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	<title>istruzione Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>La scuola montessoriana è il perfetto colpo di grazia per i tuoi già pessimi figli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Sep 2025 09:02:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Provincia dell'Apocalisse]]></category>
		<category><![CDATA[Educazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tutti i discorsi sulla scuola sono diversivi, per scaricare la responsabilità dei danni irreparabili, causati dalle aspirazioni, dalle repressioni, dalle preoccupazioni che si respirano in casa.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/la-scuola-montessoriana-e-il-perfetto-colpo-di-grazia-per-i-tuoi-gia-pessimi-figli/">La scuola montessoriana è il perfetto colpo di grazia per i tuoi già pessimi figli</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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<p>“Mamma, si prendessero una margherita con capperi e una quattro formaggi e le dividiamo?”.</p>



<p>“Che t’avevo detto?”, guardando mio padre che intanto ha finito i grissini. “Vedi a non averlo mandato alla montessoriana? Le suore te li tirano su fertili ai ricatti trascendentali, ma l’autonomia, cristo di dio l’autonomia poi se la sognano”.</p>



<p>“No, mamma”, provo, “è che sono buone entrambe, lo so perché sono stato qui anche ieri sera, solo che non te l’ho detto perché poi mi dici sono sempre fuori, che è inutile vi chieda di coprire il finanziamento per il monopattino se poi gozzoviglio…”.</p>



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<p>“Vedi?: timoroso, incapace di autoregolarsi, non ha neanche il coraggio di parlare. Colpa tua, con quei due giorni in più all’Alpe di Siusi e nel mentre le iscrizioni chiudevano, e il figliolo dalle suore a imparare l’<em>Adeste fideles – </em>male, per altro, perché ieri mentre lo cantava in bagno ho sentito chiarissimo un <em>fidelis</em>, NEANCHE LA TERZA DECLINAZIONE ACCIDENTI A LUI NEANCHE LA TERZA, ‘la classe dirigente del futuro’, dicevano sul depliant, certo”.</p>



<p>“No, mamma, non è questo, è che…”.</p>



<p>“Zitto c’è il cameriere, non ti fare sentire che poi ti ci sputano, nella pizza, e farebbero bene perché ti ci sputerei anch’io”.</p>



<p>Il giorno dopo, in coda dietro a una signora con addosso un vestitone di canapa, a pensare ancora a mia madre, e al mio attuale guaritore. Un visionario, ha scalzato l’ultimo operatore olistico, a sua volta subentrato dopo un paio di trimestri al quarto psicoterapeuta gestaltico, trapassato per un sovraddosaggio di allucinogeni – la conversione once &gt; litri un macello, mica l’enneagramma. Con le provocazioni, suggerisce il guaritore, l’unica è lasciare correre. Fluire fluire fluire. Rispondere, invece, o mettersi sullo stesso piano, cercare di vincere lo scontro: tutto stress, modi per annacquare l’omeostasi.</p>



<p>“Buongiorno, un’informazione: fate anche le serali?”. La segretaria mi guarda. Scalza, in piedi alla scrivania, segna gli iscritti su un taccuino giallastro. “No, solo la mattina”. “Ci sono limiti d’età?”. “Limiti?”. “Appunto. Segni: Ubaldo Berti. Quando cominciano le lezioni?”. “Domani”. La classe dirigente del futuro. Come no. <em>À la guerre<strong>.</strong></em></p>



<p>La mattina dopo arrivo, e subito un primo errore: il “Bosco” nel nome della scuola non è allusivo. Non “la selva dell’apprendimento”, non “impariamo a orientarci nella cultura”. Le metafore le lasciano al liceo classico. Qui il letterale. E ci volevano gli chantilly. Io, invece, pensando di calarmi meglio nel contesto, ho optato per una <em>mise</em> dalemiana: polo a maniche corte, pulloverino, scarpe da barca. E pantaloni, anche, ovvio. Così slitto verso l’appello.</p>



