/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 May 2025 10:43:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dissesto editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Intellighenzia]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Adelphi]]></category>
		<category><![CDATA[Cartagloria]]></category>
		<category><![CDATA[Costellazione familiare]]></category>
		<category><![CDATA[Intellettuali]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Rosa Matteucci]]></category>
		<category><![CDATA[Tutta mio padre]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://ilnemico.it/?p=2226</guid>

					<description><![CDATA[<p>Rosa Matteucci riesce a essere la grandiosa scrittrice che è mantenendosi pure del tutto estranea dal ceto intellettuale italiano. Anzi: che in qualche modo può esserne l’antidoto.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/rosa-matteucci-salvaci/">Rosa Matteucci salvaci</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nella mia vita, forse per immedicato infantilismo, tendo a pensare per idealizzazioni, presto disfatte. Invano, sono stato convinto che Matteo Renzi potesse trasformare l’Italia del 2014 nell’Impero Britannico del 1901, che lo sciamano Alex Belli potesse vincere il Grande Fratello Vip del 2021, che Paul McCartney potesse rispondere alla mia ultima cartolina da Quercianella. A oggi – maggio 2025 – persisto soltanto nel credere che i Maneskin possano considerarmi come sostituto di Damiano David, magari doppiato,<strong> e che Rosa Matteucci, da poco tornata in libreria con <em>Cartagloria</em> (Adelphi), sia una delle poche speranze di salvezza per la nostra letteratura</strong>. Sui Maneskin, aspetto che la scelta solista di Damiano si faccia definitiva. Su Rosa Matteucci, invece, penso di avere qualche argomento a sostegno della mia fiducia.</p>



<div type="newsletter" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Che Rosa Matteucci sia tra le grandi scrittrici e scrittori italiani degli ultimi 50 anni non sono il primo a pensarlo, e chi lo ha fatto prima di me era certo più intelligente e capace (Carlo Fruttero: 500 insuperabili parole per l’uscita di <em>Cuore di mamma</em>, nel 2006, sulla «Stampa», e forse anche altrove, se ne siete a conoscenza vi prego segnalate). <em>Cartagloria</em>, il suo ultimo romanzo, lo conferma: ancora una volta – vestendola di una prosa eccezionale – racconta parte della sua infanzia e della sua vita matura, qui concentrando le vicende sulla sinusoide della propria educazione spirituale, intercalata – condizionata? sembrerebbe – dalla catastrofe economico-affettiva della famiglia di origine che abbiamo già conosciuto e che solo la sua scrittura riesce a ingentilire: su tutti, ovviamente, il padre buono ma sciagurato, privo di senso finanziario e incline al pensiero magico, e la madre severa, spietata, fredda<strong>. Parole bandite: <em>disfunzionale</em>, <em>narcisismo</em>, <em>anaffettivo</em>, <em>trauma</em>. Bandito, insomma, lo psicologismo d’accatto</strong>. Qui le dinamiche familiari – materia prima dei grandissimi – tornano nell’ambito in cui rendono meglio, la letteratura. La crudeltà, l’ambivalenza, i condizionamenti, gli automatismi, la commozione, la tenacia, la pervasività, l’affetto vincolato o senza riserve, lo sconforto, la micragna, le illusioni, i rimpianti, <strong>la speranza che le persone amate possano cambiare, stare meglio</strong>. Questa è la famiglia, quando compresa, e questo c’è sempre, nei libri di Rosa Matteucci. Che <strong>con una grazia invidiabile riesce a non cadere mai nel pietismo, nell’autocommiserazione, nella lagna</strong>: anzi, con il suo gusto per il dettaglio, un prezioso catalogo di aneddoti e un formidabile senso dell’umorismo, racconta le tragedie della famiglia senza filtrarle, e ci fa anche ridere.</p>



