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	<title>Anni &#039;70 Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>La proprietà privata non è più un furto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Nov 2025 10:28:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Pomodori marci]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Anni '70]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
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		<category><![CDATA[La classe operaia va in paradiso]]></category>
		<category><![CDATA[La proprietà non è più un furto]]></category>
		<category><![CDATA[lotta di classe]]></category>
		<category><![CDATA[Mark Fisher]]></category>
		<category><![CDATA[Retromania]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Elio Petri è la politica che si fa cinema. Vediamo un po' più da vicino uno dei suoi capolavori.</p>
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<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="has-text-align-left">   <br>“Realismo capitalista: è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo” — Mark Fisher<br></p>
</blockquote>



<p class="has-text-align-left"><br>Nel suo saggio <em>Realismo capitalista</em> (2009), Mark Fisher sostiene che il capitalismo abbia assunto la forma di <strong>un sistema totale, tanto onnipresente e pervasivo da rendere inimmaginabile qualsiasi alternativa</strong>. Non si limita più all’economia, ma condiziona profondamente politica, cultura, società e psicologia individuale. È diventato l’orizzonte unico del pensabile.</p>



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<p>Il cuore pulsante di questo sistema è la proprietà privata dei mezzi di produzione e la concorrenza tra imprese, che influenzano la distribuzione della ricchezza, l’accesso al lavoro e le politiche pubbliche. Di riflesso, la cultura si modella secondo la logica del mercato, promuovendo la competizione e il successo individuale come valori centrali.</p>



<p>In questo meccanismo la pubblicità gioca un ruolo fondamentale: costruisce desideri, plasma bisogni e alimenta un consumo perpetuo. Ansia, alienazione e depressione diventano così i tratti distintivi dell’individuo contemporaneo. L’instabilità economica non è più un’eccezione ma la norma e uno degli effetti più devastanti del realismo capitalista è l’impoverimento dell’immaginazione politica: non solo si fatica a pensare un’alternativa, <strong>ma manca anche la forza culturale per desiderarla</strong>. L’arte, la cultura e l’educazione perdono il loro potenziale trasformativo, ridotte a merci, a intrattenimento innocuo o semplice decorazione.</p>



<p>Fisher individua inoltre un fenomeno che chiama “<strong>retromania</strong>”, la tendenza della cultura contemporanea a riciclare in modo ossessivo le forme del passato, rinunciando a innovazione e sperimentazione. Questo tema è centrale anche in <em>Retromania: la cultura pop alla fine del millennio</em> (2011) di Simon Reynolds, che descrive una cultura pop sempre più intrappolata in cicli nostalgici: revival musicali, culto del vinile, estetiche vintage e una digitalizzazione che ha reso il passato infinitamente accessibile. Il risultato è una perdita di originalità e di tensione verso il nuovo. Secondo Reynolds, questa regressione culturale riflette un bisogno diffuso di sicurezza in un mondo sempre più incerto. Le sue tesi, nel complesso, si rivelano perfettamente compatibili con quelle di Fisher. L’effetto di tutto ciò è una <strong>profonda depoliticizzazione della società</strong>, che finisce per accettare lo <em>status quo</em> come inevitabile, smettendo di immaginare che possa esistere un’alternativa. È quanto denuncia anche Alain Deneault in <em>Mediocrazia</em> (2015), dove descrive un sistema che ha sostituito la meritocrazia con la conformità. La mediocrità diventa norma, l’eccellenza viene scoraggiata e ogni forma di pensiero critico appare sospetta. Deneault non si limita alla diagnosi, ma invita a riabilitare valori come integrità, responsabilità e innovazione culturale, per sfidare la paralisi sociale che il capitalismo ha imposto.</p>



<p>C’è stato però un tempo in cui l’arte era ancora politica, capace di prendere posizione con forza<em>. La proprietà non è più un furto </em>(1973) di Elio Petri ne è un esempio perfetto. <strong>Il film non propone alternative concrete, ma enuncia con chiarezza la degenerazione di un’epoca: rendere privato ciò che era collettivo è un furto</strong>, e l’avvento del capitalismo segna il momento in cui “la proprietà privata non è più un furto”, ma normalità.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe title="la proprietà non è più un furto" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/Wh5g1mLDpzU?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div><figcaption class="wp-element-caption">Il film è disponibile in versione integrale su Youtube</figcaption></figure>



