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	<title>droghe Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Il softclubbing è la fine del divertimento</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 May 2026 22:23:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Declino dell'Occidente]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[droghe]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il soft clubbing riformula il fare serata in evento mondano, un’esperienza equiparabile al vedere una mostra o fare un aperitivo, che non richiede impegno, e non a caso si svolge all’ora della colazione, appena svegli e freschi dalla lunga notte di riposo.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Andare a ballare è, per molti, un atto di distacco. La pista da ballo crea uno spazio sottratto alla quotidianità. Il fatto che questo accada quasi sempre di notte non è un caso: le ore notturne si concatenano senza peso, l’azione è tutta concentrata nel presente, e il tempo del giorno appare lontano, così come il lavoro, le preoccupazioni, gli impegni. L’innegabile magia che le tenebre portano con sé apre lo spazio al possibile.&nbsp;</p>



<p>Viene in mente in questo senso uno dei primi film di Martin Scorsese,&nbsp;<em>After Hours</em>: un povero disgraziato che cerca di tornare a casa dopo un appuntamento fallimentare, ma la città e strane creature glielo impediscono. Ecco, un film così non poteva che ambientarsi di notte. Quando il tempo si ferma e i mostri si svegliano, abbiamo la possibilità di perderci e di fare subentrare il caos. Fare festa e la notte sono due facce della stessa medaglia: l’una alimenta l’altra, e funzionano così bene perché creano una parentesi estranea alla vita ordinaria.&nbsp;</p>



<p>Ma la notte non è solo buio: è sospensione della ripetitività e della monotonia, apertura di una crepa attraverso cui può insinuarsi il caos. È proprio in questa crepa che si realizza la perdizione – la possibilità di uscire da sé stessi, di lasciarsi andare – che, a mio avviso, è il discrimine principale tra il clubbing tradizionale e il soft clubbing.&nbsp;</p>



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<p>Innanzitutto, inquadriamo il fenomeno. Il soft clubbing è l’ultima moda partorita dal mondo anglosassone che, a colpi di vinile e matcha latte, sta arrivando anche in Italia. Il format consiste in colazione o brunch, rigorosamente la mattina, accompagnata da musica elettronica o techno, preferibilmente su vinile.&nbsp;</p>



<p>Nell’epoca post-covid, una modalità di clubbing di questo tipo non può che prosperare. Vogliamo essere tutti più sani, in contatto con il nostro benessere, fare sport e, soprattutto, stiamo invecchiando.&nbsp;</p>



<p>Gli anni di Covid hanno ricordato quanto sia prezioso stare insieme, ma ci hanno anche convinti che farlo debba costare il meno possibile in termini di benessere. Per la nostra generazione, che non vuole ancora rinunciare a fare serata, il soft clubbing risulta una versione edulcorata, addomesticata delle feste, o se preferite, una colazione un po’ frizzantina. L’idea di fondo è che ci si possa divertire senza sfasciarsi, anzi, che può essere a tutti gli effetti una sana attività, perfettamente inseribile all’interno della settimana lavorativa.</p>



<p>In sostanza, il soft clubbing riformula il fare serata in evento mondano, un’esperienza equiparabile al vedere una mostra o fare un aperitivo, che non richiede impegno, e non a caso si svolge all’ora della colazione, appena svegli e freschi dalla lunga notte di riposo.</p>



<p>Il target, a differenza del clubbing tradizionale, è volutamente più ampio &#8211; non serve essere nottambuli né avere una particolare familiarità con la cultura club &#8211; e un bacino d’utenza ampio vuol dire, inevitabilmente, più soldi. Trova d’accordo l’amico che ama la techno ma ha messo su famiglia e chi beve solo latte d’avena. Il problema di questo format è quello che rappresenta, ossia l’addomesticarsi del divertimento, il suo progressivo deperimento in luogo di una socialità più&nbsp;<em>healthy</em>&nbsp;e senza pericoli.&nbsp;</p>



<p>A ben guardare, “andare a ballare”, non assomiglia affatto a questo. È un evento senza funzionalità, isolato, estraneo, se non addirittura avverso alla quotidianità della vita. Sballarsi, in senso lato, è sempre stato parte di questo rito: non si tratta necessariamente di droghe, ma di eccesso, di sfinimento. Edulcorare questo momento non vuol dire renderlo più accessibile, ma privarlo della sua vera natura. Un aspetto che parla da sé è la renderlo più accessibile, ma privarlo della sua vera natura. Un aspetto che parla da sé è la direzione che stanno prendendo alcuni club rispetto alla questione cellulari, adottando la policy del “no pictures”; tutt’altra storia per gli eventi di soft clubbing, curati in ogni dettaglio affinché i partecipanti possano produrre il contenuto perfetto. La luce del sole illumina i volti rilassati, i telefoni riprendono il cappuccino e il cornetto, la canzone scelta per la storia Instagram è l’ultima hit di Fred Again.&nbsp;</p>



<p>In nome di una vita sana a 360 gradi, la musica passa molte volte in secondo piano. Tanti eventi soft clubbing si accompagnano a lezioni di pilates o yoga, esposizioni di bancarelle, selezioni accurate di attività che si fanno ben pagare e che nulla hanno a che fare con il mondo della notte. A Milano il collettivo Nul organizza il Rave a colazione al Club Giovanile, rigorosamente senza alcol, con sessioni di yoga integrate ai dj set. Radio m2o ha creato un apposito Morning Club, con appuntamenti domenicali alla Fabbrica del Vapore, a cui ha partecipato il nostrano Jovanotti lo scorso 15 febbraio. A Bologna si replica al bar Ca&#8217; di Mezzo, a Roma al Vinile in zona Garbatella. Anche dal punto di vista imprenditoriale il soft clubbing fa gola, basta infilare un paio di parole chiave sul volantino e la gente è pronta a sborsare i propri soldi. In qualità investigativa, stavo per andare ad un evento in un locale a Milano che offriva lezione di pilates, dj set e brunch ma ho poi scoperto che il tutto veniva a costare novanta euro (170mila delle vecchie lire).</p>



<p>Certamente i due modi di fare festa possono coesistere pacificamente, e non è difficile immaginare uno stesso individuo che va a ballare il venerdì sera e a fare un brunch-minimal-techno la domenica. Tuttavia il successo inarrestabile degli eventi soft clubbing sta silenziosamente privandoci di qualcosa di importante: il momento della perdizione.&nbsp;</p>



<p>Più le serate si fanno perbene, più lo diventiamo anche noi. Privati dei momenti di libertà totale in nome di un divertimento sano, calibrato, non esagerato, non possiamo che trovare in Jovanotti il nostro guru.</p>



<p>È quindi lecito chiedersi se un divertimento che non ci fa evadere più sia ancora davvero tale, o se effettivamente un gin tonic può essere sostituito da un cappuccino e una pasticca da una pasta, o come si dice ora, da un lievitato.</p>



