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	<title>Dario Fabbri Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Sparano sui divulgatori</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Nov 2025 11:32:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Intellighenzia]]></category>
		<category><![CDATA[Provincia dell'Apocalisse]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>E se un pazzo scriteriato rapisse tutti i divulgatori più famosi del Belpaese?</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/sparano-sui-divulgatori/">Sparano sui divulgatori</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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<p>Sono con <strong>Piergiorgio Odifreddi</strong>, al tavolino del bar: io un pomodoro e mozzarella, lui quattro spume, ordinate e bevute in contemporanea, con otto cannucce. D’altronde, se padroneggi la matematica. <strong>Recalcati</strong>, invece, è a parcheggiare il monopattino. <strong>Burioni</strong> – che sta fisso coi malati – per prudenza lo releghiamo al tavolo accanto, e lui incarognito ci taccia di germofobia, sussurra “apartheid”, inoltra link sull’aerosol che all’aperto si disperde, ma se ti attacchi tutte le volte con la bocca al pacchetto delle Tic Tac hai voglia a dispersioni, è bene che tu stia lì, e zittino. Comunque, un appuntamento irrinunciabile, il giovedì pomeriggio. Ci aggiorniamo, ci si confronta, leggiamo bufale e giochiamo a chi inorridisce meglio, gara persa in partenza perché <strong>Barbero</strong> imbattibile, dorso della mano sulla fronte e urletti iperbolici, “i barbari i barbari”, a volte vomita pure per finta. Che invidia. Oggi, però, è in ritardo. Strano.</p>



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<p>“Che ti ordino?”, chiedo a Recalcati.</p>



<p>“Ordinare, comandare, pretendere: madonna, <strong>tonnellate di dittatura emotiva</strong>. Bisogna eradicarlo, questo lessico imperativo, spogliarsi del dogmatico e cercare l’autenticità del desiderio, rigettare i moralismi, spurgare le colpe dei padri. Ce l’hanno il Gruvi Mitico Croccantino?”.</p>



<p>“Chiedo”.</p>



<p>Mi giro per chiamare il cameriere. All’improvviso, uno stridio di freni e un portellone che si apre. “Eccoli eccoli”, poi rumore di passi, qualcuno mi afferra, scalcio, le sedie si ribaltano, una puntura all’altezza della giugulare, gambe e braccia s’intorpidiscono, Burioni che urla “no i capelli no vi prego la ricerca sul linfogranuloma rettale, ma i capelli no”, poi nebbia intracranica, torpore, sonno, mi spengo.</p>



<p>“Moretti ha raccontato che quando arrivava uno che voleva entrare nelle BR gli diceva: ‘sai cosa stai facendo, le statistiche sono quelle che sono: tra sei mesi se ti va bene sei in galera, se ti va male sei morto’”. Mi sveglia la voce di Barbero. Lo sento parlare, è qui vicino a me. Provo a muovermi, ma non ci riesco: legato mani e piedi. Apro gli occhi con difficoltà. Poca luce, labirintite. Mi guardo intorno. Una specie di capannone industriale. <strong>Siamo ammassati contro un muro: accanto a me, Barbero, appunto, e Odifreddi, ancora addormentato. Più in là, Umberto Galimberti, Recalcati che non si sa come è riuscito a portarsi dietro il Gruvi, Dario Bressanini, Paolo Crepet, altri due che non riconosco.</strong> “Paolo Mieli e Corrado Augias:‌ allora potevano invitare la Ferragni”, mormora schifato Odifreddi, svegliandosi. Non capisco. Tutti legati. Tutti qui. Burioni sparito. Ho paura.</p>



