“L’arte è leggera perché vaga nella foresta. Ora l’altare è vuoto”[1]. L’opera di Roberto Calasso prende atto dell’innominabilità dei nostri tempi. Tutto sfugge, cambia, muore, rinasce in una forma tecnologicamente più avanzata. È difficile ormai definire il momento in cui ci troviamo, è come se gli anticorpi culturali delle nostre società non riuscissero a fornire un qualche stralcio di risposta. Autobiografie, penzierini, e travel blog si sostituiscono ai grandi romanzi del secolo scorso. Ogni libro che ambisce a qualche premio tratta del coito nell’isola caraibica e delle solite tragedie familiari, mentre i lettori postano sui social i colori pastello degli Adelphi nelle loro stanze bianche. La letteratura si indossa, è il capo di decine di migliaia di autori emergenti e la tote-bag che invade le università. Il passaggio dal cosmo alla cosmesi riempie i nostri scaffali Ikea.
Togliere la letteratura dal mondo e portarla alla singola vita non è un peccato capitale. Sia mai privare l’intellettuale medio della narrazione di sé stesso, unico metodo di sostentamento in un momento in cui la lettura appartiene solo agli autori e agli sfortunati che tocca il Cazzullo annuale a Natale. E poi c’è un mercato, è gratificante vedere che la letteratura penetra nelle storie più futili, la storiella si fa storia. Forse, non ci sentiamo all’altezza di lavori di maggior respiro.
Il paradigma Adelphi può però servire da lezione. Prima di Instagram e dell’ennesimo Carrère, nasceva dal silenzio di Bobi Bazlen, e si incendiava poi con la letteratura assoluta di Calasso, uno stile che assorbe filosofia, arte, teologia, scrittura di ogni secolo e religioni millenarie. La sua Rovina di Kasch indica al lettore il nesso fra scrittura e storia, il fatto che tutto ciò che viene prodotto oggi dalla società ha come scopo la società stessa. La letteratura non conduce ai Misteri Eleusini, rinvia sempre al nostro uso e consumo. Ce ne freghiamo di interpretazioni della “Sociiiiietà”, tuttologia spicciola.
Come via di fuga dall’oggettivazione moderna, Calasso indica lo sfondo sacro da cui origina il mondo. Non vi spaventate davanti a questa intrusione del divino: Il sacro non è invenzione o moralismo, è guardare oltre alla “lussuria amazzonica”[2] dove tutto è oggetto. Sacro è ciò che è incontrollabile, inverificabile in laboratorio, è il “riconoscimento di un Altro”[3]. Il tono calassiano da vate sembra condurre a misticismi indefinibili, ma ciò che serve alla letteratura odierna è l’analisi di un presente avviluppato da meccanismi sottili, “con la stessa naturalezza con cui le lattine di Coca-Cola venivano usate per adornare i feticci, fra chiodi e schegge di vetro, come se da sempre fossero state predisposte a quella funzione”[4]. Lo sguardo a partire dal sacro consente di decifrare al meglio ingranaggi sociali che diamo per scontati. Partire da un elemento incomprensibile rivela gli automatismi di come spieghiamo il mondo, mentre la scrittura odierna dimentica il sacro e si fa mera biografia.

Adelphi è stato l’esperimento di superare la particolarizzazione degli autori più diversi, di intravedere l’elemento che accomuna i “libri unici” per cercare una visione d’insieme. Una visione che ormai è patrimonio estetico del Radicalchicchismo, spegnendo la critica sociale e appiattendosi a feticcio: il libro Adelphi è arredamento.
Roberto Calasso è morto il ventotto luglio del 2021, giorno in cui è uscito Memè Scianca, una breve autobiografia frammentaria della propria infanzia. La sua letteratura assoluta è una costellazione di idee infinite a cui attingere. Leggetela, sottolineatela, criticatela, rileggetela. La sua letteratura non ci lascia soli, prova a dire qualcosa intorno all’”innominabile attuale”. Se ci riesce o meno spetta a voi deciderlo, ma almeno avrete l’opportunità di leggere un autore che travalica la propria vita e affronta la Storia in cui ci siamo trovati.
[1] R. Calasso, La rovina di Kasch, Milano: Adelphi 1983, p. 194.
[2] Ivi, p. 307.
[3] Ivi, p. 186.
[4] Ibid.