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		<title>L&#8217;altalena spietata</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Oct 2024 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Psicologia]]></category>
		<category><![CDATA[Cocaina]]></category>
		<category><![CDATA[Crudeltà]]></category>
		<category><![CDATA[droghe]]></category>
		<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Gog Edizioni]]></category>
		<category><![CDATA[M. Ageev]]></category>
		<category><![CDATA[Nobiltà]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzo con cocaina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Estratti del libro di M. Ageev "Romanzo con cocaina" (GOG). </p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Una terribile domanda gravava su di me durante tutto il tempo della cocaina. Era una domanda terribile perché la risposta era o un vicolo cieco o la via verso la più spaventosa delle concezioni del mondo. E questa concezione del mondo costituiva un insulto per quella cosa luminosa, delicata e pura che neanche l’ultima delle canaglie, in stato di calma e di sincerità, ha mai oltraggiato: l’anima umana. </p>



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<p>La scintilla che fece nascere questo quesito, come spesso avviene, fu un’inezia. E, in verità, si poteva pensare, che cosa c’è di straordinario? <strong>Che cosa c’è di straordinario nel fatto che, sotto l’effetto della cocaina, un uomo prova sentimenti altamente umani, elevati</strong> (una cordialità isterica, una bontà fuori dal comune, e così via),<strong> mentre appena finisce l’effetto della cocaina quell’uomo diventa preda di sentimenti bestiali e bassi </strong>(esasperazione, rabbia, crudeltà)? Apparentemente non c’è nulla di straordinario in questa successione di sentimenti, eppure fu proprio questo che mi portò alla domanda fatale. </p>



<p>In effetti, che la cocaina provocasse in me i sentimenti migliori e più umani potevo spiegarmelo con il suo influsso narcotico. Ma come spiegare il resto? <strong>Come spiegare l’inevitabilità con la quale (dopo la cocaina) comparivano in me questi sentimenti bassi, bestiali?</strong> Come spiegare questo fenomeno, la cui costanza e irrevocabilità mi spingevano involontariamente a pensare che i miei sentimenti più umani fossero legati con un filo a quelli bestiali e che l’estrema tensione e dunque l’esaurimento degli uni si portasse, si tirasse dietro la comparsa degli altri, come succede in una clessidra, dove lo svuotamento di una sfera predetermina il riempimento dell’altra? </p>



<p>Ed ecco nascere la domanda: questo cambio di sentimenti è solo una caratteristica speciale della cocaina, che lo impone al mio organismo, <strong>oppure questa reazione è una caratteristica del mio organismo, che sotto l’effetto della cocaina affiora solo in modo più evidente?</strong> Una risposta affermativa alla prima parte della domanda significava un vicolo cieco. Una risposta affermativa alla seconda parte della domanda apriva una strada fin troppo ampia. Perché era evidente che imputando una reazione acuta dei sentimenti a una caratteristica del mio organismo (solo più bruscamente manifesta con l’azione della cocaina), ero obbligato ad ammettere che<strong> anche senza cocaina, in ogni sorta di condizione, l’eccitazione dei sentimenti umani della mia anima (come reazione) porta con sé gli stimoli della bestialità</strong>. In senso figurato, mi sono chiesto: l’anima non è una sorta di altalena che, ricevendo una spinta verso l’umanità, è per questo già propensa a oscillare di ritorno verso la brutalità? Ho provato a cercare un qualche esempio in vita per confermare questa ipotesi e mi pare di averlo trovato.</p>



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<p>Ecco che il giovane, buono e sensibile Ivanov siede a teatro. Intorno a lui è buio. Va in scena il terzo atto di una commedia sentimentale. I cattivi già esultano, e perciò senza dubbio sono sull’orlo della distruzione. Gli eroi buoni sono vicini alla morte e perciò, come previsto, sono sulla soglia della felicità. Tutto si avvicina al giusto e lieto fine, così bramato dalla nobile anima di Ivanov e il suo cuore batte con emozione. In lui, in Ivanov, sotto la travolgente influenza dell’azione teatrale, sotto l’influsso dell’amore verso questi onesti, splendidi esemplari umani che vede sulla scena, che accettano umilmente le sofferenze, la cui felicità lo preoccupa, <strong>in lui si sforza e si rafforza sempre più la vibrazione cristallina della sua nobiltà d’animo, dei suoi sentimenti umani. </strong></p>



<p>Lui non sente né il piccolo meschino calcolo, né la lussuria, né la cattiveria e non può sentirli ora, nella beatitudine di questi minuti, come sembra a lui, il giovane, il buon Ivanov. È seduto nell’inviolato silenzio della sala buia, ha il volto infiammato, sta seduto e sente con gioia la sua anima languire dolcemente per l’appassionato bisogno di sacrificare la propria vita – adesso, subito, qui, nel teatro – in nome dei più alti ideali umani. <strong>Ma ecco che nell’oscurità del teatro, tesa e satura con la vibrazione delle emozioni umane, il vicino di Ivanov comincia a tossire forte, come un cane</strong>. </p>



<p>Ivanov gli è seduto accanto, il vicino continua con questo fracasso, questo suono scatarrante penetra fastidiosamente nel suo orecchio, ed ecco che Ivanov sente come qualcosa di spaventoso, di bestiale, di torbido innalzarsi, crescere in lui, lo travolge. <strong>“Il diavolo prenda voi e la vostra tosse”</strong>, dice alla fine Ivanov, non resistendo più, con un sussurro velenoso e viperino. Dice queste parole come ubriaco, per la spaventosa pressione, del tutto insolita, dell’odio, e anche se continua a guardare al palco, tutto in Ivanov comincia a tremare dalla rabbia e dalla foga verso il signore che aveva cominciato a tossire, tanto che in un primo momento lui non riesce ancora a predisporsi, a far tornare di nuovo l’umore precedente, ma sente ancora chiaramente, come solo un momento prima in lui, in Ivanov, c’era solo un desiderio, represso a fatica: distruggere, colpire questo fastidioso vicino che ha tossito a lungo. </p>



<p>E qui mi chiedo: qual è la causa di una così improvvisa, predatoria ira dell’anima del giovane Ivanov? La risposta è solo una: <strong>l’eccessiva eccitazione nella sua anima dei migliori e più umani sentimenti di abnegazione.</strong> Ma può essere che non sia così, dico io, può essere che la causa del suo imbestialirsi sia la tosse del vicino. Ma, ahimè, questo non può essere. La tosse non può essere la causa, perché se il vicino che comincia a tossire fosse in tram, o ancora da qualche altra parte – dove Ivanov si sarebbe trovato in uno stato d’animo un po’ diverso –, in nessun caso il buon Ivanov si sarebbe incattivito così. In questo modo, la tosse, nel caso specifico, <strong>è solo la giustificazione per lo scarico di questo sentimento, verso cui era costretto Ivanov dal suo stato interiore, spirituale</strong>. Ma lo stato interiore, lo stato spirituale di Ivanov, quale poteva essere? </p>



