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	<title>graffiti Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>La street art: da pratica underground a strumento di marketing e moralismo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Jul 2024 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cosa succede quando un’arte nata per strada dalle frange più disagiate della gioventù urbana, con il suo linguaggio disarticolato, i suoi codici spontanei, la sua rabbia indisciplinata, perde ogni carica eversiva e diventa il megafono dello Stato, di qualche multinazionale o di un brand? È questa la triste parabola della Street Art, strumento dei municipi comunali per “valorizzare” periferie degradate invece di operare interventi seri di ripristino, oppure dispositivo pubblicitario utilizzato da grandi aziende a scopi promozionali.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>L’odio è la cosa più snobbata nella nostra società, l’odio è visto come una forza tapina, segno e stigmate degli infelici, qualcosa che la collettività snobba, e che considera meschino, chi odia nei social è un troll, una persona in fondo disturbata, con problemi relazionali.<strong> Eppure, l’odio è una delle forze che più cambia il mondo, ma il grande sistema odia l’odio, lo stigmatizza, deve essere tutto condiviso, soffice, l’arte deve dare messaggi positivi, i graffiti devono essere colorati, e tecnicamente fatti bene</strong>. Deve essere qualcosa di grande, di sovradimensionato, di pacioccone, il ribelle è in fondo buono, e la scritta è un tentativo di influenzare l’opinione pubblica, non ha nulla a che fare con l’arte in senso stretto, con lo sperimentare nuovi linguaggi e visioni. </p>



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<p>Ma a questo punto mi chiedo se sarà mai possibile fare dei graffiti odiosi o di satira, e se i gusti del pubblico stiano veramente cominciando ad adeguarsi a tutta la merda che gira da qualche anno nel mondo dell’arte, e che dai muri passa alle gallerie, insomma, parafrasando il noto rapper italiano Salmo, il graffito ha fatto la fine di quando sei invitato a vendere il fumo ma tu sei amico delle guardie. <strong>L’odio è svanito per lasciare il posto alla tolleranza e all’umorismo da zainetto Seven, graffito e potere è un rapporto perverso tra amore e odio</strong>, ma il fatto che una tecnica particolarmente figurativa o un lettering di moda sia considerato bello, è il grande limite di chi non riesce a esprimere più il vero sale dell’arte ribelle: l’odio! </p>



<p>Si deve essere offline. Craccare, disubbidire, violentare, insultare, piratare. Creare l’agguato. <strong>L’arte è la libertà, il caso, il caos</strong>. Cancellare la cancellazione, cancelliamo la cancel culture, il cancello verso l’abisso. Riformattiamo i formattatori, i mondi, i segni, le istanze, i linguaggi, bruciamo le loro pubblicità, le loro buone maniere, Dio è l’anagramma di odio, la cattività, l’anima, la sofferenza diventa odio e una volta era segno violento, fuggire tra le pieghe del tempo, e tra le stringhe dello spazio, essere percepiti e capiti, è l’orrore dei nostri tempi, <strong>l’essenza della <em>street art</em> è questo farsi capire per forza</strong>, questa illogica logicità.</p>



<p>L’odio è talmente considerato un problema dall’insieme della nostra società che la primavera scorsa le Camere hanno costituito una Commissione parlamentare sull’odio. <strong>È permesso solo l’odio su commissione, manipolato, ed evidentemente la fame, il desiderio di riscatto, la frustrazione che esso rappresenta sono una minaccia bella e buona allo stile di vita borghese e da automi che invece si vuole propagare.</strong> Proprio le scritte sui muri, anche pazze e senza senso, raccoglievano queste istanze liberatorie e subconsce, e proprio questa pratica ora viene messa in bella mostra per le vie del centro, come un talent show della figurazione retorica, e cerca la tanto agognata visibilità social, o anche che il gallerista, il manager della grande azienda figa ti faccia fare una facciata. </p>


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<figure class="aligncenter size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="768" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/07/Z-pyFGD7zmixm9Uk_LRH2XA6oIN1Tg-a1Dxp2YAELTQ.webp" alt="" class="wp-image-1006" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/07/Z-pyFGD7zmixm9Uk_LRH2XA6oIN1Tg-a1Dxp2YAELTQ.webp 1024w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/07/Z-pyFGD7zmixm9Uk_LRH2XA6oIN1Tg-a1Dxp2YAELTQ-300x225.webp 300w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/07/Z-pyFGD7zmixm9Uk_LRH2XA6oIN1Tg-a1Dxp2YAELTQ-768x576.webp 768w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Riterritorializzazione</figcaption></figure>
</div>


