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	<title>Labranca Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Il Trash secondo Tommaso Labranca</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Apr 2025 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cattivi Maestri]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Intellighenzia]]></category>
		<category><![CDATA[Trash]]></category>
		<category><![CDATA[Andy Warhol]]></category>
		<category><![CDATA[Andy Warhol era un coatto]]></category>
		<category><![CDATA[emulazione]]></category>
		<category><![CDATA[giovane salmone del trash]]></category>
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		<category><![CDATA[Tommaso Labranca]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Estratti del libro "Andy Warhol era un coatto" (GOG 2025), di Tommaso Labranca, il libro che nasce, cresce e muore dentro il trash.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/il-trash-secondo-tommaso-labranca/">Il Trash secondo Tommaso Labranca</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Capitolo Zero</strong><br><br>Quando i casi della vita mi pongono di fronte a una cartuccia stereo 8 di Fausto Papetti, mi guardo intorno cercando negli altri uno sguardo di complicità. Ma il mio entusiasmo per l’impor­tante rinvenimento di un reperto trash è puntualmente raffredda­to poiché trovo sempre <strong>il nulla, la meraviglia, l’ignoranza e l’ine­sattezza.</strong> Spesso trovo anche una domanda: «Che cos’è il trash?».</p>



<p>Ogni volta che mi pongono questa domanda sono preso dal panico. Per me, che recepisco gli eventi trash non attra­verso la mediazione culturale ma lungo i canali di una miste­riosa telepatia, non è stato facile arrivare a dare una forma il più possibile razionale a questo universo in cui la materia più diffusa è l’irrazionalità. Temevo soprattutto che, descrivendo il trash, sarei dovuto ricorrere proprio a quelle mediazioni che, alla fine, l’avrebbero ucciso.</p>



<p>Di solito gli osservatori credono di raggiungere precisione e imparzialità ponendosi in orbita geostatica sull’oggetto del loro studio, avvertendo nel frattempo della loro totale non-appartenenza all’ambiente che analizzano. Io invece non mi trovo <em>sopra</em>, ma <em>dentro </em>al trash. Lo osservo e lo difendo attiva­mente dagli attacchi dei suoi molti nemici.<br></p>



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<p><br><strong>Come nasce un Giovane Salmone</strong></p>



<p>Secondo il credo dei mediocri che governano la nostra estet­ica tutte le cose che ci circondano non possono che ricadere necessariamente in uno dei due settori contrapposti:<strong> o brutto o bello, o alto o basso, o culturale o sottoculturale, o/o</strong>. All’origine di questo desiderio di ripartizione non c’è alcuna colpa: è natu­rale scegliere e catalogare le cose secondo la propria sensibilità. <strong>Il torto nasce quando la sensibilità personale viene sostituita dall’imposizione del <em>pregiudizio estetico</em></strong>.<br></p>



<p>Chi accetta e pratica questo comportamento manicheista rinuncia a giudicare un evento in base alla rispondenza con il proprio gusto e si dedica totalmente al pregiudicarlo in base alla sua consonanza con un canone imposto.<strong> Nel 99% dei casi quel canone è chiamato «valore culturale»</strong>. Insomma, chi accet­ta il pregiudizio delega a terzi la formazione del proprio gusto.</p>



<p>Il pregiudizio estetico possiede una forza che a volte può far perdere le speranze a chi voglia combatterlo: di fronte a una persona che lo applica, la ragione non riuscirà mai a spun­tarla. Se uno di questi personaggi è determinato a non voler vedere un certo film solo perché Maurizio Porro ne ha parlato male sul <em>Corriere della Sera</em>, nulla riuscirà mai a fargli cambiare idea. <strong>Il pregiudizio estetico è come un torrente impetuoso, inarrestabile, che con la sua forza cerca di convogliare a valle il consenso di ogni essere pensante.</strong></p>



<p>Ed ecco che sulle rive di quel fiume avviene la nostra tras­formazione. Siamo ritti sulla sponda e osserviamo il flusso dell’acqua. Possiamo restare lì e continuare a chiamarci osser­vatori, ascetici e al di fuori di ogni corrente. Possiamo gettarci in quel turbinio e farci comodamente trasportare nell’esaltazi­one del consenso collettivo. <strong>O infine, ed è ciò che vi invito a fare, possiamo sì gettarci in acqua ma, trasformati in <em>Giovani Salmoni del Trash</em>, dobbiamo essere pronti a risalire questo fiume ribollente di boria e ignoranza, dobbiamo raggiungerne le fonti e renderle aride.</strong></p>



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<p><br><br><strong>Come agisce un Giovane Salmone</strong></p>