<p>Ronzio elettrico.</p>



<p>“Ben trovati, carissimi”.</p>



<p>È una voce, appena camuffata.</p>



<p>“Che piacere avervi qui”.</p>



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<p>Seguono due minuti di terribile e a dire il vero inutile silenzio. Il Gruvi di Recalcati ormai è liquefatto. Galimberti piange. “Le lacrime”, prova a rincuorarlo Bressanini, “soluzione salina come poche in natura, se l’adoperi per ammorbidire le incrostazioni di besciamella sulle pirofile…”. “Signori, chiedo la vostra portentosa, cristallina attenzione”, riprende la voce. Inquietudine diffusa. “Dunque, vi starete chiedendo perché siete qui. È ovvio, no? Avanti, siete gente perspicace: che cosa vi accomuna?”. “Beh, non c’è dubbio che il cristianesimo”, Barbero, “sia una delle radici comuni della civiltà…”. Lampo e detonazione. È un attimo. Barbero sussulta. <strong>Lo guardo:‌ ansima, un buco all’altezza del cuore, colpito a freddo</strong>. I nostri sguardi si incrociano. “Alessandro…”, provo a dirgli. Mi zittisce col palmo della mano. “Della civiltà occidentale – dicevo – ma è un’illusione pensare…”. Ribalta la testa. Morto. L’atmosfera imbizzarrisce. Ci agitiamo, chiediamo aiuto, s’alza un vocìo terrorizzato, Odifreddi prova a sfruttare il parapiglia per sputare ad Augias ma l’effetto dell’anestetico che ci hanno dato ancora non è svanito e si bagna il colletto, qualche bestemmia, Bressanini strilla “mamma” e Recalcati, istantaneo, sigilla “ma poi, quale mamma? La mamma interiorizzata o la mamma incarnata? Ed è una madre che ha esaurito la sua femminilità o ha fatto del suo bambino il mondo?”. Nessuno gli risponde. Barbero è morto e noi pensiamo soltanto a impazzire. Altri due spari, stavolta per aria, e un’intimazione a calmarci. Torna il silenzio.</p>



<p>“Signori”, riprende la voce. “Non agitiamoci, per cortesia. Ve lo dico io, cosa vi accomuna. Voi, qui, siete gli alfieri di una nuova percezione del sapere, l’idea che la conoscenza possa essere veicolata, facilitata, espansa, resa accessibile. Tutti in piazza, sul podio di un festival, con le gambe accavallate a una fiera del libro, a registrare audiolibri: è il 2025, si torna alla trasmissione orale. Conferenze, podcast, dialoghi pubblici. Leggere è diventato ascoltare, conoscere è diventato sentito dire. Tronfi e goderecci, accecati da una popolarità che al liceo avreste potuto solo sognare, vi illudete di fare del bene, diffondete nozioni di massima e formulari stantii e non vi accorgete che è solo un gioco di rimpallo egocentrico, tra voi e i vostri pubblici zeppi di professoresse avvilite, vestite male, che vengono a vedervi per ristorarsi col pensiero che qualcuno – sulla Repubblica – venga chiamato ‘rockstar della fisica’. Tutto autocompiacimento. Siete davvero convinti di diffondere il sapere? Vediamo, se ci riuscite davvero”.</p>



