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	<title>internet Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Come perdevamo il tempo prima dei podcast?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Nov 2025 12:32:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Declino dell'Occidente]]></category>
		<category><![CDATA[Dissesto editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Incomunicabilità]]></category>
		<category><![CDATA[Olocausto digitale]]></category>
		<category><![CDATA[doomscroll]]></category>
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		<category><![CDATA[interviste]]></category>
		<category><![CDATA[podcast]]></category>
		<category><![CDATA[podcaster]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I podcast sono ovunque, chiunque li fa, tutti gli ascoltano, e nessuno, nemmeno tu, con tutto l'impegno del mondo, riuscirai ad evitarli.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Sei a letto e <em>doomscrolli </em>allucinato, in preda a uno stato di irrequietezza: è un martedì sera come un altro in cui il mondo è una strada a scorrimento verticale. Le immagini riprodotte dal tuo schermo: <strong>terribili notizie dal mondo, gatti idioti, web-serie peruviane, discreti femminoni, strazio generale, supermercati che passione, ristoratori catanesi</strong>. Ti fermi. Un personaggio di cui non conoscevi l’esistenza risponde a una serie di domande incalzanti sulla sua vita privata. L’intervistata è una poco più che ventenne, frizzante e disinibita. Le domande sono quasi tutte a sfondo sessuale. Dal salotto della nonna appena morta l’intervistatore la fissa con sguardo predatorio. Occhiali transition dalla montatura light e sigaretta elettronica nella mano sinistra, si copre la stempiatura con un cappellino rosso MAGA. Fumo nella stanza, luci blu, ed è ipnosi immediata per te. <strong>Vuoi sapere tutto</strong>. Vuoi sapere se è vero che Balotelli le ha mandato un DM. Prosegui. A pochi <em>reel </em>di distanza, un giovane di belle speranze il cui nome utente è <em>elmagico_99 </em>interroga, dallo stanzino di una radio universitaria, una cantautrice al suo album d’esordio, nel corso di un appuntamento musicale dal titolo “Sax on the beach”. Guance pasciute da figlio unico, baffetto e un accenno di mullet, il giovane indossa un cappello che scimmiotta MAGA con una rivisitazione tipo <em>Make Molise Great Again </em>o <em>Make Scala Mobile Great Again</em>. Come ci sono finiti questi qui? Come ci sei finito tu? <strong>Com’è che chiunque si è messo a registrare un podcast?</strong></p>



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<p>Propaggini della manosfera o satelliti della galassia progressista, per quanto ontologicamente distanti, affiorano entrambi dallo stesso brodo primordiale. Nel podcast del primo si sponsorizzano sistemi di trading online e si vende <em>merch </em>dal tono “Alzati e fattura” o “Spingere sempre”. In sovrimpressione compaiono codici sconto per acquistare galloni di proteine in polvere a prezzo ridotto. Ogni uscita dell’intervistata è seguita da un rigoroso “<strong>Ci sta</strong>” oppure “<strong>Assurdo</strong>” da parte dell’intervistatore, un <em>gymcel </em>sotto testosterone e creatina che ha a malapena finito le medie perché è convinto che, al giorno d’oggi, <strong>tutta la conoscenza funzionale a fare soldi si possa acquisire su Internet</strong>. I toni scuri della stanza dove registra ti spingono a immaginare che atroci delitti e crimini inenarrabili siano appena stati commessi, o stiano per essere commessi, tra quelle mura.</p>



<p>In aggiunta alle registrazioni dal vivo fatte in qualche coworking milanese, invece, <em>el magico </em>e i suoi amici hanno lanciato una collezione di poster da retromaniaci e una linea di magliette dall’estetica anni ‘90 con sparate post-ironiche che fanno ridere esclusivamente chi ha studiato teoria dei <em>meme </em>all’università o ha rosicchiato fino all’osso le teche RAI. Per lui tutto è mega o giga (mega bello, giga importante) oppure <em>crazy</em>. L’aperitivo si chiama aperollo, la colazione è la colazia. Le osservazioni dell’intervistato sono accompagnate da un “Classico” o da un “Onesto”, detti a bassa voce, con fare da uomo navigato, ché lui queste cose le sa. <strong>Ogni due per tre si sente in dovere di citare: il primo disco dei Baustelle, un film di Abel Ferrara, la casa a Procida del suo bassista</strong>. A differenza del primo, lui ci ha pure provato, a studiare, ma si considera un creativo, e ha lasciato la triennale di lettere e filosofia dopo sei mesi per tentare la sorte con quella che lui chiama genericamente <em>la mia arte</em>. I suoi genitori intanto mandano avanti un piccolo calzaturificio nelle Marche.</p>



