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	<title>attori Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Le ambigue passioni politiche di Luca Marinelli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Feb 2025 11:48:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Intellighenzia]]></category>
		<category><![CDATA[Intervista Impossibile]]></category>
		<category><![CDATA[antifascismo]]></category>
		<category><![CDATA[attori]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[Longone Sabino]]></category>
		<category><![CDATA[Luca Marinelli]]></category>
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		<category><![CDATA[Sky]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Intervista impossibile a Luca Marinelli, convincente interprete di sua eccellenza.</p>
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<p><em>Longone Sabino, cittadella sperduta del Lazio. L’invito è arrivato da Luca Marinelli in persona, l’attore che interpreta Mus solini nella fortunata serie Sky. L’occasione è una tenerissima rassegna cinematografica nel cinema “più piccolo di Italia”, “u cinemittu” come lo chiama la sindaca francese. In paese c’è la crème de la crème dell’industria, Alba Rohrwacher, Valerio Carocci, il fastidiosissimo toscano che fa Cesarino, la tipa di Suburra che fa la Sarafatti, e altre facce più o meno note. La rassegna si chiama “Antifas-cinema”, anch’essa prodotta da Sky; solo film communisti così, allo scopo di sedare le illazioni circa le ambigue passioni politiche del cast di M.</em></p>



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<p><em>Marinelli ci viene incontro accogliendoci.</em></p>



<p>LM &#8211; Compagni! Carissimi! Grazie di essere venuti. La vostra intervista aiuterà il progetto, ne sono certo.</p>



<p><strong>N – Luca, ma grazie a te dell’invito, non abbiamo mai visto così tante facce famose tutte insieme… scusa la domanda inopportuna, ma quello lì è Favino?</strong></p>



<p>LM – No quello in realtà è mio cugino, ma li scambiano sempre, si assomigliano. Comunque sia è un’occasione stupenda non trovate? Ritrovarci qui, tutti assieme, a celebrare la storia partigiana di queste terre.</p>



<p><strong>N – Certo, ogni occasione è buona per ribadirlo.</strong></p>



<p>LM – Che poi anche l’arte, il cinema, sono discipline liberatorie, anarchiche, intimamente antifasciste, o no?</p>



<p><strong>N – Senz’altro, non se ne può mai abbastanza di cinema, è il modo più inclusivo e diretto di fare cultura… aspetta però, quello lì dev’essere Favino.</strong></p>



<p>LM – Quella in realtà è la signora dell’alimentari, ma capita sempre, si assomigliano.</p>



<p><strong>N &#8211; Ah peccato. Ma lui è previsto, Favino? Siamo grandi fan…</strong></p>



<p>LM – No, non poteva passare purtroppo, ma ci manda i suoi saluti. Invece di Favino però posso presentarvi la persona più importante della mia vita, e del mio percorso politico.</p>



<p><em>Marinelli si fa largo tra la folla di facce celebri, scortandoci. Si ferma davanti a una piccola sagoma grigia, immobile, con lo sguardo perso nel vuoto.</em></p>



<p>LM – Eccola qua, lei è mia nonna. Faro d’integrità antifascista, staffetta partigiana ai tempi della guerra. Con gli anni ha perso un po’ di lucidità, per questo la vedete così, ma nei suoi occhi brilla ancora la fiaccola della libertà e dell’opposizione al regime.</p>



<p><em>La vecchia, da che era immobile e persa, improvvisamente ha un sussulto. Lo sguardo si rianima, fissandosi su di noi. Ci afferra violentemente per il bacino. Ci tira giù, portandoci l’orecchio all’altezza della sua bocca. Le decrepite labbra d’anteguerra schioccano. Distinguiamo nel sospiro due flebili sillabe:</em></p>



<p><strong>Nonna – …du…ce…</strong></p>



<p>LM – Nonnina!!</p>



<p><em>Marinelli ce la stacca di dosso.</em></p>



<p>LM – Ma che fai?? Scusatela è stanca e confusa, forse è ora di portarla a letto. Non avrà preso le pillole. Mi vogliate scusare.</p>



<p><em>Trascina via la nonna, verso la parte alta del paese. Passa accanto a quello che in un primo momento scambiamo per Favino, e si rivela poi essere un palo, ma in effetti si assomigliano. Rimasti soli, notiamo un rigonfiamento della tasca. Ne estraiamo una palla di carta. Avvolta al suo interno quella che sembra essere una chiave. Dis-stropicciamo il foglio. Leggiamo:</em></p>