<p>I Giovani Salmoni, nonostante il loro ruolo di osservatori cons­ci e difensori del trash, <strong>sono perfettamente uguali ai trashisti</strong>, ossia a quei milioni di persone che applicano, cercano, usano e sfruttano il trash senza però rendersene assolutamente conto.</p>



<p><strong>Ai Giovani Salmoni piacciono le cose brutte, basse e sottocul­turali che brutte, basse e sottoculturali però non sono realmente, ma tali vengono ritenute dai misoneisti,</strong> soprattutto da quelli che vedono costantemente intaccato il proprio ruolo dominante.</p>



<p>Per esempio, ai Giovani Salmoni piace guardare la televisione, non solo per fare un dispetto alla scrittrice Susanna Tamaro e ai suoi lugubri conniventi, ma proprio perché a loro piace.</p>



<p>Ai Giovani Salmoni del Trash piace il King Bacon di Burghy: affrontare la cedevolezza del pane intriso di salsa, attraversare le foglie di insalata, il bacon che scrocchia e finalmente, a metà della polpetta di carne, far incontrare l’arcata dentaria superi­ore con quella inferiore e in quel momento pensare a Gualtiero Marchesi e a tutti i detrattori del fast food.</p>



<p>Ai Giovani Salmoni del Trash piace guardare gli edifici IACP dalle cimase vagamente <em>postmodern </em>stagliate contro l’azzurro del cielo, meglio se con gli occhiali da sole che fanno da polarizza­tori, e fissando le loro forme e i loro colori inusuali richiamare alla memoria i testi degli architetti aggrappati al razionalismo più di quanto facciano certe signore con i loro fustini di detersivo.</p>



<p>Insomma, <strong>ai Giovani Salmoni piace fare tante cose che le menti eccelse dell’estetica <em>established</em>, se conoscessero il vero senso dell’espressione, definirebbero trash</strong>. Ma a loro piacciono senza condizioni né limiti e, quello che più conta, <strong>piacciono spontaneamente.</strong> Non è mai affettazione di un gusto degenerato. Se un Giovane Salmone dice che gli piace ascoltare <em>technorave</em>, la <em>drum </em>che pompa, le urla campionate, i giri tanto banali da cadere nel campo gravitazionale del pianeta Pace—Panzeri—Pilat, lo dice perché è vero che gli piace.<br></p>



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<p><strong>I cinque pilastri del Trash</strong></p>



<p>Dunque, proprio come fa un trashista, anche il Giovane Salmone si esprime liberamente nelle proprie scelte estet­iche. Questa <em>libertà di espressione </em>del proprio gusto è uno dei cinque pilastri del trash ed è un <strong>atteggiamento</strong> <strong>condiviso da milioni di persone anti-intellettuali.</strong></p>



<p>Si potrà osservare che questa è una libertà condiziona­ta, poiché, dicono, le masse sono controllate, il loro gusto è gestito dall’alto e i loro rappresentanti non posseggono alcu­na facoltà di discernimento. Ma questo non è quasi mai vero. Anzi, è vero il contrario. <strong>Sono gli intellettuali a essere rigor­osamente controllati e gestiti da se stessi e dall’immagine che si sono autocostruiti. Sono gli intellettuali, vero popolo bue, a non avere alcuna facoltà di discernimento, ad accettare tutto ciò che viene porto loro con lo sviante timbro di “evento culturale” e a rifiutare platealmente il resto.</strong></p>



<p>Troppo spesso si dimentica che la massa è fatta di singo­li. Certo, qualcuno tenta di guidare il gusto, ci riesce benis­simo e molti cadono in questa trappola, ma alla fine nessu­no segue esclusivamente la strada indicata. Fate un giro per i mercati rionali, stazionale davanti alle discoteche periferiche o alle scuole pubbliche, prendete l’autobus invece del taxi e vedrete come i diversi gusti imposti vengono mescolati, alterati, personalizzati fino a essere resi irriconoscibili. <strong><em>La contaminazi­one </em>è un altro pilastro del trash</strong>.</p>



<p>E se nella maggior parte dei casi le commistioni sono eseguite in maniera sconcertante o in base a giustificazioni sommarie è perché si risponde, inconsciamente, <strong>ai dettami di due ulteriori pilastri: l’<em>incongruità </em>e il <em>massimalismo</em></strong>, ossia il rifarsi a un modello senza preoccuparsi di imitarlo perfettamente.</p>