<p>Il protagonista, Total (interpretato da Flavio Bucci), è un impiegato di banca marxista e nevrotico, fisicamente allergico al denaro, che decide di perseguitare un ricco e volgare macellaio (Ugo Tognazzi). Non lo muove un motivo personale, ma una ragione etica<strong>: rifiuta che una figura tanto spregevole possa accumulare ricchezza impunemente</strong>. Vive di stenti con il padre pensionato, ma entrambi difendono con orgoglio i loro ideali, anche se il padre si rivela più corruttibile. Total, umiliato e frustrato, diventa un disturbo ossessivo per il macellaio: una presenza incessante, una zanzara che punge e che il denaro non può scacciare. Quando il macellaio capisce che Total è incorruttibile, reagisce con violenza e lo uccide. In quel gesto c’è tutto il potere distruttivo del capitalismo: ciò che non può essere comprato deve essere eliminato, anche a costo di generare odio, che finirà per uccidere a sua volta. Petri anticipa con lucidità molti dei temi che Fisher avrebbe affrontato quarant’anni dopo. Total è alienato, ma attivo; la sua alienazione lo rende nevrotico e combattivo, politicamente cosciente. È diverso dall’uomo di oggi, alienato anch’egli ma passivo, privo di ideali, immerso in una “mediocrazia” che livella tutto e tutti. L’epoca in cui il lavoro era riconosciuto per il suo valore ha lasciato spazio a un sistema che premia chi obbedisce e penalizza chi pensa.</p>



<p>Come mostra Petri, l’ideale, anche se fragile, è ciò che consente di resistere. Total rifiuta la corruzione anche a costo della vita, diventando una figura tragica ma coerente: ciò che oggi manca. Petri è sempre stato considerato un regista politico. Oltre a <em>La proprietà non è più un furto</em>, ha diretto <em>La classe operaia va in paradiso</em>, <em>Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto</em> e <em>Todo modo</em>: una tetralogia che affronta, attraverso il grottesco, le schizofrenie di una società alienata dal lavoro, dal potere, dal denaro e dalla religione.</p>



<p>Il critico Gianni Rondolino, pur muovendo riserve sulla profondità della sua opera, offre un punto di vista interessante: “Le due tendenze dello stile di Petri, fra realismo e metaforizzazione del reale, si scontrano il più delle volte sul piano di uno spettacolo corposo, attraente, a forti contrasti drammatici, che rimane alla superficie dei problemi affrontati, dandone un&#8217;interpretazione parziale e forzata in misura inversamente proporzionale alla sua aggressività formale.”</p>



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<p>Eppure è forse proprio questo stare “alla superficie”, <strong>questo essere pop, accessibile, teatrale</strong>, a rendere Petri oggi più attuale che mai. In un’epoca in cui tutto dev’essere realistico, “tratto da una storia vera”, la metafora ha perso forza: solo ciò che sembra autentico viene percepito come vero. In questo mondo iperrealistico l’egoismo, l’individualismo e l’egocentrismo dilagano. L’ideale del “bastare a sé stessi” si è radicato al punto da farci trascurare i figli per un “meeting” di lavoro o rischiare la vita per rispondere a una notifica sul telefono dimostrando che anche l’affetto viene subordinato al proprio benessere momentaneo.</p>



<p>Nel film, Total compie un gesto simbolico: toglie al macellaio il coltello, strumento del suo potere. <strong>Ma qual è oggi il coltello del capitalismo?</strong> Forse la tecnologia, divenuta lo strumento che domina le nostre vite e contro cui nessuno sembra più opporsi. Il mito del progresso tecnologico è ormai condiviso da destra e sinistra, rendendo quasi impraticabile ogni forma di opposizione culturale. Non c’è spazio per rivendicare il diritto all’assenza, al silenzio, all’invisibilità o di irreperibilità. La tecnologia è diventata una nuova droga: onnipresente, apparentemente innocua, ma capace di generare dipendenze profonde e invisibili. In questo scenario paradossale, forse proprio chi ha conosciuto la tossicodipendenza è più attrezzato per riconoscere i meccanismi della dipendenza digitale. E, paradossalmente, forse sarà necessario imparare da loro per aiutare le nuove generazioni a sviluppare una forma di resistenza autentica.</p>