<p>SCAPPATE. NON E’ COME SEMBRA. NULLA E’ COME SEMBRA. IL MIO LUCA E’ IMPAZZITO. CHE FINE HA FATTO IL MIO DOLCE NIPOTINO? POVERA GIOIA. QUELLA VELENOSA IDEOLOGIA. E I SUOI AMICI PURE, CAROGNE. GLI ANTIPSICOTICI CHE MI COSTRINGONO A INGOIARE MI IMPEDISCONO DI PARLARE. MA POSSO SCRIVERE. AH SE POSSO SCRIVERE! CORRETE VIA, MA PRIMA DOVETE RACCONTARE A TUTTI QUELLO CHE VEDRETE. SIETE LA MIA UNICA SPERANZA. VIA ROMA 14, SECONDO PIANO. LA PORTA A DESTRA.<br><br><em>Alziamo lo sguardo. Improvvisamente ci sentiamo osservati. Ci dirigiamo verso il banchetto delle magliette dei film di Elio Petri, ma ne approfittiamo per infilarci nella rampa che porta verso Via Roma. Al n° 14 la chiave scivola dentro la serratura. Saliamo le scale scricchiolanti, seguendo le indicazioni. La camera è nera come il cuore degli arditi. Tappezzata di foto in bianco e nero. Luca Marinelli a Predappio, pensieroso davanti al sepolcro. Ad Acca Larentia, col bomber nero. Marinelli sorridente tra Steve Bannon e Alice Wiedel. Sul tavolo fogli sparsi e libri. Julius Evola, René Guenon, Ernst Junger. Tra tutti spicca un manoscritto, rilegato in pelle marrone, titolo in rilievo: “Progetto 2030: La Terza Via, dal Cinema al Parlamento” firmato M.<br>Alle nostre spalle, calda e improvvisa, si leva una voce:</em></p>



<p>? – Bene, bene, bene…</p>



<p><em>E’ Alessandro Borghi, ha la camicia nera e il fez in testa.</em></p>



<p>AB – Vi è caduta questa. Compagni…</p>



<p><em>Ci lancia la palla di carta arrotolata, le confessioni della vecchia</em></p>



<p><strong>N – Alessandro, ma che succede? E’ una messa in scena? Una trovata commerciale, una…</strong></p>



<p>AB- Silenzio, porci! O farete la fine di quella là!</p>



<p><em>Indica la finestra, ci affacciamo. Dà sulla piazza centrale di Longone. La povera vecchia è legata sul cruscotto di una Spider rossa fiammeggiante, guidata sprezzantemente da Elio Germano; i calzoni calati, dà di corpo dolorosamente. Il paese intero ride in modo grottesco, indicandola.</em></p>



<p><strong>N – Ti prego no, l’olio di ricino no. Almeno dicci cosa sta succedendo. E&#8217; un incubo.</strong></p>



<p>AB – Siete qui per questo. A breve capirete tutto, non preoccupatevi.</p>



<p><strong>N &#8211; Ma che significa tutto questo?</strong></p>



<p>AB &#8211; Nulla accade per caso, quell&#8217;ansia che state provando, quella paura, l&#8217;ho provata anche io, l&#8217;abbiamo provata tutti. E&#8217; necessaria per capire. Ma anzitutto, vi è piaciuto &#8220;M&#8221;?</p>



<p><strong>N- Sì moltissimo. Musiche stupende. Marinelli da pelle d&#8217;oca. Ma che c&#8217;entra?</strong></p>



<p>AB &#8211; Beh non siete gli unici. Luca è un attore formidabile. L&#8217;ho sempre un po&#8217; invidiato. Se non fosse per la fascinazione esotica che l&#8217;industria prova per l&#8217;autenticità dei coatti, io starei ancora a farmi le birrette a Piazza Epiro. Luca invece, lui può fare quello che vuole. Metodo stanislavskij, piena immedesimazione. Pienissima. A tal punto che già dopo la prima settimana di riprese era evidente che qualcosa era cambiato nei suoi occhi. Il seme del fascismo aveva preso il sopravvento, la sua lucidità, la sua etica virile, la gerarchia. Nei camerini parlava solo di curve paretiane e sostituzione etnica. E&#8217; da lì che ha iniziato a diffondere l&#8217;ideologia, ad amici, parenti e costumisti, come un virus, il virus della ragione, della forza. Che presto dilagherà oltre la quarta parete.</p>