<p>Un’analisi più attenta del semplice giudizio sbrigativo e quasi infastidito espresso dagli intellettuali sulle tendenze di massa dimostrerebbe come quella libertà più che condizionata è guida­ta. Dietro quella libertà si nasconde un’azione che costituisce la vera molla principale di tutto il comportamento trash:<strong> il copi­are qualcuno</strong>. Se il fine di questi costanti tentativi di emulazi­one fosse il semplice emulare per la necessità di emulare, se il risultato di questo inarrestabile imitare fosse un esercito di cloni perfetti come i replicanti di Grace Jones nel video di <em>Demolition Man</em>, allora ci dovremmo prostrare al suolo davanti a chi tuona che siamo un branco di pecoroni. Invece questo non avviene: <strong>si imita non per il gusto sterile di imitare e confondersi con mille altri, ma per poter spiccare all’interno del proprio gruppo.</strong> Inol­tre il risultato di questa emulazione non è mai simile al modello. Si tratta dunque di una <em><strong>emulazione fallita</strong></em>.</p>



<p>Nel noto programma di vendite a domicilio <em>Domenica con Semeraro</em>, trasmesso da varie Tv locali un po’ in tutta Italia, il presentatore Walter Carbone cerca di emulare Pippo Baudo, ma non potendo invitare Madonna e dovendo ripiegare su Mario Tessuto, il suo risultato è trash.</p>



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<p>Nei suoi libri e film Alberto Bevilacqua cerca di emulare certi artisti aulici, ma innestando l’estetismo decadente sulla crapulaggine parmense, il suo risultato è trash.</p>



<p>Durante il TG4 Emilio Fede cerca di imitare la CNN, ma circondato da collaboratori surgelati come il tristemente celebre Paolo Brosio dal Palazzo di Giustizia di Milano, il suo risultato è trash.</p>



<p>Quest’ultimo pilastro, l’emulazione fallita, è dunque impor­tantissimo e basta da solo a soddisfare ogni tentativo di spie­gazione poiché, enunciandolo, è già venuta a galla la formula matematica del trash:</p>



<p><em>INTENZIONE — RISULTATO RAGGIUNTO = TRASH</em></p>



<p>Per chi ama la precisazione ecco l’emulazione fallita tras­formata in una formula matematica ancor più formalizzata, ma di facile applicazione:</p>



<p><em><strong>kS – R = T</strong></em></p>



<p>dove:</p>



<p><strong><em>k </em>Una costante (intenzione, povertà di mezzi, incapacità, contaminazione, incongruità, massimalismo, ritardo ecc.) che altera lo scopo</strong></p>



<p><strong><em>S </em>Scopo, cioè l’emulazione di un modello</strong></p>



<p><strong><em>R </em>Risultato, ciò che si ottiene</strong></p>



<p><strong><em>T </em>Trash!</strong></p>



<p>Di fronte a un evento estetico si provi ad applicare questa formula. <strong>Se T è diverso da 0, si è di fronte al trash.</strong> Semplice, tanto che non pare necessaria nessuna spiegazione ulteri­ore. E invece non è così, per colpa di quella <em>k</em>. Se non ci fosse quella costante d’alterazione tutte le emulazioni sarebbero riuscite e noi ci troveremmo a vivere (meschini!) in un mondo senza trash, davvero noioso e per nulla interessante. Invece la <em>k </em>c’è, assume forme infinite e la sua individuazione rende appassionante lo studio dei fenomeni trash.</p>



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		<title>“Prospettiva Nevskij” o del cialtronismo di Franco Battiato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Oct 2024 15:14:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Stroncature]]></category>
		<category><![CDATA[Trash]]></category>
		<category><![CDATA[Battiato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Durante la stesura di questo pezzo, Franco Battiato si è lasciato sottomettere al magnetismo di certe idee-forti che raccontano della Russia favolosa d’inizio secolo. </p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/prospettiva-nevskij-o-del-cialtronismo-di-franco-battiato/">“Prospettiva Nevskij” o del cialtronismo di Franco Battiato</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><br>Muoversi per il mondo provoca il cialtronismo? Anche il non viaggiare lo causa. <strong>Danni cialtroni possono essere compiuti anche stando a casa, viaggiando con la mente lungo i percorsi obbligati costruiti su iperconvinzioni culturali</strong>. Una volta lo ha fatto anche Franco Battiato.</p>



<p>Franco Battiato non è un potente-calamita. Spesso, <strong>anzi quasi sempre, è stato un anti-cialtrone</strong> che ha composto brani-collage lunghi e affascinanti come “Goûtez et comparez”, costruiti accostando elementi diversi. C&#8217;era la sigla della radio rumena e la lettura delle quotazioni dei pomodori, c&#8217;erano le note dell’organo della cattedrale di Monreale e i sussurri di imprecisati fornicatori. Nell’orecchio destro di Battiato entravano le idee-cuneo di ascolti che, nuotando nel <em>liquor cerebralis</em> secreto da una vite delle iper-convinzioni ben temperata, uscivano dall’orecchio sinistro sotto forma di suoni-concetto. Questi suoni-concetto erano presi e riportati così com’erano, uno dopo l’altro, <strong>e il risultato, che puntava al richiamo di atmosfere e di luoghi, era davvero favoloso</strong>, come sempre quando si lavora sugli elementi senza spiegarne i meccanismi di acquisizione.</p>