<p>In <em>Cartagloria</em>, però, almeno rispetto a <em>Tutta mio padre</em> e a <em>Costellazione familiare</em>, la famiglia, presenza iniziale, si defila poi sullo sfondo, e lascia campo alla Matteucci – piccola, adolescente, giovane, adulta, ma sempre, con una sintesi che Lacan se la sogna, «bambina-io» –, al suo «apprendistato per la fine dei tempi», cioè ai suoi tentativi di trascendenza, autentici o posticci, deliberati o imposti, convenzionali o inediti: sul costante sottofondo di una incrollabile fede nella letteratura, si alternano il desiderio d’infanzia per un sacramento mancato (la comunione), i viaggi in India tra storpi e hotel a 5 stelle – già in <em>India per signorine </em>–, l’epifanico pellegrinaggio su treno Unitalsi a Lourdes – già nell’omonimo romanzo –, il famigerato buddhismo genovese, streghe da mercato e offerte d’ayahuasca (50€: anche pochi), richieste di esorcismi risposte con opuscoli illustrativi, l’approdo finale e pacificante alla messa con rito tridentino, nel rifiuto della «lebbra relativistica». Il tutto, ancora, alla maniera dei migliori<strong>: sublima il dolore e il disastro, per lasciarci solo il massimo divertimento delle sue storie e delle sue invenzioni linguistiche, spiritosissime</strong>. Due esempi tra i primi che ho segnato:</p>



<p><em>Mi colse il terrore, che provo ancora oggi, di essere destinata a reincarnarmi, nel quadro del samsara più cesso del mondo, in un lettino del pilates. Pavento di trasformarmi nell’attrezzo dove fa gli esercizi l’ex segretario comunale, che soffia come un mantice, confonde l’inspirazione con l’espirazione, agita le gambette a stecco, ogni tanto molla un peto involontario, si lamenta di continuo, con voce atona dichiara che ha male al collo, sa di sudore rancido, ascelle e piedi compresi, e soprattutto, una volta terminata la lezione, pretende di fare battute di spirito.</em></p>



<p>[Sull’autobus verso l’esorcista] <em>A bordo dell’autobus non c’era nessuno, sotto il mio sedile giaceva un enteroclisma accanto a un pacchetto di caramelle Mentos; l’autista, anziché la strada, una serie di tornanti, guardava sul cellulare un video della Gialappa’s.</em></p>



<p>Irraggiungibile, poi, la riesumazione di un trisavolo per mano di un operatore cimiteriale con l’orgasmo di Cicciolina come suoneria del cellulare.</p>



<div type="product" ids="2009" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Nello stile, come anticipato, <em>Cartagloria</em> si mantiene fedele ai predecessori: unico e riconoscibile. E allora converrà direttamente citarlo, Fruttero, perché lo ha descritto benissimo:</p>



<p><em>Rosa Matteucci fa esattamente il contrario, cioè scrive davvero […] Si sente subito che tutto conta, che l’autrice ha in mente un disegno preciso, che se le andrai dietro qualcosa ne ricaverai. Piccoli spostamenti di avverbi, aggettivi divelti dal loro consueto sostantivo, similitudini non bislacche e tuttavia impensate, oggetti quotidiani, «bassi», infilati tra nobili o tragici eventi. Non c’è alcun virtuosismo, nessuna bravura esibita. Non si ammira nessuna «bella pagina», ma le tante piccole rugosità, i minuscoli spigoli e sobbalzi, ti tengono sveglio, vuoi sapere dove ti sta portando questa singolare manovratrice</em>.</p>



<p>Ma qui, rispetto ai vecchi romanzi, c’è una differenza. <strong>La scrittura è meno aspra, le “rugosità” sono minori, la sintassi più scorrevole, piana</strong>. Questo avviene non certo per una crescita (Matteucci è di quelli che nascono – letterariamente – adulti), ma forse, azzardo, perché la materia trattata – in paragone alle storie del padre e della madre – è ora più dicibile, per ovvi motivi meno sofferta, e non ha bisogno d’imbarocchirsi.</p>