<p>Il gruppo classe sta vorticando intorno a una delle maestre, che segna le presenze gettando dei ciottoli in un cesto di vimini. “Barni”, urla. E il Barni scocca una freccia. “Belli”. E la Belli emerge dal fango. Berti. “Presente”, urlo convenzionalissimo. “Fascio”, mi risponde un bambino biodinamico, appeso a un ramo a due metri dalla mia testa. Ottimo: si fa amicizia.</p>



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<p>Finito l’appello cominciamo la passeggiata. E subito stimoli, stimoli ovunque. Altro che sussidiario. Nell’ordine: un paio di zecche attaccate al pullover, una frasca che mi sferza l’occhio destro, colpi di tosse, starnuti, unghie nere, le grida felici di due studenti che alla passeggiata hanno preferito la corsa e ora provano a raggiungere le coclee della maestra dal fondo di un mezzo burrone. “Sarà il caso di aiutarli?”. “Come no, e magari poi li interroghiamo pure”, fa in tempo a redarguirmi una bambina, prima di raggiungerli. Madonna che figura da zotico. Ancorato alla didattica tradizionale.</p>



<p>E zotico mi confermo anche durante i laboratori. Mentre i miei compagni si danno chi alla falegnameria chi alla cura dell’orto, io mi accomodo sanguinando su un sasso e provo a improvvisare una garza sfogliando un kleenex 4 veli. Mi raggiunge la maestra. “Ubaldo”. Mi accarezza la testa, suo malgrado perché prima di uscire ho provato una nuova cera modellante applicando – come da istruzioni – una noce di prodotto. Cerca di pulirsi senza farsi vedere e continua. “Ubaldo, che ti va di fare?”. La guardo. “Non saprei, maestra. C’è qualche lezione?”. Compassione. “Ubaldo, ti ho chiesto: che <em>ti va</em> di fare?”. Non capisco. Sembra irritarsi. “Che cosa ti va, Ubaldo?”. Continuo a non capire. Intanto un calabrone le sorvola la spalla. Mi allungo per scacciarlo, lei scoppia di entusiasmo. Mi abbraccia. “Ecco, Ubaldo, ora ci siamo. IL CONTATTO. Relazionale, sensoriale, emotivo. Tocca, Ubaldo. TOCCA”. Mi scaraventa contro una pila di oggetti abbastanza angolosi. Cubi e cilindri di legno, lettere smerigliate, tavolette piene di rughe. “Tocca”, ripete. E io comincio a strofinare il palmo su una piccola scala, senza smettere di guardarla. “Così”, mormora allontanandosi. Mi lascia solo.</p>



<p>Tocco per una mezz’ora, variando quanto possibile. Struscio, picchietto, titillo. Massaggio, gratto, strizzo. Per un attimo penso pure di leccare, ma un bambino – lo stesso dell’appello – mi coglie mentre avvicino un cilindro alla punta della lingua e mi blocca. “Non lo farei”, perentorio. Così torno a tamburellare. E proprio quando sento che l’apprendimento sta per cominciare – lì, mentre mi sfrego il ginocchio con un parallelepipedo – la maestra ci chiama. È ora di mangiare. Peccato.</p>



<p>Altra gaffe, per fortuna questa non verbalizzata. Avvicinandomi alla mensa mentalizzo infatti grandi contenitori in polistirolo, cuochi con la cuffia, un civilissimo self service. Sciocco elettore di centrodestra. Qui il cibo lo preparano gli studenti, e lo servono in gamelle di alluminio. Adocchio i cucinieri, e all’imbarazzo subentra la speranza. Occasione di riscatto: perché il ragazzo magari non saprà manipolare i cilindri, ma ha in repertorio una maionese alla curcuma clamorosa. Mi addentro tra i giovani cuochi e acchiappo tre uova. Chiedo un minipimer. “Come no, e magari gli mettiamo anche un voto”, mi risponde la bambina che sta affettando i pomodori e parte delle sue falangi. Vado di forchetta. Il polso mi duole un pochino perché a forza di strofinare e picchiettare sono al limite della resistenza muscolare ma non demordo. Perfetta. Raggiungo gli altri e la presento con – non mi vergogno a dirlo – una certa boria. “L’hai pastorizzata?”, chiede un bambino. “No”, ammetto colpevole. Mi strappa di mano la ciotola e la tira contro un albero. “Ma con chi pensi di avere a che fare, con delle bestie?”. Sono irrecuperabile. Le suore mi hanno rovinato, ha ragione mia madre.</p>