<p>Di colpo, si accendono dei riflettori. Sulla parete accanto alla nostra, si apre un portone, da cui entrano cinquanta, forse sessanta ragazzini. Ci passano accanto e raggiungono il centro, dove c’è una specie di platea con, a un estremo, uno schermo cinematografico. Le sedie, però, di quelle girevoli, sono tutte rivolte al lato opposto, verso un palco, con microfono e leggio. Al centro, in una gabbia sospesa a mezz’aria, Roberto Burioni. È spettinatissimo, e anche lui legato. Prova a riavviarsi il ciuffo con dei movimenti del collo, ma fa peggio: adesso ha tipo la frangia. Una scena straziante. Accanto a lui, due tizi incappucciati. Il viso coperto da una maschera di plastica: forse Adorno, forse Horkheimer, forse Paolo Virzì. In mano, due fucili, uno che fuma ancora: è quello che ha abbattuto Barbero. I ragazzini si siedono, e guardano Burioni. “Professore”, riprende uno dei due. “Professore, quante volte l’abbiamo sentita parlare delle meraviglie della scienza. Fabio Fazio intontito, le signore a spellarsi le mani. Ce le racconti ora, Professore. La scienza e i giovani: è il suo momento. Ha un minuto”. Sulla parete dietro al palco, si accende un timer. Tutti zitti. Burioni indugia. “Professore, avanti: è facile, tenga l’attenzione dei ragazzi per un minuto e la liberiamo. Oppure”. Sotto la gabbia si apre una botola. Da dentro, rumori agghiaccianti:‌ ruggiti, acqua che scroscia, seghe elettriche, l’indistinguibile voce – oddio – di Alberico Lemme. Burioni ci guarda. È terrorizzato, ma noi lo invitiamo a parlare. Prende fiato, si schiarisce la voce, cerca le parole e fa per cominciare. All’improvviso, però, sullo schermo alle spalle della platea, si accende un video. È una diretta Twitch. Qualcuno gioca a Fortnite. Roberto attacca maieutico “Tanti parlano della scienza, ma cos’è la scienza?”, senza accorgersi che, all’inizio dell’avversativa, più della metà del pubblico è già rivolta dall’altra parte. “Su, Professore: piglio, energia, mancano ancora quaranta secondi”. I vaccini non esistevano, si moriva a mazzi, poi il traguardo eccezionale, e oggi invece i matti che parlano di microchip:‌ uno per uno, i ragazzini si girano verso lo streaming. Con loro, anche Recalcati. “Forsnai hai detto?”, mi chiede curiosissimo. Burioni intuisce il pericolo, prova a variare di timbro, impreziosisce la prossemica, batte le mani. Purtroppo invano: anche l’ultimo ragazzino si volta, quando mancano ancora quindici secondi. “Che peccato, Professore”, riprende la voce. “C’era quasi”. Il fondo della gabbia si spalanca, Roberto precipita urlando. La sua ultima immagine, tre centimetri di ciuffo che resistono alla gravità, e poi più niente. Una cosa orribile.</p>



<p>Nei cinque minuti successivi, terrore e dolore. Crepet, Odifreddi, Augias, Bressanini, Mieli: tutti, uno dopo l’altro, piombati nella botola. Chi stoico, chi annientato dalla paura: nessuno è riuscito a convincere il pubblico. Per un istante, quando Galimberti ha accennato la coreografia di <em>Single ladies</em>, ci abbiamo sperato, ma poi anche lui stessa fine. Siamo rimasti io e Recalcati. E la salma di Barbero. È la fine.</p>



<p>“Avanti, professor Recalcati: tocca a lei, venga a dirci cosa resta del padre”</p>



<p>“Io?”, mugola Recalcati.</p>



<p>“Lei”.</p>



<p>“Se permettete”, interviene una voce dall’ombra. “Invece verrei io”. Mi giro: è Dario Fabbri, che emerge dal buio. Com’è possibile. Non c’era. Dov’è stato. Cosa succede. Che fa: avanza solenne, a passi lentissimi. Mi passa accanto, lascia cadere qualcosa. Intanto, la platea torna in posizione di partenza, tutti i ragazzini rivolti verso il palco.</p>



<p>“Dario Fabbri”, dice uno dei due uomini. “Va bene, abbiamo un volontario. Venga, venga a parlarci della geopolitica”.</p>



<p>Dario sale le scalette, è al centro della scena. Io guardo ai miei piedi: un taglierino. Ha un piano.</p>



<p>“Solo due cose”, inizia Dario, “ho imparato, dalla geopolitica umana. Che l’illuminismo è una patacca, e che un fumogeno è sempre meglio di una curatela”. Si gira, mi guarda e si tocca il naso con l’indice. Mi sa che dovrei fare qualcosa, ma non capisco. Ne avrà parlato su Domino, è che mi è scaduto l’abbonamento, gli ultimi numeri li ho persi. Strizza un occhio. Qualcosa di codificato, forse una cifratura di guerra, dio non ho i rudimenti, mi mancano le nozioni. Una linguaccia, una pernacchia, batte i tacchi. Continuo a non capire. Riafferra il microfono: “Ora, imbecille: alzati e scappa”. Scoppia una nuvola di fumo, parapiglia, i due gli si buttano addosso, i ragazzini impazziscono, si alzano e scappano da ogni lato, botte, colluttazione, spari, Dario che riesce pure a urlarmi “Alessandro, porta via il corpo di Alessandro”.</p>