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<p>Qualcosa li accomuna però nella modalità di gestione dell’intervista. Un processo di <em>gamification </em>che si è espanso a macchia d’olio ha trasformato le conversazioni in una concatenazione di quesiti ludici a risposta secca da trasformare in bocconcini da venti secondi. Questo è il massimo che riusciamo a processare. La piramide dei dieci santi più punk della chiesa cattolica, il <em>Chi vince resta </em>dei politici della Prima Repubblica, con chi preferiresti bere una birra tra Britney Spears e Vittorio Cecchi Gori. Scelte binarie, grottesche, volte a disvelare la visione di mondo dell’ospite più di un dialogo in cui è richiesta la formulazione di un pensiero, in una regressione cerebrale alle elementari, quando con i compagni stilavi su un foglio a quadretti la tua top undici calcistica del momento durante la ricreazione e ti sentivi Mourinho. Non importa chi ci sia dall’altra parte. L’ospite risponde sempre con la massima serietà possibile: <strong>il suo agente, d’altronde, non gli ha raccomandato altro</strong>.</p>



<p>I due podcaster non sanno dell’esistenza l’uno dell’altro. Abitano mondi che non interagiscono. In compenso lo sai tu, che sei finito in un interstizio diabolico dell’algoritmo e non vedi come uscirne. Ci provi. Fai il tuo gesto rivoluzionario. Scorri con il dito. Un gatto, un balletto, un amarcord della Dark Polo Gang. <strong>Che fitta. Respiri. Ma ritornano presto</strong>: podcast a sfondo emotivo-relazionale ideati da un collettivo di madri single, podcast a tema calcistico ospitati da ex calciatori scarsi in collaborazione con giornalisti di provincia, podcast true crime, altri podcast true crime, podcast di <em>lifestyle </em>e benessere, podcast motivazionali, di caduta e redenzione, podcast di personaggi famosi fatti solo perché sono personaggi famosi e quindi come fai a non fare un podcast, ancora un altro podcast true crime. Sono accomunati da un’urgenza espressiva e da una necessità di essere ascoltati, lodati, riconosciuti come innovatori in grado di riscrivere le regole della comunicazione nell’era digitale con il loro simpaticissimo giochetto degli <em>undici giocatori più forti</em> <em>che tu hai giocato</em>. <strong>Tu invece non hai niente da dire. Niente di niente. Non sapresti neanche raccontare di quella volta che hai dovuto cacare in discoteca, se te lo chiedessero</strong>. L’ultima dose prima di dormire e basta. Questo tizio lo conosci. Lo conosci personalmente. Ma chi è, ti chiedi senza riuscirci. Ti addormenti così, con lo schermo acceso, mentre davanti alle tue palpebre che si chiudono l’ex fidanzato foggiano di una tua amica, soggetto dai comportamenti ambigui che durante una cena promosse la possibilità di reintrodurre la leva obbligatoria per rieducare i giovani al dovere, diffonde al mondo la sua idea di non monogamia etica in dialogo con un attempato psicoterapeuta specializzato in dipendenze affettive.</p>



