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	<title>Consumismo Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Guida alla Zivilisation galattica per autostoppisti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Aug 2025 10:09:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Declino dell'Occidente]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Consumismo]]></category>
		<category><![CDATA[decadenza]]></category>
		<category><![CDATA[Douglas Adams]]></category>
		<category><![CDATA[Guida Galattica per autostoppisti]]></category>
		<category><![CDATA[Kultur]]></category>
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		<category><![CDATA[Oswald Spengler]]></category>
		<category><![CDATA[Tramonto dell'occidente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La società della decadenza in un parallelo tra la "Guida galattica per autostoppisti" e "Il tramonto dell'Occidente".</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/guida-alla-zivilisation-galattica-per-autostoppisti/">Guida alla Zivilisation galattica per autostoppisti</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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<p></p>



<p><strong>Perché la fantascienza?</strong> Perché scegliere questo genere letterario, troppo spesso derubricato a frivolo intrattenimento, per veicolare una visione esistenziale dei destini umani? Beh, presto detto: appunto in quanto sottovalutata dall’accademia, è possibile esprimervi idee che difficilmente passerebbero al vaglio della critica <em>mainstream</em>. È possibile uscire indisturbati, a fari spenti, dagli schemi, con l’alibi della digressione fantascientifica. Certo, però esistono due modi di scrivere fantascienza. Da un lato c’è chi la adopera quale mero <em>setting</em> scenografico, uno sfondo suggestivo per porre in atto intrecci di trama che hanno vita indipendente rispetto alle implicazioni proprie dell’elemento fantascientifico. Dall’altro lato c’è poi la Fantascienza vera e propria, quella con la F maiuscola, che utilizza la costruzione, più o meno articolata, di un mondo alternativo, o la ricostruzione di alcuni suoi elementi, per dire qualcosa in più sul nostro. A questa seconda categoria appartiene senz’ombra di dubbio il capolavoro radiofonico e poi letterario di Douglas Adams (1952-2001): la pentalogia “Guida galattica per autostoppisti” (1979-1992).</p>



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<p>Un passo tratto dalla “Guida galattica per autostoppisti” (non il romanzo di Adams ma il libro fittizio al suo interno, definito “un volume indispensabile a tutti coloro che sono ansiosi di capire la vita in questo Universo infinitamente complesso e caotico”) in particolare è esemplificativo della profondità di pensiero espressa da Adams dietro la maschera di delirante comicità,<strong> o forse proprio in virtù di essa</strong>. Un passo relegato ai margini del racconto (nell’ultima pagina del primo romanzo del ciclo), ma concettualmente pregno:</p>



<p><em>La storia di tutte le più grandi civiltà galattiche tende ad attraversare tre fasi distinte e ben riconoscibili, ovvero le fasi della Sopravvivenza, della Riflessione e della Decadenza, altrimenti dette fasi del Come, del Perché e del Dove.</em></p>



<p><em>La prima fase, per esempio, è caratterizzata dalla domanda “Come facciamo a procurarci da mangiare?”, la seconda dalla domanda “Perché mangiamo?” e la terza dalla domanda “In quale ristorante pranziamo oggi?”.</em></p>



<p>Tale passaggio non può che richiamare alla mente un’altra opera mastodontica, seppur di distante natura: il celeberrimo “Tramonto dell’Occidente” (1918-1923) scritto da Oswald Spengler (1880-1936) sull’onda del trauma collettivo europeo rappresentato dalla Grande Guerra, evento dal quale Spengler ricavò una profonda critica all’epoca moderna.</p>



<p>L’assunto concettuale di partenza del filosofo tedesco fu che <strong>la Nazione sarebbe stata da considerare al pari di un organismo vitale</strong> con tutte le conseguenze del caso e perciò che, come ogni altro ente biologico, avesse un proprio ciclo vitale e inevitabilmente sarebbe andata incontro ad un destino di declino e morte.</p>



<p>Le due parole cardine della <em>weltanschauung</em>&nbsp;spengleriana furono: <em>Kultur</em>, il soggetto, l’organismo vivente in forma di civiltà/nazione, e la <em>Zivilisation</em>, tradotto (male) con “incivilimento”, fase germogliante all’interno delle <em>Kulturen</em>, alle quali sarebbe finita per contrapporsi, inibendone lo slancio vitale. Per Spengler alla <em>Zivilisation</em> sarebbe corrisposto il progresso tecnico, inteso come limite alla capacità creativa esprimibile dalla <em>Kultur</em>, come fase di avvento del razionalismo utilitaristico, catapultante la <em>Kultur</em> nello stadio estremo, crepuscolare (nel tramonto appunto), del suo sviluppo. L’insorgere della <em>Zivilisation</em> avrebbe infatti innescato un momento conflittuale di forte opposizione allo spirito della <em>Kultur</em>, portando direttamente alla sua morte, alla quale avrebbe fatto seguito il ritorno ad uno stadio di natura, da cui una differente <em>Kultur</em> sarebbe poi sorta, come avvenuto (sette volte secondo Spengler) in passato.</p>