<p>Lo so che sto dando per scontato che il racconto coincida con le vicende di vita dell’autrice, e forse dovrei farlo con cautela, visto che l’ultima volta che l’ho fatto Roland Barthes per la rabbia mi ha staccato l’antenna della Passat. Ma è un mio limite: non vedo altro, quando leggo un libro, se non la persona che lo ha scritto<strong>. Se il libro è un troiaio, mi appaiono le velleità dell’autore, non i difetti strutturali o i personaggi male sfaccettati. Se il libro è un capolavoro, cerco di capire in che modo la vita di chi lo ha scritto lo abbia condotto a quel risultato.</strong> Ora: quante volte, dalle nostre professoresse di letteratura, abbiamo sentito ripetere che Gustave Flaubert, mentre si provava la giarrettiera della madre allo specchio del bagno, ripeteva “Madame Bovary c’est moi”? Tantissime.</p>



<p>Eppure, al di là dei discorsi sulla morte dell’autore, anche l’autobiografismo dichiarato, nelle arti, ormai ci insospettisce. Si sente dire che è una soluzione di ripiego, quando latitano il senso creativo, l’invenzione, lo studio. Fissazione onnipresente: alle fiere del libro, nei proclami dei critici – chiacchiere da bar per gente che al bar non facevano entrare –, nei corsi di scrittura creativa, dove, <em>ovviamente</em>, gli insegnanti preferiscono consumare i loro martedì sera a incentivare sprazzi di picarismo piuttosto che a leggere flash borghesi intorno alla catena causale che ha portato la corsista X a ingoiare sette Momendol per punire il marito fedifrago prima di realizzare che nessuna punizione sarebbe stata altrettanto efficace quanto il farlo convivere con un’aspirante romanziera cinquantaduenne che a letto, invece di sbuffare, ora fa le due e mezzo leggendo sottovoce (mica tanto) Bolaño, tetramente illuminata dai suoi occhialini lampadinati. <strong>Ma la grande arte, invece, specie quella letteraria, è trasfigurazione, più che invenzione</strong>. E mica importa rammentare Nabokov: basta quello che di recente ha detto David Chase sulla sua Livia Soprano (nel documentario <em>Wise Guy</em>: correre, è su Sky). <strong>Il punto, come sempre, è che le cose bisogna saperle fare. E, tra chi l’autobiografismo lo sa fare, c’è di certo Rosa Matteucci, che della sua storia ha fatto letteratura</strong>.</p>



<div type="product" ids="2072" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>E qui torniamo alle mie speranze. Perché ad esaltarmi, derivata dai suoi libri e integrata dal poco che lascia filtrare di sé – ad esempio dal formidabile Instagram, zeppo di cani bruttini, invocazioni a santi minori, letture inusuali, senza traccia di ideologismi o partecipazione –, <strong>è l’ipotesi che Rosa Matteucci concede, ossia di essere la grandiosa scrittrice che è mantenendosi pure del tutto estranea dal ceto intellettuale italiano.</strong> Anzi: che in qualche modo possa esserne l’antidoto.</p>



<p>Quando leggo le sue pagine o vedo un suo post dove ringrazia per il dono della vita, <strong>m’illudo che si possa fare letteratura</strong><strong>‌</strong><strong> senza conformarsi al modello corrente di scrittore-intellettuale</strong>, necessariamente impegnato, necessariamente con un po’ di forfora, necessariamente con scarpe impresentabili, necessariamente scientista-razionalista, necessariamente ironico solo nei termini negli ambiti e nella direzione che vuole lui, necessariamente pop ma studiatissimo, necessariamente con occhiali a montatura spessa meglio se esagonale, necessariamente depositario di un’idea strumentale e cioè carrieristica dello scrivere (cambiamento sociale, sensibilizzazione sui temi, logiche di comunità, propaganda politica – oddio). Prevedibilissimo, insomma. Il contrario dell’arte. E io invece provo una divertita e sorpresa soddisfazione, pensando al fatto che una scrittrice di questo livello pubblichi ridanciani autoscatti con indosso borse di Louis Vuitton o in tenuta da pilates, perché sogno che la letteratura italiana possa smarcarsi dall’essere prerogativa e ricettacolo dei disagiati, dei pauperisti, della ipersensibilità esibita, dei pesoni, dei livori di chi non ce l’ha fatta altrove.</p>



