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	<title>letteratura italiana Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Il romanzo italiano contemporaneo è fermo al Novecento, ma con gli smartphone</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Aug 2026 08:29:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È come se una parte della letteratura contemporanea (gran parte di quella italiana mainstream almeno, quella premiata e riconosciuta) continuasse a raccontare esseri umani novecenteschi dentro un mondo che non è più novecentesco.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/il-romanzo-italiano-contemporaneo-e-fermo-al-novecento-ma-con-gli-smartphone/">Il romanzo italiano contemporaneo è fermo al Novecento, ma con gli smartphone</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">A cosa serve un libro? Perché leggiamo?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Credo che si possa certamente leggere solo per piacere, o per intrattenersi, ma alle volte, più profondamente, si legge per trovare una prospettiva nuova, magari disturbante (o magari no), attraverso cui interpretare meglio la vita, il presente, l’essere umano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un libro (e spesso così accade con i buoni libri) offre la possibilità di un nuovo punto di vista. Non racconta solo una storia, ma in un certo senso modifica, più o meno temporaneamente, il nostro modo di guardare la realtà.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se chiediamo alla letteratura anche di offrirci una chiave per interpretare la realtà, diventa allora legittimo domandarsi quale realtà la narrativa contemporanea scelga di rappresentare e quale, invece, lasci ai margini. I romanzi attuali riescono ancora a cogliere le forze che oggi ci stanno trasformando? Da questo punto di vista, il recente vincitore del Premio Strega offre un caso particolarmente interessante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Premio Strega: ha vinto un bel libro contemporaneo</p>



<p class="wp-block-paragraph">Michele Mari ha vinto lo Strega con&nbsp;<em>I convitati di pietra</em>, e la qualità letteraria del romanzo è difficile da mettere in discussione.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>I convitati di pietra</em>&nbsp;è un romanzo dalla prosa impeccabile, dallo stile colto, talvolta incline al citazionismo e che mette al centro tematiche eterne come l’amicizia, la rivalità, il denaro, la morte, la memoria, la vecchiaia. La premessa narrativa funziona: un gruppo di ex compagni di scuola si organizza per versare ogni anno una somma in un fondo comune, creando un patrimonio che sarà destinato agli ultimi tre che rimarranno in vita nel corso degli anni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mari sa lavorare su questo materiale con una libertà che pochi scrittori italiani contemporanei possiedono e il risultato è un romanzo corale, a tratti crudele, attraversato da un grottesco che a tratti ricorda&nbsp;<em>Viaggio al termine della notte&nbsp;</em>di Céline<em>.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Proprio perché si tratta di un libro riuscito non ha bisogno di essere difeso né attaccato, ma può essere analizzato come caso emblematico di una tendenza della narrativa italiana contemporanea.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una premessa, prima di procedere, è doverosa: con presente non intendo la semplice presenza di oggetti contemporanei. Un romanzo non è attuale perché i personaggi usano lo smartphone o aprono i social network. Intendo con presente qualcosa di più profondo: il mio dubbio è capire se la narrativa odierna riesca a rappresentare esseri umani la cui memoria, attenzione, identità e vita relazionale sono state (già da tempo!) trasformate dagli strumenti tecnologici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il romanzo di Mari attraversa i decenni, partendo dal 1975 e chiudendosi nel 2050, ma durante tutto l’arco narrativo non appare quasi per nulla una parte essenziale dell’oggi e del domani: nessun personaggio al cellulare, nessun social network, nessun reel, nessuna app di incontri. L’unico contatto con la tecnologia moderna è l’elevato consumo di pornografia di uno dei personaggi coinvolti nella storia. Più ancora dell’assenza degli strumenti, colpisce l’assenza delle conseguenze che quegli strumenti hanno prodotto, tanto che non ci sono relazioni mantenute a distanza, né identità pubbliche aggiornate online, nessuna foto o memoria affidata ai server digitali, nessuna vita altrui osservata da uno schermo (e il personaggio di&nbsp;<em>Brodo&nbsp;</em>sarebbe stato perfetto per questo).