<p>Supponiamo che noi ci sbagliassimo, dicendo che lui sperimentava sentimenti umani e sublimi. Quindi mettiamoli da parte e proviamo a conferire a lui, a Ivanov, tutti i restanti sentimenti per un uomo a teatro, confrontando contemporaneamente quanto questi altri sentimenti possono aver piegato Ivanov verso questo scoppio bestiale d’odio. Fare questa esperienza è più facile perché l’elenco di questi sentimenti – se tralasciamo le loro sfumature – è molto esiguo: ci rimane solo da supporre che Ivanov, sedendo a teatro, o 1) era costantemente divorato dalla rabbia o 2) si trovava in uno stato di indifferenza e noia. Ma se Ivanov fosse stato divorato dalla rabbia anche prima che il suo vicino cominciasse a tossire, se Ivanov fosse stato irritato con gli attori per la loro pessima recitazione, oppure con l’autore per la sua opera immorale, o con se stesso, per avere buttato via i suoi ultimi soldi in un così brutto spettacolo, avrebbe sentito un così selvaggio e bestiale attacco di odio verso il vicino che tossiva? Certamente no. Nel caso peggiore avrebbe sentito stizza per il vicino che tossiva, può darsi, avrebbe persino borbottato “E adesso ti ci metti anche tu con la tosse?”, ma questa stizza è terribilmente lontana dal desiderio di colpire, di distruggere un uomo, di odiarlo. </p>



<p>Così, questa ipotesi che Ivanov fosse divorato dalla rabbia prima della tosse, e che una esasperazione generale lo ha portato a un tale acuto scoppio d’odio, dobbiamo metterla via perché è sbagliata. Mettiamola via, quindi, e proviamo a fare un’altra ipotesi. Proviamo a supporre che Ivanov fosse annoiato, che provasse indifferenza. Può essere che questi sentimenti lo abbiano portato ad avere un tale selvaggio scoppio di rabbia verso il vicino che tossisce.<strong> Ma non può essere. </strong>In realtà, se l’anima di Ivanov fosse in uno stato di fredda apatia, se Ivanov, guardando il palco, fosse stato annoiato, avrebbe davvero sentito l’esigenza di colpire il vicino, di colpirlo perché tossiva? Non solo in questo caso non avrebbe sentito un tale desiderio, ma molto probabilmente avrebbe persino compatito quest’uomo malato che tossiva. </p>



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<p>Per finire con Ivanov ci rimane solo da colmare la spiacevole lacuna che abbiamo supposto nell’elenco delle emozioni disponibili per un uomo a teatro.<strong> Il fatto è che non abbiamo ricordato – cosa che si verifica spesso sotto l’influenza dell’azione teatrale – il sentimento di ilarità, che è un sentimento molto importante per il nostro esempio</strong>. È importante perché fa cadere completamente il possibile motivo che poteva giustificare la cattiveria di Ivanov verso il vicino che tossiva: la tosse, presumibilmente, gli ha impedito di ascoltare lo scambio di battute degli attori. Ma è possibile che per Ivanov (che si trovava in uno stato di ilarità) le divertenti battute degli attori, che hanno provocato questa ilarità, fossero per lui meno interessanti e importanti della tosse del vicino, è possibile che non le stesse a sentire con la stessa attenzione delle parole di un dramma? In questo caso, nessuna tosse, nessuno starnuto o altri simili rumori del vicino, anche se lo avessero infastidito, avrebbero risvegliato in lui il desiderio di picchiarlo.</p>



<p>Così, dunque, per la forza delle cose, dobbiamo tornare all’ipotesi prima esposta. Siamo costretti a riconoscere con rassegnazione che <strong>solo la fortissima commozione dell’anima e, dunque, il fremito dei sentimenti più umani e sacrificali risvegliati in Ivanov siano la causa scatenante di questa sua incontrollabile, rapace, bestiale rabbia</strong>. </p>



<p>Ovviamente l’incidente teatrale qui descritto non può in alcun modo pretendere di convincere anche il più ingenuo di noi. Giacché, in effetti, è forse giusto parlare della natura dell’anima in generale prendendo come esempio la rabbia del singolo Ivanov contro il suo vicino raffreddato, scegliere un esempio chiaramente eccezionale mentre lì, nella sala del teatro, <strong>ci sono un migliaio di persone che, esattamente come Ivanov, sotto l’effetto dell’azione drammatica hanno trascorso alcune ore in uno stato di estrema tensione delle loro migliori forze spirituali</strong> (nella misura in cui, naturalmente, questa azione teatrale ha provocato non riso, non allegria, non un&#8217;ammirazione della bellezza, ma un turbamento spirituale). Ci basterà dare un’occhiata a queste persone, alle loro facce, durante gli intervalli e dopo la fine dello spettacolo, per convincerci che esse non sono assolutamente furibonde, non si arrabbiano contro nessuno, non vogliono picchiare nessuno. </p>



<p>A un primo sguardo, questo fatto sembra scuota con forza le nostre ipotesi. Dopotutto, abbiamo formulato l’ipotesi che lo stimolo dei sentimenti di umanità e abnegazione provoca nelle persone una predisposizione alla rabbia predatoria, l’insorgere degli istinti più ignobili. Ed ecco davanti a noi la folla degli spettatori del teatro, persone che sotto l’influenza dell’azione teatrale hanno vissuto l’agitazione di questi sentimenti umani, e noi vediamo, noi osserviamo i loro volti e il loro comportamento, nel momento in cui si accende la luce, quando escono fuori dal teatro, e nel frattempo non troviamo nessuna ombra, non solo, neanche un accenno di rabbia. Questa è la nostra impressione esterna: tuttavia, proviamo a non accontentarcene, proviamo ad andare ancora più a fondo. Proviamo a porre la domanda in modo diverso e stabilire che non si spiega forse questa mancanza negli spettatori di un qualsiasi istinto predatorio non tanto perché non c’è stato, ma <strong>quanto perché questo istinto bestiale è appagato in loro, è appagato completamente, come sarebbe accaduto a Ivanov, se avesse colpito il suo vicino, se non avesse opposto resistenza?</strong> </p>



<p>Perché è del tutto evidente che un’azione drammatica provoca nello spettatore la commozione e l’eccitazione dei sentimenti più elevati dell’anima solo quando a tale azione prendono parte personaggi di buon cuore, onesti e, nonostante la sofferenza provata, umili. (O almeno così viene percepita la presenza di questi personaggi dagli spettatori più spontanei e sensibili sui quali si può osservare con maggior chiarezza la vera natura dei movimenti dell’anima). Evidentemente sul palco, insieme ad angeli e personaggi umili, vengono rappresentati tipi di perfidi cattivi. Ed ecco che ci si chiede: <strong>questa sanguinosa e crudele punizione, costantemente messa alla fine dello spettacolo, verso i cattivi, in nome del trionfo della virtù, non consuma gli istinti bestiali appena sorti in noi, e non usciamo dal teatro umili e soddisfatti non perché nelle nostre anime non sono nati sentimenti ignobili, ma perché questi sentimenti hanno ricevuto appagamento?</strong> Dopotutto, chi di noi non confesserebbe con quale godimento ha schiamazzato, quando nel quarto atto un certo virtuoso eroe ha piantato un coltello nel cuore del malvagio? </p>