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		<title>L&#8217;algoritmo è fascista</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Jun 2025 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dominio della Tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Olocausto digitale]]></category>
		<category><![CDATA[Algoritmo]]></category>
		<category><![CDATA[community]]></category>
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		<category><![CDATA[Fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[internet]]></category>
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		<category><![CDATA[ribellione]]></category>
		<category><![CDATA[scroll]]></category>
		<category><![CDATA[tecnologia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Chi oggi si discosta dalla logica del contenuto – chi non semplifica, chi non si adatta, chi non si rende riconoscibile o spendibile – viene neutralizzato. Non escluso in senso classico, ma semplicemente non calcolato. Invisibile. Scartato dall’algoritmo come un dato irrilevante.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Oggi si ha l’illusione di essere liberi. Un’illusione dolce, narcotica, che penetra attraverso ogni notifica, ogni like, ogni scroll. <strong>Siamo convinti di scegliere: cosa guardare, cosa ascoltare, cosa pubblicare</strong>. Ma è una libertà addomesticata, una libertà messa al guinzaglio. Il guinzaglio non è più visibile come un manganello o una censura ministeriale: è una formula matematica, un calcolo di compatibilità.</p>



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<p>È qui che entra in gioco l’algoritmo: non come semplice strumento tecnico, ma come dispositivo ideologico. <strong>Non ci limita dall’esterno, ma ci guida dall’interno, sostituendosi ai nostri criteri</strong>. <strong>Non censura, ma orienta. Non vieta, ma premia ciò che è conforme: ciò che funziona, ciò che viene accettato, replicato, monetizzato</strong>. È il trionfo dell’aderenza come virtù, della compatibilità come valore.</p>



<p>L’algoritmo non impone contenuti. Impone forme. Ritmi, estetiche, toni. Omologa senza obbligare. E in questo senso si comporta come una nuova forma di potere culturale, più efficiente dei vecchi modelli autoritari, perché non deve più imporre la regola: gli basta rimuovere tutto ciò che non è compatibile col sistema di visibilità. È un potere che opera non per divieto, ma per assorbimento. Un potere senza volto, che non si dichiara mai come tale.</p>



<p>Chi oggi si discosta dalla logica del contenuto – chi non semplifica, chi non si adatta, chi non si rende riconoscibile o spendibile – <strong>viene neutralizzato. Non escluso in senso classico, ma semplicemente non calcolato. Invisibile. Scartato dall’algoritmo come un dato irrilevante</strong>. Il dissenso non è represso, è ignorato. Ed è proprio qui che si manifesta l’aspetto più subdolo del controllo digitale: non la violenza dell’oppressione, ma quella dell’indifferenza.</p>



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<p>Questo non avviene per censura, ma per una forma più raffinata di controllo: la misurazione costante del valore sociale attraverso l’attenzione. Non sei visibile? Allora non esisti. Non sei performante? Allora non sei rilevante. È il mercato della presenza. L’attenzione non è più solo un bene scarso: è la nuova unità di misura dell’esistenza pubblica. Un like vale più di un’idea. Un engagement più di una posizione politica.</p>



<p>Pensate a TikTok, Instagram, YouTube: sono spazi apparentemente orizzontali, democratici. Tutti possono parlare, tutti possono “essere”. <strong>Ma a quale prezzo? Il prezzo è la forma. Devi avere il ritmo giusto, la faccia giusta, il tono giusto</strong>. Devi stare nei 60 secondi. Devi piacere subito. Devi funzionare. È il dominio della performatività. L’esistenza stessa si misura in click, in views, in engagement. Una ragazza può parlare di femminismo, purché lo faccia con il filtro giusto. Un ragazzo può fare satira politica, purché non ecceda, non approfondisca, non spaventi.</p>



<p>Anche la trasgressione è prevista. È già parte del piano. L’algoritmo è pronto a monetizzare anche il dissenso, purché sia elegante, ironico, “condivisibile”. Non c’è niente che non possa essere inglobato. <strong>L’antagonismo diventa un’estetica, una nicchia, un brand.</strong> <strong>La ribellione è prevista nel palinsesto</strong>. Così l’oltraggio diventa contenuto virale. Il grido si trasforma in entertainment. Il dolore si fa storytelling. <strong>Non esiste più lo scandalo, solo l’attenzione</strong>. È la nuova estetica del potere: ciò che non attira, decade.</p>



