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	<title>editoria italiana Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Adelphi, Calasso e le tote-bag</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 11:46:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dissesto editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Adelphi]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
		<category><![CDATA[editoria italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Adelphi è stato l’esperimento di superare la particolarizzazione degli autori più diversi, di intravedere l’elemento che accomuna i “libri unici” per cercare una visione d’insieme. Una visione che ormai è patrimonio estetico del Radicalchicchismo, spegnendo la critica sociale e appiattendosi a feticcio: il libro Adelphi è arredamento.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">“L’arte è leggera perché vaga nella foresta. Ora l’altare è vuoto”[1]. L’opera di Roberto Calasso prende atto dell’innominabilità dei nostri tempi. Tutto sfugge, cambia, muore, rinasce in una forma tecnologicamente più avanzata. È difficile ormai definire il momento in cui ci troviamo, è come se gli anticorpi culturali delle nostre società non riuscissero a fornire un qualche stralcio di risposta. Autobiografie, penzierini, e travel blog si sostituiscono ai grandi romanzi del secolo scorso. Ogni libro che ambisce a qualche premio tratta del coito nell’isola caraibica e delle solite tragedie familiari, mentre i lettori postano sui social i colori pastello degli Adelphi nelle loro stanze bianche. La letteratura si indossa, è il capo di decine di migliaia di autori emergenti e la tote-bag che invade le università. Il passaggio dal cosmo alla cosmesi riempie i nostri scaffali Ikea.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Togliere la letteratura dal mondo e portarla alla singola vita non è un peccato capitale. Sia mai privare l’intellettuale medio della narrazione di sé stesso, unico metodo di sostentamento in un momento in cui la lettura appartiene solo agli autori e agli sfortunati che tocca il Cazzullo annuale a Natale. E poi c’è un mercato, è gratificante vedere che la letteratura penetra nelle storie più futili, la storiella si fa storia. Forse, non ci sentiamo all’altezza di lavori di maggior respiro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il paradigma Adelphi può però servire da lezione. Prima di Instagram e dell’ennesimo Carrère, nasceva dal silenzio di Bobi Bazlen, e si incendiava poi con la&nbsp;<em>letteratura assoluta</em>&nbsp;di Calasso, uno stile che assorbe filosofia, arte, teologia, scrittura di ogni secolo e religioni millenarie. La sua&nbsp;<em>Rovina di Kasch</em>&nbsp;indica al lettore il nesso fra scrittura e storia, il fatto che tutto ciò che viene prodotto oggi dalla società ha come scopo la società stessa. La letteratura non conduce ai Misteri Eleusini, rinvia sempre al nostro uso e consumo. Ce ne freghiamo di interpretazioni della “Sociiiiietà”, tuttologia spicciola.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come via di fuga dall’oggettivazione moderna, Calasso indica lo sfondo sacro da cui origina il mondo. Non vi spaventate davanti a questa intrusione del divino: Il sacro non è invenzione o moralismo, è guardare oltre alla “lussuria amazzonica”[2] dove tutto è oggetto. Sacro è ciò che è incontrollabile, inverificabile in laboratorio, è il “riconoscimento di un Altro”[3]. Il tono calassiano da vate sembra condurre a misticismi indefinibili, ma ciò che serve alla letteratura odierna è l’analisi di un presente avviluppato da meccanismi sottili, “con la stessa naturalezza con cui le lattine di Coca-Cola venivano usate per adornare i feticci, fra chiodi e schegge di vetro, come se da sempre fossero state predisposte a quella funzione”[4]. Lo sguardo a partire dal sacro consente di decifrare al meglio ingranaggi sociali che diamo per scontati. Partire da un elemento incomprensibile rivela gli automatismi di come spieghiamo il mondo, mentre la scrittura odierna dimentica il sacro e si fa mera biografia.</p>



<figure class="wp-block-image"><a class="image-link image2 is-viewable-img can-restack" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!__W8!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F4f75dcbc-4df3-4468-82e4-accafaa627c4_600x936.jpeg" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><img decoding="async" src="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!__W8!,w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F4f75dcbc-4df3-4468-82e4-accafaa627c4_600x936.jpeg" alt=""/></a></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Adelphi è stato l’esperimento di superare la particolarizzazione degli autori più diversi, di intravedere l’elemento che accomuna i “libri unici” per cercare una visione d’insieme. Una visione che ormai è patrimonio estetico del Radicalchicchismo, spegnendo la critica sociale e appiattendosi a feticcio: il libro Adelphi è arredamento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Roberto Calasso è morto il ventotto luglio del 2021, giorno in cui è uscito Memè Scianca, una breve autobiografia frammentaria della propria infanzia. La sua letteratura assoluta è una costellazione di idee infinite a cui attingere. Leggetela, sottolineatela, criticatela, rileggetela. La sua letteratura non ci lascia soli, prova a dire qualcosa intorno all’”innominabile attuale”. Se ci riesce o meno spetta a voi deciderlo, ma almeno avrete l’opportunità di leggere un autore che travalica la propria vita e affronta la Storia in cui ci siamo trovati.</p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p class="wp-block-paragraph">[1] R. Calasso<em>, La rovina di Kasch</em>, Milano: Adelphi 1983, p. 194.</p>



