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	<title>comunicazione Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>I traumi ci fanno fatturare </title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Nov 2025 09:42:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura Assoluta]]></category>
		<category><![CDATA[Incomunicabilità]]></category>
		<category><![CDATA[comunicazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tra capitalismo terapeutico, vulnerabilità strategica e lacrime che puzzano di marcio,</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Apro Instagram. Una ragazza bionda racconta la fatica di crescere un figlio da sola mentre beve un cappuccino fatto in casa e condivide consigli per non sentirsi una madre inadeguata. Chiara Ferragni si proclama World’s Best Sottona e regina del Club degli Illusi dopo il divorzio con Fedez e la bufera mediatica causata dalla scoperchiatura del vaso di Pandori. Una donna americana piange in macchina mentre trasporta le ceneri del suo giovane marito defunto. Un uomo con una polo blu e un piccolo microfono attaccato al colletto racconta che, grazie alle sponsorizzate, il suo business cresce da solo e riesce finalmente a passare del tempo con i suoi figli.&nbsp;</p>



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<p>Un brivido si propaga dalla pancia fino alla pelle, sottile ma insistente. Sento puzza di marcio, ma mi colpevolizzo. Hanno sofferto, si stanno mostrando nella loro vulnerabilità, come posso essere così insensibile? Eppure, aumenta in me il bisogno di allontanarmi veloce, velocissimo. Smetto di seguire, chiudo tutto. Cosa sta succedendo?<br></p>



<p><strong>Viviamo in un’epoca in cui sembra essere “Tutta colpa di Freud”</strong>. Ci hanno addirittura fatto una <a href="https://www.youtube.com/watch?v=PLQ05q_QF14">serie TV</a> e una <a href="https://www.youtube.com/watch?v=sjFPZ7L3kVs">canzone</a>. Soffriamo? Abbiamo sicuramente avuto un trauma, parola greca che deriva dal verbo greco τραῦμα, che significa &#8220;danneggiare&#8221;, &#8220;ledere&#8221;, &#8220;rovinare&#8221;. Non è colpa nostra, qualcosa o qualcuno ci ha danneggiato, ma<strong> la bella notizia è che possiamo trasformare la nostra ferita nella nostra più grande forza</strong>. Questa è la narrazione, oggi. Ce lo dicono i terapeuti, gli algoritmi e persino Kelly Clarkson con <em>“What doesn’t kill you makes you stronger”</em>. Poi Tiziano Ferro l’ha messa in versione pop con il suo <em>“Se non uccide fortifica”</em>.&nbsp;</p>



<p>La vulnerabilità è diventata un linguaggio e, come ogni linguaggio, ha le sue regole: ti puoi mostrare fragile, ma solo se hai una visione, puoi piangere in pubblico se serve ad attirare consensi, puoi raccontare i tuoi fallimenti, solo se aumentano il fatturato.&nbsp;</p>



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<p>Online, <strong>il trauma non è più solo un’esperienza intima, da proteggere e di cui prendersi cura, ma è una nicchia di mercato.</strong> Bisogna parlare alle persone che hanno lo stesso trauma per aiutarle e convincerle che sì, siamo proprio noi la soluzione che stanno cercando. Allora c’è chi racconta le proprie ferite senza filtri, chi costruisce un podcast, chi un videocorso da guardare mentre il figlio è a lezione di nuoto.&nbsp;</p>



<p><strong>È il capitalismo terapeutico: soffro, dunque monetizzo. </strong>Un tempo si diceva <em>“Trasforma il dolore in arte”</em>, oggi basta trasformarlo in contenuto, possibilmente con un titolo che attiva corde emotive e qualche centinaio di euro di sponsorizzata.&nbsp;</p>



<p><strong>Il trauma, in questo contesto, non è più ciò che ti accade, ma ciò che ti definisce.</strong><strong><br></strong>Diventa un marchio, un posizionamento, un modo per sentirsi speciali.<em> </em>Non sei solo una persona ansiosa: sei una persona ansiosa capace di raccontare l’ansia<em>. </em>Hai avuto un burnout? Ottimo, adesso puoi insegnare agli altri a evitarlo. La narrazione della ferita funziona perché rassicura. Perché ci fa sentire tutti un po’ disagiati, ma insieme, guidati da <em>anime affini </em>che ci capiscono, che sentono il nostro trauma e a cui siamo felici di dare i nostri soldi.&nbsp;</p>