<p>Mi alzo, cerco Recalcati che si è già smaterializzato, allora afferro Alessandro e inizio a trascinarlo fuori, è pesantissimo, uno sforzo immane, arranco però riesco a uscire per strada, la attraverso, arrivo in un campo, mi lancio in un cespuglio. Tremo, sono terrorizzato. Ma sono vivo. Da dentro, sento ancora qualche sparo. Forse un’esecuzione. Ora silenzio. Resto immobile. Poi, all’improvviso, un colpo di tosse. Mi giro: Barbero. Vivo. Si sta aprendo la camicia: sotto, una cotta di maglia, con un proiettile conficcato. Mi guarda, sorride. “I barbari”, sussurra. “I barbari”.</p>
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		<title>Sotto la pelle di Dario Fabbri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Dec 2024 11:26:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[America]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Geopolitica Umana è un dispositivo di interpretazione e decodificazione della realtà, un metodo che si muove tra le scienze politiche e la linguistica, la psicologia collettiva e la letteratura, la teologia e la lirica, al crocevia di innumerevoli discipline da cui attinge simultaneamente: da qui il suo fascino oracolare. Abbiamo chiesto a Dario Fabbri di spiegarci come si studia lo spirito dei popoli. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em><strong>Alla base della Geopolitica Umana ci sono delle costanti, dei concetti fondativi che ricorrono: uno di questi afferma che gli imperi non possono dimettersi da se stessi. Per impero, nel ventunesimo secolo, sembra legittimo pensare non solo al complesso militare in senso stretto (hard power), ma anche alla struttura ideologica e burocratica (soft power). Se è chiaro che la rielezione di Trump alla Casa Bianca non comporterà la dimissione degli Stati Uniti dalla sua egemonia militare, può portare invece a una dimissione ideologica da quell&#8217;ordine morale che hanno contribuito a costruire? Insomma possiamo continuare noi Stati satelliti a credere nell&#8217;universalismo, nelle Nazioni Unite e i suoi apparati, nella cultura woke, nella correttezza politica se il Presidente degli Stati Uniti d&#8217;America e le forze che rappresenta sono i primi a rimetterlo in discussione?</strong></em></p>



<p>DF: L&#8217;impero è un&#8217;inclinazione della collettività: è dunque <strong>sentimento, ferocia, seduzione, terrore</strong>. L&#8217;apparato militare o burocratico ne sono l&#8217;attuazione, come lo è la distillazione di una missione.<br>Trump e i suoi ci lasciano guardare dietro la tenda, nella cucina di casa, svelandoci una costruzione fatta anche di <strong>sofferenza, depressione, bestemmie</strong>. Era così pure per i romani o per i safavidi. Non dovremmo mai guardare nell&#8217;intimo del nostro&nbsp;<em>patron</em>. Gli americani commettono un errore nello svelarci la propria finitezza: le province devono credere nel bene, nella fine della storia, nell&#8217;economia. Ma anche gli statunitensi sono esseri umani e <strong>oggi assai stanchi</strong>. Non esistono percorsi netti. Nessuna paura comunque. Resteremo con Washington: siamo parte della sua sfera di influenza, siamo troppo anziani e può andarci peggio con un altro egemone.</p>



