Occorre spezzare la logica che impone il discorso come strumento obbligato della libertà. Non si tratta, infatti, di parlare meglio, più forte, più insieme, ma di disertare la parola stessa.

C’è qualcosa di fondamentalmente poliziesco e spettrale – cioè proprio di una presenza che non ha volto né fondamento, ma agisce ovunque come norma interiorizzata – in certi accademici che continuano a ripetere come “comunicare” e “capitalizzare” siano la cifra dell’Umano – dell’umano tecno-logico, definito una volta per tutte come produttivo e discorsivo.

È in questa cornice che trovano spazio le retoriche sull’importanza della parola, dell’informazione, dello scambio continuo: ci viene detto che esistiamo solo nella misura in cui siamo nel Discorso, «che noi si muore appena abbiamo smesso di parlare». Tutto ciò, ovviamente, guardandosi dal ricordare che, se la tecnica-linguaggio è già iscritta in una rete di aspettative e codificazioni, allora non è più uno spazio di libertà né tantomeno di verità, ma di sorveglianza, giudizio, comando.

Elencare le miserie delle istituzioni – comprese quelle accademiche – per il gusto di denunciarle è snervante: se ci si fa riferimento è solo per marcare una volta per tutte l’impossibilità di un compromesso, per porgli le condoglianze. Non si tratta di moltiplicare i racconti del disastro, quanto piuttosto di rivolgersi a chi cospira alternative vivibili opposte all’ostilità della situazione globale, a chi fa leva su altri mondi possibili, invece di lasciarsi avvelenare da quelli già in agonia, più di là che di qua.

La normalità che attraversiamo – o meglio, che ci attraversa – non è affatto naturale. È il risultato di gerarchie, dispositivi, strutture che nel tempo si sono imposti con forza, organizzando la vita in modo da poterla classificare e controllare. Il potere, oggi, non ha più un volto unico né un centro evidente: pare essere da nessuna parte proprio in quanto è ovunque. Se le tecnologie di controllo non sono circoscritte a delle situazioni eccezionali ma, anzi, operano nella gestione ordinaria della popolazione, è perché la stessa ordinarietà corrisponde alla crisi, in quanto costruita per giustificare l’implementazione continua di misure di sicurezza che rispondono a presunti rischi.

Nella storia, il soggetto formato dalla tecnica ha sempre avuto una relazione profonda con la guerra: utensili e armi sono da sempre creati parallelamente. La tecnica, fondata sul concetto di protesi, emerge dall’impulso a superare i limiti organici, poi incarnatosi nel linguaggio, che può essere considerato la più potente delle protesi – e, perciò, la più potente delle armi. Perché il linguaggio permette, tra le altre cose, di comandare, organizzare, codificare.

Lo stesso insieme di forze che definiamo «vita» risulta dal costante riequilibrio di spinte che ci attraversano e ci organizzano in-formativamente. La realtà viene rimodellata da un sistema che trasforma ogni evento in dato, ogni dato in informazione, ogni informazione in valore. Il mondo si ripiega su sé stesso, diventa macchina che scompone gli spazi-tempo e costringe pensiero e azione entro parametri sempre più stretti.

Siamo già nel “post-umano”, ma non nel senso liberatorio promesso da alcune narrazioni futuristiche. Qui il superamento dell’umano serve solo a estendere lo sfruttamento, ad allargare la presa del capitale non più solo sui corpi produttivi, ma sulla vita tutta, in ogni sua manifestazione. Il vivente – umano e non umano – viene trattato come una risorsa, un capitale biologico da gestire e ottimizzare.

Il mondo digitale e comunicativo in cui viviamo – l’infosfera – è in gran parte figlio di una visione semiologica che riduce ogni cosa a segno. Secondo questo approccio, ogni esperienza può essere tradotta in un codice, ogni persona letta come un messaggio da interpretare. È una logica che ha alimentato lo strutturalismo, e che ha finito per influenzare anche il modo in cui pensiamo l’inconscio.