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		<title>Non rompete il cazzo alla P38</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Nov 2025 14:29:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Anni '70]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Astore]]></category>
		<category><![CDATA[Brigatismo]]></category>
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		<category><![CDATA[Jimmy Penthothal]]></category>
		<category><![CDATA[Nuove BR]]></category>
		<category><![CDATA[P38]]></category>
		<category><![CDATA[Yung Stalin]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Reportage dal tour della P38, uno dei gruppi più chiacchierati del momento.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>&nbsp;&nbsp;<br>È il primo novembre e piove, mi sono trasferito a Genova da due settimane e decido di passare il sabato sera in un locale fuori dal centro<strong> per vedere i P38 in concerto</strong>. Sul bus mi rendo conto di essere circondato da un gruppetto di miei coetanei che vanno nello stesso posto, mi immergo nelle loro conversazioni come se ne facessi parte e l’ansia di sembrare un maniaco solitario si dissolve gradualmente. Quando scendo dal bus riprende a piovere forte, c’è molta gente fuori al locale, si entra a gruppetti. Dopo una ventina di minuti è il mio turno. Prendo una birra media e siedo su un tavolino vista palco per godermi l’opening act. Sul palco campeggiano tre bandiere della Palestina attaccate con lo scotch, davanti alla console invece la parodia della bandiera rossa che è costata al gruppo <strong>un’indagine dalla procura di Torino per istigazione a delinquere e apologia di reato con l’aggravante di terrorismo</strong>: c’è scritto “Bravi Ragazzi”, accompagnato dalla discussa stella a cinque punte. &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



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<p><br><br>Sono al Crazy Bull, a Sampierdarena, quartiere popolare di Genova Ovest divenuto la casa di migliaia di migranti latino-americani e culla della nuova generazione di rapper di Zena: HelmiSa7bi, Jerry Sampi e il più noto Sayf. Il locale si riempie mentre i suoni hyperpop di Ganri si diffondono nell’aria. Il pubblico non è ancora caldo a sufficienza. Tra l’opening e l’inizio del concerto c’è spazio allora per qualche pezzo: Quello che non ho di Fabrizio De André fa centro, sembra il preludio perfetto all’ingresso del gruppo. Mi alzo e vado al centro della sala. Invece parte Dolcevita di Ketama 126: il pubblico incassa la delusione. A metà pezzo qualcuno intona il coro “tout le monde déteste la police”, noncurante delle ben diverse frequenze del brano: col passare dei secondi sempre più persone cantano, e più sale la voce più sale l’adrenalina. &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



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<p><br><br>Il dj spegne la musica, è il momento, dalla casse esce la voce registrata di Penthothal che legge il SECONDO COMUNICATO: «Milleduecentocinque giorni, mh, ne è passato di tempo, eh? È bastato dire “lotta armata” per diventare terrorismo». Se il PRIMO COMUNICATO, che apriva Nuove Br, colpiva per la spregiudicatezza –«la lotta armata è appena tornata di moda, adesso sono cazzi vostri», ma anche «non siete rapper, siete degli imprenditori del cazzo» – il secondo riesce ad essere ancor più tagliente: «e se è vero che il potere scaturisce dalla canna del fucile, a volte la fama scaturisce dalla procura di Torino. Certo, <strong>forse a questo punto tanto valeva sparare davvero</strong>».         <br><br>Il pubblico si eccita e i tre sbucano dall’alto – il locale è sprovvisto di backstage – seguiti dal nuovo producer, subentrato quando Papa Dimitri ha deciso di lasciare il progetto per le vicende legali. Guardandoli scendere le scale che li portano sul palco, <strong>Yung Stalin, Astore e Jimmy Pentothal</strong> sono molto diversi da come me li ero immaginati ascoltandoli in cuffia. Avendo il viso coperto da un passamontagna bianco, finisco per soffermarmi sui loro corpi: nessuno dei tre è particolarmente in forma, ma è la sagoma sovrappeso di Jimmy Penthothal ad attrarre di più la mia attenzione. Inevitabilmente, quando ascolto i dischi delle band con più voci finisco per stabilire una mia personale gerarchia: Astore è il più bravo a rappare, e il live conferma questa impressione; Stalin il più iconico – dal nome alla rima sullo stato di Israele – ma è Penthothal il mio preferito, ed è per questo che scoprirlo grasso e poco adatto alla performance mi colpisce ancor di più.   <br><br>Il pezzo che apre il concerto è il primo della band, del 2020: la maggior parte delle persone, me compreso, non la cantano perché non la conoscono; subito dopo però arrivano i brani dall’ultimo album DITTATURA e dal precedente NUOVE BR, questi sì, cantati da quasi tutti i presenti. C’è comunque spazio per alcuni brani introvabili su Spotify e altri tratti dal disco di Astore, il più prolifico dei tre nonché quello specializzato nel tema del rapporto con le donne: «io non ho problemi con le donne perché il cazzo l’ho tagliato, stiamo pensando al cash cago sopra al patriarcato». In realtà, la narrazione del sesso che emerge da pezzi come COME ME COME TE o M(E)R(D)A è ben diversa da quella tipica del rap nostrano: «vengo a trovarti alle quattro di notte, devo vendicare Tiziana Cantone». Durante il concerto tre ragazze – inizialmente anche loro con un passamontagna – regalano acqua, birra e tequila al pubblico, «<strong>per sdebitarci del prezzo del biglietto</strong>» dice Penthothal, e non è una recita pensata per le prime file, l’alcool arriva anche dietro. Per il resto del tempo le tre sono sedute sulla scala alla mia destra e cantano i pezzi come fan accanite: sono pagate per recitare o sinceramente appassionate al gruppo?  </p>



