<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Baudrillard Archivi - Il Nemico</title>
	<atom:link href="https://ilnemico.it/tag/baudrillard/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://ilnemico.it/tag/baudrillard/</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Thu, 28 Nov 2024 10:43:05 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.9.4</generator>
	<item>
		<title>A morte gli eroi</title>
		<link>https://ilnemico.it/a-morte-gli-eroi/</link>
					<comments>https://ilnemico.it/a-morte-gli-eroi/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Nov 2024 10:59:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Stroncature]]></category>
		<category><![CDATA[Alt-right]]></category>
		<category><![CDATA[Baudrillard]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[David Fincher]]></category>
		<category><![CDATA[eroe]]></category>
		<category><![CDATA[Folie à deux]]></category>
		<category><![CDATA[Incel]]></category>
		<category><![CDATA[Joker]]></category>
		<category><![CDATA[Matrix]]></category>
		<category><![CDATA[meme]]></category>
		<category><![CDATA[Neo]]></category>
		<category><![CDATA[Palhaniuk]]></category>
		<category><![CDATA[Todd Phillips]]></category>
		<category><![CDATA[Tyler Durden]]></category>
		<category><![CDATA[Wachowski]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://ilnemico.it/?p=1588</guid>

					<description><![CDATA[<p>Joker 2, l'ultimo Matrix e Fight Club 2 sono dei clamorosi insuccessi di critica e pubblico. Forse volutamente. Sempre più autori scelgono di uccidere i propri personaggi più iconici per sottrarli a interpretazioni ideologiche distorte e appropriazioni da parte del pubblico</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/a-morte-gli-eroi/">A morte gli eroi</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nel 2024, Todd Phillips ha fatto qualcosa di inaspettato per il pubblico in trepidante attesa di un sequel: ha trasformato il Joker in un personaggio da musical. Non è stato un errore, ma un atto deliberato di sovversione. <strong>Come lui, sempre più autori scelgono di uccidere i propri personaggi più iconici per sottrarli a interpretazioni ideologiche distorte e appropriazioni da parte del pubblico</strong>. È una tendenza che attraversa il cinema contemporaneo: da <em>Matrix Resurrections</em> a <em>Fight Club 2</em>, assistiamo a opere che sembrano tradire deliberatamente le aspettative del pubblico. <strong>Clamorosi insuccessi, costellati di attacchi della critica e flop al botteghino</strong>. Ma questi apparenti tradimenti nascondono una strategia più sottile: la decostruzione del simbolo come atto di negoziazione culturale nell&#8217;eterno braccio di ferro tra pubblico e autore.</p>



<div type="newsletter" class="wp-block-banner-post"></div>



<p><strong><em>Joker: Folie à Deux</em> una negazione culturale</strong></p>



<p>Il caso <em>Joker: Folie à Deux</em> rappresenta l&#8217;esempio più recente e clamoroso di questa strategia. <strong>Dopo che il primo film era diventato, suo malgrado, un simbolo per la destra alternativa americana e i gruppi incel, Phillips ha scelto la via più radicale: trasformare l&#8217;antieroe in un impresentabile</strong>. Una mossa che ha alienato il pubblico (gli incassi sono infatti crollati del 50% rispetto al primo capitolo), <strong>ma che ha efficacemente sabotato ogni possibile lettura machista o nichilista del personaggio</strong>. </p>



<p>Potrà sembrare una sovrainterpretazione, ma ci sono tanti elementi che portano a leggere questa tendenza come, se non intenzionale,<strong> almeno desiderata</strong>. Certo, l&#8217;insuccesso è reale. Al punto che gli scarsi incassi potrebbero ora avere una reale ripercussione sui risultati trimestrali di Warner Bros. Una delle conseguenze immediate, potrebbe essere la scelta dello studio di diminuire in futuro il numero di nuove uscite nelle sale. Una volta iniziato il disastro, è stato facile stare finire la bestia già agonizzante. Tra chi si dissociava, chi asseriva che il regista stesse agendo senza il consenso di nessuno, chi che il film non avesse nemmeno avuto uno screening test. <strong>Insomma, un disastro annunciato</strong>. Recentemente Tim Dillon, attore che interpretava una delle guardie del manicomio, è arrivato a dichiarare:</p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-d1127b9c227b89f9b192a8c21625f399">“Non ha una trama. Stavamo lì, io e gli altri ragazzi vestiti da guardie di sicurezza perché lavoravamo all’Arkham Asylum&#8230; mi giravo verso uno di loro mentre ascoltavamo queste assurdità e gli dicevo, ‘Ma che ca**o è questa roba?’ E loro rispondevano, ‘Questo film sarà un disastro.’ Io rispondevo, ‘È la cosa peggiore che abbia mai visto.’ Ne parlavamo a pranzo e ci chiedevamo, ‘Ma qual è la trama? C’è una trama? Non lo so, credo che lui si innamori di lei in prigione?’ Non è nemmeno uno di quei film così brutti da essere guardabili. È veramente orribile.”</p>



