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	<title>enshittification Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Le parole del disagio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Jan 2025 11:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura Assoluta]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Brain rot, manifesting, enshittifcation, brat; non sono solo parole che descrivono il reale presente, ma coordinate che strutturano il modo stesso in cui siamo capaci di concepire il mondo e il desiderio.</p>
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<p>Da qualche tempo a questa parte, verso inizio Dicembre, i più importanti dizionari scelgono una parola che rappresenti l’anno appena concluso. Neologismi, parole risignificate o arcaismi perduti che riemergono grazie a qualche <em>trend </em>virale. E se le parole plasmano la società che le vive e creano modelli, immaginari latenti che abitano la nostra quotidianità (e ci aiutano a decifrarla),<strong> l’uso di uno specifico vocabolario è un atto politico</strong>. <strong>Si formano così, cartografie di fine anno di un disagio che trova sempre il modo di esprimersi.</strong></p>



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<p>Tra i tanti, Oxford Dictionary ha scelto <em>brain rot </em>come parola dell&#8217;anno, e non poteva essere altrimenti:<strong> è il significante perfetto della nostra condizione</strong>. Non tanto per ciò che vuol dire letteralmente &#8211; il deterioramento cognitivo causato dal consumo compulsivo di contenuti digitali &#8211; quanto per come questo significato è stato metabolizzato dalla cultura contemporanea. Il <em>brain rot</em> si è imposto subito come estetica, un format memetico (come non menzionare i <em>film versione</em><strong> </strong><em>brainrot </em>o le Ads di certe aziende <em>brainrottate</em>) o declinato come verbo per indicare l’azione di <strong>arrendersi ai <em>social</em></strong>. Non è un&#8217;estetica del decadentismo, non è l’eterno ritorno del dandismo, <strong>la memetica del <em>brainrot </em>trasforma il deterioramento cognitivo in performance culturale</strong>. È il sintomo che diventa spettacolo di sé stesso. Normale amministrazione, è dai tempi di Baudrillard che la rappresentazione precede il reale. </p>



<p>Non è un caso che il termine, a quanto dice l’Oxford Dictionary, nasca nel 1854 con Thoreau e riemerga proprio ora: allora era una critica alla modernità industriale, <strong>oggi è diventato il nostro modo di abitare il dolore digitale</strong>. Se c’è una cosa che insegna la memetica è che non esista uno stadio terminale, una <em>fine della storia, </em>che anche quella potrà essere risignificata in un ulteriore <em>détournement</em> in cui il Falso è solo un momento del Vero. Eppure il marcio cognitivo è l&#8217;ironia terminale della nostra epoca, la consapevolezza del nostro deterioramento trasformata in meme. <strong>Più consumiamo simboli, più diventiamo incapaci di produrne di nuovi.</strong></p>



<p>Ma se <em>brain rot </em>è il sintomo, <em>manifest </em>&#8211; scelto da Cambridge Dictionary &#8211; <strong>è il nostro patetico tentativo di cura.</strong> Non a caso è esploso durante la pandemia, proprio quando lo scientismo elitario e classista iniziava a frantumarsi e perdere <em>appeal</em> presso le masse. Ora l’atto di &#8220;manifestare&#8221; (esprimere un&#8217;intenzione con la coscienza che questa influenzerà gli accadimenti futuri) è stato abbracciato dalle Olimpiadi 2024 fino ai concerti di massa:<strong> è la preghiera laica dell&#8217;era digitale</strong>. Di fronte al capitalismo terminale, indecifrabile e frammentato, la magia è il rifugio individuale in cui ci nascondiamo. </p>



<p>A differenza di quanto proposto da filosofi come Campagna o Mattei, qui non assistiamo a un reincantamento della tecnica weberiana o a un recupero di qualche capitale spirituale rimosso. <strong>Il <em>manifesting </em>è piuttosto il ritorno del pensiero magico arcaico in forma degradata, sterilizzata, Instagram-friendly. </strong>È la dimensione della spiritualità occupata da tecniche infantili di self-help. Il <em>manifesting</em> è la quintessenza di un’algebra del bisogno infelice: una formula magica che promette di trasformare il desiderio in realtà, <strong>dimenticando che il desiderio stesso è già stato colonizzato dal mercato</strong>. Quando Simone Biles o Dua Lipa parlano di <em>manifesting</em>, non stanno recuperando una dimensione sacra dell&#8217;esistenza: stanno piuttosto mettendo in scena l&#8217;illusione di <em>agency</em> in un sistema che ci ha privato di ogni reale possibilità di cambiamento. <strong>Il mantra di chi abbandona la lotta di classe per la lotta alla sopravvivenza</strong>. Un ritorno alla risoluzione della crisi della presenza con il magico. Interpassivi, deleghiamo il nostro desiderio a un Altro immaginario (l&#8217;universo, l&#8217;energia cosmica) che dovrebbe desiderare per noi. È la perfetta sintesi tra spiritualità New Age e mentalità imprenditoriale neoliberista. </p>