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<p>Spengler collocò in tale momento di ineluttabile declino la civiltà europea interbellica, l’ultima espressione dell’ottava <em>Kultur</em>, quella appunto Occidentale, dominata dallo spirito faustiano. Segnale di tale destino di decadenza sarebbe stato il nietzschiano rovesciamento valoriale, con il venir meno delle tradizionali strutture gerarchiche in nome dell’avvento dei vari egualitarismi, razionalismi, individualismi, liberalismi, parlamentarismi e financo socialismi, tutti tasselli del (non così) lento sgretolamento delle identità nazionali [“Prussianesimo e socialismo” (1919)].</p>



<p>Spengler pose dunque in atto una diagnosi impietosa delle condizioni in cui, a suo avviso, versava la civiltà occidentale, divenendo un punto di riferimento imprescindibile per i pensatori afferenti al vasto ambito della “rivoluzione conservatrice”, ma non solo, restando, ad oltre 40 anni di distanza dalla sua morte, oltre il secondo conflitto mondiale, che mai vide, un riferimento fondamentale per chiunque volesse misurarsi con una critica dall’interno al modello occidentale, a partire dal secondo dopoguerra ormai pressoché completamente sovrappostosi all’<em>american way of life</em>.</p>



<p><strong>Eccoci dunque ritrovare tutti questi elementi, dalla civiltà come organismo vivente, alla prospettiva ciclica, passando per le fasi di Decadenza, in un autore pur distante nel tempo e nello spazio (geografico e letterario), come Douglas Adams.</strong></p>



<p>È facile immaginare come Spengler, se ancora fosse stato in vita negli anni ’50, avrebbe inserito nella nutrita lista di perversioni valoriali, sopra accennate, in qualità di estremo canto del cigno di una civiltà moribonda, ormai da un secolo abbondante, l’avvento del modello capitalista-consumista. Spengler non ebbe la possibilità di assistere all’inverarsi degli aspetti più deteriori di tale modello, ma Adams sì e non si sottrae al confronto aperto con essi, come nel passo che abbiamo visto. Certo, lo fa con il taglio che gli è proprio, quello satirico, paradossale e irriverente, agli antipodi del catastrofismo fatalista di Spengler, con una completa assenza di sistematicità all’opposto del determinismo storico spengleriano (fallace, altrimenti non saremmo ancora qui a discutere di decadenza), ma comunque con la volontà di porre in evidenza le storture prodotte dal consumismo, sintomo di una civiltà ormai esausta.</p>



<p>L’implicazione del passo tratto dalla “Guida galattica per autostoppisti” è chiara, siamo noi (occidentali di oggi, anzi ormai di ieri visto che Adams si riferiva agli anni ’70) a vivere nella società del Dove, della decadenza, del superfluo. Siamo noi a vivere nella società del consumo e dell’eterna distrazione. Siamo noi, dopo aver visto assicurati tutti i bisogni biologici, ad essere convinti di esserci ormai posti tutte le domande sull’esistenza (o addirittura talvolta di avervi trovato le risposte!). Siamo noi ad esserci convinti che altro non ci resta che consumare, consumare e ancora consumare all’infinito, al punto di diventare noi stessi dei prodotti, dei dati, delle statistiche.</p>



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<p>Siamo noi ad avere l’illusione di essere consumatori.</p>



<p>Siamo noi i consumati.</p>



<p>Siamo noi l’ultima espressione della <em>Zivilisation</em>.</p>



<p><em>Requiem</em> per la <em>Kultur</em>.</p>



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		<title>Pasolini e il Palazzo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jul 2024 16:28:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Anni '70]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Stroncature]]></category>
		<category><![CDATA[Consumismo]]></category>
		<category><![CDATA[Fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[Mutazione antropologica]]></category>
		<category><![CDATA[Palazzo]]></category>
		<category><![CDATA[Pasolini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Terza capitolo della critica a PPP, dove si prendono di mira il suo abuso di termini quali "mutazione antropologica", "fascismo" e "Palazzo".</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/pasolini-e-il-palazzo/">Pasolini e il Palazzo</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Prima dei miei vent&#8217;anni, folle solitario e finale qual ero ma sempre di buon umore come forse tutti gli sciocchi,<strong> non perdevo un solo articolo di Pasolini sul <em>Corriere</em>.</strong> Ma leggevo anche il settimanale <em>Tempo</em> quando capitava, che alternavo all&#8217;<em>Espresso</em> o <em>Panorama</em> e ancor prima all&#8217;<em>Europeo</em> della Fallaci. <strong>Erano le mie boccate d&#8217;aria</strong> rispetto alla prosa plumbea di <em>Rinascita</em> a cui ero stato abbonato dalla sezione &#8220;Carlo Marx&#8221; di Fossa Creta di cui ero segretario della FGCI, in quanto riconosciuto giovane borgataro meritevole di attenzione, segnalato a tal proposito dal compagno Bentivogli, funzionario di Reggio Emilia, spedito in Sicilia dal Partito per questo delicato lavoro politico nelle borgate del Sud irredento. (Questo faceva il grande PCI, ma aveva anche tanto &#8220;oro di Mosca&#8221; come scrisse il compagno Cervetti, e poteva permettersi una pletora di funzionari-missionari).</p>