<p><strong>Ed è qui che il fascismo rinasce. Non come nostalgia del Ventennio, ma come logica dell’adesione</strong>. Non c’è più un partito, non c’è più un duce, non ci sono divise: ma <strong>c’è una forma di dominio che orienta senza comandare</strong>. Che plasma senza costringere. Che ottimizza l’individuo per renderlo performante<strong>. Si partecipa non per scelta, ma per non scomparire</strong>. È la dittatura della presenza.</p>



<p>Una volta la repressione si esercitava con la violenza. Oggi si esercita con la misura. Ogni nostro gesto è tracciato, valutato, trasformato in dato. E il dato viene trasformato in profitto. Non siamo più soggetti, ma estrattori involontari di valore. Ogni emozione è una moneta. Ogni like è una confessione. Ogni scroll è una scelta politica, travestita da svago.</p>



<p>La scuola non educa più, suggerisce. La cultura non forma, intrattiene. Il dissenso non resiste, si adatta. È la fine della coscienza critica<strong>. È il trionfo della compatibilità.</strong></p>



<p>E allora la resistenza, oggi, non è romantica né clamorosa. Non è spegnere il cellulare o chiudere l’account. <strong>È rifiutare l’idea che l’esistenza debba essere visibile per essere vera</strong>. <strong>È accettare l’irrilevanza come atto politico</strong>. È parlare in un linguaggio che non converte<strong>. È creare contenuti che non funzionano. Che disturbano. Che non fanno community. Che non monetizzano</strong>.</p>



<p>Non per nostalgia. Non per moralismo. Ma per restituire dignità all’umano che sfugge al calcolo. Alla parola che non serve. Al gesto che non performa. Alla fragilità che non si mostra. Alla verità che non si vende.</p>



<p>Perché il potere oggi non ti comanda: ti seduce. E non c’è niente di più pericoloso di un potere che non ha più bisogno di farsi odiare per farti obbedire.</p>



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		<title>Analog Horror: l&#8217;orrore è dimenticare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 May 2024 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Olocausto digitale]]></category>
		<category><![CDATA[Tilt]]></category>
		<category><![CDATA[analog horror]]></category>
		<category><![CDATA[creepypasta]]></category>
		<category><![CDATA[internet]]></category>
		<category><![CDATA[ricordi]]></category>
		<category><![CDATA[youtube]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nato su Youtube e oggi alla soglia del mainstream, l'analog horror ci terrorizza perché  invade, sovverte e sventra ciò che custodiamo di più puro: i ricordi.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Un’inspiegabile curiosità ti spinge a scendere nello scantinato dei tuoi genitori.</strong> Non hai idea di cosa troverai. Conservi però la speranza che molti degli oggetti che emergeranno dalla scatola con il tuo nome scritto sopra ti porteranno a qualche ricordo sepolto. Ecco un vecchio giocattolo, una tua foto in grembiule di quando ancora andavi alla materna, un paio di piccole scarpe da tennis. Poi alcune videocassette; dei <strong>VHS</strong>, per usare un termine tecnico. Hai appena riportato alla luce una miniera di possibilità per accedere a memorie dimenticate. Chissà se ancora funziona quel vecchio videoregistratore; ma certo che sì: certi apparecchi non muoiono mai. <strong>Inserisci la cassetta e già dal primo momento noti che qualcosa non va. </strong>Forse sei troppo abituato al 4k; ad una risoluzione confortevole, chiara e nitida. Il nastro magnetico appare sullo schermo irrimediabilmente compromesso. Il tempo ha corroso la videocassetta di quel cartone animato che tanto amavi da piccolo. <strong>Improvvisamente l’immagine si blocca. </strong>Il soggetto dell’inquadratura appare distorto. Anche la banda sonora è compromessa. Ecco che una serie di inspiegabili suggestioni ti coglie impreparato. <strong>Ti senti turbato, confuso, disorientato. Minacciato</strong>. È quasi come se quel nastro ce l’avesse proprio con te. Come se si stesse vendicando di tutto il tempo in cui l’hai abbandonato in cantina. Infierisce brutalmente sulla tua innocenza perduta. Attacca il bambino che sei stato con urla assordanti e figure mostruose. Sta deliberatamente colpendo la parte più incontaminata del tuo essere. Tutto questo per un semplice motivo, <strong>perché l’avevi dimenticata, o almeno così credevi</strong>.</p>