<p class="wp-block-paragraph">[2] Ivi, p. 307.</p>



<p class="wp-block-paragraph">[3] Ivi, p. 186.</p>



<p class="wp-block-paragraph">[4] <em>Ibid</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!uYqi!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F7895f845-eacc-47fd-9d43-4dd41d1ee9e2_2560x1353.jpeg" target="_blank" rel="noreferrer noopener"></a></p>
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		<title>Un libro non può competere con TikTok</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Apr 2026 18:01:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
		<category><![CDATA[editoria italiana]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Tik Tok]]></category>
		<category><![CDATA[TikTok]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I due problemi della produzione culturale - o del perché l’editoria non deve vincere la gara dell’attenzione immediata.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Non si può più fare cultura perché la cultura deve vendere: questa frase torna ogni volta che si parla di editoria, e ogni volta suona abbastanza intelligente e antisistema, quel tanto che basta per evitare di metterla adeguatamente sotto esame. Si scoprirebbe che questa tesi è un’ipersemplificazione della realtà, un’analisi superficiale condita dalla nostalgica romanticizzazione di un idilliaco passato in cui la cultura, quella vera, se ne fotteva del pubblico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La cultura, ovunque e in qualsiasi tempo sia stata prodotta, ha sempre dovuto circolare. Un libro che nessuno legge (presto o tardi che sia, anche dopo la morte dell’autore se il libro è in anticipo sui tempi) non è un libro compiuto. Un saggio di cui nessuno discute resta un monologo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il rapporto con il pubblico non è il tradimento dell’arte, che un’opera venga donata (o venduta, si consentirà) a un pubblico è una condizione materiale di esistenza. Senza lettori, spettatori, visitatori, anche l’opera più ambiziosa resta lì, come un discorso pronunciato in una sala vuota (e uno che parlasse al nulla sarebbe considerato un matto, o qualcuno particolarmente innamorato del suono della propria voce).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo il problema non può essere che la cultura debba vendere o confrontarsi con un pubblico, perché anche in passato ha dovuto farlo, in un modo o nell’altro. Il problema è un altro: oggi il mercato non si limita più a testare le opere, ma sempre più spesso applica un filtro in partenza, decidendo e progettando prima che cosa meriti di nascere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per molto tempo la sequenza è stata semplice: prima nasceva l’opera, poi arrivava il mercato. Prima c’era un’intuizione dell’autore, una ricerca, una domanda, un’ossessione che dava vita a qualcosa, poi la prova del pubblico. Il mercato interveniva dopo, come verifica capace di premiare, diffondere, ignorare o stroncare. Il punto fondamentale è che il mercato arrivava a cose fatte, a opera pubblicata. Certo, esistevano dei filtri a monte: editori e finanziatori decidevano cosa pubblicare o sostenere nel tempo, tuttavia queste decisioni venivano prese in condizioni di forte incertezza ed erano influenzate soprattutto dal gusto, dall’intuizione e da scommesse personali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Adesso classifiche, velocità di vendita, percorsi di acquisto, interazioni, permanenza, conversioni, trend online o le opinioni di particolari influencer entrano nel processo creativo prima ancora che il libro (o l’opera in generale) esista. Se si sa già quali forme funzionano, o quali verranno promosse di più, si tenderà inevitabilmente a produrre variazioni di quelle forme. In questo senso il mercato smette di essere un puro meccanismo di verifica e diventa un progettista. L’opera pubblicabile con minor rischio d’impresa diventa quella prefabbricata, studiata a tavolino per piacere, conformandosi al giudizio di un pubblico tenuto costantemente sotto controllo.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">E poi c’è un secondo problema, se si vuole più umiliante e svilente: la produzione culturale viene spinta a competere nello stesso recinto dell’intrattenimento immediato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un libro oggi non compete solo con altri libri, ma compete con le serie su Netflix progettate per persone costantemente distratte dalle notifiche, con i reel di TikTok, con i meme, con i caroselli e le infografiche di Instagram, con la musica su Spotify pensata per entrare in playlist e massimizzare gli ascolti, con la puntata di&nbsp;<em>Falsissimo</em>&nbsp;di Corona su YouTube. E qui conviene essere chiari: non c’è niente di male nell’intrattenimento facile, ma non tutto deve per forza intrattenere subito, fornire gratificazione senza attrito, o piegarsi alle stesse regole di selezione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Molte forme di intrattenimento contemporaneo sono costruite per ridurre al minimo l’attesa della gratificazione, la densità degli argomenti, lo sforzo cognitivo e per questo sono volutamente create per essere immediate, scorrevoli, facilmente digeribili. Spesso e volentieri i libri offrono l’opposto: generano resistenza, chiedono tempo e concentrazione e alcuni persino un po’ di disciplina, per questo leggere, ascoltare alcuni tipi di musica, visitare un museo con calma sono attività più simili all’allenamento, al praticare sport, rispetto al guardare una fiction in prima serata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La produzione culturale, se funziona, non dovrebbe soltanto far passare del tempo, ma dovrebbe restituirlo, lasciando qualcosa che non coincide con il piacere del momento (che sia chiaro: il piacere momentaneo può anche esserci, ma è mediamente di più difficile accesso). Questo è anche il compito del fare cultura: non fare compagnia, non intrattenere a tutti i costi, non rassicurare, non essere per forza semplice e immediata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perciò no, il problema non è che la cultura debba vendere, ma che chi la vende la stia progettando come se dovesse competere con quei contenuti nati per essere dimenticati in pochi secondi: questa è una gara persa in partenza!</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando il pubblico viene anticipato, misurato e simulato prima ancora che l’opera nasca, il rischio è offrire una produzione culturale addomesticata. Continueremo a pubblicare libri, a organizzare festival, a produrre discorsi, a celebrare collane, ma a farlo dentro un orizzonte sempre più stretto, più prudente, più prevedibile, più fruibile e soprattutto lo faremo vendendo libri sempre alle stesse (poche) persone.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non bisogna smettere di vendere la cultura, ma bisogna smettere di venderla come se fosse in competizione con le scariche di dopamina generate dallo scrolling, perché nessuno sano di mente venderebbe un abbonamento in palestra facendo leva sugli stessi meccanismi di gratificazione su cui si basa il consumo di contenuti sui social.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se vendi qualcosa ad alto attrito con logiche di basso attrito, lo svaluti o lo falsi. In parole povere: nessuno si allena (o legge) con lo stesso spirito con cui apre TikTok.</p>
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		<title>La malattia editoriale italiana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Jan 2026 10:58:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dissesto editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Storia di come ho sperperato l’eredità di mio nonno per diventare uno Scrittore.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>Pigliati ‘sti quattro pidocchi, e fa il libro che devi fare</em> <br>&#8211; Mio nonno</p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Esergo un po’ più serio, come nei saggi veri:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>Esiste il &#8220;bravo&#8221; astrologo? Esiste l&#8217;alchimista &#8220;competente&#8221; e &#8220;aggiornato&#8221;? Allo stesso modo, uno scrittore non ha idea, e nessuno può averla, delle proprie eventuali qualità: esiste il buon scrittore? Gente che vuol scrivere ma vuole anche lavorare ha inventato le storie letterarie, nelle quali si afferma che il tale scrittore è bravo e il tale lo è di meno o di più. Tutte affermazioni campate in aria, perché lo scrittore è appunto come l&#8217;alchimista o l&#8217;astrologo, un tale che imbroglia fabbricando macchine mentali che nessuno può giudicare</em> <br>&#8211; Giorgio Manganelli &#8211;<em> Il rumore sottile della prosa</em></p>
</blockquote>