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<p>Leggevo Pasolini, dicevo, i cui articoli, apparsi nei giornali dell&#8217;epoca, sono stati poi raccolti in <em>Scritti corsari</em>, <em>Lettere luterane</em>, <em>Caos</em>, <em>Le belle bandiere</em>. Tutti libri nelle edizioni coeve che possiedo ancora, ma a cui raramente ritorno. <strong>Lo leggevo perciò in diretta e lo leggerò in seconda battuta</strong>, in sedimentazione editoriale per così dire. Il compagno Bentivogli non lo amava e non ho capito mai perché, forse nel Partito gravava qualche <em>Niet</em> su Pasolini, come su altri innominabili, non so Silone, Orwell, Koestler: il Partito &#8220;sapeva&#8221; e aveva il suo &#8220;Indice&#8221; segreto evidentemente di intellettuali eretici o semi eretici.<strong> Io ne ero invece stregato, anche perché Pasolini andava spesso in tv ed era su tutti i rotocalchi per i suoi film scollacciati.</strong> (Quelli della &#8220;trilogia della vita&#8221; dai quali abiurò, vedi <em>Lettere luterane</em>). E<strong>ro fortemente preso dalla sua figura di intellettuale umiliato e offeso, da quel viso scarno e sofferente, dalla sua parlata serrata e puntuta</strong>. Non le mandava a dire, era un indignato in SPE, come gli ufficiali arruolati in Servizio Permanente Effettivo. Come suo padre ufficiale di carriera.</p>



<p><strong>Successivamente ho preso le distanze dai suoi scritti, ma soprattutto dalla sua intonazione spirituale</strong>. Sul versante dei contenuti poco mi ha convinto il suo anatema dei consumi. E lo rivolgeva a mmmia? Che non c&#8217;avevo di che mangiare? Che sognavo i buondì Motta? Che ardevo dalla brama di sostituire la nutella a quella crema incolore di surrogato di cioccolato che la merceria della Signora Mimma con le tette belle vendeva sfusa prelevandola da un barattolone e che avvolgeva in una putrida carta oleata? Io? <strong>Mille volte avrei voluto subire quella ambitissima per me, odiosa per lui, &#8220;mutazione antropologica&#8221; dei consumi. Mille volte mi sarei mutato antropologicamente. Mille lucciole avrei ammazzato per un cucchiaio di santa nutella. Uno sterminio avrei fatto.</strong></p>



<p>Ma anche l&#8217;intonazione spirituale di Pasolini cominciò ad andarmi in uggia. Due parole-chiave, in seguito ad altre letture e per triangolazione interna tutta mia, cominciai a guardare con sospetto e poi con insofferenza. <strong>La parola &#8220;fascista&#8221; appiccicata su ogni aspetto della realtà che non gli piaceva come un termine talismano (che però gli procurava immediate simpatie dal grande pubblico ideologizzato di allora) usato da lui in maniera metastorica ma già indigesta, con quelle sfumature generiche e svalorizzanti</strong>, a chi come me già leggeva Angelo Tasca e la sua interpretazione del fascismo storico. Nella sua visione ovviamente &#8211; &#8220;fascista&#8221; &#8211; era anche l&#8217;omologazione culturale impressa all&#8217;innocente popolo italiano dalla fascistissima società neocapitalistica (Innestando nel senso comune il paradigma, che tanti successi elettorali porterà ai grillini di ieri e di oggi e di domani, di una Politica &#8220;corrotta&#8221; e degli italiani &#8211; quelli che si lampeggiano quando vedono la polizia o frodano il frodabile &#8211; sostanzialmente &#8220;buoni&#8221;, non complici dello scasso, ma vittime).</p>



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<p><strong>Altro termine da cui presi le distanze in seguito fu &#8220;Palazzo&#8221;. Nella sua terminologia assumeva l&#8217;accezione che Marcuse dava al &#8220;sistema&#8221; come un &#8220;tutto repressivo&#8221;</strong>, come una specie di invisibile <em>Nous</em> capitalistico teso ad &#8220;amministrare&#8221; le coscienze anche con dosi massicce di consumi al fine di procurarsi con questa specifica &#8220;desublimazione repressiva&#8221; masse satolle, soddisfatte e domate, non più ribelli. Ma questo &#8220;Palazzo&#8221; non era un &#8220;predicato senza soggetto&#8221;, come Michael Walzer (cfr <em>L&#8217;intellettuale militante</em>, Il Mulino, 2002) rimproverava a Marcuse per il suo Sistema, <strong>no, nella visione di Pasolini aveva nome e cognome: Democrazia Cristiana da lui in sostanza additata quale responsabile del pervertimento del popolo italiano</strong>, che bisognava trascinare in tribunale e processare. Lui sapeva i capi d&#8217;imputazione ma non ne aveva le prove. La prosa di Pasolini si caricava perciò di un <em>pathos</em> tanto immenso e affliggente quanto astratto e senza limiti. Ai limiti del complotto era la sua moralità leggendaria, intransigente e senza cedimenti. Il colpevole? Il Palazzo!</p>
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