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<p>Come non lo è mai quando, per esubero d&#8217;intellettualismo, l’elemento che crea l’atmosfera non è riportato direttamente ma viene smontato, scardinato, addirittura commentato. <strong>Allora l&#8217;atmosfera muore, il lavoro diventa inutile, il prodotto diventa cialtronico</strong>. Inoltre la situazione peggiora quando un ambiente viene descritto con limitata cognizione di causa. La citazione di un elemento estraneo al mondo di un autore, la sua non-specializzazione, fanno in modo che, quando lo si vuole descrivere, <strong>si scelgano i concetti-base più deleteri</strong>. Franco Battiato è al tempo stesso cialtrone e non-cialtrone e forse è in questo la sua grandezza.</p>



<p><strong><em>Battiato non-cialtrone</em></strong>:</p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-2efd5a63277d7dae11a35007dc13471f">&#8211; Quello che ci parla di <strong>deserto</strong>, di <strong>sufi</strong> e che si reca tra i <strong>beduini</strong> “per fermare la latinizzazione della lingua araba”.</p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-1e3c4f409b3ba5d0d1ebedfbeb647e6d">&#8211; Quello che ha scritto il più bel verso mai composto sul modo in cui la cacofonia della guerra voluta da pochi irrompa indesiderata nella pace quotidiana di tanti: “<strong>Strano come i rombo degli aerei da caccia un tempo / stonasse con il ritmo delle piante al sole sui balconi</strong>”.</p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-9ad16444d968b74bf38cedda8a568035">&#8211; Quello che si fa scrivere i testi da <strong>Manlio Sgalambro</strong>.</p>



<p><strong><em>Battiato cialtrone</em></strong>:</p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-3740c2984c4e01e8d14511996929ce9e">&#8211; Quello che compone opere seguendo troppo da vicino il modello di <strong>Philip Glass</strong>.</p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-1c76e11002f1e55e00324f31d916e216">&#8211; Quello che ha scritto “<strong>Alexanderplatz</strong>” (<em>auf Wiederseeeehn</em>…) con il suo carico di soffitte berlinesi, freddi berlinesi, teatri berlinesi, prostitute berlinesi che si chiamano invariabilmente Marlene (ma sui marciapiedi locali è garantita la presenza di molte Ulla) e che costituisce una sorta di <strong>Salone Internazionale dell’Intellettuale Malaticcio e Perseguitato a Berlino Est</strong>. (<em>Quando C’Era Berlino Est</em>).</p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-9796e33108cbcc10f7792dc547995b6c">&#8211; Quello che ha composto “<strong>Prospettiva Nevskij</strong>”. Ma qui è di rigore un approfondimento.</p>



<p><br>Durante la stesura di questo pezzo, Franco Battiato si è lasciato sottomettere al magnetismo di <strong>certe idee-forti che raccontano della Russia favolosa d’inizio secolo</strong>. Allora, sotto l’effetto di una vite delle iperconvinzioni starata per l’entusiasmo, Battiato è diventato come quei registi americani che facevano vestire tutti i tassisti parigini dei loro film con basco e maglietta a strisce orizzontali e tutti i gondolieri veneziani con paglietta e maglietta a strisce orizzontali.</p>



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<p><br>Il titolo già dovrebbe metterci in allarme: “Prospettiva Nevskij”. La prima parte del nome, “prospettiva”, è solo la traduzione facilona, però diffusa, del vocabolo russo che significa “corso”. Quasi una traslitterazione, ma che Battiato trova necessaria. Se avesse intitolato “Corso Nevskij” un brano che vuole russeggiare, avrebbe ottenuto un risultato un po&#8217; riduttivo, addomesticante, provincializzante. <strong>Avrebbe riprodotto il gusto dello struscio domenicale e non quello di un viaggio esotico tra storia e cultura</strong>. Superato il titolo, tuffiamoci nel primo verso che recita “Un vento a 30° sotto zero”. La Prospettiva Nevskij è a San Pietroburgo. Dicono gli atlanti che questa nobile città, benché si trovi più a nord di Mosca, presenta un clima meno rigido di quello della capitale e <strong>anche il freddo più canino di gennaio conosce medie di soli -7° C</strong>.</p>