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente la letteratura non deve essere cronaca e non serve infilare smartphone, social, intelligenze artificiali e notifiche in ogni pagina, ma c’è una differenza tra non inseguire l’attualità e rimuovere le forze che organizzano la vita. L’assenza della tecnologia in un romanzo ambientato nell’oggi non è solo una scelta stilistica, ma diventa una posizione, anche se involontaria. Perché oggi la tecnologia non è uno sfondo, ma una delle forze che ha profondamente mutato il nostro rapporto con il tempo, con la memoria, con il desiderio (perché lo espone continuamente a immagini, confronti, possibilità) con l’amicizia (perché trasforma la distanza in presenza con la condivisione e la presenza in distrazione), con la reputazione (perché rende ogni dato potenzialmente eterno e misurabile).</p>



<p class="wp-block-paragraph">A volte modifica perfino la metabolizzazione del lutto, perché i morti possono continuare a comparire nei nostri feed, nelle nostre liste contatti, o fra i messaggi audio, i video e le foto che il nostro stesso telefono a volte ci ripropone.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È come se una parte della letteratura contemporanea (gran parte di quella italiana&nbsp;<em>mainstream&nbsp;</em>almeno, quella premiata e riconosciuta) continuasse a raccontare esseri umani novecenteschi dentro un mondo che non è più novecentesco.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Analizzando i libri più visibili e premiati degli ultimi anni emerge una certa difficoltà nel confrontarsi direttamente con il presente tecnologico. Molte opere scelgono il passato (passato prossimo in&nbsp;<em>Chi dice e ci tace&nbsp;</em>di Chiara Valerio, remoto in&nbsp;<em>Platone. Una storia d’amore</em>&nbsp;di Matteo Nucci), il memoir fatto di dolore privato (<em>Lo sbilico</em>&nbsp;di Alcide Pierantozzi o&nbsp;<em>Come d’aria</em>&nbsp;di Ada D’adamo), o ambientazioni nelle quali la tecnica resta marginale (vedi&nbsp;<em>I convitati di pietra</em>&nbsp;di Michele Mari, ma anche&nbsp;<em>L’età fragile</em>&nbsp;di Donatella di Pietrantonio, dove si vuole anche parlare ai giovani d’oggi, in qualche modo).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Queste sono scelte pienamente legittime, ma considerate nel loro insieme, sembrano descrivere una narrativa che preferisce esplorare conflitti familiari, dolore privato, memoria e identità lasciando sullo sfondo gli strumenti che oggi mediano (acutizzando o anestetizzando) anche quei conflitti e dolori. Un’eccezione interessante è&nbsp;<em>Romanzo senza umani</em>&nbsp;di Paolo Di Paolo, nel quale la tecnologia, per il protagonista, diventa anche uno strumento di comunicazione e di riappropriazione e reinterpretazione del passato.</p>



<figure class="wp-block-image"><a class="image-link image2 is-viewable-img can-restack" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!wFru!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F70229990-af6b-451d-a4fc-9fde900bf118_1672x941.gif" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><img decoding="async" src="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!wFru!,w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F70229990-af6b-451d-a4fc-9fde900bf118_1672x941.gif" alt=""/></a></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Molti dei romanzi diventati “classici” non hanno raccontato anime astratte sospese nel vuoto. Dostoevskij non scriveva soltanto della colpa, del nichilismo o della fede: scriveva di questi temi dentro la San Pietroburgo del suo tempo, dentro le ideologie, le mode e le contraddizioni di quell’epoca. David Foster Wallace ha costruito una parte decisiva della propria opera intorno all’industria dell’intrattenimento, alla dipendenza e alla saturazione dell’attenzione proprie della modernità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mari ha scritto un gran romanzo e ha meritato lo Strega, ma proprio per questo&nbsp;<em>I convitati di pietra</em>&nbsp;permette di farsi una domanda più scomoda: perché tanta letteratura contemporanea sembra voler raccontare il nostro tempo lasciando fuori tantissimo di ciò che lo definisce?