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	<title>Cinema America Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Riflessioni a partire da Punishment Park</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 May 2026 09:41:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema America]]></category>
		<category><![CDATA[violenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Che noia i film che chiedono i permessi.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Roma clandestina, America spettacolare: Punishment Park, quando il falso diventa più vero del reale</p>



<p>Oltre a essere invivibile, Roma è anche indecifrabile: stratificata, antica e dunque misteriosa. È proprio grazie a questa sua natura opaca che, talvolta, ci si imbatte in eventi strani, mai pubblicizzati perché completamente privati, borderline, quasi clandestini. Può così capitare di ritrovarsi nel centro della capitale a partecipare a un cineforum segreto (il Cinegiordani) di cui non esiste traccia online, ospitato in uno di quegli spazi romani che da anni sopravvivono nell’ombra della produzione audiovisiva indipendente, lontano dai circuiti ufficiali.</p>



<p>Ed è lì che può accadere di vedere un film assurdo e dimenticato come Punishment Park (1971). Diretto da Peter Watkins in piena epoca nixoniana, è un mockumentary militante (un finto documentario) e un feroce atto d’accusa contro la violenza istituzionale americana. Il film immagina un’America alternativa (ma non troppo) in cui giovani dissidenti politici vengono processati da tribunali speciali.</p>



<p>Ai condannati è offerta una scelta: sei anni di carcere oppure l’accesso a Punishment Park, un deserto da attraversare per tre giorni senza acqua né cibo, con l’obiettivo di raggiungere e toccare una bandiera americana per riconquistare la libertà. A sorvegliarli ci sono polizia e Guardia Nazionale, autorizzate a sparare.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-4-3 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe title="PUNISHMENT PARK TRAILER (1971)" width="500" height="375" src="https://www.youtube.com/embed/X04-bpHCCCU?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<p>Un’idea potente, probabilmente devastante all’epoca, che oggi appare in parte datata. Non tanto per il contenuto politico, quanto perché la violenza che il film condanna è la stessa che la società e il cinema americani hanno imparato a metabolizzare, spettacolarizzare ed esportare. In questo senso, Punishment Park rende esplicito un meccanismo più profondo: l’America ha bisogno della violenza per raccontarsi, per trasformare il conflitto in intrattenimento.</p>



<p>Questo tema riaffiorò in un altro evento romano di qualche anno fa, anch’esso semi-clandestino ma annunciato: un incontro in un pub di San Lorenzo (l’Underdogs) con Abel Ferrara. Il regista, tra una provocazione e l’altra (arrivando persino a sostenere di sapere con certezza chi abbia ucciso Pier Paolo Pasolini, salvo poi rimandare la rivelazione a una futura autobiografia per “ragioni di sicurezza”) sottolineava un punto significativo: quando negli Stati Uniti arrivò la notizia della morte di Pasolini, non passò quasi nulla del poeta. Passò invece il truce assassinio, l’immagine folcloristica e brutale, il dettaglio scandalistico, la sua Lancia blu e le marchette nei luoghi malfamati.</p>



<p>È la violenza che eccita l’America, sia essa messa in scena in un mockumentary, sia essa appartenente alla cronaca. La violenza è alla base dello spettacolo americano. Questa contrapposizione poteva funzionare finché l’America produceva prevalentemente intrattenimento violento e l’Europa realizzava opere più introspettive. Fino agli anni Ottanta la distanza tra cinema europeo e statunitense appariva netta: pop e spettacolare il primo, filosofico e autoriale il secondo.</p>



<p>Oggi questa separazione è meno evidente. Il cinema americano ha integrato l’autorialità anche all’interno di forme apparentemente commerciali. Ciò rende più complessa la lettura contemporanea di Punishment Park, che resta un’opera figlia del suo tempo ma conserva una forza inquietante. È un film militante che flirta con la stessa violenza che denuncia? Forse. E i titoli di coda, dove una voce fuori campo rivela che alcune persone coinvolte ebbero in seguito problemi legali e conseguenze reali, aumentano l’ambiguità tra rappresentazione e realtà.<a href="https://open.substack.com/pub/ilnemico/chat?utm_source=chat_embed" target="_blank" rel="noreferrer noopener"></a></p>