<p><br>Naturalmente, la drammaticità della composizione non avrebbe permesso una strofa così composta: “Un vento a sette gradi sotto zero…”. Provate a cantarla. Sentirete che non c’è pathos <strong>e basta una sciarpetta per distruggere sul nascere lo stereotipo del freddo siberiano cui Battiato intende</strong> <strong>riferirsi,</strong> impegnandosi anch’egli a tracciare, con la massima precisione e un pezzetto di lingua che spunta dall’angolo della bocca, il disegno di un cosacco riportato sul suo album “Roselline”. Un cosacco facilitato nei contorni, di quelli da avanspettacolo che ballavano le danze tipiche non accovacciati ma “seduti su uno sgabello” (citazione da “Paperino e la casacca cosacca”). Lo stesso copiato dagli autori dei versi cantati da Adriano Celentano parecchi lustri or sono: “Mi sembri la figlia / di un capo cosacco / con quegli stivali / e quel nero colbacco”.</p>



<p>Definiamola una licenza poetica: poiché un vento a soli sette gradi sotto zero non avrebbe reso possibile la scrittura di un verso successivo, quello in cui il vento “a tratti, come raffiche di mitra, disintegrava i cumuli di neve”. <strong>A trenta gradi sotto zero i cumuli di neve sono ormai piccoli ghiacciai compatti che nessun vento può disintegrare</strong>; ma non è solo questo che colpisce. È che il cosacco di “Roselline” ha in testa un colbacco di pelo e allora in Russia deve necessariamente fare freddo.</p>



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<p>Dicono ancora gli atlanti che d’estate Mosca tocca medie di 17° C, San Pietroburgo di 16° C. Sul Mar Nero, dove andavano in vacanza i membri dell’Apparat, a luglio si toccano addirittura i 25° C. <strong>Nessun cialtrone riesce però a cantare la Russia come fosse Portofino</strong>. Purtroppo il cialtrone non ama le contaminazioni intelligenti fatte con spirito (torniamo a Elio e le Storie Tese), <strong>così non comporrà mai un motivetto balneare d’ispirazione russa (I’ve found my love in Sevastopol’</strong>) e pretende invece l’ordine e la disciplina delle tabelle: trovate il motivo romantico nella casella all’incrocio tra la colonna Estate e la riga località marina.</p>



<p>Ancora una volta l’ordine come risultato del teratomorfismo mentale. Lo stesso procedimento tabellare è seguito da Franco Battiato, il quale non vuole rinunciare a un po&#8217; di imprecisione geografica. Dove siamo? <strong>Improvvisamente “le piazze vuote e i campanili” che credevamo parti urbanistiche di San Pietroburgo diventano in una strofa successiva scenari siberiani non meglio precisati e vediamo “intorno i fuochi delle Guardie Rosse accesi per scacciare i lupi e vecchie coi rosari”</strong>. Tipico della scrittura cialtronica è questo iperspaziare in tutti i sacrari della banalità geo-folcloristica. Le Guardie Rosse dunque non possono mancare e nemmeno i lupi, che vivono un po&#8217; dappertutto in Europa centrale, in America, in Asia, ma che diventano quasi un&#8217;esclusiva di questo delizioso quadretto da Beriozka perché così vuole la saggezza dei popoli: quando ci sono trenta gradi sotto zero non si può certo dire che faccia bel tempo e quando il tempo è brutto si dice che c’è fuori un tempo da lupi ed ecco che a trenta gradi sotto zero appaiono i lupi.</p>



<p>Su tutta questa meraviglia vegliano le vecchie con i rosari. <strong>Sono sempre le solite vecchie, avranno almeno 235 anni</strong>. Sono sopravvissute alle temperature polari, ai lupi, alla Rivoluzione d’ottobre e sono ancora lì coi rosari in mano, gli sciali sulla testa, i rubli in tasca, le icone alle pareti, i ritratti dello zar, i samovar <strong>e tutta quell&#8217;altra paccottiglia eurorientale che alcuni polacchi vendono un po&#8217; ovunque in provincia di Milano</strong>, in mercatini improvvisati.</p>



<p><br>Intanto, cacciati i lupi e sistemate le vecchie, cosa resta da fare a Battiato? Poco. <strong>Se ne sta con altri “seduti sui gradini di una chiesa” ad aspettare che escano le donne. Tutto il mondo è paese: credevamo di essere in Russia e invece siamo nella piazza principale di Ramacca </strong>(CT, 9324 ab., 270 m slm). Evidentemente la canzone è stata scritta da Franco Battiato in uno di quei pomeriggi di calura e mollezze sicule che non sto a descrivere perché, non avendoli vissuti, rischierei di fare le sue stesse figuracce, ma per i quali rimando ad alcune scene di film-commedia ambientati nell’isola. Però una cosa è il clima siculo, altra cosa la rigidità sovietica descritta dallo stesso Battiato all’inizio della canzone. Sui gradini della chiesa, a trenta gradi sotto zero, ci saranno dei ghiaccioli… &nbsp;Questo è però solo un attimo di smarrimento geografico, subito ci si riprende al verso successivo, quando “guardavamo con le facce assenti la grazia innaturale di Nijinski”.</p>