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è necessario riempire i romanzi di tecnologia, ma è necessario capire che la tecnologia ha già riempito noi, ci ha cambiato e ha cambiato il modo in cui ci rapportiamo agli altri e al mondo. Questa domanda non riguarda Mari, o lo Strega, ma tutti coloro che vorrebbero raccontare il presente, o aggiungere una chiave di interpretazione all’oggi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se la letteratura non trova parole per fare i conti con strumenti così pervasivi, chi racconterà davvero il nostro tempo? Il rischio è che, per comprendere il presente, si trovi più materiale in pochi minuti di scroll sui social che in molti romanzi dichiaratamente contemporanei.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse anche questo contribuisce, almeno in parte, a spiegare perché una quota crescente di pubblico, non cerchi più nei libri gli strumenti con cui interpretare il mondo in cui vive (quello vero!).</p>



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		<title>Su Petrolio e l’omicidio di Pasolini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Apr 2026 17:58:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Anni '70]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Pasolini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È innegabile che l’eccessivo immaginario sessuale del romanzo ha un effetto anestetizzante, un velo che occulta il sostrato di un linguaggio politico accusatorio. Dunque è necessario leggere tra le righe.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Nella notte tra l’1 e il 2 Novembre 1975, un uomo di mezza età si trova nell’Idroscalo di Ostia, cercando di avere un rapporto sessuale con un ragazzo ben più giovane di lui. Quell’uomo è Pier Paolo Pasolini, cineasta, poeta, scrittore, un intellettuale multiforme tra i più importanti del XX secolo. In quella notte a cavallo tra il sabato e la domenica, Roma dormiva, dopo l’ennesima settimana interminabile. Pasolini invece moriva brutalmente, colpito con un bastone e successivamente travolto con la sua stessa auto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La ricostruzione ufficiale dell’omicidio accusa come unico colpevole Giuseppe Pelosi, il minorenne con cui si stava intrattenendo lo scrittore. I giornali parlarono di un rapporto sessuale non consensuale finito in tragedia. I critici si avventarono sul morto come avvoltoi, accusandolo di violenze su minori ed altre becere iniziative: “Se l’era cercata”, insomma.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ad oggi la situazione è molto più complessa di quello che sembri. È probabile che Pasolini sia stato ucciso da un gruppo di uomini, forse sicari, ma mandati da chi? E perché soprattutto? Bisogna avere un occhio di riguardo per gli ultimi lavori del friuliano e la complessa situazione politica nell’Italia degli anni ‘70.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli italiani non se la passavano bene in quel periodo, per varie ragioni. In primis, il “miracolo economico” che perdurava dal dopo guerra ebbe una brusca battuta d’arresto. Potremmo riassumere il sentimento degli italiani di quegli anni con una parola: diffidenza. Diffidenza perché si erano aperte delle crepe insanabili nelle istituzioni in cui l’italiano credeva fermamente. Gli operai scioperavano in tutta Italia, il PCI di Berlinguer stava diventando il partito di sinistra più influente d’Europa. Il governo era appannaggio della Democrazia Cristiana da tempo; la Guerra Fredda era entrata anche in Italia, con complessi meccanismi di potere da una parte e dall’altra. Questa netta divisione viene esasperata dal terrorismo degli anni di piombo. Si aveva paura anche solo di prendere un treno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In tale contesto emerge la loggia P2, guidata da Licio Gelli, che annoverava tra gli iscritti i principali vertici politici ed economici del paese. Il loro progetto prevedeva: contenimento della sinistra, controllo dei media e riforme autoritarie del sistema statale. Comprensibile che gli italiani guardassero alle istituzioni con diffidenza. A chi si dovevano rivolgere? Chi erano i “buoni” e chi i “cattivi”?