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<p>Il punto più rilevante che emerge da un’opera simile è però un altro: il potenziale del mockumentary come arma di destabilizzazione, capace di incrinare la credibilità dei media. Una ferita che oggi si riapre con i fake video prodotti dall’intelligenza artificiale. Con una differenza sostanziale: nel mockumentary esiste un’intenzione autoriale esplicita, un progetto politico deciso a monte. L’inganno è dichiaratamente artistico e finalizzato a produrre consapevolezza, non semplice disorientamento.</p>



<p>In Italia, tuttavia, il documentario è ancora percepito come “moralmente vero” e, quando è falso (come nel caso di Fascisti su Marte) viene perlopiù assimilato alla satira. Negli Stati Uniti, invece, il successo di celebri mockumentary come This Is Spinal Tap ha reso possibile un’ulteriore evoluzione del genere attraverso i film di Sacha Baron Cohen, come Borat (2006) e Brüno (2009), che hanno trasformato il mockumentary in una performance totale: personaggi fittizi incarnati nel mondo reale, reazioni autentiche catturate e restituite come dispositivo critico. Realizzare un mockumentary alla Sacha Baron Cohen in Italia é un qualcosa che nessuno ha mai pensato, ma potrebbe seriamente portare alla luce interessanti ingranaggi nascosti del nostro belpaese.</p>



<p>In un’epoca ossessionata dal “tratto da una storia vera”, in cui i reel di Instagram risultano spesso più seducenti di qualsiasi biopic e l’intelligenza artificiale produce narrazioni false ma realistiche, prive di reale urgenza politica, il mockumentary potrebbe tornare a essere una forma decisiva. Non come gioco postmoderno, ma come strumento di disturbo. Non come parodia, ma come atto sovversivo. Come un cinema che, ancora una volta, non chiede il permesso.</p>



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		<title>Cinema America 41 Bis</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Jun 2025 09:56:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Intellighenzia]]></category>
		<category><![CDATA[Intervista Impossibile]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema America]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema Troisi]]></category>
		<category><![CDATA[Gualtieri]]></category>
		<category><![CDATA[Roma]]></category>
		<category><![CDATA[Trastevere]]></category>
		<category><![CDATA[Valerio Carocci]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Intervista impossibile a Valerio Carocci, "quello" del Cinema America. Questa non è un'aggressione</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><br><em>Trastevere, è inizio giugno ma il caldo già scioglie le facce degli americani in pellegrinaggio a San Callisto. Il quartiere è una giungla di gabbiani, immondizia e spritz da asporto. Nei giftshop invasi dalle mandrie anglofone ritroviamo le sagome dei baretti delle prime sbronze liceali. C’è chi aspetta il sudore per non piangere da solo, ma camminiamo comunque tutti a testa bassa, oltre San Cosimato, oltre Viale Trastevere, verso il Cinema Troisi.</em></p>



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<p><em>All’ingresso ci accolgono due file di ragazzi in età impressionabile, magliette bordeaux del cinema America, braccia incrociate. Ci guardano tutti, ma in cagnesco. Regna il silenzio. Chi sputa per terra, chi scuote la testa con disprezzo. Risaliamo in penitenza il corridoio creato dai loro corpi, fino al piano di sopra, all’ufficio centrale. La porta sbatte dietro di noi. Quattro scimmioni della scorta ci tastano, anespressivi. Finalmente ci sediamo. Davanti a noi, rigido, </em>quello <em>del Cinema America, Valerio Carocci. Siamo intimiditi lo ammettiamo. È la prima volta che lo vediamo senza microfono, l’emozione è tanta.</em></p>



<p><strong>N</strong>: Valerio, grazie di aver…</p>



<p>VC: No grazie un cazzo regà, grazie al massimo lo dico io, ma non ho nulla per cui dire grazie, quindi non lo dico. Voi siete dei piccoli pezzi di merda, io v’ho capito, siete qui per incularmi, per fare finta di fare un’intervista normale e poi a ‘na certa esce fuori che c’è una botola sotto il mio ufficio piena di stagisti legati con le ulcere, o che quella cena di Marino per cui è caduta la giunta PD ero al tavolo anche io ubriaco lesso con la cravatta sulla fronte. Insomma una spruzzatina di realismo magico da quattro soldi che dovrebbe rivelare, boh chessò, la mia ipocrisia. Ma andate a fanculo!</p>



<p><strong>N</strong>: No aspetta Valerio, ti sbagli. Noi…</p>



<p>VC: Non mi sbaglio per niente, ho letto l’intervista a Salaroli, so quello che fate, fate schifo. Cos’è mo? Immagino che ora apro la porta de ‘sto sgabuzzino ed esce Gualtieri in mutande con una ventiquattrore con 300k fuori bando?</p>