<p><br>Riassumo la scena epocale: vento a trenta gradi sotto zero che disintegra i cumuli di neve. Nonostante ciò, le Guardie Rosse cercano di accendere i fuochi. Chi fuma sa quanto sia difficile tenere acceso anche un Bic in una giornata di brezza <strong>ma le Guardie Rosse accovacciate continuano a sfregare i legnetti e intanto tengono lontani i lupi, scalciando</strong>, che a vederli pare stiano ballando proprio come fanno i cosacchi. Intorno ci sono le vecchie con i rosari, mentre un&#8217;orda di donne esce dalla chiesa spettegolando in russo medievale stretto. In mezzo a questa situazione da incubo, sotto gli occhi di alcuni impassibili picciotti della steppa ormai congelati, c’è Nijinskij, naturalmente in calzamaglia, <strong>che non bada al gelo, ai lupi, alle vecchie e balla con grazia innaturale.</strong></p>



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<p><br>“E poi di lui s’innamorò perdutamente il suo impresario e dei balletti russi”. Al di là dell’incomprensibilità sintattica di questa frase, è scioccante il modo in cui, con una trasposizione spazio-temporale che ha del miracoloso, Battiato interrompe la descrizione meteorologico-religiosa per farci una lezioncina <strong>culturale che se da una parte affonda nel più becero nozionismo liceale, dall’altra sprofonda nel pettegolezzo più indegno</strong>, poiché le donne uscendo dalla chiesa stanno proprio servando sulla tresca tra il losco Diaghilev e il povero Nijinskij, sottile, pallido e un po’ perso.</p>



<p>Proseguiamo in questa estenuante analisi. “L’inverno con la mia generazione, le donne curve sui telai vicino alle finestre”. Al di là dell’anacoluto, nasce prepotente a questo punto l&#8217;interesse per l&#8217;uso della prima persona cialtronica plurale su cui si basa l&#8217;intera canzone (aspettavamo, guardavamo, studiavamo, di nuovo aspettavamo). <strong>I pronomi personali cialtronici identificano persone fittizie, in questo caso una mia generazione non meglio precisata, una collettività indefinita, forse un gruppo di artisti o magari solo una compagnia di ex alpini</strong>, che comunque è necessaria a segnare i confini in cui muoversi. Questa prima persona cialtronica plurale fa il paio con la terza persona cialtronica plurale, anch&#8217;essa non delineata apertamente, che tornava quotidianamente nei titoli di prima pagina de “Il Giornale” ai tempi dell’indimenticata direzione di Vittorio Feltri: “Vogliono portarci via la tredicesima”, “Non sanno fare nemmeno le lotterie”, “Stanno per rubarci anche le mutande”. Nel caso di Feltri la persona vaga era chiaramente un nemico, nel caso di Battiato la persona vaga diventa uno scudo, un rifugio, uno stile di vita.</p>



<p>Segue ora il verso clou di tutto il brano, quello per il quale non vale nemmeno più la pena proseguire: “Un giorno sulla Prospettiva Nevskij, per caso vi incontrai Igor Stravinskij”. Battiato non incontra Sergheij Passievic o Svetlana Staronovna e nemmeno Vladimir Nicolaievic, insomma una persona qualunque. <strong>No, incontra Igor Stravinskij perché così si conclude la raccolta di figurine “Grandi Personaggi della Russia di inizio Secolo”.</strong></p>



<p><br>A questo punto tutto crolla miseramente; la Russia, i balletti e le chiese cadono al suolo e quello che ci girava nelle orecchie fin dall’inizio della canzone ora esplode in tutta la sua pienezza e al centro delle rovine resta in piedi solo una tavolata di maggiaioli già ubriachi. “Prospettiva Nevskij” non è un pezzo di musica colta con un testo di ispirazione culturale. <strong>Questo è solo uno stornello popolaresco nascosto sotto uno strato di guano culturale.</strong> L’assonanza Nevskij/Stravinskij più che di vodka sa di chianti in quanto è strettissima parente di altre assonanze tipo “Fior di verbena / il mal dentro al core non si sana / più aspetto e più cresce la mia penaaa…”.</p>



<p>Ci si provi a cantare il testo di “Prospettiva Nevskij” su accompagnamento delle stornellate e ci si accorgerà di come le parole si incastrino perfettamente in quel ritmo.</p>