<p>Come se non bastasse, assieme alla <em>damnatio memoriae</em> chiesta dal pubblico, <strong>è seguita una netta stroncatura da parte della critica</strong>: il film ha il 33% delle valutazioni positive su Rotten Tomatoes e un raro voto &#8220;D&#8221; su CinemaScore. Parte delle recensioni attribuisce il risultato negativo all&#8217;eccessiva ambizione artistica del regista Todd Phillips. <strong>Eppure il regista ha scelto di scontentare deliberatamente il pubblico e demolire ogni possibile interpretazione eroica o epica del protagonista</strong>. </p>



<p>Dillon stesso ammette:</p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-ee4f26cae81f375f6229ed71fece12f6">“Penso che dopo il primo Joker si sia molto discusso del fatto che ‘Oh, è piaciuto agli incel. È piaciuto al pubblico sbagliato. Ha mandato il messaggio sbagliato. Rabbia maschile! Nichilismo!’ Tutti questi articoli&#8230; E così hanno pensato, ‘E se andassimo nella direzione opposta?’ e così in questo film ci ritroviamo con Joaquin Phoenix e Lady Gaga che fanno tip tap a livelli insensati.”</p>



<p>Ogni scena smentisce le interpretazioni populiste del primo film, <strong>rifiutando l&#8217;immagine di un Joker come eroe antisociale e incompreso</strong>. Phillips sembra voler ribadire che<strong> il suo protagonista è ben lontano da un modello da seguire: un uomo fragile, in lotta contro i propri demoni interiori, anziché un&#8217;icona maschile di rivalsa</strong>. Come dice la recensione di Hypercritic, “Il sequel mostra diversi personaggi che cercano di vestire Fleck da Joker per uno spettacolo che dia un senso alle loro vite, imponendogli un ruolo che non vuole interpretare&#8221;. </p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe title="Joker: Folie À Deux | Trailer Ufficiale" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/5FyE_oRni1Q?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p><strong>La liberazione avviene a più piani, meta-narrativament</strong>e. Ad esempio attraverso il format del <strong>musical, per antonomasia investito di un &#8220;aurea&#8221; femminile</strong> e che poco si addice ad un&#8217;icona antisociale machista. <strong>La femminilizzazione forzata del protagonista</strong>, mossa spietata quanto dissacrante, avviene anche nella scena della violenza subita. Arthur non è più il killer del primo film.<strong> È una vittima</strong> di tutti quelli che cercano di usarlo per i loro interessi. Pubblico compreso. Rappresentato inoltre da un effettivo pubblico all&#8217;interno dell’economia della narrazione, fuori dall&#8217;ospedale psichiatrico, che esteticizza ed esalta la figura del Joker. <strong>È stato proprio questo il punto di forza per Tarantino, che ha dichiarato:</strong></p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-acf9eaa68e4f2145fe1cc8d86cba18d7">&#8220;Ha speso i soldi dello studio come li avrebbe spesi lo stesso Joker! [&#8230;] Manda al diavolo tutti, manda al diavolo il pubblico in sala, la stessa Hollywood, gli azionisti della Warner. [&#8230;] Todd Phillips è il Joker&#8221;.</p>



<p>Anche il gamedesigner Kojima ha apprezzato la pellicola, proprio per questi aspetti:</p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-d94b459d92a12505b3b9c7fcb8d8af05">&#8220;È davvero il Joker che tutti amavano, o era Arthur? Questo film solleva domande che potremmo apprezzare in futuro, quando il genere dei supereroi avrà ulteriormente evoluto il suo linguaggio narrativo.&#8221;</p>