<p><strong>N &#8211; Tutto questo è ridicolo, l&#8217;Italia è un paese fondato sull&#8217;antifascismo. Abbiamo delle difese immunitarie collettive che ci proteggeranno per sempre.</strong></p>



<p>AB &#8211; Ma non capite che è proprio questo il punto? Il fascismo colpisce solo dove la guardia è bassa. Perché secondo voi sono anni che la cultura propaganda un antifascismo così poco impegnativo? Chi pensate che benefici degli slogan a costo zero, dalle dichiarazioni universali il 25 aprile, persino dei partiti neofascisti, o dalle profusioni immotivate a favor di telecamera? Certo, come dite voi, sui partigiani nudi e puri, come la vecchia maledetta, la propaganda è del tutto inefficace. Ma dove l&#8217;antifascismo si riduce a dichiarazioni obbligate senza contraddittorio, funziona alla grande. E ha funzionato. Guardate cosa siamo riusciti a creare! E non avete idea di cosa ci aspetta. A breve lanceremo la seconda stagione di M, ancora più grottesca, con i fascisti ancora più deformi e inverosimili, la Roma del Ventennio sembrerà Gotham City, e le coscienze comode degli spettatori non sapranno opporre resistenza al discorso finale del nostro Du ce.</p>



<p><strong>N – Ma non può funzionare, siete matti. Nessuno vi seguirà!</strong></p>



<p>? – Ne siete poi così sicuri?</p>



<p><em>Entra Marinelli. Carezza al passaggio la spalla di Borghi.</em></p>



<p>LM – E allora vediamo quanto è matura la vostra coscienza politica. Che ne dite, compagni?<br><br><em>Ci arriva all’improvviso una ginocchiata sulla tibia. E&#8217; quell’infame di Cesarino. Era entrato con Marinelli, ma non ce ne eravamo accorti. Borghi e Marinelli ci bloccano. Ci costringono su una poltrona, dove ci infilano degli arnesi negli occhi. Ci obbligano a guardare tutta la seconda stagione di M, mentre Cesarino ci versa gocce di collirio negli occhi.</em></p>



<p><em>Di quel che accadde in seguito preferiamo non parlare, ma state certi che (ci) ritorneremo, prima o poi. <strong>Make Longone Great Again.</strong></em></p>



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		<title>Timothée Chalamet è il contrario di Bob Dylan</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Jan 2025 10:24:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[attori]]></category>
		<category><![CDATA[Bob Dylan]]></category>
		<category><![CDATA[Disney]]></category>
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		<category><![CDATA[Thimotée Chalamet]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Disney ha scelto di far interpretare Bob Dylan, ovvero l’uomo tormentato che finge di essere in pace, dall’attore più di moda del momento, Thimotée Chalamet, la star più eccentricamente (cioè più conformisticamente) ligia ai dettami comunicativi del momento, pronta ad assumere le forme e i modi più “giusti”.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Avete presente il <strong>Timothée Chalamet</strong> dello spot <em>Bleu de Chanel</em>, il divo dall’aria annoiata che dopo aver ricevuto un bigliettino da una sconosciuta ammiratrice la insegue fino alla metropolitana salvo poi rimettersi in cammino come se nulla fosse mentre la sua voce fuori campo annuncia il nome del profumo in questione, <strong>come a dire chi se ne frega se quella mi è sfuggita?</strong> Il Gene Hackman respinto al bar dalle due ragazze ne <em>Il braccio violento della legge</em> si consolava con l’uovo sodo (“tanto io ho c’ho l’ovetto…”); Chalamet no, Chalamet dell’ovetto non saprebbe cosa farsene. Lui, nelle mani di Scorsese, punta tutto sul valore aggiunto, sul fascino del divo incuriosito lì per lì dal mistero (bluastro, <em>ça va sans dire</em>) delle cose. <strong>Più essenza che esistenza, insomma, in senso per una volta più letterale che sartriano</strong>…</p>