<p>Questo è tutto. Inutile dire oltre, spero solo che più persone possibili si fiondino a comprare <em>Cartagloria</em>. Le ultime parole della giornata, invece, voglio rivolgerle a te, <strong>DAMIANO: io, francamente, credo che gli altri non ti meritino</strong>. Ma che è, quel capellone alla batteria, quella scalmanata col basso che pesta i piedi di continuo. Tu sei di un’altra categoria, con le tue occhiatine di traverso, un po’ funky un po’ nistagmo, numero uno. Abbandonali, dammi retta. Non ti sentire in colpa. Qualcuno al posto tuo lo trovano.</p>



<div type="geminga" class="wp-block-banner-post"></div>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/rosa-matteucci-salvaci/">Rosa Matteucci salvaci</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://ilnemico.it/rosa-matteucci-salvaci/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Chiudete Adelphi prima che sia troppo tardi!</title>
		<link>https://ilnemico.it/chiudete-adelphi-prima-che-sia-troppo-tardi/</link>
					<comments>https://ilnemico.it/chiudete-adelphi-prima-che-sia-troppo-tardi/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Oct 2024 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dissesto editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Adelphi]]></category>
		<category><![CDATA[Blazen]]></category>
		<category><![CDATA[Calasso]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[Mondadori]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://ilnemico.it/?p=1373</guid>

					<description><![CDATA[<p>Se l'unica di cui ci potevamo fidare ha imboccato la strada a senso unico che già fu di Feltrinelli e Mondadori, quale alternative restano, se non chiudere tutto? </p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/chiudete-adelphi-prima-che-sia-troppo-tardi/">Chiudete Adelphi prima che sia troppo tardi!</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-text-align-right">«Quanto più il mondo è inconsistente, tanto più cresce il numero di coloro che hanno da lamentarsene. <br>Ma anche il loro lamento è inconsistente»</p>



<p class="has-text-align-right">Roberto Calasso, <em>L&#8217;innominabile attuale</em></p>



<p>Roberto Calasso è morto e Feltrinelli ha il 10% di Adelphi. Dal maggio 2027 anche Mondadori avrà il suo buon 10%. Siamo giusto in tempo. <strong>Anzi <em>siete</em> giusto in tempo per chiudere con un lieto fine.</strong> Lo sappiamo: tutto finisce e niente dura per sempre, speravamo di finire prima noi ma non importa, è andata così. Preferiamo vederla morta e continuare a contemplarne il cadavere squisito – a leggerne il catalogo già edito – che assistere impotenti al suo pervertimento. <em>Corruptio optimi pessima.</em></p>



<div type="newsletter" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>C’è stato un momento specifico nella mia vita di lettore inesperto in cui ho capito che Adelphi era l’unica di cui mi potevo fidare. <strong>Tutte le altre grandi case editrici, nonostante i capolavori che avevano in catalogo, potevano sempre rifilarti qualcosa di scadente. Solo Adelphi significava qualità assicurata</strong>. Non avrei mai visto su una di quelle copertine pastello il nome di una youtuber, ne ero certo. Adelphi significava cultura.</p>