<p>Il vero atto sovversivo non è rifiutare di giocare il gioco, <strong>ma giocare in modo da esporre l&#8217;assurdità delle regole stesse</strong>. Il musical diventa così non solo una negazione dell&#8217;interpretazione machista e nichilista, ma una parodia della parodia, un eccesso che rivela l&#8217;eccesso intrinseco dell&#8217;originale.</p>



<div type="post" ids="366" class="wp-block-banner-post"></div>



<p><strong>Le cose che abbiamo alla fine </strong></p>



<p>Questa volontà di rompere con l’<em>intentio auctoris</em> distorta ed egemone è riscontrabile anche in altri franchise celebri, colonizzati alternativamente dall’alt-right americana o dalla far-right. Chuck Palahniuk, autore del romanzo <em>Fight Club</em>, <strong>ha collaborato alla realizzazione del sequel a fumetti, <em>Fight Club 2</em></strong>. L’albo è stato unanimemente percepito come un esperimento fallito e incoerente. <strong>Una precisa e dichiarata scelta con cui l’autore cerca di &#8220;uccidere&#8221; l&#8217;opera originale e sottrarla al pubblico misantropo che aveva trasformato <em>Fight Club</em> in un inno alla ribellione antisociale</strong>. </p>



<p>La storia di <em>Fight Club 2</em> è volutamente complessa, disorientante e talvolta contraddittoria, <strong>lasciando emergere il messaggio di quanto Tyler fosse inconsistente e delirante</strong>. <strong>Se prima le linee di dialogo erano sagaci e al vetriolo, nel sequel ogni uscita di Tyler è ridicola, insensata e fuori luogo</strong>. Il personaggio di Edward Norton ottiene addirittura un nome, Sebastian, spostando il focus su di lui e tornando ad essere <strong>la vittima del capitalismo yuppie il protagonista e non il suo patetico delirio autodistruttivo di redenzione</strong>. Nel finale di <em>Fight Club 2</em>, in un piano metanarrativo, dopo che Palahniuk stenta a trovare un finale, una legione di fan arrabbiati arriva alla sua porta: hanno visto il film ma non letto il libro, e si identificano con Tyler a un livello superficiale. I fan scrivono il loro finale, facendo vincere Tyler. Dopo qualche scena surreale, Palahniuk stesso e Tyler camminano su una spiaggia, e Palahniuk lamenta l&#8217;integrità delle storie e dell&#8217;arte. Tyler chiede cosa succederà dopo, e Palahniuk descrive che in <em>Fight Club 3</em>, Marla è di nuovo incinta di Tyler e avrà un aborto. Tyler spara a Palahniuk in testa, proclamando felicemente che sta per diventare padre.</p>



<p><strong>Palahniuk non si limita a negare le interpretazioni populiste della sua opera, ma cerca di creare un &#8220;corpo senza organi&#8221; &#8211; un testo che resiste attivamente alla sistematizzazione e all&#8217;appropriazione ideologica e che permettere libertà illimitata e gerarchica.</strong></p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe title="Fight Club 2 (2025) - First Trailer | Edward Norton, Brad Pitt" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/RGqefCs9ECQ?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div><figcaption class="wp-element-caption">Trailer meravigliosamente inconsistente, probabile prodotto dell&#8217;IA.</figcaption></figure>



<p><strong>Il deserto del reale </strong></p>



<p><em>Matrix: Resurrections</em> segue una traiettoria simile, anche se molto più commerciale. Le sorelle Wachowski, autrici dell&#8217;iconica trilogia, hanno ripreso in mano la saga con l&#8217;intenzione dichiarata di rivisitare il mito di Neo e, soprattutto, <strong>di riaffermare la propria visione personale in un sequel che è anche remake</strong>. Nel corso delle interviste, <strong>le Wachowski hanno descritto la serie come una metafora della transizione di genere, un messaggio lontano dalle letture cospirazioniste e radicali di alcuni fan, che vedevano in Matrix un simbolo di ribellione contro il sistema</strong>. Con il nuovo capitolo, le registe demoliscono l’immagine di Neo come figura eroica e invincibile, in una sorta di <em>reboot</em> alienante. <strong>Le Wachowski non stanno semplicemente reinterpretando la loro opera, stanno decostruendo l&#8217;intero apparato ideologico che si è costruito intorno ad essa</strong>. Il film diventa quello che Baudrillard chiamerebbe un &#8220;simulacro di terzo ordine&#8221; &#8211; una copia che precede l&#8217;originale, rivelando che non c&#8217;è mai stato un &#8220;vero&#8221; originale da preservare e che è tutto sbagliato. Rendere un testo inappropriabile vuol dire caricarlo di significati opposti a quelli che il pubblico rivendica. Ma un autore ha davvero tutto questo potere? L’intentio tra auctoris e lectoris è un costante braccio di ferro, specie quando dall&#8217;opera in sé emerge spontaneamente una struttura narrativa che dà ragione ad entrambi.</p>