<p>E così, tra una seduta di psicoterapia e un reel motivazionale, impariamo a performare il dolore con grazia, a monetizzare il trauma con leggerezza, a raccontare la vulnerabilità come fosse una competenza trasversale. Il risultato? <strong>Siamo tutti imprenditori del nostro trauma, testimonial di un dolore che non deve più far male, deve solo fatturare.</strong></p>



<p>A questo punto la domanda sorge spontanea: “Ma allora online è tutto finto?” No. O almeno, non sempre. Ci sono anche persone come Bianca Balti che torna sui social dopo tre mesi di silenzio per parlare di depressione post-cancro, senza però identificarsi in essa, con pudore, senza retorica e con la grazia ruvida di chi non deve dimostrare niente. Il problema non è la vulnerabilità in sé, ma la sua gestione in pubblico. C’è chi condivide una vulnerabilità strategica, con un secondo fine, ma c’è anche chi riesce davvero a trasformare il proprio dolore in arte, in storie che fanno riflettere, sorridere o entrambe le cose. La differenza è sottile, ma si sente, come quando metti il dolcificante nel caffè al posto dello zucchero.&nbsp;&nbsp;</p>



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<p>Un contenuto autentico non chiede di essere compreso, non cerca like né empatia: esiste e basta. È quello che ti lascia qualcosa anche senza spiegare nulla, senza dare soluzioni, senza CTA a scaricare l’ennesima guida gratuita su come essere un padre presente. È un contenuto intenso, ma silenzioso, in cui il dolore c’è, ma non è sbandierato per suscitare reazioni. <strong>L’autenticità, quando è reale, non ha l’urgenza di piacere, né paura di non piacere. </strong>La vulnerabilità strategica, invece, se esasperata, può portare <a href="https://open.spotify.com/episode/5IfpOiPafVnWGosbQry13r">una donna che ha ucciso suo marito a pubblicare un libro per bambini su come superare il lutto del padre</a>. Capite cosa intendo? È agghiacciante.&nbsp;</p>



<p><strong>Imparare a distinguere è un atto politico. </strong>Abitare gli spazi online significa accettare che ci siano più livelli di verità, che non tutto è manipolazione, ma nemmeno tutto è confessione. Significa fermarsi prima di condividere, o prima di empatizzare, e chiedersi: “Perché lo sto dicendo? Cosa spero di ottenere? Che sensazione suscita in me quello che sto leggendo/vedendo? È zucchero o è dolcificante?” Insomma, si sente. Forse la vera autenticità non è solo raccontarsi, ma<strong> stare nelle domande scomode senza la pretesa di avere (e dare) sempre una soluzione monetizzabile.</strong> Imparare a dimorare nel silenzio, prima di trasformare tutto in messaggio, storia o contenuto.&nbsp;</p>



<p>Certo, in qualche modo dobbiamo pur mangiare e se la nostra vulnerabilità <em>funziona</em>, perché non parlarne? Non c’è niente di male nel voler trasformare il dolore in qualcosa di utile. D’altronde, la società in cui viviamo ce lo chiede continuamente. Forse la soluzione non c’è. Bisogna solo farsi domande, ogni volta, prima di parlare o di ascoltare. Seguire un po’ di più le proprie urgenze e un po’ meno le strategie. Condividere non per convertire, ma per capire. E imparare ad ascoltare quella sensazione di pancia che arriva mentre leggiamo, guardiamo, scorriamo.</p>



<p><strong>Perché, se ci fermiamo un attimo, la pancia sa sempre la verità: quando è zucchero, quando è dolcificante, quando è marcio.</strong></p>



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<p></p>
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		<title>Per farla finita con il discorso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Jul 2025 09:29:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Incomunicabilità]]></category>
		<category><![CDATA[Propaganda]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Surrealismo Capitalista]]></category>
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		<category><![CDATA[informazione]]></category>
		<category><![CDATA[linguaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Parola]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Occorre spezzare la logica che impone il discorso come strumento obbligato della libertà. Non si tratta, infatti, di parlare meglio, più forte, più insieme, ma di disertare la parola stessa.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/per-farla-finita-con-il-discorso/">Per farla finita con il discorso</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>C’è qualcosa di fondamentalmente poliziesco e spettrale – cioè proprio di una presenza che non ha volto né fondamento, ma agisce ovunque come norma interiorizzata – in certi accademici che continuano a ripetere come <strong>“comunicare” e “capitalizzare” siano la cifra dell’Umano</strong> – dell’umano tecno-logico, definito una volta per tutte come produttivo e discorsivo.</p>



