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	<title>gentrificazione Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Il clan delle archistar</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Jun 2025 10:28:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Intellighenzia]]></category>
		<category><![CDATA[Urbanistica]]></category>
		<category><![CDATA[archistar]]></category>
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		<category><![CDATA[Stefano Boeri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La turistificazione dell’identità storica delle città italiane e l’espulsione dai centri abitativi di interi segmenti di popolazione si comunicano nel nome della vivibilità, della resilienza, della virtuosità green e di tutto il sommo bene che una coscienza umana possa immaginare.</p>
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<p></p>



<p>David Adjaje è il genere di elegante archistar calzato morbido in giacche a kimono e colletti alla coreana, quella roba lì. La regina Elisabetta l’ha promosso baronetto e allora bisogna chiamarlo “sir”. Sir David Adjaye ha più stelle al petto di un ammiraglio in divisa. Barack Obama lo definisce “<strong>genio, puro e semplice</strong>”. Sir David Adjaye è un africano naturalizzato inglese, il più importante architetto nero della storia.</p>



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<p>Il lavoro di sir David tende artisticamente all’etno-chic: piramidi spianate, trapezi rovesciati e tutto un vago ristagnare qua e là di ziqqurat e faraoni; <strong>ogni tanto una capannuccia di legno, per ricordarsi delle origini</strong>.</p>



<p>Se fosse possibile, a sir David piacerebbe girare la città su una biga, coi mozzi delle ruote istoriati di bronzo.</p>



<p>Nel corso della sua spettacolare ascesa alla fascia alta della bohème radicale, sir David si è dedicato con sentimentale fervore <strong>all’elegia della negritudine</strong>.</p>



<p>Il senso del suo lavoro si gioca intorno al tema del riscatto della razza.</p>



<p>A lui dobbiamo il tempio del <em>Blaksonian</em>, il Museo Nazionale di Storia e Cultura Afroamericane di Washington, un progetto da mezzo miliardo di dollari.</p>



<p>Nel 2023, un’inchiesta del Financial Times documenta <strong>una lunga serie di abusi e aggressioni sessuali che David Adjaye avrebbe commesso ai danni di dipendenti, collaboratrici o persone a lui collegate da rapporti di sudditanza psicologica, sottomissione gerarchica e dipendenza economica</strong>.</p>



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<p>Per le testimoni sentite dal Financial Times, David Adjaye è un predatore sessuale, maschio nero etero cis, che sfrutta la propria posizione sociale, economica e politica per sottomettere sessualmente le sue vittime.</p>



<p>In un attimo, sir David Adjaye diventa il più grosso merdone mai pestato dall’internazionale progressista. Per questo manca ai posteri una critica di Natalia Aspesi alle sue irresistibili erezioni. <strong>Nessuno avrebbe mai sospettato che un architetto nero, avanguardia della lotta razziale, poteva essere un</strong> <strong>pluricinquantenne rattuso che deve scoparsi le stagiste sotto minaccia di licenziamento</strong>. L’inchiesta del FT riferisce una serie di strategie coercitive basate sull’offesa personale, sulla denigrazione e sull’insulto, tanto comuni quanto ancora più odiose se pensate in mano a un forte cavaliere delle battaglie per l’uguaglianza e i diritti dei deboli.</p>



<p>Nel classico copione #metoo, i ricchi avvocati del ricco Adjaye negano e contestano. I rapporti sono consenzienti, le conversazioni amichevoli, i licenziamenti motivati da processi di ristrutturazione aziendale e mai punitivi o, peggio, vendicativi.</p>



<p>La difesa di Adjaye è realismo capitalista in versione chatbot: non ci sono alternative.</p>



<p>Allo stato attuale, la vicenda pare debba risolversi con tanta segatura, nasi tappati, bocche cucite; sicuramente un mucchio di dollaroni persi dallo studio Adjaye in contratti non ratificati. A conferma della nobile tradizione garantista del paese, la pagina italiana di Wikipedia omette qualsiasi tipo di riferimento alle accuse di molestie mosse a sir David.</p>



<p>In Italia, Stefano Boeri è il genere di elegante archistar calzato morbido in camicia nera, giacca, trench e occhiali <em>ton sur ton</em>.</p>