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<p><em><strong>Parliamo di te, dei tuoi libri e del metodo della Geopolitica Umana. In che senso è un metodo? lo possono replicare tutti? Ci sono delle variabili da esaminare, e sulla base delle quali si possono trarre delle conclusioni? Il concetto di metodo molto spesso è accompagnato dall&#8217;aggettivo scientifico, cioè contiene delle nozioni di oggettività, replicabilità, verificabilità. Eppure tu spesso hai rifiutato l&#8217;etichetta di scientificità della G. U. Ci spieghi bene dov&#8217;è il confine tra questi concetti?</strong></em></p>



<p>DF: La geopolitica umana è un metodo perché offre strumenti per guardare intorno a noi dal basso tramite<strong> psicologia collettiva, protolinguistica, storia/storie</strong>, con lo sguardo altrui. Anziché dall&#8217;alto: ovvero tramite <strong>governi, partiti, leader, politica economica o estera</strong> (la paratattica). Rifiuto l&#8217;aggettivo &#8220;scientifico&#8217; non solo perché viene attribuito alle nuove teorie soltanto a babbo morto, specie alla morte dell&#8217;ideatore – se mai succede. Soprattutto, una fervente scientificità uccide la vertigine, il guizzo, la contraddizione, l&#8217;eterodossia. Ossia, quanto produce conoscenza. <br>Ancora studente<strong> rifiutai lo studio accademico delle relazioni internazionali</strong> perché occidentalista, astorico, sovrastrutturale, privo di antropologia, di linguistica, centrato sulla rappresentazione della realtà, sull&#8217;egemonia americana come termine della storia, sugli individui (solo occidentali) e mai sui popoli. E in Italia è letteralmente impensabile che qualcuno possa rifiutare uno specifico studio perché lo considera difettoso. Come capitato in altre fasi storiche, vige l&#8217;incredibile convinzione che ciò che si insegna sia vero e corretto e dunque sia un errore respingerlo. Proprio per pretesa &#8220;scientificità&#8221;. Ma la storia è zeppa di insegnamenti scoperti erronei e poi superati. Anche tramite dinieghi. Figurarsi se potrei mai barattare la speculazione dialettica con la scientificità. </p>



<p><em><strong>Dai spesso per scontato che l&#8217;occidentalismo abbia imposto al mondo l&#8217;idea che tutti gli uomini siano uguali, desiderino le stesse cose, abbiano le stesse aspirazioni, tra tutte quella di fare come noi l&#8217;aperitivo e godere della libertà di guardare la propria serie Tv preferita. Mentre in realtà sarebbe vero il contrario, cioè che tutti i popoli desiderano cose diverse. Nell&#8217;èra di Tiktok e di Instagram, di una globalizzazione dei trend, così come di mille altri possibili esempi di apparente &#8220;convergenza&#8221; negli stili di vita, continui a escludere l&#8217;ipotesi che ci sia una somiglianza al fondo della specie umana? D&#8217;altronde abbiamo sicuramente in comune dei bisogni animali (mangiare, dormire, riprodurci, etc.) ma anche spirituali (quello di credere in qualcosa, che sia in un Dio o nell&#8217;oroscopo): dov&#8217;è che subentra la differenziazione?</strong></em></p>



<p>DF: Gli esseri umani sono ovviamente tutti uguali. Ma producono <strong>culture, ambizioni, impressioni diverse pure partendo dai medesimi bisogni e caratteristiche</strong>. E meno male. Altrimenti cadremmo nella commovente ingenuità dell&#8217;esperanto. Pure se adottassimo tutti la stessa lingua, comunque con il tempo svilupperemmo accenti, semantiche diversi, come inevitabile. Peraltro, instagram o tiktok non sono neutri, pertengono a imperi diversi e concorrenti.</p>