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<p>È in questa cornice che trovano spazio le retoriche <strong>sull’importanza della parola, dell’informazione, dello scambio continuo:</strong> ci viene detto che esistiamo solo nella misura in cui siamo nel Discorso, «che noi si muore appena abbiamo smesso di parlare». Tutto ciò, ovviamente, guardandosi dal ricordare che, se la tecnica-linguaggio è già iscritta in una rete di aspettative e codificazioni, allora non è più uno spazio di libertà né tantomeno di verità, ma di sorveglianza, giudizio, comando.<br><br>Elencare le miserie delle istituzioni – comprese quelle accademiche – per il gusto di denunciarle è snervante: se ci si fa riferimento è solo per marcare una volta per tutte l’impossibilità di un compromesso, <strong>per porgli le condoglianze.</strong> Non si tratta di moltiplicare i racconti del disastro, quanto piuttosto di rivolgersi a chi cospira alternative vivibili opposte all’ostilità della situazione globale, a chi fa leva su altri mondi possibili, invece di lasciarsi avvelenare da quelli già in agonia, <em>più di là che di qua</em>.<br><br>La normalità che attraversiamo – o meglio, che <em>ci attraversa</em> – non è affatto naturale. È il risultato di gerarchie, dispositivi, strutture che nel tempo si sono imposti con forza, organizzando la vita in modo da poterla classificare e controllare. Il potere, oggi, non ha più un volto unico né un centro evidente: <strong>pare essere da nessuna parte proprio in quanto è ovunque</strong>. Se le tecnologie di controllo non sono circoscritte a delle situazioni eccezionali ma, anzi, operano nella gestione ordinaria della popolazione, è perché <em>la stessa ordinarietà</em> <em>corrisponde alla crisi</em>, in quanto costruita per giustificare l’implementazione continua di misure di sicurezza che rispondono a presunti rischi.</p>



<p>Nella storia, il soggetto formato dalla tecnica ha sempre avuto una relazione profonda con la guerra: utensili e armi sono da sempre creati parallelamente. La tecnica, fondata sul concetto di protesi, emerge dall’impulso a superare i limiti organici, poi incarnatosi nel <strong>linguaggio, che può essere considerato la più potente delle protesi – e, perciò, la più potente delle<em> armi</em></strong>. Perché il linguaggio permette, tra le altre cose, di comandare, organizzare, codificare.</p>



<p>Lo stesso insieme di forze che definiamo «vita» risulta dal costante riequilibrio di spinte che ci attraversano e ci organizzano in-formativamente. La realtà viene rimodellata da un sistema che trasforma ogni evento in dato, ogni dato in informazione, ogni informazione in valore. Il mondo si ripiega su sé stesso, diventa macchina che scompone gli spazi-tempo e costringe pensiero e azione entro parametri sempre più stretti.</p>



<p>Siamo già nel “post-umano”, ma non nel senso liberatorio promesso da alcune narrazioni futuristiche. Qui il superamento dell’umano serve solo a estendere lo sfruttamento, ad allargare la presa del capitale non più solo sui corpi produttivi, <strong>ma sulla vita tutta, in ogni sua manifestazione</strong>. Il vivente – umano e non umano – viene trattato come una risorsa, un capitale biologico da gestire e ottimizzare.</p>



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<p>Il mondo digitale e comunicativo in cui viviamo – l’infosfera – è in gran parte figlio di una visione semiologica che riduce ogni cosa a segno. Secondo questo approccio, <strong>ogni esperienza può essere tradotta in un codice, ogni persona letta come un messaggio da interpretare</strong>. È una logica che ha alimentato lo strutturalismo, e che ha finito per influenzare anche il modo in cui pensiamo l’inconscio.</p>



<p>In questa prospettiva, la psiche non è più un campo di conflitto, di storia, di tensioni materiali, ma una struttura astratta e ripetibile, fatta di simboli predefiniti. Il terapeuta diventa colui che possiede il codice giusto per decifrare tutto ciò che l’altro prova o dice. Ma quei simboli si ritrovano nella psiche solo perché qualcuno ve li ha posti in anticipo: il linguaggio dell’inconscio è già stato scritto, e chi lo interpreta ne è anche l’autore.</p>