<p>Stefano Boeri è acclamato dalla critica come l’artefice della definitiva trasformazione di Milano in metropoli globale<strong>. In altri termini, Boeri è il primatista italiano della gentrificazione urbana</strong>. Il suo lavoro tende artisticamente al minimalismo eco-chic: scatoloni di vetro e acciaio che sostituiscono la linearità geometrica, tipica dell’architettura modernista di Le Corbusier e Walter Gropius, con screzi ottici un po’ fru fru.</p>



<p>Nel caso di Boeri, resta agli atti il maquillage delle piantine da balcone nei render digitali dei suoi grattacieli a Porta Nuova.</p>



<p>Attualmente, Stefano Boeri, insieme a Cino Zucchi, altro peso massimo del cemento milanese, <strong>è al centro dell’inchiesta sulla gara d’appalto per la progettazione della BEIC,</strong> Biblioteca Europea di Informazione e Cultura.</p>



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<p>Boeri e Zucchi sono indagati per reati come turbativa d’asta e false attestazioni; per intendersi, il pane del capitalismo rampante dell’Italia stracciona.</p>



<p>Boeri sarà inoltre processato a settembre per altre imputazioni abbastanza gravi, lottizzazione abusiva e abuso edilizio nella realizzazione del progetto Bosconavigli – caserme di lusso e geometrica linearità screziata dalle solite piantine da balcone –nel triangolo del photo-shooting milanese: Tortona, Savona, Porta Genova.</p>



<p>Al di là di eventuali reati da assessore all’urbanistica nella provincia di Caserta, chiunque abbia avuto sentore dell’aria milanese nel secondo decennio dei duemila, sa che <strong>Stefano Boeri rappresenta il vertice di un’organizzazione intellettuale che prende il nome di “clan del postmoderno”.</strong></p>



<p>Il clan del postmoderno tiene insieme squadracce di picchiatori bohème, folgorati sulla via del saggio più sopravvalutato nella storia di tutti i saggi, <em>L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica</em>, del benamato Benjamin.</p>



<p>Si intenda il tipo di personaggi obbligati a citare Otto Dix e i Dodo in una conversazione, <strong>solo perché si trovano sulla stessa pagina dell’enciclopedia</strong>.&nbsp;</p>



<p>Il clan del postmoderno legge la sua opportunità di esistenza nella diagnosi di una società di simulacri che trasforma il reale in tante deflagrazioni di pseudo-eventi.</p>



<p>Questi pseudo-eventi sono nient’altro che comunicazioni pubblicitarie, dove la produzione estetica si integra per esteso nella produzione di merce.</p>



<p>Come ha già capito la pubblicità cinquant’anni prima, la cultura postmoderna è un paradiso di pataccari che spaccia superfici e nasconde i contenuti.</p>



<p>Per questo <strong>Mark Fisher ha preferito cambiare nome al postmoderno e identificarlo come realismo capitalista</strong>. Il realismo capitalista è la teoria estetica del capitalismo, cioè l’esplosione dei principi del capitalismo nella sfera autonoma della cultura, e quindi nell’intero ambito della vita sociale, dal valore economico al potere statale, fino alle pratiche del pensiero e del comportamento.</p>



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<p>Lo dimostrano le aggressioni di Adjaye e la manina di Boeri.</p>



<p>Come ha scritto Julien Benda, un intellettuale si tradisce quando scambia la sua autonomia per un investimento speculativo. Il clan del postmoderno ha imparato a ben dissimulare questo “tradimento” nelle contorsioni del conflitto benjaminiano tra realtà e rappresentazione.</p>



<p>Così passa la più grande devastazione urbana che la storia ricordi dai tempi del boom degli anni ’60. <strong>La turistificazione dell’identità storica delle città italiane e l’espulsione dai centri abitativi di interi segmenti di popolazione si comunicano nel nome della vivibilità, della resilienza, della virtuosità green e di tutto il sommo bene che una coscienza umana possa immaginare, nella più radiosa delle sue giornate</strong>.</p>



<p>Grazie alla filosofia della rappresentazione della cultura postmoderna, quindi del realismo capitalista, la superficie bidimensionale dei contenitori annulla la realtà dei fatti e delle cose, come una bottiglia in un quadro di Morandi.</p>



<p>In questo senso, il clan del postmoderno non ha avuto nessuno scrupolo a contrabbandare un evento così selettivo ed esclusivo come la brutale gentrificazione di Milano, sotto la bandiera dei valori positivi della sostenibilità e dell’inclusività.</p>