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<p>&nbsp;Il VHS (o meglio l’estetica analogica) riesce con efficacia a rappresentare <strong>l’orrore di ciò che può essere dimenticato</strong>. In una facoltà sconfinata e ignota come la memoria, questa modalità audiovisiva offre la possibilità di aprire alcune porte. Fattori cruciali come <strong>nostalgia</strong> e <strong>voyeurismo</strong> giocano un ruolo fondamentale per tentare di comprendere cosa realmente turbi lo spettatore davanti a opere simili. <strong>Decontestualizzare un elemento ai nostri sensi “familiare” e “comune”, per esplorarne le prospettive più ignote.</strong> La <strong>soggettiva </strong>diventa protagonista in questo senso, in quanto il genere tende ad appellarsi direttamente a chi fruisce del contenuto e di punto in bianco, oltre ad un brusco cambio di tono, <strong>il filmato diventa senziente</strong>. Alcuni espedienti utilizzati in questo senso possono essere lo spot pubblicitario, una guida pratica, o molto più semplicemente uno spiacevolissimo <strong>POV</strong>. Tradotto: tu davanti ad uno schermo (ad un pc, per la precisione).</p>



<p><strong>Ed è proprio grazie ad internet che la corrente dell’horror analogico ha trovato terreno florido per esprimersi</strong>. Prendete un “<strong>found footage”</strong> à la <strong>The Blair Witch Project</strong>, unitelo a una “<strong>creepypasta”</strong> ad alto impatto psicologico e avete due ingredienti fondamentali per ottenere un prodotto che farà passare una nottataccia a chi, come molti, diffida dell’horror cinematografico odierno. È proprio sul web che TBWP ha trovato la sua fortuna tramite una brillante campagna di marketing. Sempre sul web, millennials e gen z hanno passato notti insonni, cercando di scoprire se davvero Bart Simpson fosse morto in un episodio scomparso. Il trucco era proprio questo: <strong>nessuno nella metà del 2000 poteva davvero essere certo che ciò che leggeva, vedeva, sentiva, fosse frutto di pura finzione.</strong> Non era come stare davanti ad un film. Non c’erano evidenti tratti registici e nemmeno una direzione artistica identificabile. Erano gli albori di <strong>YouTube</strong>, chiunque poteva condividere video. Eri tu, da solo, la tua cameretta e il tuo pc. Con questa accoppiata si susseguivano, una dopo l&#8217;altra le notti insonni.</p>



<p>In una di queste ti imbatti in un video di circa un minuto e mezzo, intitolato “<strong>Obey the Walrus</strong>”. Ne rimani sconvolto. Prima di chiederti cos’hai appena visto, ti chiedi se riuscirai a dormire quella notte. Scorri verso il basso tra i video correlati e fai la conoscenza di altri filmati, come “<strong>I Feel Fantastic</strong>”, “<strong>Blank Room Soup.avi</strong>”, “<strong>Possibly in Michigan</strong>”; le serie “<strong>Marble Hornets</strong>”, “<strong>Candle Cove</strong>” e via dicendo. Congratulazioni: sei finito in quella che viene chiamata “<strong>la parte strana di YouTube</strong>”. Non puoi che proseguire. Scoprirai altri video come “<strong>Yelling Creature</strong>” o “<strong>Let me hear your war cry</strong>”, arrivando a capire che questo mondo nascosto è intriso di un umorismo fin troppo grottesco, all’unisono consapevole della sua natura di contenuto internettiano fine a sé stesso.</p>



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<iframe title="Obey the Walrus ORIGINAL" width="500" height="375" src="https://www.youtube.com/embed/pMbeP36I8Lg?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div><figcaption class="wp-element-caption">Obey the Walrus</figcaption></figure>