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<p>Tuttavia, permettetemi, qui si può dire, questo è il sentimento di giustizia. Non si può negare. Ma sì, certo, è il sentimento di giustizia. Proprio lui:<strong> il divino sentimento di giustizia elevatore dell’uomo</strong>. Ma fino a cosa ci ha portato questa eccitazione di elevati sentimenti umani? Al godimento per un omicidio, a una rabbia bestiale. “Sì, ma contro i malvagi”, ci obiettano qui. “Non importa”, rispondiamo noi, “ciò che importa è che<strong> schiamazzare dal godimento per lo spargimento di sangue umano è possibile solo quando tu senti ferocia, cattiveria, odio </strong>e se questi ignobili, questi disgustosi sentimenti nascono nella nostra anima solo perché provocano in noi sentimenti umani, l’amore per le sofferenze e per gli umili eroi, e se questa nostra feroce bestialità silenziosamente e furtivamente è uscita dal turbamento dei nostri più nobili sentimenti che il teatro ha mosso in noi, <strong>non dimostra già con una certa chiarezza la spaventosa e ambigua natura delle nostre anime?”</strong>. </p>



<p>In effetti, basterebbe che a teatro ci venissero mostrate opere in cui i malfattori non soltanto non vengono puniti, non soltanto non periscono, <strong>ma, al contrario, trionfano</strong>: sì, cominciate a mostrarci opere dove trionfano le persone peggiori e le migliori vengono uccise, e vi assicurerete del fatto che un simile spettacolo alla fin fine ci porterebbe per le strade, ci porterebbe alla rivolta, alla ribellione, alla sommossa. Potete anche stavolta dire che ci ribelliamo nel nome della giustizia, che ci guida l’agitarsi, nelle nostre anime, dei più elevati e più umani sentimenti. Beh, avete ragione, avete ragione, avete perfettamente ragione. <strong>Ma guardateci quando ci ribelleremo, osservateci, quando, sopraffatti dai migliori sentimenti umani delle nostre anime, questi ci guideranno</strong>: osservate con attenzione i nostri volti, le nostre labbra, il comportamento dei nostri occhi, e, se non volete riconoscere che davanti a voi ci sono furiose bestie feroci, andate via dalla nostra strada al più presto, perché la vostra incapacità di distinguere l’uomo dalla bestia potrebbe costarvi la vita. </p>



<p>Ed ecco che già dentro di sé matura una domanda: perché queste opere teatrali, opere nelle quali vince il vizio e muore la virtù, insomma se queste opere sono veritiere, raffigurano la nostra vita reale, appunto perché nella vita succede proprio così, che vincono le persone malvagie, perché nella vita, osservando tutto questo, rimaniamo sereni e viviamo e lavoriamo, <strong>e quando questo quadro della vita circostante ci è mostrato a teatro, noi ci indigniamo, ci arrabbiamo, tutto ciò ci imbestialisce?</strong> Non è strano che lo stesso quadro, passando sotto gli occhi della stessa persona, lasci quest’uomo in un caso (nella vita) sereno e indifferente, e provoca in lui nell’altro caso (a teatro) indignazione, sdegno, rabbia? E non dimostra chiaramente che la causa in noi dell’insorgenza di questi o altri sentimenti, a cui reagiamo con un&#8217;azione esterna, bisogna cercarla non nella natura di questo evento, ma internamente, nello stato della nostra anima? Questa domanda è molto significativa e richiede una risposta precisa.</p>



<p><strong>Il fatto è che, evidentemente, nella vita noi siamo ignobili e ipocriti, nella nostra vita prima di tutto siamo preoccupati per il nostro tornaconto personale</strong>, perciò nella vita noi lusinghiamo e aiutiamo e talvolta impersoniamo quegli stessi prepotenti e malvagi le cui azioni suscitano in noi una terrificante indignazione a teatro. A teatro, tuttavia, questo personale interessamento, questa bassa aspirazione ad accumulare benessere materiale, si placa nelle nostre anime, a teatro niente di personale abusa della nobiltà e dell’onestà dei nostri sentimenti: <strong>a teatro noi diventiamo spiritualmente puliti e migliori, e perciò a noi, con le nostre aspirazioni e simpatie, mentre ci sediamo a teatro, ci guidano interamente i nostri migliori sentimenti di giustizia, nobiltà, umanità</strong>. </p>



<p>E qui si pone un pensiero spaventoso. Si pone il pensiero che se non ci ribelliamo, se non diventiamo definitivamente bestie e non uccidiamo in nome della giustizia calpestata, è perché le persone sono ignobili, viziose, avide e profondamente cattive, e se nella vita, come a teatro, noi infiammassimo i nostri sentimenti umani, se nella vita diventassimo migliori, così noi, eccitati e con la vibrazione nelle nostre anime dei sentimenti di giustizia e amore verso gli offesi e i deboli, realizzeremmo, o proveremmo il desiderio di realizzare – che è la stessa cosa, poiché parliamo di movimenti spirituali – <strong>un tale numero di delitti, di spargimenti di sangue, di torture e di omicidi vendicativi, che nessuno ha mai realizzato e ha mai desiderato realizzare</strong>, neanche il più terribile dei malvagi, guidato interamente dall’arricchimento e dal profitto. </p>



<p>E involontariamente nasce in noi il desidero di rivolgersi a tutti i futuri Profeti dell’umanità e chiedergli: “Profeti buoni e gentili! Non commuoveteci, non accendete nelle nostre anime i sublimi sentimenti umani, e non sforzatevi di renderci migliori.<strong> Perché vedete: quando siamo i peggiori ci limitiamo a qualche minuscola nefandezza, quando siamo i migliori ci mettiamo a uccidere</strong>”. Cercate di capire, buoni Profeti, che proprio i sentimenti di Umanità e di Giustizia insiti nelle nostre anime ci obbligano a risentirci, a sdegnarci, a essere arrabbiati. Dovete rendervi conto che se fossimo privati dei sentimenti di Umanità, allora non saremmo risentiti, non ci indigneremmo. </p>