<p><strong>La Lotta per Riappropriarsi dei Simboli</strong></p>



<p>Questi esempi riflettono un fenomeno culturale tipico della viralità. <strong>Creatori e autori di franchise iconici cercano di recuperare il controllo delle loro opere, distanziandosi dall&#8217;appropriazione da parte di un pubblico che ne ha distorto il significato</strong>. Il fenomeno della riappropriazione ideologica di personaggi e storie non è nuovo, ma l&#8217;era digitale lo ha intensificato. <strong>I meme, la viralità sui social media, le comunità online: tutto contribuisce a trasformare rapidamente personaggi fiction in simboli politici o sociali, spesso contro le intenzioni degli autori.</strong> Il caso di Pepe the Frog, diventato un simbolo dell&#8217;alt-right nonostante i tentativi dell&#8217;autore di &#8220;redimerlo&#8221;, è emblematico di questa dinamica. Gli autori si trovano così di fronte a un dilemma: <strong>accettare la perdita di controllo sulla propria opera o tentare una contro-appropriazione attraverso la decostruzione del simbolo stesso</strong>.</p>



<p>In questi casi, la &#8220;distruzione&#8221; del mito originario non è un mero gesto provocatorio, ma un tentativo consapevole di liberare i personaggi da interpretazioni che rischiano di pervertirne il significato. <strong>Il simbolo deve morire affinché il significante possa liberarsi dalla sua prigione ideologica</strong>. </p>



<div type="product" ids="249" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Una distruzione mutua assicurata in un processo simultaneo di differimento e differenziazione del significato originale. Visto e considerato che spesso questi <em>harakiri</em> avvengono attraverso dei sequel, l&#8217;opera originale diventa, paradossalmente, il proprio <em>pharmakon</em>: veleno e cura allo stesso tempo.</p>



<p>I creatori, nel loro tentativo di &#8220;uccidere&#8221; le proprie creazioni, stanno effettivamente <strong>performando un atto di auto-immunità culturale</strong>. Questa negazione non è mai completa, perché la traccia dell&#8217;originale persiste proprio attraverso il suo rifiuto.</p>



<p><strong>Il Futuro di un cinema che lotta contro la memetica </strong></p>



<p>Ma qui emerge il paradosso centrale:<strong> l&#8217;atto stesso di &#8220;uccidere&#8221; questi simboli culturali li mantiene vivi in una nuova forma</strong>. Come direbbe Derrida, la &#8220;morte&#8221; del simbolo è sempre già inscritta nella sua nascita, e ogni tentativo di negazione produce inevitabilmente nuove tracce e significati.</p>



<p>Quello che questi creatori stanno realizzando non è tanto una &#8220;morte&#8221; quanto una rivoluzione del significante. Come sostiene Kristeva, <strong>il testo diventa un luogo di produttività semiotica, dove il significato originale viene continuamente trasformato</strong>. <strong>L&#8217;apparente &#8220;fallimento&#8221; commerciale di queste opere è, paradossalmente, il segno del loro successo teoretico</strong>. Il vero fallimento sarebbe stato creare un&#8217;opera che soddisfacesse le aspettative ideologiche del pubblico. In ultima analisi, questi atti di &#8220;matricidio culturale&#8221; rappresentano non tanto una morte <strong>quanto una liberazione</strong>. Eppure la vera domanda non è se questi tentativi di &#8220;uccidere&#8221; i propri simboli culturali siano riusciti, ma <strong>se sia mai possibile una vera morte del simbolo in un&#8217;epoca di infinita riproducibilità digitale</strong>. I meme antisociali con Joker continueranno comunque ad esistere e circolare perché il pubblico si è già dimenticato del film nelle sale, può tranquillamente decidere di non riconoscerlo. <em>Fight club 2</em> (così come il 3) è passato completamente in sordina al punto che per molti non è mai esistito. E mentre l&#8217;autore si ritrova tra le mani un franchise ormai impresentabile e inutilizzabile, il pubblico ne diventa l&#8217;unico possessore. <strong>Il meme strappa “la proprietà” dall’autore originale così come ne strappa il senso univoco e lo rende realmente alla portata di tutti</strong>.</p>