<p>Si crea così un sapere chiuso su sé stesso, in cui ogni concetto conferma l’altro, ogni premessa resta intoccata. È un modello teorico che funziona esattamente come il capitalismo: non spiega nulla, non cambia nulla, ma semplicemente<em> tira avanti</em>.</p>



<p>Oggi ciò che è ci è più vietato è abitare uno spazio: è piuttosto esso che <strong>ci abita</strong>, plasmandoci da ogni lato. <strong>Le parole che usiamo non ci appartengono: sono già state dette, imposte, caricate di senso altrui</strong> – noi ne siamo solo i ripetitori che portano con sé stringhe ordinate di codici, frammenti di narrazioni dominanti che ci spingono lungo un binario ben preciso: quello della soggettivazione utile, adattabile, leggibile.</p>



<p>È questa ripartizione simbolica – re-inscritta nel comportamento prima ancora che esso abbia luogo – a predisporre l’agire stesso, i confini del possibile in una circolarità retroattiva in cui il gesto viene impresso dalla norma, e il valore si traveste da spontaneità. Lo spazio dell’assoggettamento non è dunque una superficie neutra, ma un campo già saturo di forme di socializzazione imposte. È il luogo stesso in cui l’agire si produce come effetto di una scrittura che ci precede, e nella quale la libertà si riduce a pura funzione operativa dell’ordine esistente.</p>



<p>Se osserviamo il linguaggio della psico-industria – con i suoi libri di <em>self-help</em> dallo stile normativo – risulta più facile riconoscere la violenza sottile dell’infosfera. L’individuo che si sottopone alla terapia è spinto, per necessità di comunicare, a dire ciò che si aspetta venga ascoltato.<strong> È una dinamica simile a quella dell’inquisizione, in cui l’accusato, pur di non spezzare il filo della comunicazione, finisce per ripetere le parole del potere</strong>. In questo modo, il dolore si riduce a una formula, a un codice. Viene spogliato della sua verità materiale e riconvertito in linguaggio terapeutico, in narrazione compatibile.</p>



<p>Nel frattempo, la parola diventa un dovere. <strong>Tutti devono raccontarsi, esporsi, spiegarsi</strong>. Mostrare sé stessi è diventato un imperativo sociale. Ma non c’è nulla di più dittatoriale – nel senso originario del termine <em>dicere </em>– che costringere a <em>dire</em> e a farlo in una lingua che non ci appartiene. Perché in questa saturazione comunicativa disgraziata il linguaggio perde la sua potenza, si svuota nella ripetizione di formule dominanti.</p>



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<p>&nbsp;I discorsi che ci attraversano – anche quelli che si presentano come neutrali, scientifici o oggettivi – si fondano su codificazioni istituzionalizzate, spesso invisibili. Si parla di noi, ma sempre nei loro termini. Quando parliamo di ideologia rischiamo sempre di relegare tutto a un piano astratto. <strong>Ma questi discorsi disciplinanti hanno effetti materiali che ci impongono un ruolo, ci ammoniscono a non uscire dai ranghi, ci ricordano minacciosamente dove dovremmo stare.</strong> Chi riduce tutto questo a una questione di linguaggio ignora che questi discorsi non interpretano il mondo: lo <em>costruiscono</em>, lo rendono governabile producendo posizioni di svantaggio.</p>



<p>Di nuovo, fare riferimento ai preti contemporanei della psico-industria serve, da un lato, solo a tracciarne una distanza insanabile; ma, dall’altro, anche a delineare una cartografia della cattura, una mappa dei punti ciechi in cui si infiltra il potere modulante. Infatti, a livello strategico possiamo concepire la dimensione infosferica solo scomponendola nella sua pervasività diffusa, cogliendo le parzializzazioni delle stringhe di codici che essa veicola e normalizza.</p>



<p>Ma il punto è che se non riusciamo a de-formare le forme esistenti non facciamo altro che essere riassorbiti da esse. Siccome qualunque gesto di infrazione è già integrato come possibile variabile, ogni tentativo di fuga viene riassorbito nei circuiti rendendolo compatibile con una ricalibrazione informativa (una varietà spettacolare di «casi limite» mediatici, spettacolarizzati ma sempre risolvibili, è la sola cosa con cui abbiamo a che fare se rimaniamo nelle maglie dell’infosfera).</p>