<p><em><strong>Se è un pregiudizio occidentale quello per cui i leader di alcuni popoli impediscono loro di vivere come vorrebbero (quindi come vorremmo vivere noi occidentali) quand&#8217;è che l&#8217;espressione di una rottura tra popolo e leader diventa legittima? Detto altrimenti: qualora un leader si appropriasse dei mezzi per reprimere il dissenso del popolo in modo capillare e onnipervasivo, e piegare quella che potrebbe essere una &#8220;volontà popolare&#8221; alle sue esigenze personali o di governo, in quale punto smetterebbe di essere legittimo il suo potere? Un dittatore è legittimo fino a che non gli si taglia la testa? E se il popolo volesse tagliargli la testa ma non ci riuscisse? Prendiamo il caso di Hong Kong, il fallimento delle proteste degli anni &#8217;10 come va letto, è una vittoria dell&#8217;apparato repressivo cinese o una dimostrazione del fatto che i cittadini di Hong Kong non vogliono veramente vivere all&#8217;occidentale?</strong></em></p>



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<p>DF: Questi sono punti cruciali perché al centro del nostro occidentalismo. Ci viene detto che se gli altri esseri umani non vivono come noi sono interdetti da un dittatore oppure non sanno &#8211; difficile stabilire quale affermazione sia più razzista o irreale. Anzitutto, nessuno detiene mai il potere da solo. Un autocrate è comunque espressione di un&#8217;oligarchia, di una stirpe o di una etnia. Nel medio periodo l&#8217;apparato di repressione funziona soltanto se la maggioranza della popolazione (del ceppo dominante in un impero) ritiene l&#8217;autocrate utile o aderente al proprio sentimento.<strong> I popoli fanno tutto ciò che vogliono, sempre</strong>. <strong>Anche quando non ci piace. E quando non vogliono una specifica dittatura la sostituiscono</strong>. A un popolo è interdetto scegliere soltanto se sottomesso da una potenza straniera. Su Hong Kong: in realtà, è ormai questione tra popoli diversi seppure entrambi di origine han. I cinesi &#8220;popolari&#8221;, grande maggioranza, hanno sottomesso gli hongkonghesi. Pure se presentata da Pechino come questione interna, non lo è più da tempo&nbsp;</p>



<p><em><strong>C&#8217;è qualcuno con cui ti confronti? Dei sistemi di idee da cui attingi, degli autori che leggi?</strong></em></p>



<p>DF: Mi confronto solitamente con chi si occupa di tutt&#8217;altro, oltre che con i miei collaboratori.<br>Ho un paio di maestri con cui discuto regolarmente, bontà loro, arrivando a conclusioni schizofreniche. Leggo le storie per come le raccontano gli altri popoli, i miti, i trattati dialettali. Tutto ciò che conta (o quasi). Ho il pregio e la dannazione d&#8217;avere una memoria peculiare per cui rimugino o cucio pezzi di ragionamento ascoltati o affrontati in altre stagioni.</p>



<p><em><strong>Guardando le tue apparizioni televisive sembra sempre che tu sia un po&#8217; estraneo al contesto. Ci sono i famosi &#8220;esperti&#8221; che parlano (politologi, accademici, analisti) che dibattono usando lo stesso lessico, e poi ci sei tu, che parli da una prospettiva radicalmente diversa. Gli altri parlano di punti di PIL, forniture di armi, investimenti in infrastrutture, e tu parli di spirito dei popoli. Dove sono i punti di contatto? Si può costruire un dialogo pur parlando lingue così diverse?</strong></em></p>



<p>DF: Punto di contatto è senz&#8217;altro la comune urgenza di interpretare il mondo. E il dialogo è sempre benedetto.</p>



<p><em><strong>Il tuo primo libro, densissimo, fondativo del tuo pensiero e spesso richiamato anche in questa nuova pubblicazione, </strong></em><strong>Sotto la pelle del mondo,</strong><em><strong> aveva un tono stentoreo ma impassibile, quasi placido. Lo stile linguistico era sempre molto personale, un po&#8217; ricercato ma fluente, letterario in alcuni passaggi. Viceversa, in questo secondo libro notiamo una radicalizzazione della lingua. Ancora più ricercata, con parole più astruse e costruzioni del periodo più ermetiche. Cosa c&#8217;è dietro questa scelta?</strong></em></p>