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<p>Dovete rendervi conto che né la perfidia, né la malizia, né la viltà della mente, ma che <strong>l’Umanità, la Giustizia e la Nobiltà dell’Anima ci costringono a risentirci, a sdegnarci, a essere arrabbiati, a essere vendicativi.</strong> Dovete rendervi conto, Profeti, che il meccanismo delle nostre anime umane è il meccanismo dell’altalena, dove dal potente slancio dalla parte della Nobiltà dell’Anima <strong>corrisponde un potente rimbalzo dalla parte della Rabbia Bestiale</strong>. Questa ambizione a lanciare l’altalena spirituale dalla parte dell’Umanità e l’inevitabile conseguente rimbalzo verso la Bestialità è una linea meravigliosa e allo stesso tempo sanguinosa che attraversa tutta la storia umana, e noi vediamo che <strong>proprio le epoche particolarmente appassionate, quelle contraddistinte da forti slanci in direzione dello Spirito e della Giustizia ci appaiono particolarmente terribili per l’intermittenza, in loro, di incredibili crudeltà, di malefatte sataniche.</strong> </p>



<p>Simile a un orso con la testa sanguinante e sconquassata che spinge un tronco appeso a una corda e riceve un colpo tanto più terrificante quanto più è la forza con cui lo spinge, l’uomo langue e già si stanca di questa oscillazione della propria anima. Un uomo langue in questa lotta, qualunque sia la via d’uscita che sceglie: continuare a dar colpi a quella trave perché a un certo momento, dopo un’oscillazione particolarmente forte, quella gli spacchi definitivamente la testa, <strong>oppure fermare l’altalena dell’anima, vivere in una fredda ragionevolezza, nell’assenza di sentimenti e dunque di umanità, e in questo modo privarsi completamente del calore della propria immagine</strong>: entrambe le decisioni predeterminano il pieno compiersi di quella maledizione che ci appare sotto la forma di questa bizzarra, terribile caratteristica delle nostre anime umane. </p>



<p>Quando nella casa scese il silenzio, sulla scrivania era accesa la lampada verde e dietro la finestra era notte, nascevano dentro di me con ossessiva costanza questi pensieri, ed erano devastanti per la mia voglia di vivere esattamente quanto era distruttivo per il mio organismo<strong> quel bianco e amaro veleno che stava sul divano in piccole cartine ordinate</strong>, e che tremava con eccitazione nella mia testa.</p>



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		<title>Fentanyl, oppio per l&#8217;America depressa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Zeno Goggi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 May 2024 16:50:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Declino dell'Occidente]]></category>
		<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Geopolitik]]></category>
		<category><![CDATA[Ostilità]]></category>
		<category><![CDATA[Psicologia]]></category>
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		<category><![CDATA[USA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sicuri del proprio crepuscolo, gli americani s’abbandonano alla droga venuta dalla Cina. Beffardo rovescio dell’oppio che piegò il Celeste Impero.</p>
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<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>&#8220;Per dirla con le parole del bisogno assoluto: “Non lo fareste anche voi? Che fareste al posto mio?” Certo. Anche voi mentireste, imbrogliereste, fareste la spia, rubereste, fareste qualsiasi cosa per soddisfare quel bisogno assoluto. Perché sareste in uno stato di malattia assoluta, di possessione assoluta, nella condizione di non poter agire altrimenti.&#8221;</p>
<cite>William S. Burroughs</cite></blockquote>



<p><strong>Seta, porcellana e tè.</strong> La ricchezza dell’Impero Celeste si fondava su questi tre beni. Alla fine del XVIII secolo tutto il mondo voleva la porcellana, la seta e il tè prodotti in Cina. Quest’ultima, autarchica tanto spiritualmente quanto economicamente, accettava in cambio solo argento. Stive stracolme del metallo prezioso, estratto dalle miniere dell’America del Sud, venivano rapidamente svuotate al porto di Canton – l’unico approdo commerciale concesso agli occidentali – per ripartire verso Ovest, altrettanto stracolme dei tre beni di cui la Cina possedeva pressoché il monopolio mondiale. L’equilibrio economico era piuttosto fragile, se non del tutto sbilanciato a favore dell’Impero. Il Regno Unito ne soffriva in particolare; l’inedita analogia tra gli inglesi e le bevande a base di tè si apprestava a diventare tanto proverbiale quanto problematica per l’erario reale. Di anno in anno cresceva il deficit commerciale di argento nei confronti della Cina. Ad aggravare la situazione si aggiunse la perdita delle colonie americane a seguito della Rivoluzione, l’afflusso incerto delle miniere del Sud America causato dalle guerre europee, e il prestito enorme preteso dalla Compagnia delle Indie Orientali per assicurarsi il controllo dell’India. Tutto ciò aveva svuotato le casse di argento, e quel poco che restava continuava però ad affluire unidirezionalmente verso la Cina. Dopo una rovinosa ambasciata presso l’Imperatore Qianlong, dimostratosi indifferente alle meraviglie tecnologiche che l’Inghilterra prometteva in cambio dei beni di cui aveva tanto bisogno, cominciò presto per gli inglesi a delinearsi una soluzione, tanto efficiente quanto moralmente controversa. L’India, da poco conquistata, ancora non aveva rivelato al mondo il suo potenziale nella produzione di piante da tè. I suoi terreni erano però particolarmente adatti alla fioritura del papavero da oppio. Volle la contingenza che la popolazione cinese, in quel dato periodo storico, fosse particolarmente recettiva agli effetti sedativi della sostanza che si estrae dal baccello di questi papaveri, qualora essa sia fumata o ingerita. <strong>Dove non era riuscito a penetrare un commercio liberalizzato era subentrato il mercato nero</strong> – spesso l’altra faccia del primo – e l’oppio indiano, molto meno costoso e più potente di quello prodotto in Cina, si era diffuso a macchia d’olio entro i confini del Celeste Impero, seminando dipendenza, apatia e morte, e raccogliendo seta, porcellana e, soprattutto, tè, diretti verso Occidente.           </p>