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<p>Collins Dictionary ci offre <em>brat</em>, termine che nel 2024 ha dominato la memetica estiva: <em>la brat summer</em>. Ispirato dall&#8217;album di Charli XCX, <strong><em>brat </em>ha rappresentato più di un atteggiamento: un&#8217;ontologia del presente, una forma-di-vita edonista e atomizzata</strong>. Nel giro di un mese, il termine che descriveva bambini viziati e borghesi diventa l’appellativo dell’audace, ribelle che non deve chiedere scusa. </p>



<p>Ideologicamente ancora più curiosa l’accezione slang tradizionale del termine <em>brat</em>, all’interno del BDSM. Un <em>sub </em>che trova nella disobbedienza una forma innocua di gioco, che ricerca un <em>dom </em>che non solo gli impartisca una lezione, ma che accetti di farlo e rifarlo in eterno, cosciente che questo è il gioco dei ruoli. Probabilmente una psicoanalisi del movimentismo italiano.<em> </em><strong><em>Brat </em>è il vocabolo della trasgressione decadente, individuale, motivata dalla frustrazione più che dalla coscienza, mascherata dalla determinazione nichilista. </strong></p>



<p>Non è un caso che tra gli altri termini in lizza ci fossero parole come <em>yapping </em>(il parlare a vanvera, diventata un’azione rivendicabile), <em>delulu </em>(le aspettative irreali e irrazionali, inserita anche tra i neologismi di Treccani) e <em>looksmaxxing </em>(l&#8217;ossessione per l&#8217;ottimizzazione estetica). <strong>Sono tutti sintomi di frustrazioni e dissonanze cognitive.</strong> I punti di una costellazione che disegna non tanto lo spirito del tempo,<strong> quanto la nostra incapacità di immaginare alternative</strong>. Un vocabolario del disagio che funziona precisamente per la sua incapacità di guarire ciò che nomina. </p>



<p>Ed eccoci al termine più triste e meno fantasioso del 2024, scelto da Macquarie Dictionary: <em>enshittification</em>. <strong>È ovvio che qui il linguaggio stesso ammetta la propria sconfitta</strong>. Non bastano più parole come <em>deterioramento</em>, <em>degrado</em>, <em>decadenza</em>: abbiamo bisogno di neologismi sempre più grotteschi per descrivere come tutto continui a peggiorare. Come nota Yuk Hui parlando della tecnodiversità, il problema non è solo il deterioramento delle piattaforme digitali, ma l&#8217;omogeneizzazione del deterioramento stesso. L&#8217;<em>enshittification</em> è il processo attraverso il quale ogni piattaforma digitale inevitabilmente degenera sotto il peso della monetizzazione, arrivando ad assomigliarsi tutte nella loro decadenza. Ora viene utilizzata per esprimere come ogni spazio <em>altro </em>in un tempo dato, verrà colonizzato dalle logiche di mercato e di desiderio capitaliste <strong>e in poco tempo <em>sarà una merda</em></strong><em>.</em> La cooptazione dell’evasione è ora una stagione naturale di qualsiasi processo.</p>



<p>Queste parole formano un perfetto circolo vizioso: le maglie invisibili e quasi magiche del <em>brain rot</em> ci spingono verso il <em>manifesting </em>come fuga fantasmatica, mentre celebriamo la <em>brat summer </em>disobbedendo il tempo di una stagione ad un sistema in eterna <em>enshittification</em>. Non sono solo parole che descrivono il reale presente, <strong>ma coordinate che strutturano il modo stesso in cui siamo capaci di concepire il desiderio</strong>. O marcisci o rendi il marcio <em>cool. </em>Le nuove generazioni trovano nuove parole. Eppure le strutture del desiderio non cambiano forse proprio perché invisibili e per questo innominabili. Come suggeriva Giorgio Agamben, forse la vera profanazione oggi consisterebbe nel restituire al silenzio ciò che il rumore incessante della comunicazione ha reso indicibile. <em>Slay.</em></p>



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