<p>In maniera concettualmente non dissimile, sir David Adjaye molestava le sue impiegate, chiedendo se fossero “abbastanza nere” da capire la sua visione dell’Africa e del suo lavoro.</p>



<p>In un paragrafo del saggio<em> Approches du désarroi</em> (Approcci al disordine), Houllebecq riassume così il programma dell’architettura contemporanea: <em>construire les rayonnages de l’hypermarché social</em> (costruire gli scaffali dell’ipermercato sociale). C’era appunto sfuggito che su quelle mensole, il prodotto prezzato e venduto eravamo noi.</p>



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		<title>Tutti i motivi per non trasferirsi a Bologna</title>
		<link>https://ilnemico.it/bologna-puzza-di-piscio/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Oct 2024 10:30:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Italia Profonda]]></category>
		<category><![CDATA[airbnb]]></category>
		<category><![CDATA[Bolo]]></category>
		<category><![CDATA[Bologna]]></category>
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		<category><![CDATA[gentrificazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Piccolo bestiario delle maschere studentesche che potreste trovare sotto i portici o nelle piazze del capoluogo emiliano. Pubblicato in origine sulla rivista "Il Bestiario" numero 19.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/bologna-puzza-di-piscio/">Tutti i motivi per non trasferirsi a Bologna</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>È un’impressione condivisa quella di sentirsi &#8211; aggirandosi, ventenni o poco più, per le strade di Bologna, eletta a dimora per il tempo di una triennale o un 3+2 &#8211; <strong>come in un grosso villaggio vacanze, un Valtur esistenziale: studi, amori, amicizie, il pacchetto completo</strong>. Non è solo che la città è “a misura d’uomo”, “la puoi girare tutta in bici”, “se piove non ti bagni grazie ai portici”, “il 50% della popolazione sono giovani fuori sede”. C’è qualcos’altro, qualcosa di meno evidente, meno adatto a uno slogan promozionale. </p>



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<p>A Bolo, almeno questa è la percezione, è come se il tempo non scorresse, o scorresse al di là, al di fuori della storia. Non che i grandi avvenimenti storici non la impattino, <strong>che Bologna non sia soggetta al progresso coatto della gentrificazione, della turisticizzazione, della perdita d’identità</strong> inversamente proporzionale al successo di Tripadvisor, Airbnb, e compagnia bella. Non che non venga divorata, poi, dai piccoli imprenditori di Dispensa Emilia, degli Svapo Shop, degli Amsterdam Cannabis Shop, degli Habanero e tutte quelle altre lavatrici fiscali della ‘ndrangheta che aprono e chiudono in zona universitaria nell’arco di un ciclo di studi (tendenzialmente però rivenditori di brodaglie asiatiche).</p>



<p>Insomma anche Bologna, come tutto, cambia. In particolare da una decina d’anni o poco più è stata eletta a sede della pausa pranzo dei cinesi in transumanza da Firenze a Venezia. Il suo aspetto in superfice, di conseguenza, è profondamente mutato. <strong>Che sia in meglio o in peggio è un giudizio di solito correlato all’ISEE.</strong> Ma questa sua qualità eterea, questa sua a-cronicità, il suo essere fuori dal tempo, non sembrano riuscire a scalfirla nemmeno la dislocazione dei campus all’americana in periferia, o l’avvento dei monopattini elettrici. Sarà “questo cielo sempre così grigio”, questa cappa umida che insieme nasconde, protegge e soffoca la “Parigi minore”. <strong>O forse è il peso ingombrante del suo passato</strong>, la memoria mai sopita della gloria settantasettina &#8211; mitizzata dal catalogo di Derive&amp;Approdi &#8211; delle barricate e della morte di Lorusso, esposta in vetrina a via Mascarella.</p>