<p>Tuttavia ci sono interstizi che resistono effettivamente alla cattura. Punti di interruzione in cui si aprono varchi non addomesticabili che bloccano la trasmissione del segnale. Laddove anche l’essenziale refrattarietà di certi fenomeni viene riconfigurata dal sistema, è solo quando la codifica manca davvero, quando il tracciato informativo non si applica, che può emergere un vuoto qualitativamente diverso: <strong>non più come carenza da colmare, ma come apertura ingovernabile.</strong></p>



<p>In questi punti, è la soggettività che non si è cristallizzata nella forma prescritta a diventare veicolo del vuoto. Essa non si limita a ricevere il segnale: lo devia, lo frattura, <strong>vi oppone una <em>indocumentabilità</em></strong>, una forma di assenza attiva che sfugge alla presa informazionale e che è composta di forze che agiscono nel caos non per costruire un nuovo ordine, <strong>ma per <em>rendere impossibile la completa chiusura del presente</em></strong>. L’obiettivo non è riempire lo spazio lasciato vuoto dal sistema, ma mantenerlo tale: perché in questo vuoto si apre la possibilità di una vita in divenire, libera dai vincoli del riconoscimento funzionale.</p>



<p>Da qui occorre ripartire: non riprendere la parola, ma spezzare la logica che impone il discorso come strumento obbligato della libertà. Non si tratta, infatti, di parlare meglio, più forte, più insieme,<strong> ma di disertare la Parola stessa</strong>, la sua grammatizzazione, il suo essere già codificata dalla logica del denaro, della sorveglianza, del consenso.</p>



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<p>Questa è l’era dello slogan, dello span di attenzione di un sasso, della propaganda come forma di violenza linguistica. Ogni discorso dev’essere rapido, digeribile, ammiccante – una <em>pubblicità</em>. Per farsi ascoltare bisogna assumere la postura dell’influencer: semplificare, intrattenere, assecondare. C’è chi ripete che “la sinistra non parla al popolo”, ma è solo un modo per zittire ogni linguaggio che rifiuta di essere ridotto a brand o reel. <strong>La verità è che la sinistra – sempre che esista ancora – non ha nulla da dire fuori dal Discorso</strong>. È parte del regime di verità dominante, integrata nei suoi automatismi. Non è importante che ci sia o non ci sia: è già inclusa, neutralizzata, parlante come tutte le altre voci del teatrino.</p>



<p>La tecno-sorveglianza non deve più inseguirci: siamo noi stessi a incolparci continuamente. Un apparente gesto volontario diviene imperativo morale: se non dichiari chi sei – <em>se non posti o non compili il form</em> – sei un traditore, un nemico. La retorica della partecipazione ha invaso ogni spazio dell’esperienza: siamo spinti a partecipare come fosse un dovere, a comunicare come un obbligo. Esistiamo e siamo degni di esistere solo se traducibili in un linguaggio che ci precede, solo se leggibili nei codici del potere. È questo il trionfo del Discorso: averci resi complici nel momento stesso in cui pensavamo di liberarci.</p>



<p>Il discorso è, in generale, diventato un esorcismo collettivo, una confessione dell’inconfessabile – della nostra <em>postumità sociale</em>. Anche da morti continueremo a parlare come fantasmi, ripetendo parole marce, aumentandone digitalmente il volume, senza accorgerci che così densifichiamo la prigione che ci contiene. Solo un <em>elogio funebre</em> potrebbe assolverci,<strong> un’arringa per farla finita con il discorso</strong>.</p>



<p>Bisognerebbe agire in modo tale che nessun apparato repressivo possa risollevarsi dalla propria decomposizione. Rifiutare qualsiasi forma di rappresentanza che si inscriva, in forma diretta o mascherata, in una logica di controllo e normalizzazione, avviando invece un sabotaggio microscopico, una guerra contro l’in-formazione.</p>



<p>Le retoriche “costituenti” – fondate su partecipazione, comunicazione, organizzazione – funzionano come strategie difensive che riportano tutto all’ordine e al senso. Ma non c’è niente da restaurare, nessuna parola da salvare<strong>. Solo il vuoto può ancora aprire una via di fuga</strong>, a patto che resti vuoto, senza trasformarsi in senso, discorso o programma.</p>



<p>È già sempre troppo tardi per continuare a celebrare le nostre libertà oppressive, per continuare a parlare rinviando il loro <em>funerale</em>.</p>