<p><strong>N:</strong> Beh che poi un fondo di verità ci sareb…</p>



<p>VC: Mazza oh, bella scoperta! Pensate che sono l’unico che prende i soldi così? Io sono sempre stato al corrente della natura non regolare dei finanziamenti alle associazioni culturali e al cinema. L’ho cominciato a capire da quando portavo i pantaloni alla zuava.</p>



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<p><strong>N</strong>: Aspetta Vale, siamo partiti con il piede sbagliato. Ti va di ricominciare?</p>



<p>VC: Oppure no, ecco, sì ce l’ho, ora si scopre che quel fascio che ho fatto finta che m’aveva menato, grazie al quale tutti i movimenti di Roma sono venuti in supporto al mio cinema, era mio cugino di Casal Palocco. Tutto orchestrato da principio. Wow, bella trovata! Grandi regà! Manco Fanpage. Potevate fare di meglio.</p>



<p><strong>N</strong>: OH VALERIO! Ma ti dai una calmata! Sei viola. Respira. Noi siamo qui per farti i complimenti.</p>



<p>VC: Che? Ma non mi prendete per il culo! Ho mezza Roma che mi odia perché ho gerarchizzato e personalizzato una delle assemblee orizzontali più riuscite del paese, ora voi dovreste volermi fare i complimenti? Ma fatemi il piacere.</p>



<p><strong>N</strong>: No Valerio davvero. Stai facendo una cosa incredibile. Fatti spiegare. Noi partivamo iper prevenuti, come tutti. Devi sapere che ogni volta che viene fatto il tuo nome dentro al GRA fanno tutti a gara a spiegare perché bisognerebbe odiarti. L’altro giorno però ce ne siamo fregati, e siamo andati a Monte Ciocci al cinema all’aperto. C’era la luna alta dietro il cupolone, qualche sprazzo di luce rosa spegneva lentamente il cielo. Iniziava un film, neanche mi ricordo quale, sai? Con la mia ragazza stavamo litigando, neanche mi ricordo perché. Poi è successo qualcosa di magico. Ai titoli di testa ci siamo presi la mano e non ce la siamo lasciata più per tutto il film. Hai salvato la nostra relazione, Valé, hai fatto qualcosa di incredibile, un servizio unico per questa città, per il cuore di tutti noi.<br><br>VC: A regà dai su, ma non mi prendete per il culo. Ma pensate davvero che non vi conosco? Che non lo so che ora ve ne uscite col fatto che il cinema è un contenitore vuoto, culturalmente asettico, che è tutto grande cinema, da Scorsese a Leni Riefenstahl e che…</p>



<p><strong>N</strong>: Oh riprenditi! Escine Valé, c’hai la sindrome dell’impostore. Guarda che hai fatto una gran cosa. Ma può essere che in ‘sta città non appena uno c’ha un briciolo di successo lo dobbiamo tutti massacrare? E vabbè hai fatto qualche cagata, hai preso qualche finanziamento straordinario, sei un po’ qualunquista riguardo ai temi e alle frequentazioni, ma tutto a fin di bene, tutto per darci il cinema, il grande cinema, gratis, d’estate. E pure in periferia! Ma che vogliamo di più? Alla fine sono film, andiamo a vederli per distrarci, per non pensare, per darci un tono, o per fare pace con gli amori. È un servizio civico quasi. E stai spaccando!</p>



<p>VC: … ma andate a farvi fottere.</p>



<p><em>Carocci clicca un tasto sotto la scrivania. Scivoliamo nel nero, immersi tra i corpi ulcerosi e putridi di tutti quelli del Cinema America che hanno osato alzare la testa. La luce si richiude sopra di noi. Iniziamo a urlare. Virginia Raggi dal fondo ci zittisce con un lungo shhhhhh!</em> <em>Ecco che fine aveva fatto</em>.</p>