<div type="nemesi" class="wp-block-banner-post"></div>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Devo all’esperienza di morte di mio nonno, che non ha mai letto un libro in vita sua, la possibilità di questo piccolo esperimento sociale che ho avuto modo di condurre negli ultimi due anni… forse da non continuare.<br><br>Avrei iniziato così questo abbozzo di saggio, di mini excursus nella mia esperienza con l’editoria del momento. Avrei inventato una premessa, come infatti ho inventato quella dell’eredità lasciatami da mio nonno, che non è mai esistita &#8211; e come avrebbe potuto? Mio nonno è morto, sì, ormai da qualche anno, non ricordo neanche più quanti di preciso &#8211; forse due o tre, comunque meno di cinque -, ma non mi ha lasciato nulla, perché è morto senza nulla. Anni prima, da ragazzino, gli avevo fatto presente con una certa insistenza quanto apprezzassi l’anello d’argento con montato in cima un opale nero che giocava coi riflessi della luce appena sotto la nocca del suo mignolo sinistro della sua mano sinistra &#8211; mignolo che terminava in un’unghia che lui, per qualche tradizione e motivo che adesso non ricordo e che non mi va più di indagare, lasciava crescere da non so quanti decenni senza tagliarla mai. Forse senza averla mai tagliata. Comunque, l&#8217;anello non l&#8217;ho mai avuto.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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