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	<title>Banana Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Banane e blue-pillati.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Nov 2024 16:47:58 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Mercato dell'arte]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Riflessioni sul mercato dell'arte dopo che la banana di Cattelan è stata venduta per 6,2 milioni all'asta da un crypto-bro</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><br>La &#8220;banana&#8221; di Maurizio Cattelan, quella celeberrima appiccicata al muro con il nastro adesivo, è l&#8217;apice di una società <strong>che si guarda allo specchio e ride, senza rendersi conto che ride di sé</strong>.<strong> Ride di noi</strong>. La banana, con i suoi 6,2 milioni di dollari di valore, non è solo un’opera: <strong>è un meme culturale, una sintesi del nostro tempo che, bla bla bla bla ha rotto il cazzo.</strong></p>



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<p><br>Ma cosa ci dice questa banana dei primati? Nel senso che siamo tutti scimmie, un un po&#8217; cretine, davanti a uno spettacolo patetico? E che spettacolo: u<strong>na società che ha scambiato il valore per il prezzo, la profondità per il marchio, il significato per la performance di mercato</strong>. Cattelan non ci offre un’opera d’arte; ci offre un test di intelligenza. E indovinate? Lo abbiamo fallito, avete fallito, abbiamo fallito tutti, il primato ottenuto è di essere il primo primate globale, quel primate collettivo che siamo diventati.</p>



<p><br>Nel descrivere l’opera e il dibattito che suscita, mi sovviene la “<em><strong>teoria delle pillole</strong></em>” che tanto spopola sui social: <strong>Blue, Red, Black, White, Purple, Clear</strong>. Questo prisma di percezioni, che pretende di spiegare le dinamiche delle relazioni interpersonali, si specchia perfettamente nel nostro rapporto con l&#8217;arte contemporanea. Ognuna di queste &#8220;pillole&#8221; ci racconta un modo di vedere la banana di Cattelan.</p>



<p><br>•<strong> I Blue-pillati la contemplano con romanticismo</strong>: la banana rappresenta il miracolo del quotidiano, la poesia della semplicità. È l&#8217;arte che ci ricorda che la bellezza è ovunque, basta saperla vedere. Poveri ingenui. La banana non è altro che un ready-made, un gesto logoro, la versione pop del già-visto.</p>



<p><br>• <strong>I Red-pillati vedono invece l’L.M.S. in azione</strong>: Look (la sua estetica banale e accessibile), Money (il prezzo stellare), Status (il nome di Cattelan). È il trionfo dell’iperbole mercantile, la conferma che chi sa giocare bene le sue carte può dominare il gioco. Cattelan è il red-pillato dell’arte: non cerca di conquistarti con l’anima, ma con l’impatto brutale delle sue cifre.</p>



<p><br>• <strong>I Black-pillati, inevitabilmente, si rifugiano nel nichilismo</strong>: la banana non vale nulla. Il mercato dell’arte è un teatro dell’assurdo, un gioco in cui il contenuto non esiste e l’apparenza è tutto. Se sei brutto, se non hai un marchio, se non hai un nastro argentato da esibire, sei invisibile.</p>



<p><br>• <strong>I Purple-pillati, invece, oscillano tra ammirazione e scetticismo</strong>. La banana li seduce per l’idea che ci sia qualcosa di profondo, ma poi li lascia frustrati: si rendono conto che è solo un nastro adesivo su un frutto.</p>



<p><br>•<strong> I White-pillati, con il loro pragmatismo, accettano la banana per quello che è</strong>. Cercano un significato, ma non lo trovano, e allora si impegnano a migliorare il contesto: forse non è l’opera a essere inutile, ma la nostra lettura a essere superficiale.</p>



<p><br>•<strong> I Clear-pillati, infine, ci ridono sopra</strong>: la banana è una stronzata e basta. E chi se ne frega? Forse il vero atto d’arte è smettere di cercare significati profondi in un gesto tanto semplice quanto insignificante.</p>



<p><br>Eppure, mentre ci affanniamo a cercare un senso, non posso che immaginare una provocazione più profonda che buttare minestra sulla Gioconda, sibilare malignità su Dante e Leopardi, è facile: sono bersagli classici, icone che non amiamo e non capiamo, e che hanno ormai ammiratori innocui (vecchi professori maniaci sessuali, turisti tedeschi o vecchi Milanesi con le polo da outlet).<strong> Se volessimo davvero esprimere un disagio autentico, un dolore reale, dovremmo ammazzare Banksy, come il signor Enzo, dare alle fiamme i libri di Roberto Saviano e Zerocalcare, dare poco conto a l&#8217;impresa artistica di Cattelan, ancor ameno al giovane Cattelan 45enne che presenta in tv</strong>. Dovremmo colpire ciò che il sistema che diciamo di combattere ama e sostiene. Ma non possiamo farlo, perché abbiamo gli stessi gusti del sistema. Nel suo sorriso beffardo c’è la stessa ironia della banana di Cattelan: un gesto semplice, carico di sarcasmo, che ci prende in giro proprio mentre cerchiamo di decifrarlo.</p>



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<p><br>Il paradosso è totale, e la scena si trasforma in un quadro esistenzialista dove arte e vita collidono, un altro bla bla bla mi scappa, una altra situazione cringe, un&#8217;altra boomerata.<strong> La banana al muro è una riflessione sul vuoto.</strong></p>



<p><br>Cattelan, nel suo cinismo assoluto, ha capito tutto questo. <strong>La banana è un test che, come società, falliamo due volte: una, perché la compriamo per il prezzo e non per il significato; due, perché la speculazione culturale ed economica, è un classico del sistema ormai che è tutto finto</strong>, non riusciamo nemmeno a odiarla davvero, anche perché viene molto più facile odiare anzitutto chi continua a ripostarla.</p>



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