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		<title>Sogno di una sinistra senza intellettuali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Jul 2024 09:15:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Impolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Intellighenzia]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Borghi]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema America]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[intellighenzia]]></category>
		<category><![CDATA[sinistra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Uno spettro si aggira per l'Europa: è il pregiudizio che la cultura e la moralità siano equipollenti. Pregiudizio coltivato e difesa dalla classe che guarda caso detiene il monopolio della cultura: la classe degli intellettuali. Non serve sviluppare un'etica, essere attivi politicamente, difendere, anche con il proprio corpo, un'idea di mondo. Si estrae un medesimo plusvalore intellettuale andando al Salone del Libro, al cineforum in piazza, o ascoltando il podcast giusto. Estratto dal #54 della newsletter "Preferirei di no".</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Recentemente, in Francia, è scoppiata una polemica intorno ad alcune <strong>dichiarazioni politiche del calciatore Mbappé</strong>, che all&#8217;alba delle elezioni invitava a non votare il Rassemblement National al secondo turno, «per non mettere il Paese nelle mani di quella gente». Non si è fatta attendere la risposta di Marine Le Pen: «I francesi sono stufi di ricevere lezioni di morale e istruzioni di voto» da «attori, calciatori e cantanti». <strong>Ma perché Mbappé non potrebbe esprimere la sua opinione politica? Perché è uno sportivo? Perché è un privilegiato?</strong> Non ci sembra che la Le Pen e la destra in generale, che condannano quasi sempre gli endorsement pubblici dei membri dello star system, abbiano argomentazioni valide a sostegno della propria tesi. Insomma <strong>Mbappé vive in una società e ha tutto il diritto di esprimere la propria opinione politica</strong>. La democrazia funziona così, e se la destra si presenta alle elezioni non può che stare al gioco delle parti. </p>



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<p>Perciò il nostro problema è stato di tutt&#8217;altra natura, quando siamo incappati in <a href="https://gruppomagog.us3.list-manage.com/track/click?u=e4cb43edb6896c1c159e383a4&amp;id=dc29c6c174&amp;e=05d5da8651" target="_blank" rel="noreferrer noopener">un video di Alessandro Borghi, ospite sul palco al Cinema in Piazza</a>, la riuscitissima operazione del Piccolo America che sta animando l&#8217;estate romana con proiezioni cinematografiche in tre diverse località cittadine. Tutto bellissimo. <strong>Nel discorso dell&#8217;attore però c&#8217;è un passaggio che conferma un concetto forse fumoso ma che questa newsletter sta cercando di condensare fin dal suo primo numero.</strong> Borghi dice, rivolgendosi alla platea: «Mi piacete tantissimo voi&#8230; ma questo Paese un po&#8217; meno. Cioè diciamo che se fossero tutti come voi forse avremmo risolto. Invece da qualche parte ci sarà una piazza dove ci sta la gente così capito&#8230; [fa il gesto del braccio teso] e quindi è un macello». </p>



<p>A noi della scelta di campo di Borghi, legittima come quella di Mbappé, interessa pochissimo. Malgrado a nostro avviso sia una scelta più posizionale che politica: nel senso che <strong>quella solo <em>posizionale</em> è una scelta a rischio zero ma con una massimizzazione del profitto, quella politica è una scelta in cui la responsabilità precede qualsiasi guadagno simbolico. </strong>Borghi invece non può dire il contrario di ciò che dice di fronte a un mondo del cinema che è schierato a sinistra e a una platea come quella del Piccolo America, che non tollererebbe altra posizione:<strong> quindi è sollevato da qualsiasi responsabilità, perciò la sua dichiarazione è la meno politica che si possa fare.</strong> Se puoi schierarti da una parte sola, che bisogno c&#8217;è di ribadire il tuo schieramento? Chi devi convincere tra quelli già convinti? È molto angusta la nostra libertà, oggigiorno, se possiamo rivolgerci sempre e solo a chi già pensa ciò che pensiamo. </p>



<p>Ma non è questo il punto, ci stiamo dilungando. Più interessante è il sottotesto, quello che questo discorso sottintende, <strong>e che rivela l&#8217;enorme problema in cui versano la cultura e i suoi esponenti.</strong> Borghi dice che l&#8217;Italia sarebbe un Paese migliore se fossero tutti come gli astanti, quindi, lavorando per deduzione: <strong>gente che va al cinema, che si interessa di cultura, che prende parte a delle manifestazioni, che si mette in gioco e che per questo non è di destra</strong>, come il resto del Paese, che invece si ritrova in altre piazze a fare i saluti romani e a urlare &#8220;Presente!&#8221;. Ora, premesso che nel pubblico delle Cervelletta, di cui Borghi non conosce i singoli componenti, potevano esserci pedofili, spacciatori, evasori fiscali, lettori di Teresa Ciabatti, criminali di tutti i tipi, <strong>perché si fa questa associazione tra cultura e moralità?</strong> Perché chi legge, chi si informa, chi partecipa a una proiezione cinematografica dovrebbe essere migliore di chi invece non fa tutte queste cose? </p>