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://open.substack.com/pub/ilnemico/chat?utm_source=chat_embed" target="_blank" rel="noreferrer noopener"></a>A tutto ciò si aggiunge l’impresa statale più importante del tempo: l’Eni. Anch’essa non era esente dalla corruzione; del resto, controllare l’energia ha un peso enorme nella politica di un paese. Nel 1962 Enrico Mattei, presidente dell’Eni, viene fatto morire in un misterioso incidente aereo; dalle dinamiche emerge che probabilmente non si trattava di una tragedia accidentale, bensì di un attentato. Gli successe alla conduzione dell’azienda Eugenio Cefis, una personalità tutt’oggi opaca, che si muoveva tra le ombre della loggia P2. Infine, come se non bastasse, nel ‘73 c’è la famosa crisi petrolifera: il prezzo del carburante quadruplica e in Italia non si parla d’altro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questa cornice storica si muove uno degli intellettuali più lucidi del XX secolo, il nostro Pasolini. Negli ultimi anni di vita stava scrivendo un romanzo controverso, scabroso se vogliamo:&nbsp;<em>Petrolio</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La trama in breve parla di Carlo Valletti, un ingegnere Eni diviso tra una vita retta e una dionisiaca, volta all’amore omosessuale e scandaloso. La critica si è incentrata solo sul secondo lato dell’opera, ignorandone la forte matrice politica. Il celebre poeta Edoardo Sanguineti, per dirne uno, di&nbsp;<em>Petrolio</em>&nbsp;diceva che fosse una disperazione privata “in cui la componente sadomasa è poi esplosa in una chiara patologia”. Pasolini sarebbe stato un malato, un pervertito mentale dunque.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Il libro “frocio e basta” di Benedetti e Giovanetti, offre un’analisi a tutto tondo della complessa opera. Qui si parla di lettura “sessuo-patologica” degli ultimi lavori del friuliano,&nbsp;<em>Salò</em>&nbsp;e&nbsp;<em>Petrolio</em>: se Pasolini fosse morto per cause naturali, afferma Benedetti,&nbsp;<em>Petrolio</em>&nbsp;sarebbe stato accolto dalla critica con un giudizio storico e fortemente impegnato; a causa della sua morte ambigua, l’opera è stata aspramente criticata solo per le sue oscenità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È innegabile che l’eccessivo immaginario sessuale del romanzo ha un effetto anestetizzante, un velo che occulta il sostrato di un linguaggio politico accusatorio. Dunque è necessario leggere tra le righe.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“Pasolini non è stato quindi ucciso da un ‘ragazzo di vita’ poiché omosessuale,” ammonisce Benedetti, “bensì da sicari armati dai poteri, occulti o meno, in quanto oppositore a conoscenza di verità scottanti, per di più in grado di divulgarle con autorevolezza anche dalle pagine di un quotidiano nazionale”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La scrittrice si riferisce al celeberrimo articolo scritto da Pasolini un anno prima della sua morte, “io so”. In questo articolo uscito per il Corriere della Sera, egli afferma di conoscere i nomi dei colpevoli e dei mandanti delle stragi che avevano spaccato l’Italia in due, dal ‘69 ( a Piazza Fontana, Milano) in poi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pasolini sa, ma non ha prove né indizi. Per molti, questo intervento segnerà la sua condanna.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In aggiunta, la giornalista Simona Zecchi nel suo libro/inchiesta sulla vicenda riporta un episodio finora rimasto in ombra: due settimane prima di trovare la morte, Pasolini aveva ricevuto un dossier sulla Dc (un documento finora sconosciuto) la cui eventuale pubblicazione avrebbe messo in crisi il partito cattolico di governo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Petrolio</em>&nbsp;fu pubblicato postumo 17 anni dopo. Amputato delle parti più importanti, tra l’altro. Di un intero capitolo, “lampi sull’Eni”, non abbiamo che una pagina bianca con il titolo. I discorsi di Eugenio Cefis, di cui Pasolini aveva sottolineato l’importanza, scomparsi anche quelli. Non una parola sull’Eni, sull’omicidio di Mattei, sui meccanismi di potere. Per chi legge il romanzo oggi, sorriderà pensando ai dettagli sessuali così espliciti. Non troverà altro. Come afferma ancora una volta Benedetti, si sono censurate le parti “politiche” con il risultato di far passare Petrolio per un libro “scabroso”.