In questa prospettiva, la psiche non è più un campo di conflitto, di storia, di tensioni materiali, ma una struttura astratta e ripetibile, fatta di simboli predefiniti. Il terapeuta diventa colui che possiede il codice giusto per decifrare tutto ciò che l’altro prova o dice. Ma quei simboli si ritrovano nella psiche solo perché qualcuno ve li ha posti in anticipo: il linguaggio dell’inconscio è già stato scritto, e chi lo interpreta ne è anche l’autore.

Si crea così un sapere chiuso su sé stesso, in cui ogni concetto conferma l’altro, ogni premessa resta intoccata. È un modello teorico che funziona esattamente come il capitalismo: non spiega nulla, non cambia nulla, ma semplicemente tira avanti.

Oggi ciò che è ci è più vietato è abitare uno spazio: è piuttosto esso che ci abita, plasmandoci da ogni lato. Le parole che usiamo non ci appartengono: sono già state dette, imposte, caricate di senso altrui – noi ne siamo solo i ripetitori che portano con sé stringhe ordinate di codici, frammenti di narrazioni dominanti che ci spingono lungo un binario ben preciso: quello della soggettivazione utile, adattabile, leggibile.

È questa ripartizione simbolica – re-inscritta nel comportamento prima ancora che esso abbia luogo – a predisporre l’agire stesso, i confini del possibile in una circolarità retroattiva in cui il gesto viene impresso dalla norma, e il valore si traveste da spontaneità. Lo spazio dell’assoggettamento non è dunque una superficie neutra, ma un campo già saturo di forme di socializzazione imposte. È il luogo stesso in cui l’agire si produce come effetto di una scrittura che ci precede, e nella quale la libertà si riduce a pura funzione operativa dell’ordine esistente.

Se osserviamo il linguaggio della psico-industria – con i suoi libri di self-help dallo stile normativo – risulta più facile riconoscere la violenza sottile dell’infosfera. L’individuo che si sottopone alla terapia è spinto, per necessità di comunicare, a dire ciò che si aspetta venga ascoltato. È una dinamica simile a quella dell’inquisizione, in cui l’accusato, pur di non spezzare il filo della comunicazione, finisce per ripetere le parole del potere. In questo modo, il dolore si riduce a una formula, a un codice. Viene spogliato della sua verità materiale e riconvertito in linguaggio terapeutico, in narrazione compatibile.

Nel frattempo, la parola diventa un dovere. Tutti devono raccontarsi, esporsi, spiegarsi. Mostrare sé stessi è diventato un imperativo sociale. Ma non c’è nulla di più dittatoriale – nel senso originario del termine dicere – che costringere a dire e a farlo in una lingua che non ci appartiene. Perché in questa saturazione comunicativa disgraziata il linguaggio perde la sua potenza, si svuota nella ripetizione di formule dominanti.

 I discorsi che ci attraversano – anche quelli che si presentano come neutrali, scientifici o oggettivi – si fondano su codificazioni istituzionalizzate, spesso invisibili. Si parla di noi, ma sempre nei loro termini. Quando parliamo di ideologia rischiamo sempre di relegare tutto a un piano astratto. Ma questi discorsi disciplinanti hanno effetti materiali che ci impongono un ruolo, ci ammoniscono a non uscire dai ranghi, ci ricordano minacciosamente dove dovremmo stare. Chi riduce tutto questo a una questione di linguaggio ignora che questi discorsi non interpretano il mondo: lo costruiscono, lo rendono governabile producendo posizioni di svantaggio.

Di nuovo, fare riferimento ai preti contemporanei della psico-industria serve, da un lato, solo a tracciarne una distanza insanabile; ma, dall’altro, anche a delineare una cartografia della cattura, una mappa dei punti ciechi in cui si infiltra il potere modulante. Infatti, a livello strategico possiamo concepire la dimensione infosferica solo scomponendola nella sua pervasività diffusa, cogliendo le parzializzazioni delle stringhe di codici che essa veicola e normalizza.

Ma il punto è che se non riusciamo a de-formare le forme esistenti non facciamo altro che essere riassorbiti da esse. Siccome qualunque gesto di infrazione è già integrato come possibile variabile, ogni tentativo di fuga viene riassorbito nei circuiti rendendolo compatibile con una ricalibrazione informativa (una varietà spettacolare di «casi limite» mediatici, spettacolarizzati ma sempre risolvibili, è la sola cosa con cui abbiamo a che fare se rimaniamo nelle maglie dell’infosfera).