<p>Nonostante questo gioco a somma negativa, il prodotto che ne esce è quanto di più sincero il mercato veda da tempo.<strong> È un cinema che accetta il rischio dell&#8217;incomprensione e del rifiuto per mantenere la propria integrità artistica</strong>.</p>



<p>La questione interessante e su cui dovrebbe concentrarsi la nostra attenzione non è se questi tentativi di decostruzione abbiano successo &#8211; i meme con il Joker continueranno a circolare, <em>Fight Club</em> resterà un simbolo di mascolinità tossica per certi gruppi &#8211; <strong>ma se stiano aprendo la strada a una nuova forma di autorialità</strong>. <strong>Un&#8217;autorialità che non teme di alienare il proprio pubblico, che usa il &#8216;tradimento&#8217; come strumento creativo, che trasforma la decostruzione in un atto di resistenza culturale.</strong></p>



<p>Anzi, in un&#8217;epoca in cui il cinema mainstream è sempre più guidato dal consenso algoritmico e dalla cautela commerciale, questi atti di &#8216;matricidio culturale&#8217; possono avere la forma di un ritorno paradossale all&#8217;autenticità attraverso la negazione. Forse la morte stessa è solo un altro significante in un gioco infinito di differenze e rinvii.</p>



<p>link e fonti:</p>



<p><a href="https://movieplayer.it/news/joker-2-ceo-warner-bros-risultati-deludenti_149001">https://movieplayer.it/news/joker-2-ceo-warner-bros-risultati-deludenti_149001</a></p>



<p><a href="https://hypercritic.org/collection/todd-phillips-joker-folie-a-deux-2024-review">https://hypercritic.org/collection/todd-phillips-joker-folie-a-deux-2024-review</a></p>



<p><a href="https://www.badtaste.it/articoli/joker-2-demolito-da-uno-degli-attori-il-peggior-film-mai-fatto">https://www.badtaste.it/articoli/joker-2-demolito-da-uno-degli-attori-il-peggior-film-mai-fatto</a></p>



<p><a href="https://movieplayer.it/news/hideo-kojima-difende-joker-folie-a-deux-capolavoro-incompreso_148805">https://movieplayer.it/news/hideo-kojima-difende-joker-folie-a-deux-capolavoro-incompreso_148805</a></p>



<div type="geminga" class="wp-block-banner-post"></div>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/a-morte-gli-eroi/">A morte gli eroi</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://ilnemico.it/a-morte-gli-eroi/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Contro la sincerità</title>
		<link>https://ilnemico.it/contro-la-sincerita/</link>
					<comments>https://ilnemico.it/contro-la-sincerita/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Vitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 May 2024 09:18:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Contraddizioni]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[Arendt]]></category>
		<category><![CDATA[Baudrillard]]></category>
		<category><![CDATA[Sincerità]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://ilnemico.it/site/?p=393</guid>