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<p>(da “Chaltron Hescon. Fenomenologia del cialtronismo contemporaneo”, Einaudi, 1998).</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/prospettiva-nevskij-o-del-cialtronismo-di-franco-battiato/">“Prospettiva Nevskij” o del cialtronismo di Franco Battiato</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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		<title>Il salotto più importante d&#8217;Italia, è quello di Paola&#038;Chiara</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Jul 2024 10:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>«"A questo punto può anche venire la fine del mondo, perché tanto nulla potrà mai superare quanto ho vissuto…", penso prima di addormentarmi, ancora incredulo per il destino che gli dei mi hanno riservato. Sono stato a cena con Paola e Chiara.»</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/il-salotto-piu-importante-ditalia-e-quello-di-paolachiara/">Il salotto più importante d&#8217;Italia, è quello di Paola&amp;Chiara</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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<p>Il 4 giugno su Facebook si diffonde la notizia: <strong>Paola &amp; Chiara, un po’ disilluse dal mondo musicale, pensano di ritirarsi</strong>. A conferma della ottusa stupidità che circonda le due ragazze, inizia sul social network un circolare di commenti poco gentili e ancora meno originali. A stilarli, la stessa gente che si lascia abbindolare da gruppetti e solisti britannici senza alcun talento, <strong>la gente che va a ubriacarsi di pessima birra a ogni concertino dell’ultimo idolo hipster con data di scadenza settimanale</strong>, la gente che riesce a esaltarsi dopo 40 anni per le canzoncine degli Abba.</p>



<p><br>Gente così, senza alcun valore umano, si permette di fare ironie su due ragazze che potrebbe ignorare, come si dovrebbe ignorare ciò che non ci interessa. Ma nessuno evidentemente desidera perdere un’ulteriore occasione per dimostrare la propria presunta superiorità intellettuale.</p>



<p><strong><br>Grazie a Paola &amp; Chiara ho vissuto uno dei momenti più elevati della mia vita</strong>, quando mi vidi compreso tra i ringraziamenti nelle note di copertina di Television. Nell’occasione, riprendo il resoconto di una serata vissuta esattamente tredici anni fa. «A questo punto può anche venire la fine del mondo, perché tanto <strong>nulla potrà mai superare quanto ho vissuto</strong>…», penso prima di addormentarmi, ancora incredulo per il destino che gli dei mi hanno riservato. <strong>Sono stato a cena con Paola e Chiara</strong>.</p>



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<p><br>Ecco… queste otto parole permettono di dire quanto è accaduto, ma lo enunciano solo, freddamente. <strong>Non riescono a rendere l’insondabile profondità interiore e intellettuale che ho attraversato durante le cinque ore di quell’incontro conviviale</strong>. L’evento era stato lungamente previsto da Tommaso Pellizzari, ma per gli impegni delle due sorelle canore era stato sempre rimandato. Finalmente agli inizi di giugno la comunicazione tanto attesa: Paola e Chiara sono disponibili!</p>



<p><br>I giorni che mi hanno diviso dalle 21.30 dell’8 giugno 2001 sono stati <strong>giorni di ripensamenti, di angosce, di desideri di rinuncia, di subitanei ottimismi, di incredulità e di speranza</strong>. Alle 19.15 avevo persino invocato un’improvvisa guerra nucleare che rendesse impossibile un incontro al quale non ero ancora spiritualmente preparato. Sono arrivato da Pellizari alle 21.20, con dieci minuti di anticipo, armato di macchina fotografica e torta alla frutta d’ordinanza. Ho citofonato. Per evitare fotografi, curiosi, giornalisti avevamo stabilito un codice di ingresso e Tommaso Pellizzari ha infatti detto: «C’è qui già Goran Kuzminac». A quel punto avevo già completamente dimenticato la controparola d’ordine, rischiando di non essere ammesso. Ma mi sono subito ripreso e ho risposto: «Bene, io sono con Claudio Lolli». <strong>E la porta del paradiso si è aperta con uno scatto metallico</strong>. </p>



<p>Da Pellizzari c’era già Aldo Nove che proveniva dalla FNAC di via Torino dove aveva appena finito di presentare un pittore in una situazione molto culturale. Io non avevo avuto una giornata culturale. Ero stato in posta, poi in bicicletta e basta.<strong> Aldo Nove era più emozionato di me, eppure lui era abituato a incontrare Alda Merini</strong>.</p>



<p>Alle 21.30 precise ecco il citofono: erano loro! Aldo Nove e io siamo stati presi dal panico. Poco meno di 55 secondi, il tragitto dell’ascensore, e Paola e Chiara si sarebbero manifestate davanti ai nostri occhi, non in formato catodico, ma reale! <strong>Pellizzari fingeva di essere tranquillo,</strong> continuando a cucinare, ma io vedevo che alla luce della cappa impallidiva sempre più. Aldo Nove e io allora ci siamo seduti sul divano e abbiamo iniziato a parlare di cultura ed estetica. Avevamo deciso rapidamente una strategia di simulata indifferenza, le avremmo appena salutate e poi avremmo ripreso le nostre conversazioni sull’arte. Aldo Nove stava parlando di fenomenologia della conoscenza quando in corridoio abbiamo sentito le voci delle due. Ho sussurrato: «Facciamo finta che sia un disco…», ma subito dopo P&amp;C si sono materializzate davanti a noi, con in mano un sacchetto di plastica azzurro e dentro la metà di una anguria enorme.</p>