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<p>Mi allontano avvilito. Prendo da una cesta un cubo di Rubik e mi metto a sedere su una panchina. Dopo un paio di minuti, mi raggiunge un bambino. “May I?”, mi chiede con perfetto accento dell’Oxfordshire. Annuisco. Si chiama Gionata, ha 7 anni, è al secondo anno di montessoriana. Dopo le presentazioni torno al cubo, mentre lui resta a guardarmi. Una, due, tre girate. Fallisco. Riprovo. Fallisco meglio, come direbbe quel debosciato di Beckett. Ma fallisco comunque. Alzo gli occhi a Gionata, che intanto ha acceso una Marlboro. “Vedi, Ubaldo”, mi dice. “<strong>Il guasto vero è che la gente pensa davvero che la scuola conti qualcosa. </strong>I vecchi borghesi con la fissa del liceo classico, le mamme fricchettone coi deodoranti in pietra d’allume gli approcci pedagogici alternativi. Ma la verità è che l’appalto educativo è tutto in carico alla famiglia. Che non lo cederebbe mai, pure fingendo di non volerlo. E d’altronde sarebbe follia pensare che 5 ore settimanali di latino o di laboratori nel bosco possano fare il pari con il lento e incessante lavorio della quotidianità domestica, delle cene babbo mamma fratelli, dei fine settimana noiosi. Tutti i discorsi sulla scuola – la scuola dovrebbe, la scuola potrebbe – sono diversivi, modi per scaricare la responsabilità dei danni irreparabili, anzi – concedimi l’anastrofe –, degli irreparabili danni causati dalle aspirazioni, dalle repressioni, dalle preoccupazioni che si respirano in casa. La scuola, ma anche il calcio, o il corso di danza, o l’ora di chitarra, nel migliore dei casi sono parcheggi, quando non – nel peggiore – rinforzi calibratissimi per corroborare il progetto familiare ideato intorno al figlio, che dovrà dimostrarsi ora un cacasenno che ha saputo leggere in metrica e oggi dirige con orgoglio l’azienda di famiglia, ora un anarchico insurrezionalista che ha imparato a non rispettare neanche i sensi unici dando libero sfogo alla sua sensorialità ciucciando pastelli già ciucciati in un bosco, proprio come noi, sciagurati senza speranza di salvezza”. Lo guardo. Spenge la sigaretta, sospira, si alza e si incammina. Attraversa gli altri bambini, le maestre, le gamelle con le posate di cartone, affonda un piede scalzo su un dodecaedro di legno ma senza dare a intendere dolore continua a camminare. Entra nella boscaglia, sparisce. <strong>Gionata ha capito</strong>. Vorrei rincorrerlo, raggiungerlo, abbracciarlo, dirglielo, ringraziarlo, chiedergli salvami, portami con te. Ma non posso. Non posso, perché questo cubo di Rubik m’è venuto un’altra volta metà giallo e metà blu e ora come Beckett provo ancora e se non mi riesce neanche stavolta dio santo lo tiro in un albero e poi prendo uno di quei tizzoni con cui stanno cucinando e vado ad appiccare il fuoco alla Fondazione Montessori.</p>



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		<title>Uccidi il semicolto che è in te</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Feb 2025 11:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dissesto editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Della stupidità intellettuale. Appunti sparsi sull'"Educazione sentimentale" e altro.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Flaubert è uno scrittore feroce. È lo scopritore della idiozia intellettuale contro la quale azionerà in tutta la sua vita artistica <strong>una speciale e acre ironia.</strong> Ancor prima dei nostri giorni in cui l&#8217;idiozia intellettuale ha raggiunto consistenze stratosferiche (nei film, nei libri, nei programmi televisivi), Flaubert aveva previsto già nella propria epoca, nella seconda metà dell&#8217;Ottocento, <strong>l&#8217;insufflarsi nelle menti, attraverso il processo di acculturazione di massa, di dosi massicce di &#8220;<em>médiocre</em>&#8220;, di &#8220;<em>poncif</em>&#8221; (dozzinale),</strong> di quella idiozia proveniente dalla mezza cultura che il critico americano Dwight Macdonald chiamerà negli anni &#8217;50 in America &#8220;Midcult&#8221; e che da allora si è diffuso come un blob in tutta l&#8217;infosfera.</p>