<p>Una caratteristica frequente di questo sottogenere è <strong>l’appropriazione di immagini e icone di altri prodotti mediatici</strong>. Prendiamo ad esempio “<strong>Suicide Mouse.avi</strong>”. Mickey Mouse cammina davanti ad una serie di palazzi che si ripetono, un pianoforte distorto fa da sottofondo. Seguono cinque interminabili minuti di buio. Ritorna la stessa sequenza, questa volta al posto del piano, però, dei lamenti accompagnano quella passeggiata che si è fatta frenetica. Il filmato culmina in un delirio terrificante, tra assordanti urla di donna ed un quadro completamente corrotto. Il tutto termina con un carillon, che suona una tetra ninna nanna su un primo piano sfocato della tua tanto amata icona Disney. Altro iconico modello è il video “<strong>Red Mist</strong>”, altro episodio “cancellato” di SpongeBob e il sopracitato “<strong>Dead Bart</strong>”. Questi rientrano in quella cerchia di episodi perduti. <strong>Qualcuno ha rapito i tuoi cartoni preferiti e li ha distorti, smembrati e rincollati per servirteli su un vassoio da incubo</strong>. Siamo solo nel primo decennio del 2000, il genere deve ancora affermarsi.</p>



<p>Sarà solamente nell’Ottobre del 2015 che il videomaker statunitense <strong>Kris Straub</strong> (già autore di “Candle Cove”), pubblicherà il primo dei nove episodi della serie “<strong>Local 58</strong>”, il cui slogan è “<strong>ANALOG HORROR AT 476 MHz</strong>”, da cui viene coniato il nome del sottogenere. I video vengono presentati come autentici filmati di una stazione tv, potremmo dire, <strong>interdimensionale</strong>. Vedrete quindi un servizio meteorologico, un messaggio per la nazione, uno show per bambini, ecc. Ciascun video, come da tradizione, presenterà un cambio di tono improvviso, che vi costringerà a mettere in pausa e riavvolgere il video più volte. La straordinaria peculiarità di Local 58, è la verosimiglianza dei filmati: se mai a qualcuno, ignaro, fosse sottoposta la visione di uno di essi, spacciato per reale, è probabile che questi lo prenda sul serio.</p>



<p>&nbsp;Nel 2019 comparirà (sempre su YouTube) il primo episodio di “<strong>Gemini Home Entertainment</strong>”. Una serie, questa, che, attraverso filmati dal taglio documentaristico, descrivono un’invasione aliena, che sfocia gradualmente in un singolare “<strong>Cosmic Horror</strong>” lovecraftiano. Il video “<strong>BLUE_CHANNEL: THALASIN</strong>”, è la perfetta introduzione per questa tipologia di horror: breve ed efficace. Si passa a serie di successo come “<strong>The Mandela Catalogue</strong>”,“<strong>The Monument Mythos</strong>” e “<strong>The Walten Files</strong>”. Quest’ultima (attualmente in corso), riesce a fare sapiente uso di tutti gli espedienti del genere. Ispirata liberamente al videogioco “<strong>Five Nights at Freddy’s</strong>”, la serie si avvale di immagini, luoghi, personaggi e musiche preesistenti. Una volta decifrata la tragedia che gli Walten Files narrano, la paura dello spettatore si trasforma in un’inesplicabile rammarico. Lo storytelling di questa serie è assolutamente atipico e in alcun modo cronologico. <strong>La quantità di dettagli, di messaggi nascosti e la cura con cui vengono rappresentati sconvolgono lo spettatore</strong> (per la maggior parte del tempo distratto dall’assordante follia che certi momenti raggiungono). La particolare caratteristica che accomuna i nomi appena elencati è (come già citato) la soggettiva. Il Found Footage, come insito nel nome, <strong>pone lo spettatore in prima persona</strong>. Quindi, se un coniglio meccanico di due metri, o “un intruso”, volgono lo sguardo oltre lo schermo del pc, <strong>è a voi che si stanno rivolgendo. </strong>Una didascalia bucherà la quarta parte per porgervi una semplice ma destabilizzante domanda, oppure un consiglio: “<strong><em>if you see another person that looks identical to you, run away and hide”</em>.</strong></p>