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<p><br>Da questa situazione senza precedenti nacque un conflitto tra i due paesi, passato alla storia come la prima guerra dell’oppio (1839-1842), a cui ne seguì una seconda (1856-1860). Entrambe le guerre videro prevalere l’Inghilterra, di molto superiore nello scontro navale e dal punto di vista logistico. La Cina fu costretta, tra le altre cose, ad aprire i suoi mercati e a cedere per 150 anni l’isola brulla sulla quale si erano rifugiati gli inglesi durante il primo conflitto, Hong Kong. Per la Cina questa sconfitta segnò l’inizio del “secolo delle umiliazioni”. Svegliata bruscamente dalla realtà delle varie rivoluzioni industriali, la dinastia Qing collassò, e la Cina finì cannibalizzata e contesa tra diverse sfere d’influenza straniere.         <br>La crisi, ormai fuori controllo<a id="_ftnref1" href="#_ftn1">[1]</a>, del consumo di oppioidi negli Stati Uniti d’America provenienti dalla Cina sembrerebbe suggerire non solo che la Repubblica Popolare Cinese abbia imparato la lezione duramente inflitta dagli inglesi alla dinastia Qing, ma anche che <strong>la storia, a volte, sembra possedere un perverso senso dell’ironia</strong>. La Cina ha infatti scoperto di avere tra le mani un’arma formidabile nella guerra fredda che la vede opposta agli USA. Oltre all’imponente arsenale classico, tutt’ora in crescita, considerato nelle sue moderne evoluzioni tecnologiche e informatiche, la Cina dispone di una risorsa molto promettente, <strong>un’arma di depressione di massa</strong>. Si tratta di un farmaco, il fentanyl, e soprattutto di un’efficiente catena logistica che porta le sue componenti essenziali dai laboratori cinesi, passando per il Messico<a id="_ftnref2" href="#_ftn2">[2]</a>, fino alle strade delle grandi città americane. Il fentanyl è l’ennesimo capitolo del complicato rapporto tra il genere umano e gli oppiacei/oppioidi. «È cominciato tutto da un fiore che gli antichi chiamavano “il fiore della gioia”. Il papavero. Una composizione apparentemente innocente di petali sopra uno stelo alto e verde. Il classico fiore che un bambino porterebbe a sua madre, nella certezza di sentirsi dire “Oh ma che bel fiore!”»<a id="_ftnref3" href="#_ftn3">[3]</a>. Se la morfina, estratta dal lattice dei papaveri da oppio, può ancora considerarsi un prodotto naturale, mentre l’eroina è un prodotto semi-sintetico, in quanto derivato della morfina, con il fentanyl siamo difronte a una molecola completamente sintetica, prodotta interamente in laboratorio. Ma i suoi effetti si differenziano poco da quelli delle molecole affini. <strong>Un’ondata di calore che avvolge il corpo, seguita da piacere, benessere, oblio, desensibilizzazione</strong>. Poi un lento affievolirsi degli effetti, fino al loro svanire completo, e dopo qualche ora l’astinenza, con le sue crisi dalla fenomenologia ormai ben nota al sensibilizzato pubblico occidentale. Sintetizzato negli anni ’60, solo di recente il consumo di fentanyl ha preso slancio, irrorandosi nelle periferie dell’occidente. La scheda tecnica lo descrive come un farmaco 100 volte più forte della morfina e 50 volte più forte dell’eroina. Bastano pochi milligrammi per assicurarsi un’overdose.     <br>A determinare la novità e la popolarità di questo farmaco sono la sua accessibilità<a id="_ftnref4" href="#_ftn4">[4]</a> e le sue modalità d’assunzione. Oltre all’ormai consueta e stigmatizzata iniezione endovenosa, sempre prevalente, il fentanyl può essere assunto anche in compresse o tramite un cerotto transdermico. Avviene ormai comunemente che sui corpi senza vita che giacciono per le strade delle periferie americane – da Skid Row a Los Angeles, fino a Kensington a Philadelphia – vengano rinvenuti questi cerotti, nelle porzioni di pelle risparmiate dalle necrosi cutanee (causate in realtà da un’altra droga molto popolare in America tra i tossicodipendenti di fentanyl, il <em>Tranq</em>, un anestetico veterinario a base di xilazina, sempre d’importazione cinese). Ma poco cambia. Come sintetizzava Burroughs in <em>Pasto Nudo</em>: “L’ago non è importante. Che la roba la sniffi, la fumi, la mangi o te la ficchi su per il culo, il risultato è lo stesso: la tossicodipendenza”. La situazione è allarmante e tutt’altro che isolata.<strong> Interi quartieri delle città più popolose d’America offrono il medesimo spettacolo raccapricciante di corpi emaciati e corrosi, spalmati al suolo od oscillanti, consumati dalla diffusione di questa sostanza.</strong> Tra di loro si nascondono, spesso inosservati e tragicamente indistinguibili, dei corpi senza vita.       <br>Se ci volessimo dedicare alle cause di quello che ormai è, a tutti gli effetti &#8211; e soprattutto, se non quasi esclusivamente, negli Stati Uniti d’America &#8211; un fenomeno diffuso e dilagante, non si potrà correre alle solite facili conclusioni, spesso di natura morale. <strong>Nessuna sostanza può diffondersi per conto proprio</strong>. Affinché una droga monopolizzi una data epoca in un dato paese, devono sussistere determinate condizioni economiche, sociologiche, politiche e anche filosofiche. Ciascuna a suo modo rilevante. Non che il consumo di una determinata droga possa avvenire solo in un determinato periodo storico, tuttavia date le adeguate condizioni, essa può imprimersi a tal punto nell’immaginario collettivo da diventare la sineddoche di un’epoca intera.<em> </em><strong>L’lsd e le sostanze allucinogene</strong> fanno immediatamente pensare alla controcultura e alla sperimentazione degli anni ’60-’70.<em> </em><strong>La cocaina e l’eroina</strong><em>,</em> l’una all’ottimismo l’altra al pessimismo circa il consolidarsi, negli anni ’80, dell’interpretazione neoliberista del capitalismo nelle istituzioni democratiche occidentali.<em> </em><strong>Le anfetamine e l’ecstasy </strong>rimandano alla cultura post-industriale e post-storica degli anni ’90, al mondo dei rave e all’accelerazione cyberpunk di un occidente abbandonato tra le rovine del proprio idealismo. Volendo gettare il nostro sguardo, per sua natura situato storicamente, oltre i limiti del nostro tempo, bisognerà capire cosa racconta la piaga del fentanyl di quest’epoca che stiamo vivendo, se oltre alle evidenti motivazioni politiche ed economiche che ne hanno decretata la diffusione – e che ora analizzeremo – essa non offra anche una chiave di lettura dello spirito del decennio nel mezzo del quale ci troviamo. </p>