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<iframe title="Il Nemico - Roma Teheran (Visual)" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/cwDRs48tr-A?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p>           <br><br>Intorno a me ci sono persone molto diverse tra loro: oltre a molti miei coetanei, varie coppiette che slinguazzano sulle note di GHIACCIO SIBERIA – «<strong>trapper brigatista, bombe a Confindustria</strong>» – e diversi ragazzini, anche molto piccoli, che conoscono tutti i testi a memoria e li cantano con visibile emozione. Il pubblico adesso è veramente caldo, come il locale: molti seguono l’esempio di Yung Stalin e levano la maglietta. Quando è il momento di CIRCOTRIBUNALE, Penthothal non nasconde una certa insofferenza nell’indossare la toga da magistrato ma poi si diverte a ballare a braccetto con Astore vestito da clown.   <br><br>Quelli come me, i 25-30enni, rinunciano al pogo violento che si scatena a partire dal terzo pezzo più o meno ininterrottamente nonostante le intimidazioni della Security, ma non disdegnano di alzare la mano facendo il segno della pistola come richiesto da Jimmy Pentothal. Il pogo, la pistola, gli insulti: più va avanti il concerto più diventa una seduta di catarsi collettiva<strong>. Gli insulti partono ripetutamente e contro bersagli diversi: Israele innanzitutto, Papa Dimitri, Vittorio Feltri, Lucio Corsi, Silvio Berlusconi, Giulio Andreotti</strong>, <strong>tutti i rapper italiani e alla fine nuovamente Israele.</strong> In alcuni momenti la catarsi la osservo, più che parteciparvi, turbato dall’impianto spacca timpani e dal sudore altrui che mi sfiora pericolosamente, in altri mi ritrovo ad alzare la mia P38 furiosamente al grido di Penthothal «viva la lotta armata».  <br><br>Sulla P38 si sono spese tantissime parole: chi li ha etichettati come pericolosi, chi li ha sbeffeggiati per il loro anacronismo e <strong>chi li ha esaltati per la loro abilità nel mischiare il linguaggio della trap con quello del brigatismo anni ’70</strong>. Dopo cinque anni dall’inizio della loro carriera, tre dall’inizio del procedimento giudiziario che li ha resi famosi, fare un bilancio della loro traiettoria artistica è inutile, oltre che molto scivoloso. Per questo motivo, quando finisce il concerto e qualcuno avanti e dietro di me comincia a fare qualche considerazione sulla gravità di alcune loro affermazioni o su quanto i tre siano dei geni, recupero velocemente la giacca da un divanetto e scappo via.      <br><br>Sul notturno per tornare ho intorno a me lo stesso gruppo dell’andata. La mia voce, bassa ma non impercettibile, si mischia a quella di una di loro cantando il ritornello di PARTITO DEL LAVORO con cui hanno chiuso il concerto: «le piace Stalin, ma quando è fatta dice che son l’anarchia, casa vacanze chiusi al centro di Pyongyang, con i miei fra siamo il partito del lavoro, ho una maglietta con la 3 faccia di Ho Chi Minh». Ci sorridiamo complici.       </p>



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<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br><br></p>
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