<p><br><strong>Ricordo con la vaghezza di un sogno quanto è successo dopo</strong>, mentre le due divine ci narravano delle loro crisi e dei loro successi. Spesso succede di capire gli ultimi quartetti di Beethoven solo dopo aver letto delle poesie di Goethe. Almeno così mi aveva detto una volta una ragazza delle valli bergamasche che stirava le camicie in casa di un mio amico ricco e dopo aver seguito un corso di autoconoscenza era molto cambiata, ma raccontava quelle cose ancora stirando. <strong>Capii allora che la cultura non paga</strong>.</p>



<p><br><strong>Ebbene, dopo aver sentito dalla viva voce di Chiara il racconto della crisi, della rinascita e del loro sciagurato viaggio alle Seychelles ho capito a fondo <em>Vamos a bailar</em></strong>, ogni verso del brano aveva un suo perché, ogni vocabolo contava, compreso quell’oltreoceano che ora aveva un suo nome.</p>



<figure class="wp-block-embed alignfull is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe title="Paola &amp; Chiara - Vamos a Bailar (Esta Vida Nueva) (Official Video)" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/Wzr0Tb81XtE?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div><figcaption class="wp-element-caption">Ora mi sento rina-sce-re</figcaption></figure>



<p><br>Andy Warhol ricorda che nel privé dello Studio 54 erano tutti talmente famosi che alla fine nessuno lo era perché nessuno riconosceva nell’altro l’aura del VIP, abbagliato com’era dalla propria. Anche a quel tavolo eravamo tutti veri VIP e lo dimostrava inequivocabilmente un elemento: <strong>eravamo stati tutti ospiti di <em>Kitchen</em> con Andrea Pezzi su MTV. </strong></p>



<p>Perché allora chi non era stato a<em> Kitchen</em> non poteva dirsi VIP. E potrei anche fare i nomi di persone che si credono magari degli scrittori, ma non sono mai andati a <em>Kitchen </em>e quindi non sono considerabili nel novero degli scrittori di successo. Pellizzari aveva scelto una colonna sonora da febbre terzana, ma quando si sono levate nell’aria le note di <em>Pensami</em> di Julio Iglesias gli occhi delle sorelle si sono inumiditi e le due si sono messe a raccontare della discoteca di famiglia composta da Iglesias, Papetti, Tom Jones e altre delizie.</p>



<p><br><strong>A quel punto la <em>koinè</em> era dichiarata.</strong> Paola ha iniziato a canticchiarci sopra, Chiara l’ha seguita e dopo poco anche Pellizzari non ha resistito e si è lasciato andare. <strong>A quel punto come potevo trattenermi io?</strong> E mentre ormai eravamo in quattro, Aldo Nove è tornato dalla cucina e si è prontamente inserito. Ho anche registrato con la digitale 56 secondi di questo quintetto meraviglioso, purtroppo andati persi. Ma è meglio così. </p>



<p><strong>A tarda ora l’assemblea si è sciolta.</strong> Davanti al portone Paola e Chiara hanno tratto dalle borse due copie del loro ultimo singolo per Aldo Nove e per me e mentre cercavamo una penna e loro autografavano le copertine c’era il taxi che le aspettava. «<strong>Una cosa davvero newyorchese</strong>», ha detto Pellizzari quando gli ho raccontato l’accaduto. Perché si sa che a New York i taxi costano molto meno che a Milano e tutti li prendono.</p>



<p><br>Ho riaccompagnato Aldo Nove a casa. <strong>Non riuscivamo ancora a credere di non aver sognato</strong>. Allora Aldo Nove mi ha detto: «All’inizio eravamo intellettuali da una parte, cantanti dall’altra… ma dopo siamo diventati tutti gli stessi disperati.» In effetti i racconti di show-case nei centri commerciali o di partecipazioni ai più tristi spettacoli televisivi fatte solo per pagare l’affitto ricordavano molto la nostra storia di lavoretti estemporanei, articoli per giornali, presentazioni e altre cose fatte solo per meri motivi di sopravvivenza economica. «<strong>Però noi non saremo mai fotografati tette contro tette da Fabrizio Ferri</strong>», ho precisato con tristezza ad Aldo Nove.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/il-salotto-piu-importante-ditalia-e-quello-di-paolachiara/">Il salotto più importante d&#8217;Italia, è quello di Paola&amp;Chiara</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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