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<p>È lo stesso Chalamet che mentre girava lo spot per Scorsese era tutto intento a calarsi nei panni dell’artista che proprio sul mistero ha costruito la corazza personale (“per cinque anni e mezzo ho portato dietro la chitarra per imparare a suonarla”, ha detto) prima ancora che contro il mondo<strong>, contro se stesso</strong>, del genio che a colpi di strappi, di dichiarazioni spiazzanti, di dinieghi e di bugie e a costo di clamorose inversioni a U<strong>, ha ostinatamente, antipaticamente, artisticamente tenuto fede al principio-guida</strong> enunciato in una delle sue prime canzoni, <em>It’s All over Now, baby blu</em>: <strong>“Te ne devi andare subito, prendi ciò che ti serve”.</strong></p>



<p>Il <em>No direction home</em>, il distacco, l’idea di andare avanti, la bulimia musicale, l’inquietudine e il rifiuto di tutto ciò che non fosse “io” o “me”, trasformate in regola di vita. Ovvero Bob Dylan,<strong> ovvero l’uomo tormentato che finge di essere in pace, interpretato dall’attore più di moda del momento, </strong>specializzato proprio in ruoli soavemente tormentati, preferibilmente amorosi<strong>, la star più eccentricamente (cioè più conformisticamente) ligia ai dettami comunicativi del momento, pronta ad assumere le forme e i modi più “giust</strong>i&#8221;, che sia il <em>photo call</em> con abbigliamento di (fluida) ordinanza, l’obbligatoria presa di distanza dal Woody Allen (suo regista di <em>Un giorno di pioggia a New York</em>) accusato alla fine non si è capito bene di cosa o la passione sviscerata un po’ a sorpresa per il calcio, per la Roma e per Totti che tanto può far colpo sulla stampa e su tanti giovani fan. Di là, uno che ha fatto di tutto per fuggire se stesso, per liberarsi del successo così ossessivamente &#8211; almeno agli inizi &#8211; inseguito, pronto a smentire se stesso a getto continuo, <strong>di qua un attore che potrebbe essere suo nipote diventato il simbolo luccicante della contemporaneità comunicativa</strong>; di là un poeta che proprio come Sartre si permette il lusso (o la sfacciataggine?) di snobbare il Nobel ricevuto per la letteratura (in quell’occasione spedì a Stoccolma l’emissaria di lusso Patti Smith), <strong>di qua un ragazzo chiamato a dare luccicanza a un cinema che non si sa quanto sia giusto dare per morto o no</strong>.</p>



<p>Che i due estremi dovessero toccarsi forse era prevedibile, che dovessero anche baciarsi, decisamente meno. Soprattutto dalla parte dello scorbutico Dylan che a sorpresa (tanto per cambiare!) aveva dato via social la benedizione al film, già suffragata per la verità dalla presenza del suo manager, Jeff Rosen, tra i produttori del film: “Timmy è un attore brillante, così sono sicuro che sarà completamente credibile nella mia parte. O nella parte di un me più giovane. O di qualche altra versione di me&#8221;. Ecco, “<strong>qualche altra versione di me</strong>”. Perché questo è il punto, per quest’uomo che in vita sua ha indossato maschere su maschere, sfuggente, contraddittorio e “impossibile” come nessun altro, diventato leggenda contro se stesso, quasi un auto-simulacro a forma di prisma.</p>



<p>Non per nulla Todd Haynes anni fa aveva intitolato -dylanianamente &#8211; il suo film <em>Io non sono qui</em>, scomponendo il protagonista in varie parti-sfaccettature-momenti di vita (interpretati da attori come Richard Gere, Heath Ledger, Christian Bale e da attrici come Cate Blanchett), e non per nulla lo stesso Scorsese nel più recente <em>Rolling Thunder</em>, si era inventato &#8211; anche lui dylanianamente, in fuga dal convenzionale &#8211; una serie di evidenti, volute falsità. Non per nulla i fratelli Coen in <em>A proposito di Davis</em>, dedicato a un suo collega decisamente meno fortunato, lo facevano intravedere solo nel finale, in procinto di cantare al “Gaslight”.</p>