Tuttavia ci sono interstizi che resistono effettivamente alla cattura. Punti di interruzione in cui si aprono varchi non addomesticabili che bloccano la trasmissione del segnale. Laddove anche l’essenziale refrattarietà di certi fenomeni viene riconfigurata dal sistema, è solo quando la codifica manca davvero, quando il tracciato informativo non si applica, che può emergere un vuoto qualitativamente diverso: non più come carenza da colmare, ma come apertura ingovernabile.

In questi punti, è la soggettività che non si è cristallizzata nella forma prescritta a diventare veicolo del vuoto. Essa non si limita a ricevere il segnale: lo devia, lo frattura, vi oppone una indocumentabilità, una forma di assenza attiva che sfugge alla presa informazionale e che è composta di forze che agiscono nel caos non per costruire un nuovo ordine, ma per rendere impossibile la completa chiusura del presente. L’obiettivo non è riempire lo spazio lasciato vuoto dal sistema, ma mantenerlo tale: perché in questo vuoto si apre la possibilità di una vita in divenire, libera dai vincoli del riconoscimento funzionale.

Da qui occorre ripartire: non riprendere la parola, ma spezzare la logica che impone il discorso come strumento obbligato della libertà. Non si tratta, infatti, di parlare meglio, più forte, più insieme, ma di disertare la Parola stessa, la sua grammatizzazione, il suo essere già codificata dalla logica del denaro, della sorveglianza, del consenso.

Questa è l’era dello slogan, dello span di attenzione di un sasso, della propaganda come forma di violenza linguistica. Ogni discorso dev’essere rapido, digeribile, ammiccante – una pubblicità. Per farsi ascoltare bisogna assumere la postura dell’influencer: semplificare, intrattenere, assecondare. C’è chi ripete che “la sinistra non parla al popolo”, ma è solo un modo per zittire ogni linguaggio che rifiuta di essere ridotto a brand o reel. La verità è che la sinistra – sempre che esista ancora – non ha nulla da dire fuori dal Discorso. È parte del regime di verità dominante, integrata nei suoi automatismi. Non è importante che ci sia o non ci sia: è già inclusa, neutralizzata, parlante come tutte le altre voci del teatrino.

La tecno-sorveglianza non deve più inseguirci: siamo noi stessi a incolparci continuamente. Un apparente gesto volontario diviene imperativo morale: se non dichiari chi sei – se non posti o non compili il form – sei un traditore, un nemico. La retorica della partecipazione ha invaso ogni spazio dell’esperienza: siamo spinti a partecipare come fosse un dovere, a comunicare come un obbligo. Esistiamo e siamo degni di esistere solo se traducibili in un linguaggio che ci precede, solo se leggibili nei codici del potere. È questo il trionfo del Discorso: averci resi complici nel momento stesso in cui pensavamo di liberarci.

Il discorso è, in generale, diventato un esorcismo collettivo, una confessione dell’inconfessabile – della nostra postumità sociale. Anche da morti continueremo a parlare come fantasmi, ripetendo parole marce, aumentandone digitalmente il volume, senza accorgerci che così densifichiamo la prigione che ci contiene. Solo un elogio funebre potrebbe assolverci, un’arringa per farla finita con il discorso.

Bisognerebbe agire in modo tale che nessun apparato repressivo possa risollevarsi dalla propria decomposizione. Rifiutare qualsiasi forma di rappresentanza che si inscriva, in forma diretta o mascherata, in una logica di controllo e normalizzazione, avviando invece un sabotaggio microscopico, una guerra contro l’in-formazione.

Le retoriche “costituenti” – fondate su partecipazione, comunicazione, organizzazione – funzionano come strategie difensive che riportano tutto all’ordine e al senso. Ma non c’è niente da restaurare, nessuna parola da salvare. Solo il vuoto può ancora aprire una via di fuga, a patto che resti vuoto, senza trasformarsi in senso, discorso o programma.

È già sempre troppo tardi per continuare a celebrare le nostre libertà oppressive, per continuare a parlare rinviando il loro funerale.