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Nelle opere di Pasolini è possibile ravvisare la complessa dicotomia tra un’Italia che si affacciava al progresso e le sue radici rurali, che lo stesso Pasolini cerca di mantenere salde sottoterra, affinché l’albero non crolli. Sottoterra però, c’è finito solo lui. E ancora oggi le circostanze di questa tragica fine non sono ancora chiare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alla luce di tutto ciò che abbiamo detto, la questione rimane irrisolta. Più ci si immerge in queste storie, più emergono domande senza risposta. Pasolini intanto, è stato brutalmente ammazzato. Ed è importante non sapere da chi. Il suo “testamento”, come lo definiva nelle lettere a Moravia, è uscito anni dopo e censurato. Per timore? Siamo in uno stato democratico, che ha fatto dei diritti umani e della libertà i capisaldi della sua encomiabile Costituzione. Gli intellettuali non sono epurati, come accade presso altri totalitarismi mostruosi… o no?</p>
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		<title>Rosa Matteucci salvaci</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 May 2025 10:43:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dissesto editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Intellighenzia]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Adelphi]]></category>
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		<category><![CDATA[Intellettuali]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Rosa Matteucci]]></category>
		<category><![CDATA[Tutta mio padre]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Rosa Matteucci riesce a essere la grandiosa scrittrice che è mantenendosi pure del tutto estranea dal ceto intellettuale italiano. Anzi: che in qualche modo può esserne l’antidoto.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Nella mia vita, forse per immedicato infantilismo, tendo a pensare per idealizzazioni, presto disfatte. Invano, sono stato convinto che Matteo Renzi potesse trasformare l’Italia del 2014 nell’Impero Britannico del 1901, che lo sciamano Alex Belli potesse vincere il Grande Fratello Vip del 2021, che Paul McCartney potesse rispondere alla mia ultima cartolina da Quercianella. A oggi – maggio 2025 – persisto soltanto nel credere che i Maneskin possano considerarmi come sostituto di Damiano David, magari doppiato,<strong> e che Rosa Matteucci, da poco tornata in libreria con <em>Cartagloria</em> (Adelphi), sia una delle poche speranze di salvezza per la nostra letteratura</strong>. Sui Maneskin, aspetto che la scelta solista di Damiano si faccia definitiva. Su Rosa Matteucci, invece, penso di avere qualche argomento a sostegno della mia fiducia.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Che Rosa Matteucci sia tra le grandi scrittrici e scrittori italiani degli ultimi 50 anni non sono il primo a pensarlo, e chi lo ha fatto prima di me era certo più intelligente e capace (Carlo Fruttero: 500 insuperabili parole per l’uscita di <em>Cuore di mamma</em>, nel 2006, sulla «Stampa», e forse anche altrove, se ne siete a conoscenza vi prego segnalate). <em>Cartagloria</em>, il suo ultimo romanzo, lo conferma: ancora una volta – vestendola di una prosa eccezionale – racconta parte della sua infanzia e della sua vita matura, qui concentrando le vicende sulla sinusoide della propria educazione spirituale, intercalata – condizionata? sembrerebbe – dalla catastrofe economico-affettiva della famiglia di origine che abbiamo già conosciuto e che solo la sua scrittura riesce a ingentilire: su tutti, ovviamente, il padre buono ma sciagurato, privo di senso finanziario e incline al pensiero magico, e la madre severa, spietata, fredda<strong>. Parole bandite: <em>disfunzionale</em>, <em>narcisismo</em>, <em>anaffettivo</em>, <em>trauma</em>. Bandito, insomma, lo psicologismo d’accatto</strong>. Qui le dinamiche familiari – materia prima dei grandissimi – tornano nell’ambito in cui rendono meglio, la letteratura. La crudeltà, l’ambivalenza, i condizionamenti, gli automatismi, la commozione, la tenacia, la pervasività, l’affetto vincolato o senza riserve, lo sconforto, la micragna, le illusioni, i rimpianti, <strong>la speranza che le persone amate possano cambiare, stare meglio</strong>. Questa è la famiglia, quando compresa, e questo c’è sempre, nei libri di Rosa Matteucci. Che <strong>con una grazia invidiabile riesce a non cadere mai nel pietismo, nell’autocommiserazione, nella lagna</strong>: anzi, con il suo gusto per il dettaglio, un prezioso catalogo di aneddoti e un formidabile senso dell’umorismo, racconta le tragedie