<figure class="wp-block-embed alignfull is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-4-3 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
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</div><figcaption class="wp-element-caption">Blue Channel: Thalasin</figcaption></figure>



<p>Nel Gennaio 2020 un ragazzo di soli 16 anni caricherà su YouTube il primo episodio della serie “<strong>Backrooms</strong>”, che al giorno d’oggi vanta quasi sessanta milioni di visualizzazioni. <strong>Kane Pixels</strong> (nome d’arte), utilizza programmi gratuiti come <strong>Blender</strong> e <strong>Adobe After Effects</strong> per confezionare in appena nove minuti un’esperienza fotorealistica e terrificante. <strong>Lo spettatore fuggirà attraverso corridoi insensati, inseguito da anomalie le cui urla sono vera e propria benzina per incubi</strong>. L’elemento che più spicca nell’esperienza della Backroom è proprio la desolazione che trasuda dalle sue ambientazioni. Pixels fa un sensazionale uso del contrasto tra natura e artefatto. Dietro un angolo apparirà l’inimmaginabile, ed ecco, oltre la vetrina di un centro commerciale abbandonato, un bosco. Ciò che viene creato dall’essere umano ha (o dovrebbe avere) una funzione ben precisa, ma soprattutto <strong>un’appartenenza</strong>. Che scopo avrebbero allora quei corridoi, quei battiscopa, quella finestra, se non c’è nessuno ad abitarli? La natura, per contro, è <strong>spontaneità</strong>: non appartiene che alla terra da dove emerge. <strong>Sono questi fattori di smarrimento e decontestualizzazione che rendono questi filmati così angoscianti. </strong>Il fenomeno delle Backrooms (già esistente e sempre derivante da una creepypasta) esplode, portando l’horror analogico all’attenzione dei media, al punto che la casa produttrice statunitense <strong>A24 </strong>avrebbe in cantiere un adattamento cinematografico della serie (la cui regia è affidata allo stesso Pixels). Non sarebbe questo il primo tentativo di portare il sottogenere in questione sul grande schermo. Nel 2022, Il regista Kyle Edward Ball dirige il controverso “<strong>Skinamarink</strong>”. La pellicola fa uso di inquadrature statiche e durature, in un ambiente familiare e allo stesso tempo stravolto da un’entità demoniaca che non viene mai realmente mostrata. C’è il fattore nostalgico, la soggettiva, l’estetica VHS e tutta una serie di messaggi criptici che sfidano l’osservatore a comprendere in prima persona ciò che sta visionando.</p>



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<p>La popolarità che ha caratterizzato l’horror analogico negli ultimi anni è stata capace di coinvolgere qualsiasi generazione. Basti pensare ai milioni di visualizzazioni che certi video hanno raggiunto o al successo che il genere ha avuto su <strong>TikTok</strong>, per fare due esempi. Un fattore che lascia perplessi, in tutto questo, è <strong>la pertinenza e il coinvolgimento del filone alle generazioni a cui si rivolge</strong>. Le generazioni più recenti, ad esempio, che tanto apprezzano e contribuiscono allo sviluppo del genere, come possono essere esposti alla nostalgia digitale, se non hanno mai esperito un mondo analogico? È forse qualcosa che ha a che fare con la memoria collettiva? O forse, più semplicemente, l’amnesia è un disturbo che infesta le paure più recondite della condizione umana, da sempre e probabilmente, per sempre. Magari questi filmati ci appaiono così raccapriccianti perché <strong>arrivano a intaccare qualcosa che culturalmente identifichiamo come rassicurante: il passato</strong>. Un’affascinante pezzo d’antiquariato, il ritorno del vinile o la più recente moda del vintage, sono tendenze che idealizzano un tempo lontano. <strong>La nostalgia come un’isola sicura, distante dal futuro, che per sua natura è imprevedibile</strong>. Ma cosa accadrebbe se questi simulacri ci si ritorcessero contro? <strong>L’horror analogico invade, sovverte e sventra la gioia di ritornare indietro, avventandosi su ciò che di più puro custodiamo: i ricordi.</strong></p>



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