Elio Petri è la politica che si fa cinema. Vediamo un po' più da vicino uno dei suoi capolavori.

   
“Realismo capitalista: è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo” — Mark Fisher

Nel suo saggio Realismo capitalista (2009), Mark Fisher sostiene che il capitalismo abbia assunto la forma di un sistema totale, tanto onnipresente e pervasivo da rendere inimmaginabile qualsiasi alternativa. Non si limita più all’economia, ma condiziona profondamente politica, cultura, società e psicologia individuale. È diventato l’orizzonte unico del pensabile.

Il cuore pulsante di questo sistema è la proprietà privata dei mezzi di produzione e la concorrenza tra imprese, che influenzano la distribuzione della ricchezza, l’accesso al lavoro e le politiche pubbliche. Di riflesso, la cultura si modella secondo la logica del mercato, promuovendo la competizione e il successo individuale come valori centrali.

In questo meccanismo la pubblicità gioca un ruolo fondamentale: costruisce desideri, plasma bisogni e alimenta un consumo perpetuo. Ansia, alienazione e depressione diventano così i tratti distintivi dell’individuo contemporaneo. L’instabilità economica non è più un’eccezione ma la norma e uno degli effetti più devastanti del realismo capitalista è l’impoverimento dell’immaginazione politica: non solo si fatica a pensare un’alternativa, ma manca anche la forza culturale per desiderarla. L’arte, la cultura e l’educazione perdono il loro potenziale trasformativo, ridotte a merci, a intrattenimento innocuo o semplice decorazione.

Fisher individua inoltre un fenomeno che chiama “retromania”, la tendenza della cultura contemporanea a riciclare in modo ossessivo le forme del passato, rinunciando a innovazione e sperimentazione. Questo tema è centrale anche in Retromania: la cultura pop alla fine del millennio (2011) di Simon Reynolds, che descrive una cultura pop sempre più intrappolata in cicli nostalgici: revival musicali, culto del vinile, estetiche vintage e una digitalizzazione che ha reso il passato infinitamente accessibile. Il risultato è una perdita di originalità e di tensione verso il nuovo. Secondo Reynolds, questa regressione culturale riflette un bisogno diffuso di sicurezza in un mondo sempre più incerto. Le sue tesi, nel complesso, si rivelano perfettamente compatibili con quelle di Fisher. L’effetto di tutto ciò è una profonda depoliticizzazione della società, che finisce per accettare lo status quo come inevitabile, smettendo di immaginare che possa esistere un’alternativa. È quanto denuncia anche Alain Deneault in Mediocrazia (2015), dove descrive un sistema che ha sostituito la meritocrazia con la conformità. La mediocrità diventa norma, l’eccellenza viene scoraggiata e ogni forma di pensiero critico appare sospetta. Deneault non si limita alla diagnosi, ma invita a riabilitare valori come integrità, responsabilità e innovazione culturale, per sfidare la paralisi sociale che il capitalismo ha imposto.

C’è stato però un tempo in cui l’arte era ancora politica, capace di prendere posizione con forza. La proprietà non è più un furto (1973) di Elio Petri ne è un esempio perfetto. Il film non propone alternative concrete, ma enuncia con chiarezza la degenerazione di un’epoca: rendere privato ciò che era collettivo è un furto, e l’avvento del capitalismo segna il momento in cui “la proprietà privata non è più un furto”, ma normalità.

Il film è disponibile in versione integrale su Youtube

Il protagonista, Total (interpretato da Flavio Bucci), è un impiegato di banca marxista e nevrotico, fisicamente allergico al denaro, che decide di perseguitare un ricco e volgare macellaio (Ugo Tognazzi). Non lo muove un motivo personale, ma una ragione etica: rifiuta che una figura tanto spregevole possa accumulare ricchezza impunemente. Vive di stenti con il padre pensionato, ma entrambi difendono con orgoglio i loro ideali, anche se il padre si rivela più corruttibile. Total, umiliato e frustrato, diventa un disturbo ossessivo per il macellaio: una presenza incessante, una zanzara che punge e che il denaro non può scacciare. Quando il macellaio capisce che Total è incorruttibile, reagisce con violenza e lo uccide. In quel gesto c’è tutto il potere distruttivo del capitalismo: ciò che non può essere comprato deve essere eliminato, anche a costo di generare odio, che finirà per uccidere a sua volta. Petri anticipa con lucidità molti dei temi che Fisher avrebbe affrontato quarant’anni dopo. Total è alienato, ma attivo; la sua alienazione lo rende nevrotico e combattivo, politicamente cosciente. È diverso dall’uomo di oggi, alienato anch’egli ma passivo, privo di ideali, immerso in una “mediocrazia” che livella tutto e tutti. L’epoca in cui il lavoro era riconosciuto per il suo valore ha lasciato spazio a un sistema che premia chi obbedisce e penalizza chi pensa.

Come mostra Petri, l’ideale, anche se fragile, è ciò che consente di resistere. Total rifiuta la corruzione anche a costo della vita, diventando una figura tragica ma coerente: ciò che oggi manca. Petri è sempre stato considerato un regista politico. Oltre a La proprietà non è più un furto, ha diretto La classe operaia va in paradiso, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto e Todo modo: una tetralogia che affronta, attraverso il grottesco, le schizofrenie di una società alienata dal lavoro, dal potere, dal denaro e dalla religione.

Il critico Gianni Rondolino, pur muovendo riserve sulla profondità della sua opera, offre un punto di vista interessante: “Le due tendenze dello stile di Petri, fra realismo e metaforizzazione del reale, si scontrano il più delle volte sul piano di uno spettacolo corposo, attraente, a forti contrasti drammatici, che rimane alla superficie dei problemi affrontati, dandone un’interpretazione parziale e forzata in misura inversamente proporzionale alla sua aggressività formale.”

Eppure è forse proprio questo stare “alla superficie”, questo essere pop, accessibile, teatrale, a rendere Petri oggi più attuale che mai. In un’epoca in cui tutto dev’essere realistico, “tratto da una storia vera”, la metafora ha perso forza: solo ciò che sembra autentico viene percepito come vero. In questo mondo iperrealistico l’egoismo, l’individualismo e l’egocentrismo dilagano. L’ideale del “bastare a sé stessi” si è radicato al punto da farci trascurare i figli per un “meeting” di lavoro o rischiare la vita per rispondere a una notifica sul telefono dimostrando che anche l’affetto viene subordinato al proprio benessere momentaneo.

Nel film, Total compie un gesto simbolico: toglie al macellaio il coltello, strumento del suo potere. Ma qual è oggi il coltello del capitalismo? Forse la tecnologia, divenuta lo strumento che domina le nostre vite e contro cui nessuno sembra più opporsi. Il mito del progresso tecnologico è ormai condiviso da destra e sinistra, rendendo quasi impraticabile ogni forma di opposizione culturale. Non c’è spazio per rivendicare il diritto all’assenza, al silenzio, all’invisibilità o di irreperibilità. La tecnologia è diventata una nuova droga: onnipresente, apparentemente innocua, ma capace di generare dipendenze profonde e invisibili. In questo scenario paradossale, forse proprio chi ha conosciuto la tossicodipendenza è più attrezzato per riconoscere i meccanismi della dipendenza digitale. E, paradossalmente, forse sarà necessario imparare da loro per aiutare le nuove generazioni a sviluppare una forma di resistenza autentica.