della famiglia senza filtrarle, e ci fa anche ridere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In <em>Cartagloria</em>, però, almeno rispetto a <em>Tutta mio padre</em> e a <em>Costellazione familiare</em>, la famiglia, presenza iniziale, si defila poi sullo sfondo, e lascia campo alla Matteucci – piccola, adolescente, giovane, adulta, ma sempre, con una sintesi che Lacan se la sogna, «bambina-io» –, al suo «apprendistato per la fine dei tempi», cioè ai suoi tentativi di trascendenza, autentici o posticci, deliberati o imposti, convenzionali o inediti: sul costante sottofondo di una incrollabile fede nella letteratura, si alternano il desiderio d’infanzia per un sacramento mancato (la comunione), i viaggi in India tra storpi e hotel a 5 stelle – già in <em>India per signorine </em>–, l’epifanico pellegrinaggio su treno Unitalsi a Lourdes – già nell’omonimo romanzo –, il famigerato buddhismo genovese, streghe da mercato e offerte d’ayahuasca (50€: anche pochi), richieste di esorcismi risposte con opuscoli illustrativi, l’approdo finale e pacificante alla messa con rito tridentino, nel rifiuto della «lebbra relativistica». Il tutto, ancora, alla maniera dei migliori<strong>: sublima il dolore e il disastro, per lasciarci solo il massimo divertimento delle sue storie e delle sue invenzioni linguistiche, spiritosissime</strong>. Due esempi tra i primi che ho segnato:</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Mi colse il terrore, che provo ancora oggi, di essere destinata a reincarnarmi, nel quadro del samsara più cesso del mondo, in un lettino del pilates. Pavento di trasformarmi nell’attrezzo dove fa gli esercizi l’ex segretario comunale, che soffia come un mantice, confonde l’inspirazione con l’espirazione, agita le gambette a stecco, ogni tanto molla un peto involontario, si lamenta di continuo, con voce atona dichiara che ha male al collo, sa di sudore rancido, ascelle e piedi compresi, e soprattutto, una volta terminata la lezione, pretende di fare battute di spirito.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">[Sull’autobus verso l’esorcista] <em>A bordo dell’autobus non c’era nessuno, sotto il mio sedile giaceva un enteroclisma accanto a un pacchetto di caramelle Mentos; l’autista, anziché la strada, una serie di tornanti, guardava sul cellulare un video della Gialappa’s.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Irraggiungibile, poi, la riesumazione di un trisavolo per mano di un operatore cimiteriale con l’orgasmo di Cicciolina come suoneria del cellulare.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Nello stile, come anticipato, <em>Cartagloria</em> si mantiene fedele ai predecessori: unico e riconoscibile. E allora converrà direttamente citarlo, Fruttero, perché lo ha descritto benissimo:</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Rosa Matteucci fa esattamente il contrario, cioè scrive davvero […] Si sente subito che tutto conta, che l’autrice ha in mente un disegno preciso, che se le andrai dietro qualcosa ne ricaverai. Piccoli spostamenti di avverbi, aggettivi divelti dal loro consueto sostantivo, similitudini non bislacche e tuttavia impensate, oggetti quotidiani, «bassi», infilati tra nobili o tragici eventi. Non c’è alcun virtuosismo, nessuna bravura esibita. Non si ammira nessuna «bella pagina», ma le tante piccole rugosità, i minuscoli spigoli e sobbalzi, ti tengono sveglio, vuoi sapere dove ti sta portando questa singolare manovratrice</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma qui, rispetto ai vecchi romanzi, c’è una differenza. <strong>La scrittura è meno aspra, le “rugosità” sono minori, la sintassi più scorrevole, piana</strong>. Questo avviene non certo per una crescita (Matteucci è di quelli che nascono – letterariamente – adulti), ma forse, azzardo, perché la materia trattata – in paragone alle storie del padre e della madre – è ora più dicibile, per ovvi motivi meno sofferta, e non ha bisogno d’imbarocchirsi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo so che sto dando per scontato che il racconto coincida con le vicende di vita dell’autrice, e forse dovrei farlo con cautela, visto che l’ultima volta che l’ho fatto Roland Barthes per la rabbia mi ha staccato l’antenna della Passat. Ma è un mio limite: non vedo altro, quando leggo un libro, se non la persona che lo ha scritto<strong>. Se il libro è un troiaio, mi appaiono le velleità dell’autore, non i difetti strutturali o i personaggi male sfaccettati. Se il libro è un capolavoro, cerco di capire in che modo la vita di chi lo ha scritto lo abbia condotto a quel risultato.