<p>DF: Non è una scelta a dire il vero. O almeno non una scelta cosciente. Ogni forma di conoscenza dispone di un linguaggio ed è necessario maneggiarlo per trovarsi nel ragionamento, per dedicarsi all&#8217;approfondimento. A patto che non diventi una barriera. Poi io sono incline all&#8217;ipotassi; ognuno ha le sue perversioni.</p>


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<figure class="aligncenter size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="510" height="800" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/12/9788807174520_quarta.jpg.800x800_q75.jpg" alt="" class="wp-image-1694" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/12/9788807174520_quarta.jpg.800x800_q75.jpg 510w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/12/9788807174520_quarta.jpg.800x800_q75-191x300.jpg 191w" sizes="(max-width: 510px) 100vw, 510px" /><figcaption class="wp-element-caption">L&#8217;ultima uscita di Dario Fabbri.</figcaption></figure>
</div>


<p> </p>



<p><em><strong>Si nota anche un certo dileggio, sempre sarcastico e sagace, nei riguardi della scienza politica. Si può ipotizzare una ragione di rabbia &#8220;politica&#8221;, una sorta di tentativo di riportare al centro quelle idee che pur trovando un buon riscontro sui media non vedono poi un&#8217;attuazione pratica da parte degli attori istituzionali, che continuano a guardare a fattori che tu reputi marginali?</strong></em></p>



<p>DF: Avessi apprezzato la scienza politica avrei continuato a studiarla. Piuttosto, <strong>credo sia naturale che la geopolitica umana non possa attuarsi nel nostro paese</strong>. Questa prevede riconoscere che la storia non è mai finita, che i popoli si sfidano e si sfideranno per l&#8217;egemonia, che le più feroci differenze producono le civiltà. Assunti inaccettabili per il più anziano popolo del mondo, il nostro, sicuro sia tutto finito, placidamente preso dallo scambiare i partiti per i sentimenti, per le culture. Va bene così. Si è sempre anacronistici in alcune parti del mondo e contemporanei in altre. In fondo, una forma di irrilevanza ci tinge di lirismo, ben oltre i nostri meriti.</p>



<p><em><strong>Una recente pubblicazione di Federico Rampini titola: </strong></em><strong>Grazie Occidente!</strong><em><strong> Si tratta di un panegirico sugli apporti positivi dell&#8217;Occidente nel resto del mondo, in ambito scientifico, sanitario, ingegneristico, economico. Se è vero che oggi un senso di colpa generale pervade il continente, di cui la cultura woke è la più alta, o più bassa, espressione, ed è vero anche che nessuna società produce così tanta auto-critica come la nostra, con esiti paralizzanti, anche l&#8217;eccezionalismo non ci ha mai portato bene, procurandoci molte ostilità presso altri popoli. Dove ci condurrà questa nuova polarizzazione? Il progressismo anti-occidentale e l&#8217;occidentalismo conservatore sono i nuovi contenitori in cui si travasano i concetti di sinistra e destra nel ventunesimo secolo? </strong></em></p>



<p>DF: Può darsi lo siano. Esistono diversi Occidenti e questi hanno molti meriti e anche molte colpe. Né più né meno di altre culture o civiltà. Avere senso di colpa per ciò che si è fatto o si è stati è tipico di società anziane e minimaliste. Non a caso l&#8217;unica porzione d&#8217;Occidente ancora massimalista è la cosiddetta America profonda che non conosce pentimenti.</p>



<p><em><strong>Punto in comune di entrambi sembra un certo apocalittismo, ecologico a sinistra, umano a destra. I primi con le eco-ansie, i secondi con le varie xenofobie. La politica sta sussumendo sempre più termini clinici. L&#8217;Apocalisse dell&#8217;Occidente è in fondo psicologica?&nbsp;</strong></em></p>



<p>DF: Ogni questione umana è (anche) psicologica, non solo le vicende occidentali. Per questo la radiografia di un popolo deve sempre partire dal suo umore, dal suo sentimento. Il resto conta molto meno.</p>



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