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<p>Ci sono uomini e donne che vivono, ridono, si innamorano, soffrono, lavorano <strong>senza aver mai letto mezzo libro, e chissà quanti saperi non riconosciuti da certificati culturali essi conservano e custodiscono e tramandano,</strong> e chissà che non siano proprio questi saperi quelli che mandano avanti il Paese e permettono a chi legge Calvino di spostarsi da una parte all&#8217;altra della città in metro per andare a bere il suo spritz nella libreria sui Navigli. Questo automatismo, questo tic tutto progressista che risolve l&#8217;equazione per cui all&#8217;aumentare dei libri letti, dei film visti, o dei viaggi fatti <strong>aumenta la libertà e la moralità degli individui non ha alcun fondamento. </strong>Qual è la libertà di Borghi, che per ricevere un applauso su quel palco non può esimersi dal dire la frasetta di rito? La libertà di giornalisti che sono presi in ostaggio dai pregiudizi del proprio pubblico, di case editrici che rispondono solo alle esigenze del mercato, di case di produzione che devono rispettare i canoni imposti dall&#8217;ultimo bando del Ministero della Cultura per riceve i contributi pubblici? Di che libertà stiamo parlando, di che coscienza politica dobbiamo discutere? Perché non si entra mai nel merito?<strong> </strong></p>



<p><strong>Il cinema poi è stato uno degli strumenti di propaganda più utilizzati dai totalitarismi novecenteschi</strong>, anzi uno dei mezzi che deve il suo enorme sviluppo e raffinamento nei metodi e nelle tecniche proprio ai regimi dittatoriali, che ne hanno fatto un uso massiccio e spropositato. Borghi domani potrebbe formulare lo stesso discorso di fronte a una platea nazista in attesa di guardare «La cittadella degli eroi», solo perché si tratta pur sempre di cinema? Ecco pensiamo che probabilmente Goebbels è diventato Ministro della Propaganda dicendo cose del genere: «di là ci sono quelli brutti, sporchi e cattivi che non vedono i film liberatori che vediamo noi e per questo il Paese fa schifo, epuriamoli».<strong> </strong></p>



<p><strong>I libri, i film, i podcast non sono mezzi dal valore morale intrinseco. Non hanno niente a che vedere con la moralità.</strong> Anzi i più grandi massacri e stermini della storia sono stati avviati da società sviluppatissime, culturalmente molto qualificate. Ma perché la sinistra non si toglie dalla testa la pessima idea che gli intellettuali salveranno il mondo? Gli intellettuali sono la forza più conservatrice, più controrivoluzionaria della storia, più attaccata ai suoi privilegi. Ecco l&#8217;epurazione che andrebbe fatta, togliere la patina di moralità di cui si ammantano a vicenda scrittori, giornalisti, registi, direttori artistici. <strong>Cosa aspetta la sinistra a deintellettualizzarsi? </strong>Perché la difesa degli ultimi, degli emarginati, delle minoranze, è appannaggio posizionale di una classe di persone che si appropria culturalmente di problemi altrui, vissuti quotidianamente da persone in carne ed ossa, senza teorie, <strong>trasformando questi stessi problemi in ideologia, quindi carriera, professione, business?</strong> </p>



<p>Non sarebbe meglio una sinistra senza il monopolio di questa categoria parassitaria, che vive a spese di sofferenze non sue, e che pur non essendo la proprietaria dei mezzi di produzione detiene i mezzi di produzione del discorso dominante (che è sempre di sinistra, perché la destra non produce alcun discorso, ha solo «idee senza parole» come diceva Furio Jesi)? <strong>Il filosofo anarchico Jan Wacław Machajski li chiamava i «capitalisti del sapere»</strong>, un «ceto che anche dopo l&#8217;abolizione dei capitalisti continua a essere una società dominante, esattamente come quella dei dirigenti e dei governanti colti; resterebbe in possesso del profitto nazionale, ripartito nella forma di onorari dei lavoratori intellettuali, e successivamente, grazie alla proprietà e al sistema di vita familiare, questa struttura trova la sua conservazione e il suo modello di riproduzione di generazione in generazione».  </p>



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