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<p><br>Anzitutto, come è potuto accadere, dopo l’enorme sforzo concertato dei paesi occidentali contro la diffusione dell’eroina, dopo efficacissime campagne di sensibilizzazione sulla sostanza e demonizzazione dei consumatori, che ancora una volta gli USA si trovino a fare i conti con la diffusione fuori-controllo degli oppioidi? La questione sembrava risolta una volta per tutte. Certamente il consumo in occidente non è mai sparito del tutto. Fino a qualche decennio fa sembrava però confortantemente confinato entro delle nicchie di emarginazione, nella maggior parte dei casi prive della visibilità necessaria a rendere il loro disagio privato motivo di riflessione pubblica. Ma già dalla fine degli anni ’90 si metteva in moto il primo ingranaggio della complessa macchina che ha portato al disastro attuale: la prescrizione scellerata dell’ossicodone da parte dei medici americani. <strong>L’ossicodone, commercializzato negli Stati Uniti come “OxyContin”, brevettato dalla casa farmaceutica Purdue Pharma, di proprietà della famiglia Sackler</strong>, è un oppioide più blando dell’eroina, nato come suo sostituto più gestibile. La Purdue, saggiamente istruita dai consulenti di McKinsey &amp; Co <a id="_ftnref5" href="#_ftn5">[5]</a>, si è spesa con devozione nei primi anni ’90 in una campagna volta a ridurre il timore del rischio di dipendenza associata al consumo dei derivati dell’oppio, dal nome “Partners against Pain”<a id="_ftnref6" href="#_ftn6">[6]</a>. L’enorme successo di tale campagna è ormai universalmente riconosciuto come il fattore scatenante della prima ondata nell’epidemia degli oppioidi degli Stati Uniti, alla quale sarebbero seguite altre tre ondate, la quarta essendo quella tutt’ora in corso<a id="_ftnref7" href="#_ftn7">[7]</a>. Se la proverbiale spregiudicata avidità dei Big Pharma ha gettato le basi per quella che è ad oggi la principale causa di morte dei giovani americani,<a id="_ftnref8" href="#_ftn8">[8]</a> gli alti tassi di povertà, di disuguaglianza economica, di disoccupazione, di dissesto del mercato del lavoro, oltre alla diminuzione media del capitale sociale, l’inaccessibilità dei servizi sanitari e un alto tassi di isolamento sociale<a id="_ftnref9" href="#_ftn9">[9]</a> hanno fatto il resto. Difronte a questo tipo di problemi il fentanyl, come tutti gli altri oppioidi, offre un conforto temporaneo quanto nefasto, svuotandoli “di ogni angoscia, li trasporta in un’altra zona, una zona teorica e indolore, sorprendente, fertile e amorale. Non sei più grottescamente coinvolto nel divenire.”<a id="_ftnref10" href="#_ftn10">[10]</a>     <br>Ma limitarsi alla considerazione degli aspetti economici e sociologici della questione non rende giustizia alla complessità del problema, che è anche di natura politica. Come abbiamo già visto, <strong>la tratta pacifica degli stupefacenti disegna un triangolo ai cui vertici troviamo Cina, USA e Messico.</strong> Senza ridimensionare le responsabilità di quest’ultimo &#8211; all’interno dei cui confini i cartelli del narcotraffico sintetizzano fentanyl a partire dai componenti essenziali cinesi<a id="_ftnref11" href="#_ftn11">[11]</a>, per poi spedirlo nelle piazze di spaccio americane &#8211; la questione diventa eminentemente politica se si considerano gli interessi che oppongono gli Stati Uniti alla Repubblica Popolare Cinese. Si peccherebbe di una sproporzionata e irragionevole malizia nel pensare che il governo di Pechino abbia, da principio, ingegnosamente architettato il tutto, programmando la diffusione della tossicodipendenza in una porzione rilevante della popolazione americana, per approfittare della conseguente crisi. Ma non meno irragionevole e sproporzionato sarebbe il giudizio per cui le autorità cinesi considerino irrilevante il vantaggio strategico che offre loro avere, in questo caso, la siringa dalla parte del manico. Un resoconto del 2015, ovvero in un periodo in cui la diffusione di oppioidi ancora non aveva raggiunto gli attuali livelli allarmanti, calcolava il costo dell’epidemia per il governo federale degli Stati Uniti, stimandolo circa in <strong>500 miliardi di dollari</strong><a id="_ftnref12" href="#_ftn12">[12]</a>. Nel settembre 2019, l’allora presidente americano Donald Trump ha emesso un ordine esecutivo per bloccare le spedizioni di fentanyl dirette verso gli Stati Uniti, affermando che il governo cinese non aveva fatto abbastanza per fermare il contrabbando di fentanyl prodotto in Cina.<a id="_ftnref13" href="#_ftn13">[13]</a> Più di recente invece, durante il bilaterale tra Joe Biden e il suo omologo cinese Xi Jinping (novembre 2023) la crisi del fentanyl ha fatto da leva in favore delle pretese del governo di Pechino, che ha così incassato la revoca delle sanzioni contro l’Istituto di medicina forense del ministero della pubblica sicurezza cinese, accusato di complicità nella copertura degli abusi dei diritti umani, a danno degli uiguri, nella regione dello Xinjiang<a id="_ftnref14" href="#_ftn14">[14]</a>.       <br>È doveroso quindi non lasciarsi sedurre dalle facili conclusioni. Il fentanyl sta piegando l’America, come l’oppio aveva piegato la Cina al tempo dell’eponima guerra. Gli interessi coinvolti e le cause sono molteplici e di diversa natura. Finora abbiamo considerato principalmente i fattori esogeni: motivazioni economiche, condizioni sociali, interessi politici. <strong>Ma che ne è del popolo americano? Quale forza endogena sta trascinando la popolazione della prima potenza mondiale nel vortice della tossicodipendenza?</strong> E in che modo il parallelo con ciò che è avvenuto due secoli fa tra la Cina e un’altra potenza occidentale e anglofona, all’apice del suo prestigio, può esserci d’aiuto nella comprensione?</p>



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<p><br>Lo si è già detto, ogni epoca ha la sua narcosi di riferimento. Una gioventù ottimista e piena di speranze ricorre agli psichedelici, allo squarcio introspettivo che essi provocano; un’arrogante maturità sente il richiamo della cocaina, della tracotante volontà di potenza che infonde; una civiltà aggrappata alle proprie rovine è esposta all’abissale libidine per l’impermanenza, all’estasi dello squallore – ciò che in fondo offrono le anfetamine e gli stimolanti sintetici affini. <strong>Qual è allora la Stimmung dell’oppiomane, dell’eroinomane<a id="_ftnref15" href="#_ftn15">[15]</a>, del tossicodipendente di fentanyl?  </strong><br>Il popolo cinese del XVIII secolo si percepiva al centro del mondo. L’imperatore Qianlong, figlio del paradiso, ricevendo l’impaziente e altezzoso ambasciatore inglese, pensava di trovarsi al cospetto di un suddito del suo impero. Accolse i prodotti occidentali senza interesse, considerandoli alla stregua di insoliti tributi. I cinesi percepivano i propri valori, costumi e rituali come se fossero al di fuori del tempo, radicati nell’eternità. I mercanti e i viaggiatori inglesi, ai loro occhi, valevano quanto il peso delle stive delle loro navi, stracolme di argento. Di anno in anno doveva dunque acuirsi l’incongruenza tra il valore etereo e supposto dei cinesi, e il potere concreto ed evidente degli occidentali. Il Celeste Impero era al tramonto. Al capo opposto della via della seta, il materialismo e la rivoluzione industriale stavano forgiando valori nuovi, ben più all’altezza dei tempi a venire. <strong>Cosciente o meno di ciò, il popolo cinese, destinato all’osservanza di valori scaduti, era anch’esso al tramonto, e con ciò esposto alla seduzione dell’inebetante narcosi e del benessere posticcio che solo l’oppio sa offrire</strong>, poiché assicura “un’immobilità senza peso, uno stupore di farfalla che si distingue dalla rigidità catatonica; e lontanissimo, al di sotto di essa, dispiega il fondo, un fondo che non assorbe più stupidamente tutte le differenze, ma le lascia germogliare e risplendere come tanti eventi minimi, distanziati, ridenti ed eterni”<a id="_ftnref16" href="#_ftn16">[16]</a>.        <br>Il popolo americano si trova oggi in una condizione non molto dissimile. Benché l’economia, la superiorità navale e un maggiore cinismo diplomatico scongiurino ancora la fine dell’impero americano, l’innegabile percezione diffusa è che il vento stia cambiando. I valori americani come il progressismo democratico, il capitalismo liberale, la libera impresa individuale potrebbero non essere all’altezza del tempo che viene. Valga come prova di ciò la sclerotica polarizzazione delle posizioni politiche, con i progressisti e conservatori che si accusano reciprocamente del disastro in corso<a id="_ftnref17" href="#_ftn17">[17]</a>. È tipica la tendenza di chi, temendo la propria irrilevanza, si radicalizza con fanatismo in ciò che percepisce come la propria identità e i propri valori. Se una parte degli americani segue questo schema, la restante ha scelto, sicuramente influenzata dalle cause esogene di cui sopra, la via dell’oblio. <strong>Gli oppioidi sono la droga del nichilismo in atto, del disastro in corso, della catastrofe che silenziosamente dimette un impero, con i suoi valori, per fare spazio a quello successivo, più all’altezza delle esigenze dell’epoca che viene.</strong> Si diffondono come una piaga ovunque la vita non sappia offrire di meglio, laddove le condizioni materiali dell’esistenza rendano palese lo squilibrio tra ciò che si pretende di essere e ciò che invece semplicemente si è. La crisi del fentanyl, nonostante le sue morti e il suo peso economico, oltre al trauma indotto in una generazione intera, è ancora reversibile; l’impero americano è ancora ben saldo. Esso dovrà saper leggere però, tra le righe di questa crisi all’apparenza marginale, <strong>l’annuncio di un vento che cambia e che, sgombrando l’orizzonte, rivela allo sguardo le prime luci del tramonto.  </strong>   </p>