<p>L’imperfezione, l’assenza di volontà, la casualità e la freschezza sono ormai bandite da questo stile di pittura, <strong>rimane una sterile comunicazione di quattro concetti stereotipati</strong>, destinati a qualcuno a cui in fondo non interessano, e promuove una partecipazione o adesione quasi totale a questo stucchevole tentativo di ingegneria sociale. Ecco a cosa sta partecipando la street art, il graffitismo, e il giovanilismo ultra-ambientalista alla Greta Thumberg. Una generazione di incappucciati in felpe della Volcom, come i Wandjina dell’Australia, gli aborigeni alieni che insegnarono la legge nuova all’uomo, anche loro graffitati nel nord ovest dell’Australia, allo stesso modo i graffitari finiscono, nei casi più mistici, a sfoggiare una filosofia New Age da salotto, applicata a stilemi da cartone animato. </p>



<p>[&#8230;]<br><br>È la nuova speculazione edilizia del millennio? O l’ennesimo bluff per fare notizia? Come si fa a prendere sul serio tutto questo? Come si fa a non fare gonzo-giornalismo, su questo nulla, su queste cretinate, su questi discorsi da bar. L’arte globale e mondialista per eccellenza, i graffiti, l’integrazione come imbastardimento e imbalsamazione delle speranze umane, e tutto il bla bla bla anni Ottanta, sempre, da oltre venticinque anni le stesse cose, <strong>si sta creando un linguaggio globale e piatto per dire nulla, e dirlo male.      </strong>   </p>



<p><br><strong>L’accettazione sociale del graffito lo fa diventare murales</strong>, e quindi non arte, ma deriva estetica: ho questa visione di Diego Rivera, col suo panzone da leccaculo socialista che sborra su un muro opere commissionate da una proloco messicana. <strong>Se davvero non esistono graffiti brutti, esistono graffiti, per così dire, inopportuni e laidi e non antisociali, ma sociali e accettatissimi ormai dall’uomo medio della strada</strong>, in una borghesizzazione definitiva di questo modo di intendere l’arte. No, non bastano più solo il segno e l’intenzione, e non è più una questione di modo, ma di modo a luogo. E i giudici siamo tutti noi, giudici di un movimento artistico che dovrebbe essere libero dalla nascita, senza vincoli e senza etichette, ma che si pone alla stregua dei gusti del signor sindaco e dell’associazionismo bigotto. Ma forse, tutto sommato, è il momento di mettere dei paletti, <strong>ora che il graffitaro si è tramutato da muralista in moralista; la street art era una storia di rivendicazioni sociali, anche dal basso, che non scende a compromessi col potere</strong>. Così ci piaceva sognarla, oggi non vende più questo sogno, vende se stessa – a delle grosse teste di cazzo. È diventata pubblicità regresso o progresso; ovvero ciò che la street art ha sempre voluto contrastare. </p>



<p><strong>La cosa che stimo di più di tutta questa storia dei graffiti, sono i graffiti brutti, sì, quelli che… insomma… riescono male</strong>. Gli autori li fanno in posti veramente ameni perché se ne vergognano, sono esercitazioni, ma sono anche<strong> poetici e pieni di tensione creativa adolescenziale</strong>. Spesso gli autori sono ragazzetti alle prime spruzzate di bomboletta, i curatori li escludono dalle ricognizioni classiche sulla street art, e spesso sono capolavori anonimi, tag sconosciute, orride, storte, fatte male, ma finalmente ribelli, segni di sensibilità ingenue, affascinate dal mondo della figaggine e dei colori, fatte da gente che non sa disegnare, e non sa gestire il colore di uno spray, che non ha mascherine e proiettori, che fa tutto a cazzo di cane. <strong>Il graffito brutto è il vero scorretto del sistema della street art attuale, graffiti con errori grammaticali, lettering deformi; “è uno che ci ha provato” mi dico sempre, quanto è patetico e poetico allo stesso modo, di certo è genuino</strong>, il solo averci provato a fare il figo, ecco, questo manca ai graffiti fatti bene e borghesi, ai graffiti di Stato, enormi, precisi, progettati. Com’è crudele l’incapacità, e com’è salvifica certe volte, quanti avranno fatto un graffito storto e avranno rinunciato? Molti, a considerare le tag che abbondano nelle nostre strade; e poi minchie, fighe, insulti, riferimenti politici e satanici, l’annosa lotta tra scritte fasciste e scritte comuniste, questi sono gli unici graffiti degni della mia considerazione, <strong>è una bellezza-bruttezza impossibile da replicare, perché nessuno può fare apposta un graffito brutto</strong>, questa freschezza me li rende simpatici, più di un’orrenda opera di Blu, e in più dà una cattiva reputazione che oserei definire gloriosa e meritata, ancora fresca, al mondo della street ormai fighetta come un triste progetto esecutivo da cameretta.</p>