<p>Poi bisogna essere onesti e ammettere che anche Adelphi ha pubblicato cose di minor valore letterario – anche se molte meno di tutti gli altri editori maggiori – ma il problema non è quello. Il problema non è neanche la prefazione a <em>Narcotopia</em> di Patrick Winn scritta da Saviano (che tra l’altro aveva già prefatto <em>Višera</em> di Šalamov, nel 2010, quando Calasso era ancora vivo e in retti sensi) ma il problema sono tutte le altre che temiamo arriveranno. Guardiamo con terrore al giorno in cui Adelphi pubblicherà un romanzo di Saviano. No, non stiamo dicendo che auguriamo a Saviano di finire in mano ai Casalesi, stiamo semplicemente dicendo che Saviano scrive male. <strong>Qualunque sia la valenza politica e civile dell&#8217;uomo Saviano, lo riteniamo come scrittore mediocre e come studioso</strong> <strong>irrilevante</strong>. Stiamo dicendo che se Adelphi pubblicasse un romanzo di Saviano vedremmo irreversibilmente intaccata quella garanzia di qualità, il mantenimento di quegli standard, che fino a oggi hanno caratterizzato la casa editrice.</p>



<p>Quando la prosa italiana era viva e vegeta – e il serpente della lingua cambiava pelle non nella pagina Facebook di Vera Gheno, ma sotto la penna di Landolfi o Ceronetti – Adelphi pubblicava pagine del genere: «Per l’italiano, il fatto di non essere in galera è semplicemente un segno che da noi lo Stato non funziona. E come potrebbe funzionare, avendo dei cittadini come lui? L’italiano libero è semplicemente un italiano che l’ha fatta franca». Chi parla è un Manganelli affatto ironico. <strong>Davvero vogliamo affiancare all’autore di <em>Mammifero italiano</em> e <em>Dall’inferno</em> i paladini della giustizia a buon mercato, gli inclusivi rigorosamente inclementi e intolleranti? </strong>Chi lo accetta senza battere ciglio, è complice – e questo ci riporta a Manganelli: «L’Italia – dove l’istituzione (la raccomandazione) fiorisce, ma che certamente non ne è il solo eden – non pare interessata ad una società giusta; essendo una società di moltissimi deboli e pochi potenti, è una società di complici»).</p>



<div type="product" ids="413" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Nel 2015 RCS, che possedeva il 58% della casa editrice, voleva vendere al gruppo Mondadori e Calasso intervenne esercitando un’opzione per acquistare le quote detenute da RCS e impedire che il passaggio avvenisse. Adesso sua figlia, Josephine Calasso, cede a Mondadori una parte delle sue azioni. <strong>Non ci vuole un medium per capire che il padre non sarebbe d’accordo</strong>, ma Josephine Calasso posta sotto la sua foto mentre fa aperitivo la falsa citazione di Calvino, quella che dice «prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore». Chiunque abbia letto davvero la <em>Lezione sulla leggerezza</em> sa che questa frase non c’è scritta, chiunque abbia mai letto Calvino dovrebbe nutrire dei seri dubbi sul fatto che potesse aver scritto una frase così banale.</p>



<p>Noi non vogliamo prendercela con chi non ha letto Calvino, né tantomeno vogliamo criticare le altre case editrici perché pubblicano prodotti mediocri o addirittura insulsi: va bene così, che lo facciano. Devono farlo. Ci sono persone a cui piace leggere quelle cose e non vediamo per quale motivo dovrebbero essere private di questo piacere. Ma neanche noi vogliamo essere privati della cultura. <strong>Vogliamo che si continui a riconoscere la differenza tra intrattenimento e cultura. Non è un discorso gerarchico, non sta a noi stabilire se una cosa è meglio dell’altra, non è una questione di snobismo.</strong> Ma noi vogliamo che continuino a esistere tutte e due. Che esista l&#8217;intrattenimento, la distrazione, <strong>ma per quale motivo la cultura deve morire nel tentativo di farsi intrattenimento</strong>? Adelphi comincerà a cercare di fare soldi con tutto ciò che gravita intorno ai libri, ma che libro non è, come gli altri editori maggiori? Dopo le shopper Adelphi, che già esistono e vanno alla grande, ci toccherà vedere la serie Netflix tratta dai romanzi di Bernhard? Indosseremo le t-shirt del merchandise di Fleur Jaeggy come quello di Sally Rooney?</p>