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<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> Secondo i dati federali, nel 2021 l’epidemia di droga in America è stata la più letale di sempre. Più di 100.000 persone sono morte per overdose negli Stati Uniti durante un periodo di 12 mesi terminato nell’aprile 2021, secondo i dati provvisori pubblicati il 17 novembre 2021 dall&#8217;Agenzia per la Sicurezza Nazionale. US Centers for Disease Control and Prevention.</p>



<p><a href="#_ftnref2" id="_ftn2">[2]</a> Achenbach J (October 24, 2017). &#8220;Wave of addiction linked to fentanyl worsens as drugs distribution evolve&#8221;. The Washington Post.</p>



<p><a href="#_ftnref3" id="_ftn3">[3]</a> Tiffany McDaniel “Sul lato selvaggio” Atlantide 2020.</p>



<p><a href="#_ftnref4" id="_ftn4">[4]</a> Nel 2023 una dose di fentanyl a San Francisco costava intorno agli 8$ cfr. Hammond, George; Kinder, Tabby (May 18, 2023). &#8220;What if San Francisco never pulls out of its &#8216;doom loop&#8217;?&#8221;. Financial Times. Oltre alla convenienza economica la diffusione del fentanyl è stata agevolata anche dal fatto che, essendo sufficienti pochi milligrammi di sostanza per ricavarne una dose, il fentanyl è molto più semplice da trafugare e nascondere rispetto alle altre droghe. &nbsp;&nbsp;</p>



<p><a href="#_ftnref5" id="_ftn5">[5]</a> &#8220;McKinsey Settles for Nearly $600 Million Over Role in Opioid Crisis&#8221;. <em>The New York Times</em>. 3 Febbraio, 2021.</p>



<p><a href="#_ftnref6" id="_ftn6">[6]</a> Van Zee A (February 2009). &#8220;The promotion and marketing of oxycontin: commercial triumph, public health tragedy&#8221;. American Journal of Public Health. 99 (2): 221–7</p>



<p><a href="#_ftnref7" id="_ftn7">[7]</a> Ciccarone, Daniel (July 1, 2021). &#8220;The Rise of Illicit Fentanyls, Stimulants and the Fourth Wave of the Opioid Overdose Crisis&#8221;. Current Opinion in Psychiatry. 34 (4): 344–350.</p>



<p><a href="#_ftnref8" id="_ftn8">[8]</a> Stime recenti dimostrano che gli oppiodi uccidono ormai circa 100,000 americani all’anno, principalmente donne bianche non-ispaniche cfr. Deidre McPhillips (November 17, 2021). &#8220;Drug overdose deaths top 100,000 annually for the first time, driven by fentanyl, CDC data show&#8221;. CNN.</p>



<p><a href="#_ftnref9" id="_ftn9">[9]</a> Case, Anne; Deaton, Angus (March 17, 2020). <em>Deaths of Despair and the Future of Capitalism</em>. Princeton University Press.</p>



<p><a href="#_ftnref10" id="_ftn10">[10]</a> Alexander Trocchi, <em>Il libro di Caino</em></p>



<p><a href="#_ftnref11" id="_ftn11">[11]</a> Il fentanyl illegale è comunemente prodotto in Messico e trafficato dai cartelli. Il gruppo dominante nel Nord America è il cartello messicano di Sinaloa, che è stato collegato all’80% del fentanyl sequestrato a New York. (Miroff N. (13 Novembre, 2017). “Mexican traffickers making New York a hub for lucrative — and deadly — fentanyl”. The Washington Post.)</p>



<p><a href="#_ftnref12" id="_ftn12">[12]</a> White House: True cost of opioid epidemic tops $500 billion By Associated PressNov. 20, 2017.</p>



<p><a href="#_ftnref13" id="_ftn13">[13]</a> Trump Plans Crackdown on Fentanyl Shipments from China, Others&#8221;, Bloomberg News, 10 settembre, 2019</p>



<p><a href="#_ftnref14" id="_ftn14">[14]</a> Iain Marlow “Biden-Xi Meeting Delivers Small Wins and Promises of Better Ties” Bloomberg News,13 novembre 2023.</p>



<p><a href="#_ftnref15" id="_ftn15">[15]</a> Certo, l’eroina si era già diffusa in occidente, controbilanciata, tuttavia, dalla popolarità della droga convalidante e confermante per eccellenza: la cocaina. La percezione della gravità della situazione fu inoltre acuita dal timore per l’epidemia di AIDS correlata alla tossicodipendenza da eroina.</p>



<p><a href="#_ftnref16" id="_ftn16">[16]</a> Michel Foucault <em>Theatrum Philosphicum</em>.</p>



<p><a href="#_ftnref17" id="_ftn17">[17]</a> Per rimanere in tema fentanyl alcune città calforniane come San Francisco e Los Angeles, storiche roccaforti progressiste, sono oggi un <em>fentanyl den </em>a cielo aperto, anche grazie alle leggi molto permissive promosse dalle giunte progressiste. Al tempo stesso il libero mercato e la deregolamentazione, capisaldi dei conservatori americani, hanno concesso a Purdue e McKinsey di spacciare legalmente ossicodone in lungo e in largo per il paese.</p>
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