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<p>Contro questo pericolo da egli intravisto, Flaubert, a differenza della sua amica &#8220;socialista&#8221; George Sand, <strong>si oppose</strong>, da vecchio mandarino borghese, <strong>all&#8217;istruzione popolare</strong>. Perorava di dare ai poveri il pane ma non l&#8217;istruzione. Preconizzava che con l&#8217;istruzione i saperi si sarebbero diffusi in ragione aritmetica ma la stupidità dei semicolti, degli acculturati, degli &#8220;infarinati&#8221; sarebbe cresciuta in ragione geometrica. Sarebbe diventata devastante. Era in lui, questa, un’opinione rocciosa dalla quale mai defletté, e che mise al centro della sua rappresentazione artistica: dagli influssi nefasti della lettura in Emma Bovary e presso quell&#8217;idiota scientista di Homais, fino al delirio enciclopedico dei due sublimi idioti Bouvard et Pécuchet (da ora in poi B&amp;P, la sigla è più da idioti). Un suo chiodo fisso. Un aspetto imprescindibile della sua poetica, della sua visione<a href="#_ftn1" id="_ftnref1">[1]</a>.</p>



<p><strong>L&#8217;idiozia intellettuale è il frutto avvelenato dell&#8217;Illuminismo,</strong> l&#8217;esito non previsto dell&#8217;Enciclopedia di Diderot, del sapere dispensato a tutti. Forse Flaubert esagerava, o forse non sbagliava se avesse assistito come noi all&#8217;esplosione dei deliri dei semicolti in tempi di pandemia o al delirio genuino e universale in ogni campo del sapere&#8230;</p>



<p>Alcuni esempi oltre quelli noti a molti lettori come i disturbi comportamentali germinati nella testa di Emma Bovary in seguito alle sue eccessive letture, possono essere tratti anche da <em>L&#8217;educazione sentimentale</em> (da ora in poi <em>ES</em>). A comprova che nel Nostro <em>tout se tient</em> (tutto è collegato)<a href="#_ftn2" id="_ftnref2">[2]</a>.</p>



<p>In <em>ES</em> c&#8217;è questa figurina di Rosanette con la quale il mediocre Frédéric intreccia una relazione non di secondo momento se dà luogo a un parto e alla nascita di un figlio, anche se per sbaglio. Flaubert non è cattivo con questa &#8220;<em>lorette</em>&#8221; (una donna di facili costumi che passa da un letto all&#8217;altro) verso la quale ha accenti delicati in più punti della narrazione, come in seguito li avrà verso la &#8220;<em>servante</em>&#8221; Félicité di <em>Un cuore semplice</em>. <strong>L&#8217;artista non se la prende quasi mai con gli umili e i semplici di cuore</strong>. Sono <em>bêtè</em> anche loro, certo, stupidi, idioti intrisi di <em>bêtise</em>, ma di un’idiozia quieta, creaturale, naturale come quella delle bestie ruminanti appunto, i bovi (da cui l&#8217;artista prende le radici dei cognomi Bovary e Bouvard), non toccati dalla <em>bêtise</em> irredimibile, ovvero l&#8217;idiozia superiore, quella sublime, intellettuale.</p>



<p>Certo la sorprende a sbadigliare davanti alle reliquie della Grande Storia durante la gita a Fontainebleu, in cui lo stesso artista si lascia andare, dopotutto, allo scoraggiamento e/o alla malinconia davanti ai fasti transeunti delle Dinastie e delle Corti, alla mestizia sottocutanea del passaggio del tempo e alla diffusa “<em>éternelle misère de tout</em>” (l’eterna miseria di tutto).</p>