<p>Fatto sta che a Bologna, tutto quel che accade non sembra avere la stessa rilevanza che avrebbe altrove. <strong>Il tempo è sospeso e più leggero, le prese di posizione e le professioni di fede valgono meno, i gesti, le usanze, gli abbigliamenti rispondono a un canone diverso, del quale non si deve rendere conto a nessuno</strong>. Risulta facile, negli anni bolognesi, diventare vegani, sognare il nomadismo (o al massimo un furgone camperizzato), sedersi in piazza a gambe incrociate e intonarsi all’ennesimo coro che canta Bella Ciao. Pure se tutto ciò non si accorda in alcun modo a quel che fino ad allora si credeva di essere. Ci si lascia convincere che in fin dei conti i peli sulle donne non sono poi così male, che l’eterosessualità è motivo di vergogna e va celata o dissimulata, che la poligamia polisessuale è l’unica forma sana di relazione amorosa, che si può viver di furti e cibo recuperato dai cassonetti della Lidl, che un maglione in più e una tisana zenzero e curcuma possono sostituire i termosifoni, che il fascismo è ancora un pericolo in agguato, o almeno più pressante della tecnocrazia liberale. </p>



<p>Non che queste affermazioni siano di per sé sbagliate, è curioso però che basti spendere del tempo a Bologna – chiaramente fuori dalle biblioteche o dalla propria cameretta sovrapprezzata – <strong>per riscoprirsi non tanto d’accordo con ognuna di essa, ma indifferente ad assumere la posa che ciascuna di esse comporta.</strong> Chiaramente ci sono coloro che arrivano a Bologna già convinti dei diktat etici imposti dal MinCulPop trans-anarco-tekno-ecologista bolognese; sono quelli che finiscono per girare scalzi, si fanno chiamare Ranza o Gea e ogni anno mettono su un carro a una street parade che celebra l’amico dj morto per overdose.</p>



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<p>A Bologna, di fatto, è facile mascherarsi, l’atmosfera è sempre di gioco, è sempre poco seria, si corre (o si pedala) da un lato all’altro, dalla facoltà, a un mercatino, a un’assemblea, a un centrosociale, a una cena, a un concertino, a una serata, <strong>e ci si rimbalza vicendevolmente il peso della contraddizione: nessuno terrà il conto, nessuno farà pesare l’incongruenza delle varie pose/posizioni, basta che, a propria volta, si faccia lo stesso</strong>. Se Milano può rendere più superficiali e Roma più cinici, Bologna, come città, rende più anarchici, ma è un’anarchia vissuta come passione giovanile. È l’anarchia dell’incongruenza, della libertà confusa con l’assenza di responsabilità. <strong>Non vi è chi non se ne stufi ben presto</strong>. È il motivo per il quale la fascia demografica meno rappresentata a Bolo va dai 25 ai 30, ovvero i giovani adulti. Si aggirano per la città come appestati, aggrappati alle rovine della propria decostruzione; di loro non rimane che una scorza vuota, dalle opinioni e abitudini più che prevedibili (e riassumibili nei punti di cui sopra), che trascinano dal bar di periferia dove lavorano a quello al quale devolvono il proprio stipendio. </p>



<p>I più assennati invece fuggono subito dopo la magistrale. I teknusi puntano al nord-Europa, si accodano a una tribe e vendono tramezzini ai rave; gli anarchici che vogliono fare qualche avanzamento di carriera sono costretti a traferirsi a Torino, gravitano intorno alla val di Susa, ma alla fine scappano via o per il freddo o per l&#8217;analfabetismo emotivo dei NOTAV; i queer squattrinati se restano in Italia puntano tendenzialmente a Roma, quelli coi soldi vanno a Milano; gli ecologisti invece, dissipata la propria carica eversiva nelle fila di XR o FFF, finiscono per lavorare alla FAO o da TooGoodToGo e simili. Gli altri, i restanti, meno classificabili, fondano diverse comuni agricole sui colli che dureranno il tempo sufficiente affinché tutti i componenti abbiano scopato tra di loro e possano tornare in paese a lavorare al ristorante dei genitori. </p>



<p>Tutti coloro che invece a Bologna ci erano finiti quasi per caso &#8211; per i dischi in macchina di Guccini e Dalla, per i CCCP in cameretta, per<em> Paz!</em> visto e rivisto, perché ci andava la ragazza, perché ci andava l’amico, per il DAMS &#8211; torneranno alla vita come si torna da una lunga vacanza, con una laurea o due in tasca, un ospitaggio garantito in ogni capoluogo di regione, qualche parola d’ordine assimilata e pronta all’uso da usare come scudo nei contesti “politicizzati”, <strong>e delle amicizie sincere, senza secondi fini, che il tempo non saprà scalfire perché nate al di fuori di esso</strong>.</p>



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