					<description><![CDATA[<p>Facciamo a gara nel dirci sinceri, quindi trasparenti, in fin dei conti leggibili, decifrabili. Ma la nostra sincerità non è proprio la merce più ambita dal capitalismo della sorveglianza? L'utente sincero non è forse il sogno di ogni algoritmo?</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/contro-la-sincerita/">Contro la sincerità</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nel 1789, all’alba della rivoluzione francese, Maximilen de Robespierre, detto l’Incorruttibile, scriveva un saggio intitolato <em>Les ennemis de la Patrie démasqués</em> (I nemici della Patria smascherati). Rimuovendo la maschera dell’ipocrisia e della corruzione dal volto della società francese, i giacobini erano convinti di trovarvi sotto <strong>un popolo integro e onesto</strong>. Questa metafora ha un debito con la filosofia di Rousseau, secondo cui a rendere l’uomo cattivo è il pessimo ordine sociale, che corrompe una natura umana originariamente pura. L’uomo civilizzato è «simile alla statua di Glauco, che il tempo, il mare e le tempeste avevano talmente sfigurato da farlo rassomigliare più ad una bestia feroce che a un dio». Solo raschiando i sedimenti depositati dalla società, quindi le cattive abitudini, le morali passeggere, i costumi dissoluti, l’egoismo scaturito dall’istituzione della proprietà privata, gli individui potranno riscoprirsi autenticamente. Robespierre identificò proprio nell’autenticità rousseauiana un principio rivoluzionario da far valere contro l’ipocrisia dominante, tanto che Hannah Arendt, nel saggio <em>Sulla Rivoluzione</em>, afferma che il giustizialismo dei rivoluzionari, mossi da una passione ossessiva nella caccia agli ipocriti, ai traditori e ai cospiratori (e sfociata appunto nel Terrore), abbia fatto della sincerità una garanzia di uguaglianza e di incolumità politica. Per partecipare alla vita dello Stato, il <em>citoyen</em> doveva dimostrarsi sincero, e quindi dare prova della simmetria tra la sua vita esteriore e la sua fede interiore: doveva dirsi pronto a dichiarare guerra non solo al nemico esterno (i sostenitori dell’Ancien Régime) ma anche a quello interno, tenendo sotto controllo le sue ipocrisie striscianti. Il tentativo – dagli esiti sanguinari – di strappare questa maschera, ha finito per stemperare il confine tra la sfera pubblica e quella privata. <strong>La rimozione di questo schermo minaccia, secondo la Arendt, la possibilità di una vita interiore, e quindi di un’autonomia individuale che ci consenta di resistere alle continue intromissioni dello Stato e della sfera pubblica nella nostra intimità, senza cui si creano le condizioni perfette per il Totalitarismo.</strong> In assenza di una vita interiore che sia opaca al pubblico o al governo, nessuna libertà di volontà e di indipendenza di opinione è possibile. La maschera, infatti, è il primo attributo della persona. Il termine stesso di <em>persona</em> viene dal verbo latino <em>personare</em>, formato da “per” e “sonare”, quindi “risuonare”, in riferimento agli attori che parlavano attraverso la maschera lignea di scena. L’atto di smascherarsi, e quindi di mettersi a nudo o di parlare sempre sinceramente, ci priva della possibilità di coltivare una personalità, perché una vita interiore esposta ininterrottamente al banco di prova del pubblico, senza schermi, non può essere libera.</p>



<div type="product" ids="277" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Da qualche tempo assistiamo a un revival della sincerità, a un vero e proprio culto di un sostantivo che nel frasario essenziale per non destare scandali né sospetti in qualsiasi discussione ricorre fino alla nausea. Passepartout, credenziale, requisito minimo per avere la fiducia dell’interlocutore, noi dobbiamo sempre dirci sinceri. Le celebrità fanno a gara per dimostrarsi sincere con i propri fan, il che spesso consiste, almeno per le donne, nel pubblicare foto struccate, di prima mattina, sui loro profili social, convinte che questo basti a far trionfare la sostanza sull’apparenza, o che sia sufficiente raccontare un aneddoto quotidiano per mettersi a nudo. Anche in politica la sincerità è divenuta un parametro più importante della verità, un criterio di affidabilità, un attributo che coinvolge e genera consenso.&nbsp;<strong>Non conta più quanto sia povero un ragionamento</strong>, elementare e carente di idee e di visione un discorso: la verità, o la falsità di un’affermazione&nbsp;<strong>sono meno importanti della&nbsp;<em>sincerità</em>&nbsp;con cui vengono espresse</strong>.</p>



<p>Incapaci di distinguere il vero dal falso in un contesto di sovrapproduzione delle informazioni, e impossibilitati ad afferrare una realtà sempre più mediata dai supporti di cui ci serviamo, siamo costretti a valorizzare la sincerità dei contenuti che ci vengono proposti. Ma questa “cultura industriale della sincerità” (Baudrillard) ha incorporato un bias cognitivo.<strong>&nbsp;Associamo per automatismo la sincerità alla verità, nonostante si possa reiterare nell’errore pur essendo sinceri.</strong>&nbsp;Ad ogni modo abbiamo fame di sincerità, lo dimostrano l’inflazione dei reality show e delle reality Tv, l’uso dei social network (e la capacità di adattamento che i social hanno dimostrato a questo uso) come confessionali perenni, il bisogno compulsivo di avere i riflettori puntanti nella nostra intimità e di vederli puntati nel cuore del nostro vicino, di cui vogliamo sapere tutto (senza il timore che questi riflettori possano far luce in zone d’ombra inopportune, che ci scoprano meschini, detestabili, ignobili).</p>