</strong> Ora: quante volte, dalle nostre professoresse di letteratura, abbiamo sentito ripetere che Gustave Flaubert, mentre si provava la giarrettiera della madre allo specchio del bagno, ripeteva “Madame Bovary c’est moi”? Tantissime.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure, al di là dei discorsi sulla morte dell’autore, anche l’autobiografismo dichiarato, nelle arti, ormai ci insospettisce. Si sente dire che è una soluzione di ripiego, quando latitano il senso creativo, l’invenzione, lo studio. Fissazione onnipresente: alle fiere del libro, nei proclami dei critici – chiacchiere da bar per gente che al bar non facevano entrare –, nei corsi di scrittura creativa, dove, <em>ovviamente</em>, gli insegnanti preferiscono consumare i loro martedì sera a incentivare sprazzi di picarismo piuttosto che a leggere flash borghesi intorno alla catena causale che ha portato la corsista X a ingoiare sette Momendol per punire il marito fedifrago prima di realizzare che nessuna punizione sarebbe stata altrettanto efficace quanto il farlo convivere con un’aspirante romanziera cinquantaduenne che a letto, invece di sbuffare, ora fa le due e mezzo leggendo sottovoce (mica tanto) Bolaño, tetramente illuminata dai suoi occhialini lampadinati. <strong>Ma la grande arte, invece, specie quella letteraria, è trasfigurazione, più che invenzione</strong>. E mica importa rammentare Nabokov: basta quello che di recente ha detto David Chase sulla sua Livia Soprano (nel documentario <em>Wise Guy</em>: correre, è su Sky). <strong>Il punto, come sempre, è che le cose bisogna saperle fare. E, tra chi l’autobiografismo lo sa fare, c’è di certo Rosa Matteucci, che della sua storia ha fatto letteratura</strong>.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">E qui torniamo alle mie speranze. Perché ad esaltarmi, derivata dai suoi libri e integrata dal poco che lascia filtrare di sé – ad esempio dal formidabile Instagram, zeppo di cani bruttini, invocazioni a santi minori, letture inusuali, senza traccia di ideologismi o partecipazione –, <strong>è l’ipotesi che Rosa Matteucci concede, ossia di essere la grandiosa scrittrice che è mantenendosi pure del tutto estranea dal ceto intellettuale italiano.</strong> Anzi: che in qualche modo possa esserne l’antidoto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando leggo le sue pagine o vedo un suo post dove ringrazia per il dono della vita, <strong>m’illudo che si possa fare letteratura</strong><strong>‌</strong><strong> senza conformarsi al modello corrente di scrittore-intellettuale</strong>, necessariamente impegnato, necessariamente con un po’ di forfora, necessariamente con scarpe impresentabili, necessariamente scientista-razionalista, necessariamente ironico solo nei termini negli ambiti e nella direzione che vuole lui, necessariamente pop ma studiatissimo, necessariamente con occhiali a montatura spessa meglio se esagonale, necessariamente depositario di un’idea strumentale e cioè carrieristica dello scrivere (cambiamento sociale, sensibilizzazione sui temi, logiche di comunità, propaganda politica – oddio). Prevedibilissimo, insomma. Il contrario dell’arte. E io invece provo una divertita e sorpresa soddisfazione, pensando al fatto che una scrittrice di questo livello pubblichi ridanciani autoscatti con indosso borse di Louis Vuitton o in tenuta da pilates, perché sogno che la letteratura italiana possa smarcarsi dall’essere prerogativa e ricettacolo dei disagiati, dei pauperisti, della ipersensibilità esibita, dei pesoni, dei livori di chi non ce l’ha fatta altrove.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo è tutto. Inutile dire oltre, spero solo che più persone possibili si fiondino a comprare <em>Cartagloria</em>. Le ultime parole della giornata, invece, voglio rivolgerle a te, <strong>DAMIANO: io, francamente, credo che gli altri non ti meritino</strong>. Ma che è, quel capellone alla batteria, quella scalmanata col basso che pesta i piedi di continuo. Tu sei di un’altra categoria, con le tue occhiatine di traverso, un po’ funky un po’ nistagmo, numero uno. Abbandonali, dammi retta. Non ti sentire in colpa. Qualcuno al posto tuo lo trovano.</p>



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