<p>F. scrive: «Elle [Rosanette] avait été sensible autrefois, et même, dans une peine de cœur, avait écrit à Béranger pour en obtenir un conseil&#8230;». (Rosannette in passato aveva mostrato sensibilità, e anche, soffrendo per amore, aveva scritto a Béranger per ottenere così un consiglio) Avete letto bene: Rosanette che scrive a Béranger, un poeta che Flaubert considerava mediocre per ricevere consigli in affari di cuore! <strong>Cercate di immaginare uno scrittore o un personaggio mediocre della ribalta di oggi cui la gente minuta scriva per conforto e ispirazione</strong>. Fate voi i nomi (di cui vi prendete la responsabilità della comparazione dileggiante): Veltroni? Gramellini? Signorini? Barbara D&#8217;Urso? C&#8217;è una sottile parodia in questa scena: è il pop che dialoga col trash. Béranger è un chiodo fisso per F. la sua bestia nera. Da notare che nella <em>Bovary</em>, nel ritratto di Charles, c&#8217;è questa annotazione. Charles «s’enthousiasma pour Béranger, sut faire du punch et connut enfin l’amour» (si entusiasmò per Béranger, imparò come fare del punch e conobbe infine l’amore). La successione delle &#8220;esperienze&#8221; di Charles è da &#8220;<strong>grottesco triste&#8221;, un trattamento stilistico frequente in Flaubert in cui egli mischia l&#8217;Alto e il Basso per farli cozzare assieme e vedere l&#8217;effetto che fa.</strong> L&#8217;autore qui dileggia il suo personaggio perché mette in successione esperienze volgari (imparare a fare il punch) e sublimi (la frequentazione della poesia di Béranger e la prima copula).</p>



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<p>Flaubert ritornerà spesso, anche in <em>ES</em> e altrove, su questo poeta francese, allora celebre, da lui ritenuto mediocre. In una lettera a L. de Cormenin (7 giu 1844) scriverà «On dirait que nous ne sommes faits que pour supporter une certaine dose de beau; un peu plus nous fatigue. Voilà pourquoi les natures médiocres préfèrent la vue d’un fleuve à celle de l’Océan, et pourquoi il y a tant de gens qui proclament Béranger le premier poète français». (Si direbbe che non siamo fatti che per sopportare una piccola dose di bellezza; qualcosina in più e ci affatichiamo. Ecco perché le nature mediocri preferiscono la vista di una fiume a quella dell’oceano, e perché c’è così tanta gente che proclama Béranger il primo poeta francese). Ma è alla Colet (27 sett 1846) che preciserà il suo pensiero: «Tu voudrais me faire connaître Béranger ; je le désire aussi. C’est une grande nature qui me touche. Mais il y a, je parle de ses oeuvres, un malheur immense, c’est la classe de ses admirateurs. Il y a des génies énormes qui n’ont qu’un défaut, qu’un vice, c’est d’être sentis surtout par les esprits vulgaires, par les coeurs à poésie facile. Béranger, depuis trente ans, défraye les amours d’étudiants et les rêves sensuels des commis voyageurs. Je sais bien que ce n’est [pas] pour eux qu’il écrit ; mais c’est surtout ces gens-là qui le sentent. D’ailleurs on a beau dire<strong>, la popularité, qui semble élargir le génie, le vulgarise, parce que le vrai Beau n’est pas pour la masse</strong>, surtout en France» (Tu vorresti farmi conoscere Béranger; lo vorrei anch&#8217;io. È un grande natura che mi commuove. Ma c&#8217;è, e parlo delle sue opere, un malessere immenso, ed è la classe dei suoi ammiratori. Ci sono geni enormi che hanno un solo difetto, un solo vizio, che è quello di essere sentiti soprattutto da menti volgari, da cuori di facile poesia. Per trent&#8217;anni, Béranger è stato oggetto di romanzi studenteschi e di sogni sensuali di commessi viaggiatori. So bene che non è per loro che scrive, ma è soprattutto questa gente che lo sente. Inoltre, <strong>la popolarità, che sembra elargire il genio, lo volgarizza, perché la vera bellezza non è per le masse</strong>, soprattutto in Francia).</p>