<p>Convinti che la sincerità sia un’illusione, e che non esista persona che non indossi una maschera, e che il cuore dell’uomo sia insondabile anche per l’uomo stesso,<strong> l’aspirazione alla sincerità ci sembra comunque dannosa,</strong> tanto più con i social network, che promuovono un’etica della trasparenza a tutti i costi. <em>A cosa stai pensando?</em> è la domanda di default che ci viene posta non appena entriamo su Facebook. Oltre a ipotizzare che l’utente stia pensando a qualcosa, la piattaforma lo invita e esprimere un pensiero, a condividere un’opinione o il proprio stato d’animo, a essere “sincero” con gli altri utenti. <strong>Questa sincerità è il sogno dell’algoritmo.</strong> L’algoritmo ha come scopo quello di smascherare l’utente, di leggere i suoi bisogni, vuole perciò utilizzatori che siano il più sinceri possibile, che manifestino sinceramente le loro preferenze, i loro gusti, i loro interessi, utenti che si mettano a nudo, trasparenti, quindi leggibili, decifrabili. <strong>La nostra sincerità è la merce più ambita da un capitalismo della sorveglianza</strong> che vuole accumulare dati sensibili, informazioni sociodemografiche e inclinazioni personali per elaborare un nostro profilo psicometrico e poter prevedere, e magari orientare, i nostri comportamenti. Mettiamo like, regaliamo click, scriviamo feedback positivi o negativi a prodotti, condividiamo foto, articoli, opinioni, curriculum, di ogni cosa abbiamo fatto un confessionale dove poter attestare pubblicamente l’accordo tra ciò che diciamo e ciò in cui crediamo in quel momento. Tuttavia gli algoritmi tendono a consigliarci contenuti e prodotti customizzati, targetizzati, coerenti con tutte le scelte che abbiamo fatto in passato e con tutti i dati di cui dispongono. La nostra pretesa sincerità diventa così una prigione dove è abolito l’imprevisto e l’inatteso, dove si conferma all’infinito l’idea che noi abbiamo di noi stessi, che però è sempre parziale e limitata. Insomma noi siamo molto più complessi di come ci narriamo, siamo più profondi degli aggettivi che usiamo per descriverci, della nostra foto profilo, delle caselle che spuntiamo in un questionario online, delle ricerche che facciamo su internet, dei like che mettiamo, e ogni volta che pensiamo di tradurre sinceramente il nostro io interiore, nel portarlo in superficie per renderlo visibile a tutti siamo costantemente traditi, perché i mezzi che utilizziamo, che siano le parole o i supporti messi a disposizione dai social, ci ingannano costantemente, semplificano e banalizzano il nostro universo privato nel momento stesso in cui lo esponiamo al pubblico. Una vita passata interamente in pubblico – dice la Arendt –, in presenza altrui, diventa superficiale». <strong>L’espressione dell’intimità infatti avviene soprattutto attraverso l’indicibile, prima ancora che per mezzo di una parola costruita, scambiata e dibattuta, come accade nella sfera pubblica. </strong>La maschera, allora, che opacizza e non permette di rendere leggibile il nostro universo interiore, è un meccanismo di conservazione della nostra autonomia e segnala una indisponibilità alla mercificazione del “segreto”, un postulato fondamentale di ogni libertà concreta. Lo stesso Nietzsche è convinto che «ogni spirito profondo ha bisogno di una maschera: e più ancora, intorno a ogni spirito profondo cresce continuamente una maschera». Le nostre qualità, le nostre emozioni, i motivi intimi ricamati sul nostro essere interiore, reclamano l’oscurità per poter crescere e prosperare, un’oscurità che li protegga dall’oppressione e dalla tirannia del pubblico. Sembra un paradosso, ma a forza di voler essere sinceri, non potremo più essere noi stessi.</p>



<div type="newsletter" class="wp-block-banner-post"></div>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/contro-la-sincerita/">Contro la sincerità</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://ilnemico.it/contro-la-sincerita/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