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		<title>Gli influencer: nuovi gerarchi dell’apparenza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Jul 2025 09:26:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura Assoluta]]></category>
		<category><![CDATA[Dominio della Tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Olocausto digitale]]></category>
		<category><![CDATA[Surrealismo Capitalista]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[comunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[influencer]]></category>
		<category><![CDATA[Instagram]]></category>
		<category><![CDATA[post]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’influencer comunica desiderabilità, e cioè conformismo. Ripete ossessivamente gli stessi codici visivi, gli stessi sogni da acquistare, le stesse parole svuotate. Non mette mai in discussione nulla, perché è parte integrante di tutto ciò che dovrebbe essere messo in discussione.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Viviamo un tempo in cui tutto ciò che accade non accade veramente: viene mostrato.</p>



<p>Non si è più, si appare. <strong>Non si pensa, si pubblica</strong>.</p>



<p>Ed è così che è nato, e si è imposto, il nuovo dio della nostra epoca: l’influencer. Ma chi è, davvero, l’influencer?</p>



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<p>Non è un artista, non è un intellettuale, non è un politico, non è un maestro. Eppure prende da ciascuno ciò che gli conviene: il pubblico dell’artista, la voce dell’intellettuale, l’autorità del politico, il fascino del maestro.</p>



<p>Senza prendersi mai la responsabilità di nessuno di questi ruoli. È il nuovo gerarca dell’apparenza, il funzionario del consenso mascherato da spontaneità.</p>



<p>È il soldato del mercato che non ha bisogno di armi, perché ha lo sguardo: seduce, plasma, addestra.</p>



<p>E la società — che da tempo ha smesso di amare la profondità — non lo guarda con sospetto, come si guarda un trucco, ma con invidia, come si guarda un privilegio.</p>



<p>Ed è proprio qui, in questa invidia muta, che si consuma la più silenziosa delle tragedie.</p>



<p>In questa bolla di pixel, filtri e luci LED, l’influencer emerge come figura centrale: la macchina perfetta che addestra a consumare invece che a pensare.</p>



<p>Una creatura nata dal ventre del capitalismo più raffinato: quello che non reprime, ma seduce. L’influencer è il volto umano della pubblicità, il contenitore ammiccante del nulla. Vende la propria vita come prodotto, ogni gesto confezionato per piacere, ogni frase ottimizzata per la condivisione, ogni emozione pronta a diventare contenuto.</p>



<p><strong>La tristezza</strong>? Monetizzabile.</p>



<p><strong>Il corpo</strong>? Strategicamente esibito.</p>



<p><strong>Il pensiero</strong>? Purché non disturbi.</p>



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<p>Ci raccontano che è “un nuovo lavoro”. Ma cosa comunica, esattamente? Non la realtà. Non la complessità. <strong>L’influencer comunica desiderabilità, e cioè conformismo</strong>. Ripete ossessivamente gli stessi codici visivi, gli stessi sogni da acquistare, le stesse parole svuotate. Non mette mai in discussione nulla, perché è parte integrante di tutto ciò che dovrebbe essere messo in discussione.</p>



<p><strong>Saturare, non censurare</strong>: ecco la nuova strategia. E allora scorrono senza sosta&nbsp;contenuti “inspirational”: pubblicità camuffate da vita vera, storytelling motivazionali, emozioni da algoritmo.</p>



<p>Anche la rivolta è stata addomesticata. L’influencer può dirsi impegnato, attivista, consapevole… ma solo finché non tocca i nervi scoperti dei suoi sponsor. Ogni lotta è trasformata in estetica. Anche il disagio, anche la rabbia, anche la denuncia: <strong>se funziona sui social, tutto è spendibile.</strong></p>



<p>La rivoluzione è diventata un trend stagionale.</p>



<p>Il dolore, se ben montato, può fare numeri.</p>



<p>Il silenzio, invece, non converte.</p>



<p>E allora eccoli, milioni di ragazzi che non vogliono più essere, ma funzionare. L’autenticità è sostituita dal “personale vendibile”. Ci si costruisce un volto compatibile con l’algoritmo, si vive nella fame costante di attenzione, nella paura dell’invisibilità.</p>



<p>Il like è diventato moneta emotiva. L’unfollow, una ferita.</p>



<p><strong>Ma l’influencer non è il problema. È il sintomo</strong>.</p>



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<p>È il figlio prediletto di una società che ha perso la capacità di riconoscere la verità. Il sistema che lo ha creato è lo stesso che ci ha convinti che essere visti è più importante che essere capiti. Che la felicità è una questione di immagine, e che tutto ciò che non può essere venduto… non vale.</p>