<p>La sentenza è definitiva<strong>. Il Bello non è fatto per le masse</strong>. Flaubert segna il distacco definitivo delle due entità. Da allora sarà così nell&#8217;epoca della riproducibilità tecnica. Flaubert segna la data di inizio di un fenomeno che da allora sarà dilagante. <strong>È la nascita del &#8220;demotico&#8221;</strong> di cui scriverà Hobsbawm nel <em>Secolo breve</em>. Non è a caso che F. inventerà per il suo Arnoux il titolo della sua rivista <em>L&#8217;Art industriel</em>, che riecheggia il titolo del saggio di Sainte-Beuve (del 1839) che per primo aveva segnalato il fenomeno <em>La littérature industrielle</em>, ossia un ossimoro nella sua visione artistica (se è Arte non può essere Industriale), e una forma sottile e sintetica di dileggio così frequente in lui.</p>



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<p><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> Detestava il sentimentalismo facile ma anche l&#8217;illusionismo intellettuale. Intendo dire che ci sono DUE forme di bovarismo (&#8220;<em>se concevoir autre qu&#8217;il n&#8217;est</em>&#8220;, secondo la formula di de Gaultier) in Flaubert. Un bovarismo sentimentale e uno intellettuale, ma entrambi trovano una fonte di alimentazione nella lettura di libri. Di Emma è noto il rapporto distorcente sulla sua personalità scaturito dalla lettura dei libri. La stessa cosa succede a Rosanette che scrive a Béranger (che evidentemente ha letto) per avere suggerimenti e conforto alle sue <em>affres</em> sentimentali. E d&#8217;altra parte cosa faceva l&#8217;estremista socialista Sénécal? Leggeva! E come? Ecco la frase di F. «et il cherchait dans les livres de quoi justifier ses rêves» (e cercava nei libri come giustificare i suoi sogni). Puro bovarismo intellettuale! Per entrambi F. nutre in fondo disprezzo intellettuale e comunque questo rapporto distorcente coi libri troverà completamento artistico e apoteosi sinistra nei due lettori compulsivi B&amp;P.</p>



<p><a id="_ftn2" href="#_ftnref2">[2]</a> <em>Tout se tient</em>. Flaubert, lo si scorda spesso, è un artista sommo, ma anche uno scrittore &#8220;intellettuale&#8221;. In <em>ES </em>questo secondo Flaubert è in pieno splendore, e ancor più lo sarà in B&amp;P. Ma man mano che procede in questo itinerario passa dall&#8217;esplorazione del cuore (Emma) a quella del cervello e cuore (Frédéric) a quella del cervello solamente (B&amp;P). Escludo il Flaubert orientalista in questa analisi, perché nell&#8217;Oriente Flaubert orienta (bisticcio volontario) il sogno e <em>la rêverie</em>. Lì in Oriente non c&#8217;è dissidio, tutto è immediato e non mediato, è natura non civiltà, e se è civiltà è civiltà morta, ha il fascino delle cose morte. Alberto Cento [<em>Il realismo documentario dell&#8217;Éducation sentimentale</em>] scrive una frase significativa: « A Salammbô concedeva tutto ciò che negava a Emma». Nell&#8217;Oriente Flaubert era fuori di sé e dunque non vedeva contraddizioni e insufficienze. Era quando tornava da questo sogno purpureo e gemmato che si sentiva costretto a vivere in un mondo e tra gente che lo stomacavano. Odiava il presente e i suoi abitanti e adorava il passato, l&#8217;Oriente e la storia come una forma di stordimento dell&#8217;io. Il suo oppio. Da qui molti contrasti e ironie. C&#8217;è molta ironia da disagio in lui&#8230; l&#8217;ironia dell&#8217;adattamento dell&#8217;ideale nel reale o piuttosto di una caduta rovinosa dell&#8217;ideale nel banale quotidiano. Come non amarlo?</p>
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