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<p>James Mangold no. Mangold, in questo <em>A complete Unknown</em> ha in Chalamet il suo Dylan, e gli sta addosso dall’inizio alla fine, da quando ventenne sbarca a New York nel 1961 a quando, quattro anni dopo, se ne va in motocicletta via da Newport, dopo lo s-concerto rockettaro creato nel santuario più venerato della musica folk, sorvegliato da vestali puriste come Pete Seeger e Alan Lomax. <strong>Per il giovane cantautore era l’addio al ruolo di acclamato portavoce della musica “di protesta” in cui canzoni come <em>Masters of War</em> e i tanti duetti con Joan Baez lo avevano incastonato in quel periodo cruciale della storia recente degli Stati Uniti</strong>, quello in cui la rivoluzione controculturale faceva davvero paura ai potenti, quello del passaggio da Kennedy a Johnson, quello in cui il razzismo teneva per la collottola la democrazia americana, quello in cui cominciava seriamente a incrinarsi il tacito e avvilente patto tra Washington e Stati del sud: voi votate le nostre leggi, noi lasciamo correre sul famoso “uguali ma separati”. <strong>Risolto in maniera ben diversa, è lo stesso Dylan elettrico, neo divo “contro”, ormai sulle copertine delle riviste come Malcom X, Kennedy o Castro</strong>, e che nel film di Tod Haynes aveva il corpo di Cate Blanchett e che, dal palco, dalle custodie degli strumenti musicali tirava fuori mitragliatrici.</p>



<p>Intendiamoci, il disagio civile era davvero reale, così come l’anticonformismo, e anche a Thelonius Monk il ragazzo si era presentato dicendo “faccio musica folk” (“beh, quella la facciamo tutti, gli aveva risposto il jazzista”), <strong>per dire che il problema non era certo il folk, ma quello che il folk si portava dietro</strong>, che gli stava intorno, anzi addosso. Il suo nume, più ancora di Hank Williams e Buddy Holly restava Woody Guthrie (quello che qualche strale lo aveva spedito anche a Fred Trump, il padre di Donald), che Mangold ci presenta in ospedale, insieme a Pete Seeger, come già fece Artur Penn in <em>Alice’s Restaurant</em>. Solo che Mangold, a differenza di Penn, in quella camera d’ospedale ci porta anche Dylan trasformandola praticamente in una sala prove chiamata a dare il la (il battesimo del maestro) all’intero film.</p>



<p>Un film, questo <em>A complete Unknown</em> (un completo sconosciuto, vuol dire, originale giudicato a quanto pare più felice di qualsiasi titolo italiano), <strong>che aggiunge episodi di fantasia e ne toglie altri di realtà</strong> (per esempio il&nbsp; fatto che a portare per la prima volta le sue canzoni in classifica, a sancirne l’affermazione fu per primo il trio Peter, Paul e Mary) e che in attesa del “voltafaccia” finale si risolve tutto tra canzoni (una decina in tutto, tra cui le ormai classiche <em>The Times They Are A-Changin</em> o <em>Like a Rolling Stone</em>) e intermittenze amorose vissute da lui e più che altro sofferte dalle sue innamorate dell’epoca, Sylvie Russo (nella realtà Suze Rotolo, interpretata da quella&nbsp;Elle Fanning un po’ smorfiosa che con Chalamet aveva già fatto coppia per Woody Allen) e Joan Baez (nella realtà…Joan Baez, interpretata da Monica Barbaro). Niente di più, a parte forse un Johnny Cash che (purtroppo) stavolta non è Joachim Phoenix come in <em>Walk the Line</em> e che per lui ha solo una raccomandazione: “combattere i poteri forti”.</p>



<p>Dylan ha detto spesso di amare gli acrobati (un “trapezista” si è anche autodefinito), <strong>Mangold deve amarli molto meno</strong>. Regista affidabile e multiuso (tanti i generi da lui affrontati, dal poliziesco al western, passando per la commedia), <strong>nemmeno stavolta, in questo film targato Disney, mostra curiosità per territori “altri”.</strong> Premiato oltre misura dalle otto nomination all’Oscar, probabilmente pensava che per far centro potessero bastare alcune canzoni immortali e una star come Chalamet, capace di far aggio su un mito vivente, con l’espressione da celebrity annoiata così simile a quella esibita nello spot Chanel di Scorsese. Uno Chalamet incensato ora a dismisura anche come cantante da cronisti evidentemente troppo poco interessati a chiedersi quanti e quali miracoli possa fare la tecnologia del suono…</p>



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