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<p>Questi segnacci sui muri della caverna-città spesso sono la vera pancia del paese, <strong>ormai per me i numeri dei pervertiti nel bagno dell’autogrill sono meglio di qualsiasi opera di Basquiat</strong>, quella sì che è tensione, una società che si manda a fanculo e ti invita a fotterla: è quello che farò se mai dovessi fare un graffito. Sindachelli, proloco, assessoricchi alla cultura, associazioni cultura e libertà, bandi, bandicini, muri di cinta delle parrocchie, vecchi personaggi dei giornalini: Tintin e Milù, Lucky Luke, Asterix, i Puffi e tanti altri, ma andatevene bellamente a fanculo, incubi sociali, questo librello è proprio un pretesto per insultarvi, come non si può insultare uno che fa uno squarcio finto su Palazzo Vecchio a Firenze e si fa chiamare JR, ti prudono le mani solo a pensarci, un esercizio di calligrafia e di stile fighetto, barocco, cretino, un tocco a-personale per ogni muro di sofferenza, di mani spaccate e di sottoproletariato schiavo beccato a piangere nelle pause pranzo. Restano gli occhi di chi non sa, ingenui, meravigliosamente tristi, e di chi pensa di parlare un linguaggio segreto, in una stronza decoratività di letterine ben studiate per piacere al giovanilismo più acuto. E ci vuole pazienza a essere così stronzi, ve lo assicuro, è lì che devi avere padronanza, controllo. <br><br>I graffiti nati come nuova arte e presto degenerati in street art sono figli del più grande genocidio culturale della storia, la globalizzazione e l’universalismo forzato<strong>. L’arte è un atto vandalico al vandalismo, è pirateria della grazia, è pietra filosofale, un misfatto, uno scippo, uno stupro d’amore, è un atto folle, sconclusionato, progetto senza progettualità</strong>. È proprio così che si esalta la bellezza che è solo verità eterna, e <strong>la verità non è mai comunicazione, la comunicazione è l’ultimo e più basso degrado dell’arte, e la street art invece è comunicazione</strong>, è la corruzione endemica, il degrado fatto dal primate post-umano, la decadenza sui muri, e nelle metropolitane, è l’atto finale della fine. La street art è alla stregua della burocrazia amministrativa al comando, è ormai il gendarme del politicamente corretto, allineato a mass media e tv, compone quell’enorme manganello del potere progressista che colpisce chiunque ed è <strong>letteralmente il contrario della verità come bellezza</strong>. </p>



<p>[&#8230;]</p>



<p>L’arte non è mai sociale o consolatoria, per questo motivo né i graffiti, né la street art, né i murales sono arte ormai, e stanno quindi occupando abusivamente uno spazio e un territorio, l’arte è un affondare elegante tra le pieghe del nulla, invocando Dio o maledicendolo, che è come invocarlo, non finirà mai a decorare zainetti di adolescenti, ancor prima della tomba della Storia dell’arte. La comunicazione quando è spacciata per arte comporta l’abbattimento di ogni sogno di libertà, la rinuncia per sempre alla verità di un amore o di una lotta, o di una bella idea folle; <strong>niente nell&#8217;arte deve essere rassicurante, perché niente nella vita è certo, e chi comincia a fare street art è un tossicodipendente del progresso, uno zombie della postmodernità e dell’educazione coatta</strong>, l’arte propaganda del sé di un altro, l’arte che prende in prestito le idee malsane della società più degradante di sempre. Da quando tutto questo è moda, e il graffitaro è passato allo status di street artista, prezzolato e compiacente, figo, <strong>niente di interessante può più venire fuori da questa recita</strong>, ed essi stessi si denunciano nei social, nelle mappe comunali dei graffiti inerenti a manifestazioni artistiche: da potenziali anarchici a sbirri comunali il passo è breve.</p>



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