<p>Ormai da tempo la cultura insegue l’intrattenimento pensando di guadagnarci qualcosa, quando è evidente che queste scelte sono solo a perdere, la diluiscono fino a farla risultare annacquata e insapore. Seguire quel mercato, soci di Adelphi, vi costringerà a rinunciare a voi stessi, che invece siete gli unici ad avere ancora interi manipoli di fedelissimi lettori desiderosi di leggere cose belle. <strong>Gruppi di Adelphiani convinti la cui devozione è nata proprio dalla consapevolezza di avere a che fare con la cultura, la bellezza e il genio</strong>. Gente smaniosa di leggere il volume mai uscito che doveva seguire il primo, sontuoso, delle prose di Hofmannsthal (<em>L’ignoto che appare. Scritti 1891-1914</em>) stampato nel 1991. Lettori che vorrebbero avere tra le mani la vostra edizione di un libro prezioso come <em>Il parricidio mancato</em> (1985) di Emanuele Severino, che continua anche da morto (o meglio: uscito dal cerchio finito dell’apparire) ad essere uno degli autori più venduti del vostro catalogo. Persone private della possibilità di leggere i libri sulla musica e la teoria della composizione di Franco Donatoni, <em>Questo</em> (1970) e <em>Antecedente X</em> (1980), ormai introvabili perché mai più ristampati. (Qual è la colpa? Voler leggere testi scritti da autori competenti in materia?). Adelphiani che si disperano per <em>La carta è stanca</em> (1976) e <em>La vita apparente </em>(1982) di Ceronetti, che sono entrambi ormai esauriti da almeno quarant’anni – e valgono quasi tutta l’opera del loro autore. E potremmo ancora citare opere come <em>Il garbuglio</em> di Werner Kraft (1971), <em>Artemis Efesia</em> di Albino Galvano (1967), <em>Corna e lingua</em> di Alfred Salmony (1968), segni di una parete geroglifica scheggiata, fiati sottili di lingue dimenticate.</p>



<div type="product" ids="1350" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Ve lo diciamo con amore e apprensione, perché su questa colpa (dimenticare sistematicamente i giganti, e pubblicare l’insulso) <strong>la furia dell’Onnipotente non potrà che piombarvi addosso, contro i vostri primogeniti</strong> – e noi non vogliamo che accada.</p>



<p>Non vogliamo veder svanire l’universo culturale di Adelphi, costruito pubblicando autori che hanno storicamente esplorato visioni diverse e soprattutto lontane dalla triste e ripetitiva banalità dell’intellighenzia italiana di oggi.<strong> Ci preoccupa vedere la coerenza intellettuale che ha definito Adelphi per decenni, eredità di Roberto Calasso, diluirsi progressivamente.</strong> Trovarci a doverlo spiegare è già un sintomo della perdita di quella direzione unica e riconoscibile. «A chi non capisce l’allusione è inutile fornire la spiegazione» (Ceronetti)</p>



<p>Vi chiediamo di sigillare lo stile che Adelphi ha sempre mantenuto e il modo è uno solo:<strong> chiudere</strong>. Non si può fare altro. Dal momento che non vi possiamo chiedere di riportare in vita Bobi Bazlen e Roberto Calasso vi chiediamo una cosa molto più facile: chiudete. Morti i grandi ispiratori che l’hanno creata, a Adelphi non resta che continuare per inerzia, perdendo ogni giorno qualcosa e pervertendosi ogni giorno in qualcos’altro. Risparmiateci la visione di Chiara Valerio, tronfia delle sue strampalate sciocchezze, che siede sul trono di chi ha iniettato Nietzsche nelle vene piene di sangue stantio della cultura italiana. <strong>Chiudetela! Vi imploriamo! Adelphi non ha più ragione di esistere. Del resto, non ce la meritiamo</strong>.</p>



<div type="geminga" class="wp-block-banner-post"></div>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/chiudete-adelphi-prima-che-sia-troppo-tardi/">Chiudete Adelphi prima che sia troppo tardi!</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://ilnemico.it/chiudete-adelphi-prima-che-sia-troppo-tardi/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