<p>L’influencer è il volto moderno del potere.</p>



<p>Non impone: seduce.</p>



<p>Non ordina: suggerisce.</p>



<p>Non ti proibisce di pensare: ti distrae dal farlo.</p>



<p>È la forma estetica dell’obbedienza. Obbedisce ai codici del consumo, alle leggi del mercato, alla grammatica dell’algoritmo. E così, mentre mostra la sua vita, viene vissuto dalla vita degli altri.</p>



<p>L’influencer non ha visione, ma visibilità. Non cerca verità, ma viralità. Non crea coscienza, ma dipendenza. È il modello perfetto per un mondo che ha sostituito la speranza con l’intrattenimento.</p>



<p><strong>E chi lo guarda, non lo critica. Lo invidia.</strong></p>



<p>L’invidia è il contrario del pensiero: non vuole capire, vuole ottenere. Così, ogni giorno, milioni di persone non si chiedono che senso ha quella vita, ma come si fa ad averla.</p>



<p>Un tempo, gli intellettuali disturbavano il potere. Lo smascheravano. Gli strappavano la maschera.</p>



<p>Oggi non disturbano più. Sono diventati silenziosi o si sono ibridati al nuovo ordine: alcuni fingono ancora di pensare, ma lo fanno in modo accettabile, ottimizzato, social friendly. Senza dolore. Senza rischio.</p>



<p>I politici stessi sono diventati influencer: non convincono, piacciono. Non progettano, promettono. Non parlano ai cittadini, ma agli utenti. E mentre fanno dirette su TikTok e postano meme, la realtà sociale — quella vera, quella che non si filma — sprofonda.</p>



<p>Tutto ciò che dovrebbe formare coscienza è stato sostituito da ciò che genera traffico. La coerenza è diventata un ostacolo. La profondità è vista come lentezza, e viene punita dagli algoritmi. La verità è diventata irrilevante.</p>



<p>L’influencer è un modello replicabile, desiderabile, vuoto. È il simulacro perfetto: ciò che tutti vogliono essere, senza sapere davvero perché. Questa figura non esiste da sola. È il prodotto della nostra rinuncia collettiva alla complessità. È il frutto di una società che preferisce apparire felice piuttosto che essere libera.</p>



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<p>Ecco perché il vero orrore non è la figura dell’influencer in sé — ma il nostro desiderio di diventarlo.</p>



<p>E allora — che fare? Che pensare? Come uscirne?</p>



<p><strong>Forse dovremmo tornare a sospettare di ciò che piace troppo,</strong> a chiederci perché qualcosa funziona così bene, chi ci guadagna dalla nostra attenzione costante, chi decide ciò che vediamo — e ciò che non vediamo più.</p>



<p>Forse dovremmo tornare ad ascoltare chi non ha followers, ma visione. Chi parla piano, ma dice cose che feriscono — e salvano. Dovremmo interrogarci sul fatto che oggi un adolescente conosce le routine di un influencer, ma non sa cosa sia un dubbio morale. Che sogna di “diventare qualcuno” senza sapere per fare cosa.</p>



<p>Non si tratta di fare una crociata moralistica. Non è questione di demonizzare gli influencer come individui. Il problema non è la singola persona: è il sistema che premia l’apparenza e punisce il pensiero.</p>



<p>Siamo noi il terreno fertile. Siamo noi che accettiamo che ogni spazio umano venga convertito in marketing. Che applaudiamo alla vetrina anche quando ci toglie profondità. Che scambiamo la popolarità per significato, l’approvazione per amore.</p>



<p>La vera ribellione oggi non è farsi notare. <strong>È sottrarsi.</strong></p>



<p>Non urlare, ma scegliere il silenzio.</p>



<p>Non postare, ma pensare.</p>



<p>Rivendicare il diritto all’ombra, alla complessità.</p>



<p>Perché essere sé stessi non dovrebbe mai significare diventare un brand. Dovremmo tornare a esigere — e a costruire — una nuova funzione dell’intellettuale. Non come nostalgico profeta, ma come voce che rompe l’incantesimo. Che ricorda ciò che abbiamo dimenticato. Che ridà peso alle parole. Che torna a vedere.</p>



<p>Perché, in fondo, ogni epoca ha gli idoli che si merita.</p>



<p>Ma ogni epoca può ancora scegliere se inginocchiarsi o aprire gli occhi.</p>



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